poco di buono

Un mondo nuovo secondo Mark Fisher

di Simone Caputo

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Mark Fisher, morto suicida a quarantotto anni nel gennaio 2017, è stato uno scrittore, giornalista, critico musicale, blogger e agitatore culturale. Alla notizia della scomparsa, molti di quelli che l’avevano conosciuto, ma anche semplici lettori e lettrici, sentirono il bisogno di dire qualcosa sull’uomo e l’intellettuale, a testimonianza della lucidità, del rigore e dell’esuberanza con cui Fisher è stato capace “di connettere idee fra campi remoti del sapere, concentrandosi con vivida attenzione su particolari estetici e allargando lo sguardo a contesti il più possibile generali” (Simon Reynolds).

Insieme a musicisti (Kode9, fondatore dell’etichetta Hyperdub), romanzieri (Hari Kunzru), filosofi (Ray Brassier e Robin Mackay), teorici (Kodwo Eshun) e collettivi (Orphan Drift), Fisher visse a pieno, tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, le stagioni sperimentali della Ccru (Cybernetic culture research unit), una sorta di gruppo di ricerca voluto dalla filosofa Sadie Plant dell’Università di Warwick e interessato alle implicazioni teoriche e politiche della Rete. La Ccru adottò un atteggiamento critico e provocatorio nei confronti della vecchia sinistra marxista, accusata di essere nostalgicamente attaccata ai “monumenti” di un passato spazzato via violentemente dalla rivoluzione digitale. I membri della Ccru condivisero un forte senso di eccitamento per il futuro; in particolare, Fisher avvertiva come potenzialmente fervida “la musica che negli anni novanta stava trasformando l’underground dance inglese in un concentrato senza precedenti di desiderio macchinico/post-umano; in particolare nel suono jungle e drum&bass Fisher individuava le tracce di un futuro capace di operare già nel presente, fino al punto di modificarlo” (Valerio Mattioli).

Per Fisher l’interesse nei confronti della musica, e con essa della cultura pop, era fortemente legato all’indagine sociale e politica: da un lato sapeva che i linguaggi di consumo sono i più chiari indicatori di un clima valoriale e culturale; dall’altro (essendo cresciuto – ragazzo di umili origini – anzitutto leggendo di musica su “New Musical Express”) era cosciente dell’eccezionale funzione formativa della cultura pop. Da cui l’atteggiamento gentile, amichevole e comprensivo – in una sola parola, pedagogico – che Fisher maturò col tempo e che manifestò in particolar modo insegnando per molti anni filosofia e critical thinking a ragazzi in età adolescenziale presso il Goldsmiths College di Londra, scontrandosi costantemente col disinteresse e la disillusione delle nuove generazioni verso la società, l’economia, la politica e il futuro. Nel 2003, terminata l’esperienza della Ccru, Fisher creò il blog “K-punk”, luogo d’indagine sulla cultura pop, che in breve tempo divenne un nodo centrale per critici e teorici; ed è negli interventi scritti per “K-punk”, quando scoppiò la guerra al terrore e prima della crisi del 2008, che s’incontrano i primi sintomi di quella lenta e inesorabile scomparsa del futuro come prospettiva eccitante e positiva, parallelamente al ritorno fantasmatico di un passato sempre più rimasticato e digerito. Per Fisher, che negli anni Novanta si era invaghito della prometeica tensione al futuro della cultura jungle, drum&bass e rave, l’inesorabile ritirata di quei suoni verso territori caratterizzati dalla nostalgia nei confronti di un futuro che non avrebbe potuto più esserci fu qualcosa di complementare alla “retromania”, che contemporaneamente il critico musicale Simon Reynolds attribuiva all’esplosione di internet e alla perenne inclinazione del pop al revival. Da lì presero forma le riflessioni che nel 2009 portarono Fisher al suo primo libro, Realismo capitalista, finalmente pubblicato in Italia grazie alla neonata, piccola e coraggiosa Nero editions.

Il lungo apprendistato permise a Fisher di inventare uno stile personale di scrittura, che legava assieme gli elementi della filosofia politica contemporanea con le sue passioni musicali, letterarie e cinematografiche: Realismo capitalista è un pamphlet più che un volume ricco di vertiginose astrazioni, un ripensamento – non di maniera – che si muove tra teoria critica e acute riletture di successi musicali e cinematografici. Le riflessioni di Fisher partono dalla convinzione che la rinuncia anche solo a immaginare il superamento del capitalismo si è oramai insinuata in ogni aspetto della vita di ogni giorno, finendo per plasmare l’inconscio collettivo e rendendolo rassegnato alla convinzione che nessun altro sistema alternativo è possibile. Il fenomeno – il “realismo capitalista”, per l’appunto – si riverbera in ogni aspetto dell’esistenza: dal modo in cui gli artisti concepiscono l’impegno civile alla maniera in cui si affronta la burocrazia, dalla crescita esponenziale delle malattie mentali a come si pensa il sistema dell’istruzione. Il “There is no alternative”, mantra del sistema neoliberale, la perdita di spinte utopiche e l’individualismo tossico non accadono solo al singolo, ma colpiscono la società strutturalmente.

Dal punto di vista strettamente teorico, le analisi presenti in Realismo capitalista non sono particolarmente nuova. L’idea di un capitalismo oppressivo rispetto a una qualunque facoltà di pensiero alternativo era già presente in Bourdieu e Jameson; la nozione di ideologia della quale Fisher si serve è fortemente debitrice al primo Žižek, quello meno retorico e invadente così come la visione della temporalità si rifà all’ultimo Derrida. Fisher riesce a combinare con chiarezza una serie d’idee spesso complesse, rendendole accessibili attraverso un continuo ricorso a una grande quantità di confronti con la cultura pop, utilizzata di volta in volta per descrivere l’assuefazione a una realtà in cui lo spazio pubblico è stato abbandonato (I figli degli uomini di Alfonso Cuarón, che apre il volume), l’inedia della generazione Mtv venuta dopo “la fine della storia” (la rabbia esistenziale di Kurt Cobain e dei Nirvana), l’adesione a una versione brutalmente riduttiva della realtà (l’hip-hop e la morte del sociale), l’inscenamento dell’anticapitalismo da parte del capitalismo stesso (il cartone animato Wall-E della Disney-Pixar), il ricatto ideologico delle cause filantropiche (dal Live Aid del 1985 alla Product Red, organizzazione no-profit di Bono Vox degli U2).

Tuttavia, non basterebbero gli elementi citati – oltre l’hype forse eccessivo che l’ha accompagnato, ad esempio, nell’uscita italiana – per giustificare il successo del pamphlet di Fisher, debole dal punto di vista teorico (la pervasività del capitalismo è stata vivisezionata, da tempo e approfonditamente, proprio dagli autori citati da Fisher) e privo di approfondite diagnosi (mancano, ad esempio, riflessioni sul ruolo che Rete e tecnologia hanno giocato nell’ascesa del realismo capitalista).

Le ragioni vanno forse ricercate nell’unicità con cui Fisher ha interpretato “il personale”, in un’epoca in cui è stato colonizzato dall’industria culturale – che vende sempre più “soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche”, per dirla come il sociologo Ulrich Beck. “Viviamo in una cultura che è dominata da manipolazioni emotive di ogni genere”, raccontava Fisher in un’intervista a Beatrice Ferrara, “che operano mistificando e personalizzando le emozioni, promuovendo una certa ideologia dell’interiorità – l’idea cioè che l’interiorità sia completamente separata dal fuori. Io volevo muovermi nella direzione contraria: spersonalizzare le emozioni, o meglio cercare le radici impersonali del cosiddetto ‘personale’”.

Parlando di se stesso, Fisher riesce a inquadrare le dimensioni culturali, strutturali e politiche della soggettività, accennando ai drammi degli ultimi tempi in un modo che evita la freddezza accademica e insopportabili personalismi. Esempio chiaro ne sono i capitoli centrali che Fisher dedica alla scuola (e alle esperienze vissute in prima persona con gli studenti) e alle malattie mentali (tra cui la depressione, di cui egli stesso soffriva). Nel capitolo sulla scuola, Fisher, ad esempio, scrive: “L’essere imbrigliati nella matrice dell’intrattenimento porta come conseguenza un’inter-passività nervosa e agitata, un’incapacità di concentrarsi e focalizzare alcunché. Il modo in cui gli studenti non riescono a mettere in relazione il loro attuale deficit d’attenzione coi fallimenti che verranno, la loro inettitudine nel tradurre il tempo in una narrativa coerente, è sintomo di qualcosa di più della mera demotivazione”; e ancora: “quella che oggi frequenta le aule scolastiche è una generazione emersa all’interno di una cultura astorica e segnata da interferenze antimnemoniche, per la quale il tempo è da sempre ripartito in microporzioni digitali”. In quello sulle malattie mentali, si domanda: “Invece di accettare la vasta privatizzazione dello stress che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni, dobbiamo chiederci: come è diventato accettabile che così tante persone, e specialmente così tanti giovani, siano ammalati? La piaga della salute mentale nelle società capitaliste dovrebbe suggerire che, invece di costituire l’unico sistema sociale che funziona, il capitalismo è intrinsecamente disfunzionale, e il prezzo della sua apparente funzionalità è molto alto”.

Meno riuscite sono le pagine finali di Realismo capitalista, in cui Fisher invoca un anticapitalismo che sappia trasformarsi in autentico universalismo e auspica il formarsi di una sinistra genuina, capace di subordinare allo Stato la volontà generale, di ridurre in maniera massiccia la burocrazia, di affermare l’autonomia del lavoratore (contro il controllo di dirigenti e sindacati), di distribuire in maniera controllata beni e risorse. Terapie già prescritte troppe volte e, purtroppo, enunciate e sperimentate in vario modo da molti dei partiti, nominalmente di sinistra, che in questi decenni hanno governato diverse zone dell’Occidente ricco. Da cui la tentazione di ridurre Realismo capitalista all’ennesimo esercizio intellettuale sul capitalismo che formula, in conclusione, auspici che non bastano certo a rendere la realtà sopportabile. Una tentazione scongiurata dalla sensibilità e dalla partecipazione emotiva di Fisher, che gli consentirono, e ancora oggi consentono ai suoi scritti, di ovviare al senso d’incompiutezza avvicinandosi al cuore del lettore.

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poco di buono

La poesia necessaria di Fernando Bandini

di Paolo Lanaro

In Pianura proibita Cesare Garboli si fa una domanda singolare: leggere i libri di un morto è lo stesso che leggere i libri di un vivo? I versi raccolti nel volume Tutte le poesie di Fernando Bandini, a cura di Rodolfo Zucco (Mondadori 2018), io li ho letti tutti quando Bandini era in vita, vale a dire quando era reciproca la presenza fisica, di colui che scriveva e di colui che leggeva. Quando questa reciprocità si interrompe, dice Garboli, il rapporto coi libri perde di vitalità e il messaggio dell’autore si libera dalla confusione e dall’opacità del presente. Sarà un bene o un male? I libri, scomparso l’autore, acquistano secondo Garboli una loro indiscussa immortalità, si trasformano in proustiani angeli dalle ali aperte. Mi chiedo: se potessi ancora camminare con Bandini per il centro di Vicenza, su e giù per i ponti e le piazze, come ho fatto innumerevoli volte, discutendo, polemizzando, fraternizzando con lui, potrei sapere qualcosa di più di quel poco che so sulle cose che ha scritto? Probabilmente ne verrei a sapere altre rispetto a quelle che il volume mondadoriano suggerisce. Forse Bandini esce da queste pagine come un poeta leggermente inamidato (cosa che capita non raramente con la pubblicazione dell’opera omnia), nonostante poi i versi resistano brillantemente all’irrigidimento inevitabile prodotto dalla tutela filologica.

Con Bandini discutevo di poesia (e di politica), mai con la convinzione che stessimo parlando di questioni capitali. Sosteneva, ma su questo oggi non ci sono più dubbi, che nella poesia italiana del secondo dopoguerra, dopo la stagione “preparatoria” degli anni Cinquanta, si erano delineati grosso modo due percorsi. Da una parte c’era chi, di fronte alle accelerazioni dello sviluppo economico, pensava che la nostra poesia non potesse restare indietro e dovesse autocriticarsi e avviarsi senza remore lungo la strada di una riproduzione sonora e sintattica del caos di cose ed eventi che la nuova realtà generava. Era la posizione dei poeti neo-sperimentali (Sanguineti, Giuliani, Balestrini eccetera). Dall’altra c’era chi pensava che fosse necessario contrastare questa specie di autodissolvimento del linguaggio poetico, mantenendo intatto un quadro di senso e di forme attraverso cui contenere la minaccia di un definitivo azzeramento culturale e antropologico. Era la via di Sereni, di Luzi, di Caproni, di Bertolucci e dei più giovani Roversi, Pasolini, Zanzotto, Giudici fino a esordienti come Raboni o come, appunto, Bandini.

Bandini fa la sua apparizione sullo scenario della poesia italiana nel 1962 con In modo lampante, edito da Neri Pozza. Voglio credere che la sua poetica, intendendo con il termine il nucleo emotivo e intenzionale da cui provengono i suoi versi, si possa ricavare quasi per intero da questo libro. Una vicenda poetica lunga una cinquantina d’anni non può ovviamente non arricchirsi di motivazioni, non trovare lungo il cammino nuove significative ragioni di cui nutrirsi, ma è anche vero che è difficile tradire del tutto quello che si è, allontanarsi radicalmente da quel sentimento iniziale di sé e del mondo che si raccoglie nei primi versi e a cui la poesia torna ad attingere quando si sente stanca o perplessa. Non è che In modo lampante sia il libro più intimo di Bandini, lo sono certamente molto di più le poesie degli ultimi anni, quando diventano lo specchio nitido e doloroso delle sue inquietudini e dei suoi ricordi, ma è comunque il libro in cui si manifesta in tutta la sua originalità la sua vocazione di poeta.

Già il titolo, In modo lampante, possiede quella gentile forza persuasiva che caratterizza in generale la poesia di Bandini, sempre in miracoloso equilibrio tra la concretezza dei messaggi e l’ineludibilità delle esigenze formali. Sfogliando la plaquette e passando in rassegna i titoli delle poesie (Tempo passato, Sereno autunno dopo la pioggia, Settembre, Canzone eccetera) si nota qualche concessione alla tradizione, ma si tratta di una concessione molto di superficie e poco di sostanza, se è vero per esempio che in Settembre non troviamo foglie che cadono o il dolce declinare delle giornate, bensì uno strano crociato in partenza, una saggezza vacillante, un passato che ripropone enigmaticamente le sue mosse e i suoi gesti. Se poi si va sul retro di copertina dove sono elencati i titoli usciti nella collana, si può notare come quello di Bandini faccia spicco, a parte naturalmente Montale e Sbarbaro, in mezzo alla Luna lombarda della Spaziani, alle Orchestrine di Arturo Onofri, alle Stagioni di Manlio Dazzi, al Quasi sereno di Angelo Barile. La poesia che dà il titolo alla raccolta indica una netta presa di posizione, sancita anche da un divertito incipit (“Ora, compagni”), solo che a seguire non c’è una perorazione politica, ma un appello etico a prendere coscienza della vita che libera fiorisce e a fare il punto sull’evoluzione subita dal canto del verdone, dalla foglia dell’acero, dal profumo del melo cotogno. Qui c’è non solo uno scarto netto rispetto alla tradizione ermetico-novecentesca, non solo un sarcasmo esplicito sul marxismo meccanicistico allora trionfante nella sinistra italiana (le teste di pietra di qualche verso dopo), ma c’è anche, e soprattutto, una dichiarazione di fiducia nella capacità conoscitiva della poesia, la dedizione a una forma di esercizio della parola che non si può rintracciare nelle declamazioni ideologiche, ma nella musica intrigante e sottile dei versi.

Che cosa è lampante? Che cosa è lucente, sfolgorante, splendente, da non poter essere oscurato o negato?

il libro

In modo lampante

di Fernando Bandini

 

 

Ora, compagni, che la primavera
accende fiori tra gli alberi secchi
e promette canestri di frutta
per il prossimo autunno,
è necessario prendere coscienza
della vita che libera fiorisce
e fare il punto
sulla naturale evoluzione
che dall’anno scorso
ha subito il canto del verdone
e il colore della foglia d’acero
e il profumo del melo cotogno.

Qualcuno tra di noi
è irrimediabilmente anti-qualcosa
e bisogna espellerlo.

Conoscitore astruso delle regole
che a suo dire presiedono
le certe fioriture della terra,
non osa uscire
dai camminamenti sotterranei,
ancora inebetito dal letargo invernale
quando già si sciolgono le nevi.

Ma la stella che stanotte
s’accoppiava al rigido ontano,
il ragazzo che lanciando
l’ultima palla di neve
gli si squagliava in mano
contraddicono in modo lampante
le teste di pietra.
Chi non cammina arretra.
La luna di primavera
passa ogni anno attraverso il nostro cielo
come il sangue attraverso il cuore.

Quindi proclamo per mozione d’ordine
il mio furore
contro i sottili dottori del non-fare,
auspico che la setta delle talpe sia sciolta,
e affronto l’argomento
dell’impassibile vento
che a marzo scompiglia le cose
ancora una volta.

In casa

A un punto critico. Dopo le elezioni e sotto il nuovo governo

di Gianfranco Bettin

disegno di Claudia Palmarucci

Questo articolo è un’anticipazione del numero 53 di luglio. Abbonati per sostenere la rivista o partecipa al nostro crowdfunding per regalare un abbonamento a 100 spazi pubblici.

Quello uscito dalle elezioni di marzo, e dalla lunga trattativa che ha portato al famoso “contratto”, non è il governo dei populisti, di chi “ascolta il popolo” (come vorrebbe l’azzimato e improbabile sub-premier Conte), bensì il governo dei demagoghi, di chi il popolo lo manipola e inganna. È vero che, nel dibattito di questi anni, e nella vulgata politica, le due parole hanno finito per sovrapporsi, ma nella realtà storica indicano invece due cose opposte, due modi alternativi di rapportarsi al popolo. Ovviamente, nelle condizioni date, è una battaglia persa impegnarsi a ristabilire le differenze.
I demagoghi italiani hanno dunque preso il potere. Il potere politico, legislativo ed esecutivo. Avevano, in realtà, già conquistato l’egemonia della chiacchiera (al bar e sul web), che gli è servita per conquistare l’egemonia della discussione pubblica e, quindi, per dettare l’agenda politica ed emotiva del paese. Hanno potuto farlo anche perché le grandi culture politiche tradizionali si sono disgregate, svuotate e, non ultimo, squalificate nell’interpretazione che ne hanno dato i diretti rappresentanti nel corso degli ultimi vent’anni almeno. Dopo l’89, felice di ritrovarsi moderna e potabile, la sinistra italiana si è lanciata entusiasta nel flusso della globalizzazione. Una parte, in realtà, era in piazza “contro”. A Seattle, alla fine del 1999, a denunciare con precisione e fin nei dettagli, cosa sarebbe successo a seguito delle decisioni che andavano prendendo il WTO, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, gli organismi internazionali, l’Unione europea, gli stati nazionali che poi ratificavano queste decisioni e certi trattati (quasi tutti), in piazza a Seattle, dunque, in quella fine di millennio che era già l’inizio del nuovo, c’erano i sindacati e i movimenti ambientalisti. Il loro slogan era “For the job e for the trees”, per il lavoro e per gli alberi. Presero manganellate e lacrimogeni. In altre occasioni andò anche peggio, come a Genova 2001.
La sinistra ufficiale, che credeva di star seguendo la “Terza via” di Blair and Co., in una planetaria versione della fiaba della mosca cocchiera, si mise alla guida di questa globalizzazione. Invece che verificarla criticamente, si limitò a darne un’interpretazione “progressista”. Ciò le consentì qualche episodica vittoria. Al divampare della crisi, tuttavia, col bruciarsi delle risorse disponibili per fare spesa pubblica, si ritrovò priva di strumenti per analizzare e decostruire la crisi (aveva dismesso i vecchi attrezzi culturali e ideali e non li aveva sostituiti con nient’altro che gli editoriali dei media mainstream del tempo) e soprattutto per continuare a rappresentare e tutelare i ceti e i soggetti più colpiti dalla crisi, impoveriti, spaesati, impauriti. La catastrofe delle sinistre occidentali comincia da lì. E lì si apre lo spazio dei cosiddetti “populisti”, cioè più correttamente dei demagoghi e delle nuove destre.
In queste forze confluiscono anche bisogni, obiettivi, idee che la sinistra ha lasciato cadere, sedotta dalla “Terza via” e dall’accesso a molti governi nazionali a cavallo tra i due secoli. Da qualche parte, il risultato è la nascita di nuove sinistre (Podemos in Spagna, in Germania i Verdi e il Partito dei Pirati, Europe Ecologie in Francia, e altre simili un po’ in tutti i paesi) oppure il rinvigorirsi di formazioni esistenti capaci di cogliere le novità, i nuovi sofferti bisogni e obiettivi di popoli duramente colpiti dalla crisi, come Syriza di Tsipras in Grecia o il Labour di Corbyn in Inghilterra (e, in fondo, la stessa pur difficile tenuta della Spd e della Linke in Germania) o l’exploit di Berni Sanders dopo che la stessa duplice vittoria precedente di Obama aveva comunque espresso questo bisogno di innovazione, nuovi diritti, nuove politiche sociali, e infatti anche il suo esito deludente sta alla base della vittoria inopinata di Trump, mentre in Europa l’inconsistenza di troppe sinistre vecchie e nuove sta all’origine dell’ondata “populista” e di destra.

Educazione e intervento sociale

Qualcuno faceva l’università

di Giuseppe Ialacqua

illustrazione di R. Kikuo Johnson

Il testo che segue è ripreso da www.roars.it/online/qualcuno-faceva-luniversita-la-dolorosa-esperienza-di-uno-studente/ del 22 marzo 2018

Tempo fa ho letto un articolo di Francesca Coin, On Quitting. The Labour of Academia (tradotto in italiano su “Effimera.org”) che cominciava così:
“Il 3 maggio 2013, Keguro Macharia ha scritto un pezzo per ‘The New Inquiry’ intitolato On quitting. Era un pezzo coraggioso e dolorosamente bello che partiva da una diagnosi: ‘disturbo bipolare, un’oscillazione tra periodi di attività frenetica e periodi di profonda depressione’ (Macharia, 2013). Si tratta di una condizione perfettamente compatibile con il calendario accademico — aggiungeva Macharia — nel quale si alternano raffiche di produttività intellettuale, quasi indotte farmacologicamente, e stati quasi catatonici di esaurimento e ritardi prolungati. Trascorro gloriose giornate estive a letto, incapace di muovermi, incapace di mettere insieme l’energia per accendere il ventilatore, incapace di farmi una doccia, incapace di pensare. Trovo conforto in romanzetti trash e libri per bambini. La lettura tiene in piedi qualcosa, un debole tremolio di qualcosa. Può essere molto peggio di quanto non confesserò mai. E poi peggio ancora”.
Un articolo straordinario, però quasi un mese dopo mi sono accorto che mancava qualcosa: se bisognava scrivere una side story dell’Università italiana, dei suoi dolori e delle sue esistenze precarie, all’appello mancava almeno un’altra condizione, ignorata dalla classe docente specularmente a quanto fanno gli studenti: la condizione studentesca, in tutta la sua drammaticità, per certi versi molto simile. Se però esiste almeno un genere letterario (il “quit-lit”) in grado di rendere comunicabile l’oscillamento compulsivo della propria attività, tipico della classe docente, gli studenti non trovano alcuna possibilità codificata in grado di fare la stessa operazione. Ho deciso perciò di provare a inaugurare questo genere, a partire dalla mia esperienza e parlando unicamente della didattica, senza perciò voler essere esaustivo in tutti i mille altri ambiti che ci costringono a precarietà e sofferenza.
Sono uno studente di magistrale a Bologna, frequento il corso di Sociologia e servizio sociale, non ho avuto un’ottima carriera accademica e mi sono laureato con 98. Nell’ultimo anno della triennale, per cercare di laurearmi in fretta (ti veniva dato un bonus velocità di un punto sul voto di laurea), ho dato quattro esami del primo semestre in una settimana in modo da avere quello successivo più libero.
Una delle cose che ricordo più dolorosamente sono gli esami che ho dato in triennale: praticamente solo scritti, la maggior parte a crocette, qualcuno a risposta medio-lunga, ma sempre sotto forma di domandine. Si trattava cioè di una pratica di valutazione spersonalizzante, disumanizzante, in cui non c’era spazio per te stesso, per le conoscenze che avevi maturato anche fuori da quei manuali. Il trionfo di una coscienza squisitamente tecnica, asettica, spogliata di ogni possibile panorama: una storia ordinaria di morte valutativa. In quella valutazione ho trovato le prime ragioni di un disprezzo di un certo sapere accademico, io che fino ad allora avevo cercato in tutti i modi di sobillare quello strano rapporto formale-informale tipico delle superiori in cui il paternalismo segna la differenza tra te e loro che stanno alla cattedra. Ho scoperto invece che un mostro peggiore del paternalismo è la lucida indifferenza dell’autorità universitaria, una distanza che si costruisce per tenerti saldamente dominato.
Difatti mi rimaneva una sola lezione da frequentare e la tesi da scrivere. Ad aprile comincio a scriverla (sì, forse era un po’ tardi), a giugno quello che ero riuscito a produrre era purtroppo una trentina scarsa di pagine di materiale grezzo e inutile, perciò dopo aver dato l’ultima materia mi lascio convincere dal mio relatore e mi laureo a settembre invece che a luglio. Perdo un punto, ma faccio la cosa più soddisfacente della mia intera carriera accademica: finisco la mia tesi, studiando le cose che amo, una sessantina di pagine su “Anvur e razionalità neoliberale”; capisco finalmente cosa voglio fare nella vita.
Vorrei fare ricerca, occuparmi di Valutazione della Ricerca, Università e Sociologia del lavoro. Purtroppo so bene come funziona questo mondo, ma decido di andare avanti. Quello che volevo fare l’ho deciso non certo per le materie della mia triennale, ma per due motivi assolutamente distanti ma contingenti nel tempo. Il primo è che negli ultimi due anni ho fatto parte del sindacato studentesco, ho trovato un gruppo che è diventato la mia casa e la mia famiglia. Mi sono occupato principalmente di Anvur e ricerca, sono venuto a contatto con la comunità di Roars, ho scoperto il mondo dei docenti, dei ricercatori, dei precari della ricerca. Il secondo motivo è che ho trovato un buon professore, che ha colmato molte delle lacune che avevo su società ed economia, e che in qualche modo mi ha dato la speranza che si possa fare questo lavoro senza uscire pazzi. La mia laurea triennale è servita a introdurmi in questa comunità accademica, farmi capire le cose che mi piacciono e le cose che non mi piacciono, a incontrare ogni tanto qualche professore illuminato, e tendenzialmente una conoscenza diffusa di quello che mi serviva. Non il massimo, né quello che mi aspettavo, ma accettabile.
Il vero dramma è stato alla magistrale. Lo dico in premessa, non voglio sconsigliare a nessuno di fare questa specifica laurea magistrale, questo è frutto del modello 3+2 e dell’impoverimento generale delle nostre università: insomma, non c’è scampo, ma certo si possono trovare altre soluzioni.
La magistrale in Sociologia e servizio sociale altro non è che la triennale di Scienze politiche dello stesso dipartimento in forma concentrata: esami con gli stessi programmi (giustificati come livellamento per la composizione eterogenea della classe), a volte anche le stesse slide, pochissima libertà di studio, esperimenti di applicazioni concrete alquanto goffe (se non a volte ridicole oltre l’inverosimile). Non sono mai stato un fan dei lavori di gruppo, ma c’è un limite alle cose che mi puoi far fare spacciandole per innovazione. La differenza con la triennale stava però soprattutto nella mia capacità di sopportazione, non più in grado di reggere cose che non mi interessavano, che non mi sarebbero servite, senza parlare del peggio della formazione di destra, neoclassica e neoliberale delle scienze sociali. E non parlo solo di quella tipa che difendeva la riforma Fornero, ma proprio dell’espulsione dai programmi di tutto ciò che poteva sembrare vagamente non mainstream e prodotto dopo gli anni 2000, tra cui il mio libro di testo di metodologia delle scienze sociali, scritto nel 1984, con le matrici in ascii e “i nastri magnetici”. Se dovessi parlare poi del fatto che in questa Università sembra che l’unica cosa che fanno i sociologi siano survey e analisi quantitativa, non ne uscirebbe bene nessuno.
Ho provato in tutti i modi a trovare alternative, era troppo tardi per cambiare corso e non potevo darmi materie che non fossero nel mio programma didattico (quindi eventualmente per prepararmi a un trasferimento di corso l’anno successivo), ho anche provato a presentare un programma di studio individualizzato. Niente, non c’è stato niente da fare, non era previsto nel regolamento didattico del corso perché l’Ateneo aveva dato indicazione di non farlo inserire nei corsi umanistici e sociali, così mi è stato detto almeno (è presente invece in alcuni corsi scientifici e previsto dal regolamento didattico di Ateneo).
Primo semestre, zero lezioni, zero esami, in compenso una vertenza vinta sulle tasse universitarie, a testimonianza del fatto che non è che non ho fatto niente, anzi è stato uno degli anni più intensi di sempre, solo che era come stare dentro l’università ma contemporaneamente fuori. Ed è qui che arriva il secondo semestre, in cui non solo si ripete il copione, ma non riesco proprio a fare a meno di litigare con tutti i professori e di passare ben presto davanti agli occhi della mia classe per un alienato sociopatico-pienodisé che chissà cosa voleva dall’Università.
Ecco, chissà cosa voleva. Io non ne avevo la più pallida idea di cosa volessi, avrei voluto certamente un posto per discutere, un posto per fare dei ragionamenti, un posto dove poter in qualche modo dire la mia. Avrei voluto da questa Università strumenti critici di conoscenza ma soprattutto strumenti di democrazia e partecipazione: volevo decidere dei miei studi, del mio futuro, del futuro dell’istituzione a cui appartenevo. Così non è stato, e un giorno, un mercoledì di febbraio, dopo aver litigato con l’ennesimo professore, decido che avrei smesso di frequentare. Avevo bisogno di una laurea magistrale, ma ero stanco di tanta insoddisfazione quotidiana, di quel sentimento continuo di frustrazione, per cui decisi che mi sarei astenuto dalle lezioni universitarie in attesa di trovare qualcosa di interessante, che mi sorprendesse.
Quello stesso giorno, mentre stavo andando a Padova, sbaglio treno. Scendo a Borgo Panigale (vittoria del nulla cosmico sulla pienezza metropolitana), torno indietro a Bologna e, una volta sceso, sento dagli altoparlanti “Treno InterCity 610”.
Sei uno zero, seiunozero.
Col morale sotto i piedi, finisco di scrivere questa riflessione. Questa è una delle tante sconfitte del sistema universitario, certo non una delle più eclatanti, sicuramente una di quelle che comunemente affligge più studenti in assoluto. L’istituzione università fa poco e nulla per provare a capire realmente che cosa vogliono i suoi studenti, cosa si aspettano, cosa può davvero cambiare le loro vite. Le procedure introdotte per cercare di avere un feedback da noi si sono risolte in qualche formalità, un sondaggio obbligatorio di Anvur che non restituisce né i problemi né la complessità della nostra condizione. Nessuno ci ascolta, e quando proviamo a farci sentire il risultato è una chiusura totale, eppure se fino a qualche anno fa si poteva dire di star facendo due viaggi diversi adesso la nave si sta per schiantare contro un iceberg fatto di tagli, burocrazia all’inverosimile, classifiche un po’ strane che segnano la vita e la morte della ricerca. In sintesi, molto lontano dall’idea che abbiamo del valore della ricerca e della didattica, della sua centralità nell’affrontare le sfide dei prossimi anni.
Credo che questa immagine, e il processo che ci ha portato a questo, sia sintetizzato da un famoso monologo di Gaber che si potrebbe parafrasare così: qualcuno faceva l’università perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno faceva l’università perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo.