dalla provincia

Anni in fuga

del Comitato Anni in Fuga

Nonantolander

illustrazione di Luca Dalisi

Manifestazione di interesse pubblico per la sperimentazione di nuove forme di accoglienza e integrazione.

Il sommovimento del mondo
Un pezzo di mondo sta scappando. Scappa da conflitti, dittature, miseria e guerre civili devastanti. Si tratta di un pezzo di mondo piuttosto ampio: circa 60milioni di persone, secondo l’ultimo rapporto dell’Onu.

Il caso vuole che gran parte del pezzo di mondo che scappa provenga dalla cintura che circonda l’Europa a meridione e a oriente: da Israele al Pakistan e dalla Libia al Kenya, passando per Siria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Mali, Nigeria, Ciad, Sudan, Eritrea, Somalia, per citare solo l’eco lontano delle guerre che arriva alle nostre orecchie.

Qualche numero
Da un punto di vista quantitativo non si tratta di un fenomeno che dovrebbe impensierirci. Dei 60milioni di uomini e donne in fuga, solo 1milione ha raggiunto l’Europa nel 2015 e, di questi, solo 144mila l’Italia (30mila in meno rispetto all’anno precedente). Nemmeno le casse pubbliche rischiano di essere prosciugate: in Italia solo lo 0,14% della spesa pubblica è stato impiegato per l’accoglienza dei profughi nel 2015. E di questa piccola percentuale quasi tutto è ritornato ai territori che accolgono, sotto forma di stipendi a operatori, affitti e consumi.

Disgregazione
Numeri tutto sommato contenuti stanno però mandando in frantumi l’Europa. Naufragi, fili spinati, sospensione della libera circolazione delle persone, per non parlare dell’ecatombe dei viaggi sono una manifestazione evidente di come l’Europa si è improvvisamente scoperta disgregata, confusa, priva di idee e incapace di reagire con buon senso e umanità di fronte al pezzo di mondo che scappa.

università

La fabbrica dei dottorandi

di Francesco Migliaccio (Gruppo di Studio Vagante)

libro

illustrazione di Adelchi Galloni

Come ogni dottorando sono tenuto a pubblicare molti articoli per dare sostanza al mio curriculum. Spesso questi articoli sono inseriti in raccolte collettanee, magari gli atti di un convegno organizzato grazie alle risorse dei dipartimenti. Voglio fare un esempio concreto che mi riguarda. La raccolta di saggi in questione è: G. Cuozzo, Resti del senso. Ripensare il mondo a partire dai rifiuti, Aracne, Roma 2012. Il mio articolo s’intitola “Gomorra: il linguaggio, le merci, i rifiuti” e si dispiega dalla pagina 139 alla 152. Questa raccolta ha preso la forma del libro grazie al contributo economico pubblico elargito dall’università. Leggo sul frontespizio: “Questo volume è stato pubblicato con il contributo dell’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’educazione”. Così i libri con i nostri articoli raggiungono il mercato librario in forma di merce: il sapere nato in un ente pubblico costituisce un oggetto dotato di valore di mercato. Tutti i soggetti coinvolti in questo processo ci guadagnano: noi ricercatori abbiamo le nostre pubblicazioni, la casa editrice non rischia alcun capitale, l’università ha modo di ampliare la sua visibilità. In verità non tutti traggono un vantaggio: i lettori, i cittadini che vorrebbero leggere il libro, devono pagare 17 euro.

panoramiche

Regeni e altre centinaia di egiziani

di Domenico Chirico

 

Non conoscevo Giulio Regeni, né i suoi studi. Entrambi però veniamo dallo stesso percorso educativo nei Collegi del Mondo Unito. Una scuola pensata nel dopoguerra per far convivere adolescenti da tutto il mondo e, attraverso un programma di studi comune, renderli liberi e uguali. E soprattutto curiosi verso la diversità. Giulio a sedici anni era partito così per il Collegio degli Stati Uniti dopo aver vinto la borsa di studio che garantisce l’accesso a queste scuole. E da lì aveva spiccato il volo che gli ha permesso di raggiungere l’Università di Cambridge per il suo Phd. Giulio era sempre rimasto il figlio di una provincia ancora sana, fatta di persone per bene, che hanno fiducia nella costruzione giorno per giorno del futuro. Era un ragazzo brillante, curioso ed intelligente come tanti ce ne sono in Italia e come tanti era fuggito all’estero per dare ali al suo talento.
Giulio, mi dicono gli amici comuni arabisti, era uno studioso attento e che si faceva notare per la sua serietà e bravura. Ma era pur sempre un giovane studioso e nulla giustifica ciò che gli è accaduto, probabilmente per mano di una banda di aguzzini del regime che non ha tenuto conto che Giulio era italiano e che la sua scomparsa non sarebbe passata inosservata. Come invece accade a centinaia di attivisti egiziani. Il regime di Al Sisi è sanguinario e spietato e agisce con le stesse pratiche che abbiamo conosciuto in Argentina e Cile, per fare due esempi vicini al nostro vissuto. Non c’è scampo per nessuno quando si entra nei tanti Garage Olimpo del regime.

panoramiche

Dopo Expo parliamo di fame

di Gianluca D’Errico

illustrazione di Mariana Chiesa

illustrazione di Mariana Chiesa

Fiere
Prendete una fiera i cui maggiori finanziatori sono produttori di armi da guerra. Immaginate che lo slogan di questa fiera sia: “diffondere la pace nel mondo”.

Ora sostituite i produttori di armi con le multinazionali della produzione e distribuzione del cibo e cambiate lo slogan: “nutrire il pianeta”. Otterrete l’Expo di Milano, appena concluso.
Mettendo tra parentesi (e servirebbero due enormi parentesi) gli scandali e le tangenti, la cementificazione di boschi e suoli agricoli, le opere rimaste incompiute, le iper precarie condizioni lavorative delle persone impiegate e tutte le polemiche che ne hanno accompagnato l’inizio e lo svolgimento, quello che resta dell’esposizione è il suo tema: il cibo. Ma anche a voler stare sull’argomento, mettendosi i paraocchi per non vedere tutto il resto, c’è, a evento finito, ancora molto che proprio non quadra: basta scorrere la lista di sponsor e finanziatori privati e “incrociarla” con minime informazioni su produzione del cibo, fame e sovranità alimentare per avvertire un persistente puzzo di contraddizione e una nitida sensazione di essere stati presi per i fondelli.

urbanistica del disprezzo

Ex Telecom. Lavoro sociale e conflitto politico

di Luca Lambertini e Lorenzo Betti

Architetture post

immagine di Michelangelo Setola

Il 20 ottobre 2015 è stato per Bologna un giorno importante, con il quale la città dovrà fare i conti in futuro per capire esattamente cosa sia successo, quali fenomeni siano venuti alla luce e quali contraddizioni e fratture siano finalmente emerse.
Il giorno è stato quello dello sgombero del cosiddetto “Ex-Telecom”, un grande edificio nel quale aveva sede la nota compagnia telefonica: migliaia di metri quadrati di uffici, mense, bar e refettori, perfino un grande auditorium, vuoto da almeno 10 anni e di proprietà di un fondo d’investimento tedesco. Siamo nel quartiere Bolognina, uno degli storici quartieri industriali (e operai) della città che dalla fine degli anni Ottanta sta vivendo una profonda trasformazione sociale e urbanistica dovuta alla chiusura delle fabbriche cittadine e alla scomparsa dalla città degli operai. Quartiere storicamente popolare dove si intreccia una forte e antica migrazione cinese a un’altrettanta importante, ma molto più recente migrazione prevalentemente africana (maghreb e aree sub-sahariane). La zona dell’Ex-Telecom si trova proprio nel cuore delle più grandi operazioni di “riqualificazione urbana” della città: lo stabile in questione si situa a poche centinaia di metri dalla nuova stazione dell’alta velocità e di fronte alla nuova sede del Comune di Bologna, con le sue tre nuove torri scintillanti che svettano sullo skyline della città. Certo una riqualificazione che, a causa della crisi economica fatica molto a decollare: la zona è puntellata da cantieri fermi e semi abbandonati, edifici industriali fatiscenti e da grandi aree una volta industriali e ora semplicemente abbandonate.
Lo sgombero, dicevamo. Quel giorno alle 8 del mattino il tratto di via Fioravanti su cui affacciano gli uffici comunali offre uno spettacolo inquietante: più di 200 agenti tra polizia e carabinieri con decine di furgoni blindati circondano l’edificio, bloccando un’ampia area del quartiere mentre centinaia di donne, bambini e ragazzi alle finestre percuotuono pentolame e infissi, il cui frastuono, amplificato dal grande anfiteatro creato dalla sede comunale proprio lì di fronte, rimbomba sinistro per tutto il rione.