educazione e politica

Su quale terreno cresce Expo. Breve storia della corruzione a Milano

di Oreste Pivetta

illustrazione di Franco Matticchio

illustrazione di Franco Matticchio

 

Non sarà mai detta l’ultima parola. Corruzione è in italiano un’espressione senza fine. Ed è difficile dire quando cominci. A Milano si fa riferimento a tangentopoli, all’attimo in cui Mario Chiesa, socialista, ingegnere e presidente del Pio Albergo Trivulzio, colto in flagrante, mentre cercava di gettare nello sciacquone svariate banconote prova indiscutibile della tangente (sette milioni da una impresa di pulizie), venne arrestato per concussione. Era il febbraio del 1992. Un’ombra avvolse la “capitale morale”, che sino ad allora s’era sentita innocente, colpita solo dalle sanguinarie imprese di qualche bandito di strada, dalle tute blu dell’assalto al furgone bancario in via Osoppo a Turatello e Petrovic, estranea ai fattacci che avevano coinvolto la Repubblica e la sua autentica Capitale, dallo scandalo dei petroli a quello delle “lenzuola d’oro” destinate alle ferrovie dello stato, per quanto la sua parte sul palcoscenico delle truffe nazionali l’avesse ben recitata, almeno per competenze geografiche: come dimenticare Sindona, il Banco che peraltro si chiamava Ambrosiano, Guido Calvi, Cefis e la Montedison… mille altre infrazioni, piccole magari ma già premonizioni di una moralità che si andava dissolvendo, di fronte alle speranze del boom, all’alba del consumismo e al traguardo del benessere materiale.
Mario Chiesa, il “mariuolo” secondo Bettino Craxi, diede il colpo di grazia al mito e l’ombra si estese.

lavoro

I giovani e il lavoro

di Francesco Ciafaloni

A chi lavora, a chi non lavora, a chi fa un lavoro di merda, a chi non vorrebbe lavorare, a chi lavora ma non guadagna, a chi lavora con la testa e a chi lavora con le mani (e a Marx che sperava in lavori che tenessero insieme entrambi), a chi il lavoro potrebbe crearlo… buon Primo Maggio, Gli asini

illustrazione di Blutch

illustrazione di Blutch

Le considerazioni che seguono sono basate sul Rapporto annuale 2014. La situazione del paese e sul Quarto rapporto sul mercato del lavoro degli stranieri in Italia, entrambi dell’Istat, e sulla sintesi del Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2014 del Censis.  Ma è impossibile in poche pagine dare un’idea, seppure sintetica, dei tre rapporti, mentre sono importanti proprio i dettagli e le differenze, dove si annidano gli effetti di quel poco che dipende dalle scelte politiche a breve. È ovvio che la scelta degli aspetti rilevanti e dei rari dati citati è mia. Proprio per questo segnalo i link delle fonti. I numeri qualche volta mentono, ma meno della pubblicità dei governi.

Demografia
I giovani residenti in Italia sono pochi e, in percentuale significativa e crescente, non sono cittadini italiani. Gli indicatori pubblicati dall’Istat a metà febbraio e commentati, con un eccesso di enfasi, dai giornali, non segnalano nessuna novità rilevante. Il numero dei figli per donna in Italia è al di sotto della riproduzione semplice (2,1 figli per donna) da decenni. La bassa natalità (nati in percentuale sulla popolazione) non dipende solo dalla bassa fecondità ma dall’alta percentuale di donne che sono oltre l’età fertile. Per alcuni anni le donne immigrate, più giovani, hanno compensato la bassa natalità delle cittadine italiane.

appuntamenti

Un premio sui generis

di Gianfranco Schiavone

depliantgiorgetti

 

Insieme all’ICS, all’ASGI e a molti altri amici (tra cui scrittori e persone più o meno note impegnate nella tutela dei diritti umani) ho realizzato, dal 2013, un premio internazionale (il Premio Internazionale Marisa Giorgetti) che giunge quest’anno alla terza edizione. Il premio (rinvio al sito per leggere le particolari ragioni dell’intitolazione a Marisa Giorgetti) ha un taglio del tutto peculiare perchè intende dare visibilità e valore alle opere e alle azioni delle molte persone, in Italia, in Europa o in altre parti del mondo, che sono rimaste poco note, o persino sconosciute, per condizionamenti geografici, politici o sociali, o per scelta di riservatezza, pur avendo prodotto opere letterarie di pregio (nelle forme più varie, dal romanzo, al raccolto, al reportage) nello specifico tema delle migrazioni internazionali, ovvero avendo operato in campo sociale o culturale per la promozione dei diritti umani fondamentali con particolare attenzione ai cambiamenti profondi che le migrazioni determinano sia nella società di destinazione che in quella di origine.

il libro

L’ennesimo guru, Recalcati

di Gabriele Vitello

illustrazione di Anthony Browne

illustrazione di Anthony Browne

 

Nella sua ultima fatica, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, lo psicanalista Massimo Recalcati, autore di saggi di successo come Il complesso di Telemaco, Non è più come prima, L’uomo senza inconscio, applica alla scuola alcune categorie lacaniane, già impiegate nelle sue ricerche intorno alla figura paterna. Egli ritiene, infatti, che la crisi d’autorevolezza che investe l’istituzione scolastica e l’insegnante è la stessa che attraversa negli ultimi decenni la figura paterna. Pertanto, è legittimo parlare di una Scuola-Edipo per definire un modello di insegnamento ormai definitivamente superato, quello cioè fondato sull’autorità della tradizione e dell’insegnante che su di essa si basava: «nella Scuola-Edipo l’insegnante si trova nel posto dell’autorità, è un sostituto del Padre, di una Legge fuori discussione. L’allievo, in quanto figlio, dev’essere appunto istruito e educato come fosse una cera da plasmare» (p. 20). 
Tale paradigma educativo è entrato progressivamente in crisi, sotto i colpi congiunti della contestazione degli anni Sessanta e Settanta e dei nuovi modelli culturali prodotti dall’iper-edonismo di massa. Al suo posto è subentrato un nuovo paradigma di matrice ipercognitivista, battezzato da Recalcati col nome di Scuola-Narciso, il quale «vive (…) all’ombra del principio di omologazione e di una concezione efficientistica della didattica, assimilata non più al carcere o all’ospedale ma all’azienda» (p. 26). Tale mutamento si riflette persino nel linguaggio, che com’è noto non è mai neutrale: il preside è diventato il dirigente, le conoscenze sono state sostituite dalle competenze, (concetto, quest’ultimo, su cui si fondano e legittimano le ormai famose e controverse prove Invalsi).

scuola

Voti a perdere

della segreteria nazionale del Movimento di cooperazione educativa

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Da quando è stata lanciata a gennaio 2015 la campagna “Voti a perdere” ha raccolto circa 2000 firme. I firmatari sono di diversa provenienza: insegnanti di tutti gli ordini scolari, compresa la secondaria di II grado e l’università, dirigenti scolastici, genitori, impiegati della pubblica amministrazione, pensionati ex insegnanti, ricercatori, educatori, rappresentanti di associazioni… tutti coloro che si sono ritrovati per diverse ragioni a dover fare i conti con questo sistema di valutazione degli allievi e ne hanno compreso la dannosità.
La raccolta non è ancora conclusa, proseguirà fino a quando verrà assunta da parte del versante politico, cioè da parlamentari che condividano tema ed obiettivi e siano davvero disponibili a farsene carico e a prendere le necessarie iniziative istituzionali.
Richiamiamo brevemente quanto scritto nel documento della campagna:
“..I docenti si muovono in contesti molto sfavorevoli, sia dal punto di vista dei vincoli che possiedono, sia dal punto di vista delle indicazioni presenti nelle leggi, come nel caso della Legge sulla Valutazione, in forte contraddizione con finalità e obiettivi della pedagogia delle Indicazioni Nazionali per il curricolo. La valutazione sommativa è in evidente contrasto con le Indicazioni nazionali che fanno riferimento esplicitamente a una valutazione formativa.
Tempi ristretti, rapidità delle forme di compilazione, mal si conciliano con un’idea di individualizzazione degli apprendimenti, di rispetto dei diversi stili e ritmi di apprendimento, di comunità docente riflessiva, di motivazione intrinseca.”
Ma perché questa campagna? Quale scuola ha in mente il MCE? Da dove esce fuori il “fuoco pedagogico” che ci muove?
Riportiamo qui alcuni passi significativi dell’articolo di G. Cavinato pubblicato il 14 marzo “Mal di scuola…quando non c’è cooperazione” che ben descrive la nostra idea di scuola.
“Sogniamo una scuola della RICERCA, della NARRAZIONE, della DISCUSSIONE, dell’AVVENTURA. Una scuola che affronti l’imprevisto e non si trinceri nella routine della lezione e della ripetitività. Una scuola così considera gli alunni, qualunque sia la loro età, soggetti ISTITUENTI e non ISTITUITI. Una scuola dell’AUTOGESTIONE di tempi, spazi, ritmi, progetti. L’autonomia senza autentica autogestione è puramente tecnica e amministrativa…
È una scuola in cui si costruiscono gli apprendimenti attraverso la negoziazione dei significati, la multi modalità degli insegnamenti, il dialogo pedagogico per il riconoscimento e la valorizzazione degli stili di apprendimento personali e delle strategie di elaborazione, che solo nel gruppo trovano la loro valorizzazione e possibilità di espressione…
Ma una scuola così ha bisogno di un’IDEA DI SCUOLA inclusiva, aperta al sociale, laica, liberatrice di creatività, purtroppo assente dai pensieri dei nostri riformatori. Ha bisogno di una pedagogia della lentezza, di tempi di ascolto, di sospensione del giudizio, di osservazione partecipante di un sano impianto artigianale e laboratoriale. Ha bisogno di riconoscimento sociale della sua funzione.”

Quest’idea di scuola mal si concilia con l’uso dei voti e quindi motiva di per sé questa campagna, al di là del momento contingente che stiamo vivendo.

Petizione: per firmare clicca qui
Il MCE ha stilato una lettera per le scuole che dovrebbe servire per stimolare la riflessione su questi temi e invitare tutti a firmare la petizione.