visioni di infanzie

Mommy (di Xavier Dolan), ovvero la vitalità del Puer

Mommy

di Emilio Varrà

Non serve certo la nostra rivista per assegnare a Xavier Dolan lo statuto di enfant prodige del cinema contemporaneo: venticinquenne québécois con un curriculum di già cinque film alle spalle – il primo girato a diciannove anni – ha vinto con il suo ultimo Mommy il premio speciale della giuria del festival di Cannes, conquistato fama internazionale e sfondato finalmente anche i nostri confini arrivando per la prima volta nelle sale italiane. La storia è esilissima: Steve è un ragazzino con disturbi comportamentali che viene forzatamente rilasciato da un istituto rieducativo dopo un incendio doloso che ha mezzo sfigurato un suo compagno. Diane è una madre che si vede costretta a dover accogliere il figlio, assumersene la responsabilità e ripensare la propria esistenza, già zoppicante tra problemi economici, vuoti sentimentali e una bellezza che sta sfiorendo. Kyla è la vicina di casa, timidissima, con una balbuzie comparsa due anni prima a seguito di un trauma che rimane nell’ombra ma che l’ha costretta a rinunciare al lavoro di insegnante e a dedicarsi al grigiore di una famiglia agghiacciante per ordine piccolo borghese.
A leggerlo così non verrebbe molta voglia di andarlo a vedere questo film, neppure a me. Sembra un melodramma kitsch in cerca delle lacrime dello spettatore. E lo è! Ma la grandezza di Dolan sta nel riuscire a fare questo e nello stesso tempo una disanima della miseria sociale, economica e affettiva del presente (Québec o non Québec); una riflessione sul linguaggio del cinema, sulla sua artificialità e su come essa possa coincidere con la verità; un’accusa degna di Foucault sulla lotta senza tregua che tuttora esiste e resiste tra individuo e istituzione, tra anelito alla libertà di alcuni (sempre pochi) e l’assoggettamento ora esplicito ora più sottile e pericoloso da parte della comunità.

il nuovo numero

La corruzione e le stragi

fronte cover asini 25Il profugo sta diventando l’icona del “sociale” di questi anni come il matto lo è stato negli anni Settanta, il tossicodipendente negli anni Ottanta o l’immigrato a cavallo del millennio. In quanto “icona” la categoria del profugo è una rappresentazione speciale della realtà: da una parte ne restituisce un’immagine verosimile, ma dall’altra l’opacità della rappresentazione che ne dà è tale da giustificare e sorreggere un’impalcatura assistenziale – trasferimenti finanziari, impianti giuridici, dialettica politica, cultura e pratiche pedagogiche – che con il reale ha ben pochi punti di contatto.
Partiamo dai tratti di verosimiglianza. È indubbio che il numero delle persone che fuggono da un paese dell’Africa o del Medio Oriente e decidono di attraversare la “linea d’ombra” del Mediterraneo per rifarsi una vita in Europa sia in questi ultimi anni in forte aumento. I dati certi in nostro possesso si fermano all’estate scorsa ma il conto totale del 2014, quando avremo numeri sicuri, supererà probabilmente i 150mila sbarchi. Si tratta però di una rappresentazione sfocata perché di questi molti abbandoneranno immediatamente il nostro paese, solo un terzo farà domanda di asilo e di queste domande, se si mantiene il trend degli ultimi anni, solo il 50-60% saranno trasformate in qualche forma di protezione internazionale o di permessi umanitari. A conti fatti, con un’approssimazione rozza ma non troppo distante dalla realtà, dei 150mila migranti sbarcati nell’ultimo anno in Italia riceveranno qualche forma di accoglienza istituzionale tra i 30 e i 40mila. Si tratta di una stima molto vaga, ma la cui approssimazione è sufficiente a supportare la conclusione a cui vogliamo arrivare: l’ordine di grandezza di cui parliamo non giustifica l’assenza di norme certe, di diritti chiari ed esigibili né la gestione emergenziale con cui da molti anni regoliamo l’arrivo e la permanenza di questi uomini e di queste donne nel nostro paese.
Nel 2012 con un dossier dal titolo L’Africa in casa (“Gli asini” n. 11) abbiamo tentato di analizzare in presa diretta quanto stava accadendo all’interno del programma conosciuto con il nome di “Emergenza Nord Africa” (Ena), snodo fondamentale per capire le attuali pratiche e politiche di accoglienza. Utilizzammo allora il passaggio di uomini e donne in fuga dai rivolgimenti istituzionali in Tunisia, Libia ed Egitto non solo per denunciare le assurdità giuridiche che in Italia regolavano e regolano l’asilo politico, ma soprattutto come “studio di caso” per mettere a fuoco distorsioni, inefficacia e assurdità dei nostri sistemi di accoglienza, educazione e cura.
Arrivammo alla conclusione che l’accidia, il soffocamento delle spinte vitali e creative, della capacità di “far da sé” e di reagire con intelligenza alle difficoltà della vita – tratti che chi ha lavorato con i “profughi Ena” riconoscerà immediatamente – rappresentavano la forma di corruzione peggiore cui andavano incontro molti degli uomini e delle donne che in quei mesi fuggivano dalla guerra come molti dei loro “assistenti”. Una forma di corruzione non meno radicata e grave, sostiene Carsetti su queste pagine, di quella politica e pecuniaria emersa nell’inchiesta di “Mafia Capitale”. Una forma di corruzione che dipendeva sicuramente da una normativa kafkiana e xenofoba, quella che in Italia regola l’asilo, ma anche dalla cultura pedagogica e dalle pratiche messe in atto dai loro “assistenti”, sarebbe a dire degli educatori, assistenti sociali, psicologi, insegnanti di italiano, funzionari o assessori degli enti locali, operatori del pubblico come del privato sociale, delle cooperative o dei centri d’accoglienza, che, intercettando gli ultimi importanti trasferimenti finanziari al sociale, hanno accompagnato, con ruoli e compiti diversi, la permanenza di queste persone nei nostri territori.
L’allargamento, su scala europea, della prospettiva attraverso cui abbiamo deciso di aggiornare quelle analisi muove dalla necessità di comprendere una delle principali cause giuridiche di quelle distorsioni (gli accordi di Dublino), ma anche di ricostruire la fine che hanno fatto i “profughi” che, passando attraverso i nostri programmi di accoglienza, sono andati a ingrossare le schiere di “spettri umani” che vagano nelle città di mezza Europa.
La storia si sta ripetendo in questi mesi. La gestione emergenziale dell’Ena, con le corruzioni materiali e delle intelligenze che ha portato con sé, sta andando a sistema. Prima con Mare Nostrum ora con Triton, di cui conosciamo, male, solo i pregi e difetti delle operazioni in mare e non anche di quelle “di terra”.
Si è formata però in questi anni una ristretta minoranza di gruppi, associazioni, ricercatori, educatori, avvocati e funzionari pubblici che dimostrano una conoscenza, anche tecnico-giuridica, del contesto in cui operano, una libertà di sguardo, un’antiretorica di linguaggio che raramente capita di incontrare in altri ambiti dell’intervento sociale. Una parte di queste realtà si è conosciuta grazie al censimento che la Fondazione Langer ha compiuto, dalla Sicilia all’Alto Adige, in vista del premio che conferisce ogni anno e dedicato, nella passata edizione, al tema dell’asilo e delle pratiche di accoglienza (e di cui la rivista “Una città” raccoglierà gli atti in un quaderno speciale di prossima pubblicazione): oltre ai premiati – il gruppo Borderline Sicilia – lo Sprar di Modena e quello per minori di Mazzarino (“I girasoli”), Mantova solidale, l’associazione Asinitas di Roma, la scuola di italiano Frisoun di Nonantola, alcuni operatori dell’Asgi, il centro d’accoglienza autogestito di Pisa. È insieme a loro e a loro uso che abbiamo messo insieme le analisi che seguono.
Possiamo scegliere, anche in questo caso, tra due possibilità: operare per una “liberazione” effettiva (e non solo giuridica) dei profughi e rifugiati con cui lavoriamo o rinforzare, più o meno consciamente, i processi di corruzione a cui le maglie delle nostre burocrazie assistenziali ci espongono tutti, “assistiti e assistenti”. (Gli asini)

 

Strumenti

Donne: mal di potere di Maria Nadotti
Lettera di D. Boussard, V. Louys, I. Richer e C. Robert
Giovani: trovare lavoro non basta più di Andrea Toma
Scuola: affondare e ricominciare di Gianluca D’Errico

Accogliere o respingere
Senza scampo. Racconti romani di Marco Carsetti
I “dublinati” di Fiorenza Picozza
Voltare pagina. Il diritto d’asilo in Europa di Gianfranco Schiavone
Braccianti stranieri e retorica umanitaria di Enrica Rigo e Nick Dines
Una settimana in Marina di Valeria Ferraris
Io non ce l’ho fatta di Debora Marongiu
Da Lampedusa a Berlino di Omar Assoumane, Abidal Bance, Giulia Borri, Elena Fontanari
Visita a un carcere d’espulsione di Beatrice Borri

Immagini
Nella giungla della città di Franz Masereel

I doveri dell’ospitalità
Cattivi maestri di Giuseppe Pontremoli, con una nota di Cesare Pianciola

Pratiche
San Marcellino, Genova di Amedeo Gagliardi
Cinema sottodiciotto di Lia Furxhi, incontro con Nicola Villa

Scenari
Il caso Boyhood di Niccolò Argentieri
I figli della scimmia. Che ne facciamo dei nostri bambini?di Cecilia Bartoli
Pedofilia. Un’inchiesta messicana di Maurizio Braucci
Una morte in famiglia. Annie Ernaux e suo padre di Matteo Moca
Zerocalcare: sua madre, sua nonna… di Damiano Pergolis

 

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in evidenza

Satira e sangue

Couv

di Goffredo Fofi

Se si esclude Altan, che più che satira politica fa, ci pare, satira antropologica, la tradizione italiana è stata raramente comparabile con quella francese, la sua irriverenza è stata più cauta e generica, anche nei grandi (Maccari, Longanesi…), o più sbracata (dal “Travaso” al “Candido”, da Forattini al “Cannibale”), troppo interna alla logica degli schieramenti sia quand’era di destra che quand’era di sinistra. Le mancavano e le mancano, rispetto a quelli francese, una tradizione e un retroterra ideologici forti, che per i francesi sono quelli di una rivoluzione borghese che noi non abbiamo avuto. E dunque, molto più nel bene che nel male, quelli dell’illuminismo. È comune oggi condannarli da parte di molti nuovi filosofi e guru accusandoli dei disastri del Novecento, che essi attribuiscono a nazismo e comunismo e quasi mai al capitalismo, in una visione assai povera e castrata del liberalismo. Volendo difendere il sistema di potere attuale (il migliore dei mondi possibili?) essi buttano a mare le ragioni di qualsivoglia rivoluzione, compresa quella borghese senza la quale non avrebbero avuto voce. Nella satira italiana questo ha voluto dire, oltre alla sudditanza a questa o quella delle forze politiche in campo (una “opposizione di sua maestà”), una superficialità e una non radicalità, una scarsità di basi civili e morali che l’hanno resa quasi sempre rozza e prevedibile, compiacente e servile (“sotto che re, briccone?” diceva un personaggio scespiriano), con pochi colpi di genio e infine poco coraggio.
Di coraggio, spregiudicatezza, libertà “Charlie Hebdo” ne ha dimostrati in abbondanza sin dalla nascita – che possiamo sicuramente definire sessantottina come nel caso del quotidiano politico “Libération”, con il suo diretto antenato e rivale “Le canard enchainé” e in quello di un altro predecessore, “Harakiri”.

appuntamenti

I nuovi corsi di Asinitas

asinitas
 
Sono aperte le iscrizioni alle iniziative di formazione dell’Associazione Asinitas!
 
 
Sabato 14 Marzo 2015, ore 9:30 – 18:30 e 

Domenica 15 Marzo 2015, ore 9:30 – 17:30
in via Policastro 45 (quartiere Torpignattara a Roma),
“Mobilitare la partecipazione. Coscienza, responsabilità e libertà dal basso”, a cura di Simone Deflorian.Week-end di sperimentazione del metodo pedagogico di Paulo Freire per l’attivazione dei cittadini alla risoluzione dei conflitti che vivono nel contesto in cui abitano. 
Il corso è a numero chiuso. 
Per iscriversi: contatti@asinitas.org - 340 0573209 - 333 2108694 
C’è tempo fino al 28 Febbraio. 
 
27, 28 e 29 Marzo 2015 presso l’Agriturismo “La Sonnina”, Genazzano (RM), “Ritrovarsi in una nuova lingua”,a cura di Asinitas Percorso di formazione residenziale di tre giorni per sperimentare metodi dell’educazione attiva nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua. 
Per iscriversi: contatti@asinitas.org - 340 0573209 - 333 2108694 
C’è tempo fino al 18 marzo 
 
 
IMPORTANTE: I corsi sono a numero chiuso, è necessario iscriversi!
Per iscrizioni e informazioni: contatti@asinitas.org - www.asinitas.org -  340 0573209 - 333 2108694 

l'altro teatro

Un Hanselm e Gretel moderno e pedagogico

 

di Nicola Villa

 

A Roma c’è una compagnia che da quattro anni è in residenza stabile al Teatro Vascello, composta da dieci membri di età compresa dai 20 ai 30anni con l’unica eccezione di un direttore artistico quarantenne (Andrea De Magistris). In questi pochi anni Dynamis, questo il nome del gruppo, sta vivendo una fase di ricerca e produttiva incessante: ha portato avanti diversi laboratori con gli adolescenti in alcuni licei della città, radicandosi sul territorio; ha realizzato frequenti performance spesso all’aperto e fuori dai teatri durante festival e rassegne come Romaeuropa e Teatri di vetro; e ha prodotto almeno cinque spettacoli per adolescenti e bambini. In poche parole Dynamis, come dice il nome dinamico, non si è mai fermato portando avanti gli studi degli spettacoli in un’ottica di cantiere aperto, con un metodo che ha privilegiato il lavoro di gruppo e valorizzato dentro il collettivo i singoli giovani attori.

In un panorama cittadino piuttosto sterile e fermo, quello delle compagnie teatrali emergenti, nel quale le scelte di auto formazione, di studio e di investimento dei giovani attori e performer, o aspiranti tali, ricadono sempre sulle solite accademie romane para-televisive e para-Cinecittà e le centinaia di “scuole di teatro” – che non conoscono crisi – il percorso di sostanziale ricerca teatrale del gruppo Dynamis, la sua curiosità e la sua iperproduttività spiccano come una novità che fa ben sperare, una scommessa sul futuro. Basta farsi un giro su internet per vedere la proliferazione di scuole d’attore e di recitazione cittadine, perlopiu private, ispirate all’accademia classica teatrale, che ormai ricoprono un ruolo prettamente sociale, come un tempo potevano averlo le melodrammatiche di paese o di quartiere, lontanissimo da aspirazioni o tensioni artistiche. La “scuola” di Dynamis appare in controtendenza rispetto alla maggioranza di queste vecchie esperienze formative in città e sembra aver respirato l’aria internazionale di pochi e validi, e poveri, festival di teatro di ricerca che si sono affermati in città in negli ultimi dieci-quindici anni (come Short Theatre e il “ricco” e istituzionale Romaeuropa). Inoltre il metodo del gruppo Dynamis è debitore dell’avanguardia novecentesca, in particolare per il lavoro sul corpo e lo studio sulle regole della biomeccanica dell’attore elaborate da Mejerchol’d.