i doveri dell'ospitalità

Su Platero e io di Jiménez

di J.M. Coetzee

traduzione di Paola Splendore

illustrazione di Juan Bernabeu

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Questo testo è un’anticipazione dal libro Late Essays 20062017 di J.M. Coetzee (in preparazione da Einaudi). Ringraziamo l’autore per l’autorizzazione a pubblicarlo e gli editori Viking ed Einaudi. L’immagine a pagina 100 è una illustrazione di Juan Bernabeu, da Platero y yo edizioni Else 2016 (cartella serigrafica in tiratura limitata di 50 copie) che ringraziamo.

Platero e io (Platero y yo) è comunemente ritenuto un libro per bambini e in libreria si trova nel settore a loro dedicato. Nella raccolta di istantanee tenute insieme dalla figura dell’asino Platero s’incontrano tuttavia cose che potrebbero turbare una mente sensibile, e altre che esulano dall’interesse dei bambini. Per questo preferisco considerare Platero e io una serie di impressioni di vita della città andalusa, Moguer, dove è nato Juan Ramón Jiménez, ricordate da un adulto che non ha perso il contatto con l’immediatezza dell’esperienza infantile. Tali impressioni sono registrate con una delicatezza e una misura appropriate quando accanto al lettore adulto ci sia un pubblico di bambini.

Oltre all’onnipresente sguardo del bambino, c’è un altro e più evidente sguardo nel libro, quello di Platero. Per gli umani gli asini non sono creature particolarmente belle – non come le gazzelle (per fermarci agli erbivori), o anche i cavalli – ma hanno il vantaggio di avere begli occhi: grandi, scuri, liquidi – potremmo dirli profondi – e dalle lunghe ciglia. (Gli occhi dei maiali, più piccoli, più rossi, ci appaiono meno belli. Forse è per questo che non ci riesce di amare o fare amicizia con questi animali intelligenti, socievoli, divertenti? Quanto agli insetti, i loro organi della vista ci appaiono così strani che non è facile affezionarci a loro.)

C’è una scena spaventosa in Delitto e castigo in cui un contadino ubriaco colpisce una giumenta sfinita fino ad ammazzarla. La colpisce prima con una sbarra di ferro, poi la picchia sugli occhi con un bastone, quasi a voler cancellare la propria immagine dai suoi occhi. In Platero e io leggiamo di una vecchia giumenta cieca scacciata via dai padroni ma che si ostina a tornare, facendoli arrabbiare così tanto che alla fine la uccidono a sassate e bastonate. Platero e il suo padrone (è questo il termine usato nella nostra lingua ma non è certamente quello che adopera Jiménez) la trovano morta sul ciglio della strada; i suoi occhi orbi alla fine sembrano vedere.

Alla tua morte, il padrone di Platero promette al suo asinello, non ti abbandonerò sul bordo della strada ma ti seppellirò ai piedi di quel grande pino che ami.

È lo sguardo reciproco che passa tra gli occhi di un uomo – un uomo deriso dai giovani zingari come matto, il narratore di Platero e io piuttosto che di Io e Platero – e gli occhi del ‘suo’ asino a stabilire il legame profondo tra loro, un legame molto simile a quello che si stabilisce tra la madre e il neonato quando i loro sguardi si incrociano la prima volta. Un mutuo legame tra l’uomo e la bestia più volte confermato: “Ogni tanto Platero smette di mangiare e mi guarda. Ogni tanto io smetto di leggere e guardo Platero”.

Platero acquista la sua individualità – come vero e proprio personaggio – con una vita e un bagaglio di esperienze tutte sue nel momento in cui l’uomo che chiamo il suo padrone, il matto, si accorge che Platero lo vede, riconoscendolo così come suo simile. In quel momento ‘Platero’ cessa di essere un nome qualsiasi e diventa l’identità dell’asino, il suo vero nome, l’unica cosa che possiede al mondo.

Jiménez non umanizza Platero, ne tradirebbe l’asinità, mentre è proprio la sua natura asinina a precludere e a rendere inscrutabile agli uomini l’esperienza di Platero. E tuttavia questa barriera viene ogni tanto infranta quando per un attimo la visione del poeta riesce a illuminare come un raggio di luce il mondo di Platero; o per dirla in altre parole, quando i sensi che noi esseri umani abbiamo in comune con gli animali, imbevuti del nostro amore, ci consentono, con la mediazione del poeta Jiménez, di intuire quell’esperienza: “Platero, con gli occhi neri tinti del granata del tramonto, se ne va, pian piano, presso una pozza di acqua cremisina, rosa, violetta; affonda dolcemente la bocca in quegli specchi che paiono tornar liquidi quando li tocca lui; e nelle sue fauci enormi vi è come uno scorrere profuso di cupe acque di sangue.”

Tratto Platero come se fosse un bambino… lo bacio, lo inganno, lo faccio arrabbiare… E lui capisce benissimo che gli voglio bene; e non mi serba rancore. È così uguale a me, così diverso dagli altri, che son giunto a credere che sogni i miei stessi sogni.” Qui siamo sospesi sull’orlo di quel momento così tanto desiderato nella vita fantastica dei bambini in cui la grande barriera tra le specie svanisce e siamo tutt’uno con le creature da cui siamo stati esiliati così a lungo. (Da quanto tempo dura l’esilio? nel mito giudaico-cristiano l’esilio dato dalla nostra espulsione dal Paradiso, e la fine dell’esilio è desiderata come il giorno in cui il leone giacerà con l’agnello).

In questo momento vediamo il matto, il poeta, comportarsi con Platero con la stessa gioia e affetto con cui i bambini trattano i cuccioli e i gattini, e Platero risponde come i giovani animali reagiscono ai bambini, con altrettanta gioia e affetto, come se sapessero, – lo sa il bambino, ma non l’adulto controllato e prosaico – che in fondo siamo tutti fratelli e sorelle a questo mondo, e che per quanto umili, dobbiamo avere qualcuno da amare o appassiremo e moriremo.

Platero alla fine muore. Muore perché ha ingoiato del veleno ma anche perché la vita di un asino non è lunga come quella di un uomo. A meno che non scegliamo di diventare amici di elefanti o tartarughe, capiterà più spesso a noi di piangere la morte dei nostri amici animali che a loro la nostra: è una delle dure verità cui Platero e io non sfugge. Ma in un altro senso Platero non muore: questo “sciocco asinello” ritornerà sempre da noi, ragliando, circondato da bambini ridenti, e inghirlandato di fiori gialli.

(Juan Ramón Jiménez, Platero y yo, a cura di Antonio Gasparetti, Nuova Accademia Editrice, Milano 1959. Il saggio di J.M.Coetzee è tratto da Late Essays 2006-2017, Viking 2017. Copyright © dell’autore.)

 

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Allergici e diabetici

di Carlo Levi

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Gli allergici, come dice la parola, operano sempre… contro qualcuno, contro l’altro, un altro. Hanno costantemente un nemico, che li tiene svegli. Riconducono gli avvenimenti, i mali, all’opera di un colpevole: sono gli inventori della colpa, del senso di colpa, del complesso di colpa, degli stati, della vita difensiva di gruppo, dei clan, delle città, delle frontiere, del mistero dell’altrove, della paura, del pudore, dei rituali simbolici di nascondimento, delle idee di influsso negativo e magico. Sono i fondatori e sostenitori degli eserciti permanenti e costosi, dei controlli, del potere dello Stato e delle Polizie, della incontestabile Autorità paterna, della maglia di lana sulla pelle, del timore delle correnti d’aria, del purismo linguistico (toscaneggiante e romanescheggiante). Di tutte le intolleranze, settarismi, violenze, incomprensioni testarde, pregiudizi, prevenzioni. La loro ideale purezza è già sempre macchiata da qualcosa, da un granello iniziale e ipotetico, la cui visibile presenza basta a scatenare gli choc più immediati, la guerra, l’ira folle, il linciaggio. Eserciti linfocitari e immunitari stanno nelle caserme, come battaglioni della Celere con i loro gas candelotti, giornali, poliziotti, giudici e ministri nelle retrovie ….

Dall’altra i Diabetici, immersi già anzitempo nel Gran Tutto nirvanico, ignari di qualunque nemico, inventori del Cortisone e delle leghe bracciantili, e dell’Evangelo e del Socialismo utopistico e umanitario e anarchico, e delle idee tanto tradite di Egalité e di Fraternité, dell’Antirazzismo, della Santità, della Superbia, dell’Orgoglio, delle Sfere Celesti, di Candide ou de l’Optimisme, di Quello che fa il Padre è sempre Ben Fatto, del Lieto Fine, dei bei banchetti in campagna, della pittura impressionista che non poteva durare perché anch’essa si lasciava per noncuranza mangiare dai topi. Il Dio dei Diabetici avendo predicato alle turbe dei Farisei e Sadducei che erano naturalmente allergici, poteva essere adorato soltanto morto deriso e crocifisso, come permanente paradosso. E certo, in un mondo di Allergici, c’è poco da sperare per la razza umanitaria dei Diabetici, relegati alla condizione (vergognosa) di malati da tenere sotto sorveglianza di diete carcerarie e da campi di concentramento, giusta punizione o contrappasso per chi pretenderebbe di aver tutto, di donare tutto, e non mai sapere alcun limite arbitrario! E si ammalano agli occhi, essi che vorrebbero poter vedere ogni cosa, nessuna considerandola nemica, o in sé vergognosa o pudenda; e al cuore e alle arterie, questi che vorrebbero amare ogni oggetto e essere vivente, e circolare dappertutto, come un sangue vitale, senza frontiere. In un mondo, come il nostro, allergico, con le sue ideologie allergiche, le sue superstrutture allergiche, la sua economia politica allergica, la sua medicina allergica …, è naturale che il Diabete diventi non una costituzione, una condizione, un sistema, un modo di rapporti diversi e complessi, una cultura, una civiltà anche da un punto di vista fisico, chimico, biochimico, elettrico, morale, interreativo, scade al livello di anormalità, diventa malattia. ….

(Appunto del 29.4.73 ora in Quaderno a cancelli, Einaudi 1979)

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pianeta

I figli di Daesh e il nostro destino

di Domenico Chirico

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In Siria ci sono 11mila tra donne e minori stranieri, familiari dei combattenti dell’Isis, che vivono in campi sorvegliati. Provengono da più di 60 nazioni diverse. Tra loro anche 120 orfani. In totale i minori potrebbero essere più di 8mila e parliamo di bambini fino a 12 anni. Chi ha più di 13 anni non si trova invece. Forse è in prigione o sottoterra. Perché l’Isis, che chiameremo con l’acronimo arabo Daesh, addestrava alla guerra i minori sin dalla più tenera età. E addestrava soprattutto all’odio e alla violenza. Odio verso gli infedeli e l’altro da sé. Tra i minori ci sono anche le “forze speciali”, con almeno 60 bambini che sono stati addestrati a commettere omicidi e torture e che ora sono in un centro di de-radicalizzazione creato dai kurdi siriani, con pochi mezzi e senza psicologi.

Bisogna ricordare che al massimo della sua espansione Daesh controllava un territorio con più di 8 milioni di abitanti. I minori educati da Daesh sono centinaia di migliaia. I figli dei foreign fighters, i combattenti stranieri, sono una minoranza. Che però oggi è detenuta con le madri in campi provvisori allestiti in Siria.

Il dottor B. è un medico siriano che parla russo, perché molti siriani hanno studiato negli anni Ottanta e Novanta nelle università di Mosca. E segue le donne e i minori detenuti in uno dei campi più grandi, il Roj camp di Al Malikihye. I figli dei combattenti stranieri erano più di 1.200 in questo campo, fino alla battaglia finale di Baghouz contro Daesh quando ne sono arrivati altre migliaia. Affamati, arrabbiati, senza speranza. Vivono da due anni sotto le bombe. Moltissime donne vengono dalle repubbliche ex sovietiche e il dottore se ne prende cura anche se spiega che è molto difficile prendersi cura di chi è stato per anni il tuo stesso persecutore. Ma i principi umanitari impongono di avere cura di tutte le persone in stato di bisogno e molti medici siriani operano in questo senso. E anche perché sono tutti stanchi di guerra e di violenza con un conflitto che dura da 8 anni e che ha provocato fino a oggi più di 5 milioni di rifugiati all’estero, 7 milioni di sfollati e 11 milioni di persone in stato di bisogno. Su una popolazione ante-guerra di 22 milioni di persone. E mentre per molte delle più di 50 nazionalità rappresentate, inclusi molti musulmani cinesi – gli uiguri – non c’è una reale speranza di rimpatrio, il problema si dovrebbe porre per donne e minori europei. I loro governi d’origine non li vogliono. Vorrebbero vederli tutti scomparire. Alcuni governi più sensibili, europei, si sono spinti a dire che avrebbero ripreso i minori e non le madri. Separandoli.

Per i combattenti prigionieri, circa 2000, si sta ragionando invece sull’allestimento di un tribunale o sul loro trasferimento in Iraq, dove però vige la pena di morte. Sarebbe il modo più comodo per liberarsene, affidando di fatto agli iracheni una massa di esecuzioni, anche di cittadini europei.

Ma per donne e minori che non dovrebbero avere colpe? Quale potrebbe essere il loro destino?

A tutt’oggi nessuno se ne vuole occupare. Il fardello è stato lasciato alle autorità kurdo-siriane del nord est della Siria che però non hanno né riconoscimento a livello internazionale né la forza politica e sociale o economica per gestire un numero così ampio e delicato di prigionieri. E poi ci sono gli attori umanitari che si danno da fare per dare delle risposte a situazioni che sono al limite. Dove i fondi arrivano a rilento, quando arrivano. L’assistenza è complessa e veicolata attraverso l’Iraq perché il nord est della Siria non è accessibile né da Damasco né dalla Turchia.

Il punto che frena molti governi dal creare programmi di rimpatrio per le donne è che molte sono state sodali dei loro uomini, hanno partecipato a training militari, li hanno incoraggiati, alcune hanno fatto parte di speciali milizie femminili. Difficile distinguere ora tra le migliaia. Alcune sono giovanissime che hanno seguito i mariti dall’Europa, come da piccoli paesi di tutto il mondo, come le Maldive o la Bosnia. E non erano consapevoli dell’abisso in cui si sarebbero trovate, con bambini appena nati e da crescere. Sotto gli incessanti bombardamenti della Coalizione anti-Isis che ha raso al suolo intere città. Difficile dunque distinguere tra vittime e carnefici tra di loro ma sicuramente i minori non hanno colpe e sono vittime. Farli crescere in campi male attrezzati con un’estate alle porte che prevede i soliti 50 gradi e gli scorpioni del deserto grandi quanto una mano come compagni di gioco non è un futuro. È la scelta di lasciarli morire o crescere nell’odio. È una scelta miope che non prevede il fatto che molte e molti possano fuggire, come già accaduto. E che molte possano covare un odio cieco verso i paesi di provenienza, inclusa l’Europa. Bombe a orologeria lasciate nel mezzo della Siria, e nulla esclude che un giorno tornino con mezzi di fortuna in Europa.

Ci sono anche, si stima, quattro donne italiane. Le autorità competenti lo sanno e nessuno fa niente. Donne di nazionalità italiana con figli, ma di origine maghrebina. Forse considerate per questo di serie B. O semplicemente punite come le altre per la loro scelta sbagliata o avventata. E lasciate lì a marcire.

Alcuni attori umanitari continuano a proporre all’Europa soluzioni come programmi di reintegrazione e rimpatrio. Con assistenza psicologica e reinserimento. Ma sono voci inascoltate. Prevale il sentimento di cinismo e punizione. Solo alcuni governi, sempre illuminati come gli svedesi, hanno rimpatriato 10 orfani originari del loro paese. Per il resto nulla. E invece questo sarebbe, almeno per l’Europa, uno dei campi dove esercitare la sua supposta civiltà. Ma dopo aver chiuso gli occhi davanti ai naufragi nel Mediterraneo è difficile pensare che si aprano di fronte a questi minori e alle loro madri che hanno scelto, o subìto, un destino così complesso. Ma la capacità di perdonare, accogliere e integrare sarebbe un esempio di forza. Non di debolezza. La debolezza ci sarà quando ci giungeranno le voci, che già arrivano, dei minori che muoiono nei campi o abusati. Delle donne che subiscono violenze, ulteriori o perpetue. E sarà un boomerang per l’Europa. Come sempre è in gioco il destino di tutti. I ragazzi cresciuti nelle periferie francesi o del Belgio, o la donna di Treviso trattenuta in Siria e che a centinaia hanno aderito a Daesh sono nostri concittadini. Non alieni. Non moriranno tutti e dobbiamo prenderci cura anche di loro. Abbandonarli è un altro crimine in un conflitto che rischia di non finire mai.

***

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urbanistica del disprezzo

C’è speranza se questo accade a Brescia? Un diario

di Marino Ruzzenenti

Stormie Mills

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Mario Lodi, il Maestro di Piadena che mi onorò della sua amicizia e che ci ha lasciato qualche anno fa, mi perdonerà se faccio il verso al titolo del suo primo libro, C’è speranza se questo accade al Vho, la piccola frazione Piadena in cui insegnava e di cui narra, in forma di diario, la sua mirabile esperienza educativa tra il 1959 e il 1962. Un titolo allora profetico che esprimeva un messaggio di profondo rinnovamento pedagogico, culturale, etico che si sarebbe riverberato nei decenni successivi producendo grandi cambiamenti nella crescita sociale, civile, morale e umana del Paese. Riprendendo quel titolo, per questo piccolo diario di due mesi di singolari ma significativi eventi accaduti nella città in cui mi capita di vivere e in un tempo il cui spirito è lontano anni luce da quanto accadeva al Vho, ho aggiunto un punto di domanda. Al lettore, se avrà la pazienza di scorrere queste paginette, l’onere di darvi una risposta.

8 aprile 2019. Discariche, discariche, discariche: grande opportunità per rigenerare il territorio

Paesaggi alterati. I luoghi di raccolta e smaltimento rifiuti, prospettive e approcci contemporanei di Silvia Dalzero, per i tipi di Liberedizioni-Fondazione Asm, affronta un tema caldissimo per la realtà bresciana e, forse, per questo la sua presentazione, lunedì 8 aprile 2019, nella Sala Giudici di Palazzo Loggia, ha visto la partecipazione di ben due Rettori universitari, Maurizio Tira, dell’Università degli studi di Brescia e Alberto Ferlenga della Iuav di Venezia, nonché del Presidente del Consiglio Comunale Roberto Cammarata, coordinati da Marcello Zane, editore del testo. La curiosità era molta: Brescia è ormai nota a livello nazionale per la quantità smisurata di rifiuti di ogni tipo interrati in troppe discariche pari a circa 90 milioni di metri cubi, ma anche perché continua a ricevere ogni anno più di un quinto di tutti i rifiuti speciali nazionali e oltre il 75% di quelli lombardi.

Si parte con l’intervento d’esordio del Presidente del Consiglio comunale, già Presidente della Fondazione Asm. A suo dire il tema oggetto del libro della Dalzero, fortunatamente, non riguarderebbe il territorio del Comune di Brescia, perché grazie al grande “termoutilizzatore” di Asm-A2A non esisterebbero all’interno dei confini del capoluogo discariche e comunque non vi sarebbero istanze in corso. Gli attivisti del PD del Codisa, il Comitato ambiente e salute della zona Sud di Brescia, sono così serviti: non si capisce perché si agitino tanto contro la richiesta della nuova mega discarica Castella 2 o siano preoccupati per la discarica radioattiva abbandonata all’incuria dell’ex cava Piccinelli e per le tante discariche che impestano la zona sud di Brescia. Insomma Cammarata, pure lui del PD, ha voluto offrire un esempio lampante di come un politico, con un ruolo istituzionale di prestigio, sia tanto connesso con gli interessi di una grande impresa privata quanto del tutto sconnesso con il proprio popolo che dovrebbe rappresentare.

Quindi si è entrati in argomento: ovvero come per il territorio bresciano le tante discariche che lo devastano possano essere un’opportunità, offrendo innumerevoli spunti per una progettazione urbanistica di rigenerazione di questi luoghi. L’entusiasmo della relatrice, al riguardo, è stato forse eccessivo, se il Rettore di Brescia Maurizio Tira ha azzardato una battuta: stiamo attenti, perché si potrebbe essere fraintesi come quei signori che ridacchiavano compiaciuti per le opportunità che si aprivano con il terremoto dell’Aquila. Aggiungendo, bontà sua, che bisognerebbe impegnarsi di più per prevenire nuove discariche …

Ma il climax dell’incontro, di certo registrato e reperibile presso il Comune, si è raggiunto nell’intervento conclusivo della relatrice, quando ha voluto commentare un articolo della stampa locale di quel giorno dedicato ai danni per la salute dell’inquinamento atmosferico: nel lancio in prima pagina di uno di questi, vi era una foto della città di Brescia che inevitabilmente faceva svettare tra lo smog anche – dio non voglia – il camino dell’inceneritore A2A. Lo sdegno di Silvia Dalzero non poteva mancare per questa ennesima fake news, veicolata da un’immagine che sembrava addossare lo smog della città anche agli impianti di A2A: “Signori, la verità è che dal camino del termo-utilizzatore esce soltanto vapore acqueo!” Applausi! E i due Rettori presenti, in omaggio alla scienza accademica, non hanno fatto un plissé. Forse il Rettore Tira l’ha presa come un’icastica anticipazione delle conclusioni del convegno sull’inquinamento dell’aria, che lo stesso Tira organizzerà due mesi dopo e di cui si dirà più avanti.

18 aprile 2019. La presidenza del Musil a un esponente dell’Associazione industriali, entità meritevole di tale incombenza in quanto “super partes”

Il Consiglio di indirizzo del Musil, Museo dell’industria e del lavoro, promosso con caparbietà da un ventennio dalla Fondazione Luigi Micheletti, in vista dell’imminente apertura dei cantieri, ha eletto un nuovo Presidente nella figura di Paride Saleri, di recente integrato nel Consiglio come ulteriore rappresentante dell’Associazione industriali bresciana. Nulla da eccepire sulla scelta, peraltro condivisa all’unanimità. Da segnalare, invece, le motivazioni portate da chi si è assunto l’onere di proporne al Consiglio, e poi esporre alla stampa, la candidatura: poiché la storia del Musil, in certi momenti, aveva sofferto delle fisiologiche tensioni del variare delle maggioranze politiche nelle istituzioni si proponeva un rappresentante dell’Associazione industriali proprio perché “al di sopra della parti”. Curiosamente, questo riconoscimento del ruolo super partes dell’impresa privata proveniva da un esponente politico del PD che fu, in passato, segretario generale, comunista, della Camera del Lavoro bresciana, la fu gloriosa Cgil che condusse una battaglia infinita contro il “padrone delle ferriere” Luigi Lucchini, poi diventato Presidente di Confindustria. Oggi molti lamentano il fatto che la politica sarebbe subalterna all’economia, ma quando mai!

30 aprile 2019. Premio per l’impresa sostenibile offerto al gruppo Feralpi di Giuseppe Pasini, presidente dell’Associazione industriali, dal sindacato della Fim Cisl nazionale.

Ecco un modo “innovativo” per prepararsi come sindacato dei lavoratori a festeggiare il 1° maggio Festa del Lavoro! “Sostenibilità. La Cisl premia la Feralpi. Bentivogli: «Non dobbiamo dividerci sul mercato: ce lo dobbiamo riprendere»”. Così titolava “Il corriere della sera – Brescia”. E continuava l’articolo: “Alla vigilia del Primo Maggio quale modo migliore di festeggiare se non premiando le aziende che investono in sostenibilità? È quello che sta facendo la Cisl sostenendo l’iniziativa di «Next», l’associazione di Leonardo Becchetti che vuole mappare le aziende virtuose, quelle che lavorano per ridurre l’impatto ambientale e che rispettano certi indicatori sociali. Tra queste c’è «Feralpi Siderurgica», l’acciaieria di Giuseppe Pasini che è stata inserita nella mappa delle imprese che guardano al futuro. Non a caso, è nella sede dell’azienda di Lonato che la Cisl ieri ha organizzato la quarta edizione di quello che è stato ribattezzato il «Cash Mob Etico». Ossia la Festa del Lavoro sostenibile, che punta a dare ai cittadini-consumatori il poter di «votare col portafogli». Uno slogan, mutuato dagli Stati Uniti, che secondo Becchetti potrebbe «orientare i consumi» in maniera concreta: il professore di Economia, che è il fondatore di «Next» (acronimo di Nuova economia per tutti), è convinto che questa pratica farà sempre più strada. Complice anche la Rete, divulgazione e consapevolezza cresceranno”. Ed effettivamente se si va sul sito https://www.nexteconomia.org/project/cash-mob-etico/ si ha la conferma dell’incredibile, cioè che il gruppo Feralpi svetta tra le poche imprese italiane premiate come “modello di sostenibilità ambientale”. Chissà se Fim Cisl e Next han tenuto conto del fatto che del gruppo Feralpi fa parte anche Ecoeternit, la mega discarica di amianto di Vighizzolo, che, tra l’altro, “a propria insaputa” tumulava le lastre di amianto trattate da un solo lato, invece che su ambedue come la legge impone, e che ha avuto la sfrontatezza di ricorrere contro il “fattore di pressione”, che porrebbe un limite, in verità assai blando, al proliferare incontrollato di discariche su un territorio già devastato oltre ogni misura. Una licenza di disporre del patrimonio ambientale a piacimento dell’impresa privata che lo stesso Giuseppe Pasini, in qualità di Presidente dell’Associazione industriali, ha preteso riaffermare presentando analogo ricorso. Insomma un imprenditore campione di sostenibilità che meritava un riconoscimento persino dal sindacato dei lavoratori!

2 giugno 2019. Ambientalisti “tranquilli” e non “facinorosi” in marcia con le autorità

Sulla mailing list del Tavolo Basta veleni, gira uno strano messaggio, originariamente inviato a pochi “selezionati” destinatari:

Oggetto: 2 giugno 2019. Carissimi TUTTI, Vi confermo che domenica 2 GIUGNO 2019 ORE 10,40 IN VIA MILANO PRESSO IL PARCO ROSA BLU DI VIA MILANO, il prefetto di Brescia ci aspetta numerosi in quanto ha fatto un enorme passo verso l’ambiente bresciano facendo, appunto, la cerimonia di commemorazione presso il sito CAFFARO simbolo dell’inquinamento a Brescia. Mi ha chiesto di essere presenti noi tutti ed invitare quei comitati “tranquilli” portando un cartello con indicata la propria città/paese del tipo: Brescia c’è! Montichiari c’è! ecccccc oppure un cartello con un accenno al 2 giugno insomma sul tema Festa della Repubblica/Ambiente. Vi chiedo quindi di rivolgere l’invito a quei comitati anche fuori Brescia, non facinorosi e, soprattutto non divulgarlo via internet, anche perché potremmo incorrere in destinatari sbagliati. Spero di vedervi numerosi ci sentiamo per metterci d’accordo su dove trovarci. Ciao Imma”.

Imma sarebbe una certa Imma Lascialfari, già presidente di un sedicente Coordinamento dei Comitati Ambientalisti Lombardia, di recente misteriosamente scioltosi e rinato in Ambiente Futuro Lombardia.

L’iniziativa appare tanto stravagante che sarebbe inopportuna una qualsivoglia attenzione, anche perché appartiene ad un’infima minoranza del variegato ambientalismo bresciano che da anni si riconosce nel Tavolo Basta veleni e che ovviamente ha ignorato l’appello, esprimendo al più qualche meritato sfottò. Tuttavia, allo storico dilettante del passato ventennio fascista non possono sfuggire alcuni inquietanti echi: quando c’era Lui vigeva la consegna di partecipare alle adunate pubbliche assumendo comportamenti consoni e ostentando cartelli predisposti (oltre a quelli inneggianti al regime, si usava, ad esempio, “Fascio di Brescia: Presente! Fascio di Montichiari: Presente!” ecc.) secondo il volere dell’autorità costituita che promuoveva le stesse adunate. Ovviamente vi erano anche delle differenze non di poco conto: di fatto all’epoca vigeva una sorta di obbligo a presenziare e i “facinorosi”, come venivano letteralmente indicati gli antifascisti, invece che essere soltanto invitati a starsene alla larga erano costretti per quel giorno agli arresti domiciliari o, peggio, in carcere, a mo’ di prevenzione di indesiderate turbolenze. Ed è un sollievo constatare che oggi gli ambientalisti “tranquilli” che sfilano agli ordini del potere costituito siano “quattro gatti” e che invece i “facinorosi”, liberi ed indipendenti da ogni potere e al servizio solo della tutela dell’ambiente e della salute, siano migliaia come hanno dimostrato nella manifestazione del 10 aprile 2016 e come dimostreranno nella prossima manifestazione del 27 ottobre 2019.

storie

Infermieri

di Giorgio Villa

Barry McGee

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Era di novembre, credo, alla fine degli anni Settanta quando mi trovai a visitare, nel corso di una guardia medica, una anziana signora ormai da tempo ridotta a letto, obesa e ipertesa. Quando seppe che mi stavo specializzando in psichiatria e che frequentavo l’Ospedale Santa Maria della Pietà, il grande manicomio provinciale di Roma da poco chiuso dopo la legge 180, ma ancora pieno di malati, cominciò a parlare a raffica del suo lavoro nei reparti del Manicomio. Era stata, per quasi quaranta anni, infermiera nell’Ospedale. Le malate le si erano incollate addosso con una gamma infinita di storie, di miserie, di drammi: Nilde dagli occhi tristi che, come Ofelia, era entrata in un ruscello per non uscirne più, Maria Amelia che indovinava i sogni delle infermiere e che sapeva sempre dire se il fidanzato “era quello buono”, Anna che doveva essere tenuta legata al letto le cui gambe erano state cementate nel pavimento dal momento che la sua forza sovraumana le permetteva di ribaltarsi con letto, materasso, cinghie e tutto il resto. Tempo dopo ebbi modo di seguire, per qualche anno, la stessa Anna che viveva tranquillamente con altre quindici anziane signore in una graziosa villetta presso il parco archeologico di Veio. Mi sembrò incredibile che si trattasse della stessa persona: le chiesi cosa ricordasse del Manicomio e lei mi disse: “Che le devo dì dottò: ero una furia scatenata, appena vedevo mi madre, poi, me imbestialivo ancora de più.” Da anni l’anziana infermiera non aveva modo di parlare con nessuno della sua straordinaria esperienza. Ad esempio mi raccontò che quando le infermiere del Manicomio si ammalavano venivano ricoverate in un “Repartino” per infermiere nel Manicomio stesso forse perché, assuefatte da anni di follia, si temeva potessero trasmettere qualche pericoloso bacillo nel mondo dei “normali”. Questi decenni di istituzione totale, quasi settanta, l’equivalente della durata della storia dell’URSS, sono caduti nell’oblio e in un silenzio che pochi hanno cercato di riscattare. Penso, ad esempio, all’opera di Mario Tobino, ma anche, più vicino a noi, al mio amico Adriano Pallotta, ex infermiere del Manicomio, che è riuscito a salvare, con la sua amorosa attenzione, una selva di episodi, personaggi e oggetti dell’Ospedale Psichiatrico. Ancora oggi, superata l’età di ottanta anni, sembra non poter stare troppo lontano dalle mura del Maniconio e continua a scortare, in visita al Museo della Mente, intere scolaresche e gruppi di visitatori. Gli infermieri condividono con i medici un potere enorme e dai confini cangianti e non coincidenti. Molto spesso è la parola di un infermiere esperto che risulta decisiva, quando occorre ricoverarsi, nella scelta di un reparto o di un ospedale perché si sa che i medici, anche se bravissimi, non sono in grado di avere una presa diretta su una realtà complessa e stratificata quale è quella di un grande ospedale. Naturalmente ogni infermiere anziano che ho conosciuto avrebbe desiderato avere un figlio medico e realizzare, quindi, il sogno del grande salto sociale. Angelo, caposala signorile e perfetto del padiglione 32, mi chiese un giorno di visitare un nipote durante una epidemia influenzale: conoscevo benissimo la zona in cui abitava e, quindi, mi stupii di trovarlo ad attendermi di fronte al suo palazzo. Mentre attraversavamo il cortile mi confessò, non senza imbarazzo, che da quando era stato chiuso il Manicomio aveva detto agli amici e ai vicini di casa che era stato promosso “psicologo” (era uno dei pochi infermieri che pronunciava “psi” e non “pisi”) e che, quindi, non doveva più portare la divisa di ordinanza. D’un tratto mi si chiarì il piccolo mistero relativo alla divisa di Angelo; tutti credevamo che l’immacolato candore e la stiratura perfetta dipendessero da una sorta di vanità; negli ultimi anni del Manicomio la lavanderia era andata incontro a un processo di grave degrado e, quindi, molti infermieri e portantini si erano visti costretti a portare a casa i camici, i pantaloni e le bluse. Pensavamo, quindi, che la moglie di Angelo fosse una perfezionista del bucato. In realtà Angelo provvedeva a lasciare le sue divise due volte la settimana presso una tintoria proprio di fronte all’Ospedale per evitare che i vicini le vedessero stese ad asciugare.
Roma è una città che potrebbe essere esplorata da terrazza in terrazza: mi colpivano molto quei camici e quelle divise che svolazzavano in ogni stagione appesi ai fili per il bucato soprattuto nelle zone di Monte Mario, nelle vicinanze dell’Ospedale Psichiatrico e che avevo modo di osservare nel corso delle visite che dovevo compiere per la Guarda Medica di Primavalle. Ovviamente, cessata la funzione della lavanderia e svuotatosi in parte il Manicomio, i panni tracimati fuori dalle mura dell’istituto finivano per essere indossati anche nella intimità domestica o, rattoppati e quasi resi irriconoscibili, terminavano il loro servizio come abiti da lavoro nell’orto o in campagna. Così poteva capitare che un ex dipendente del Manicomio si sentisse sfottere dagli amici, mentre accudiva l’orto e il pollaio, con la tipica espressione: “Ma se’ proprio de Monte Mario.” Là dove il toponimo assumeva una connotazione analoga a essere “tipo da Manicomio”.
Nella località “I Terzi”, verso Bracciano, andai a visitare Romolo, un infermiere in pensione che aveva realizzato il suo sogno di costruire una baracca su un terreno che aveva coltivato a orto e a vigna. Assaggai il suo vino, verdognolo e frizzante, e le marmellate di fichi e more, deliziose, e osservai i lavori di preparazione delle arnie per le api. La bellezza del luogo era solo leggermente intaccata da un sentimento di solitudine. Romolo mi confessò che la famiglia gli era ostile; dopo anni e anni di turni infiniti in ospedale la moglie, i figli, i generi e la nuora gli erano diventati del tutto estranei e solo le voci del grande Manicomio gli facevano compagnia nel silenzio assordante della campagna. Ai miei complimenti per come teneva il suo pezzetto di terra Romolo rispose non senza sconforto: “Me sa che i miei figli aspetteno solo che muoia per mannà tutto alla malora.” Nella storia del Manicomio ciò che colpisce era che i turni degli infermieri erano veramente massacranti in sintonia con la richiesta della istituzione che era solo di sorvegliare e punire, mai di capire. Cambiò tutto, o quasi, verso la metà degli anni Settanta: i giovani infermieri dei reparti “aperti” partecipavano con entusiasmo ai primi esperimenti di “uscita” dal Manicomio e di accompagnamento a casa o in gita o a un soggiorno di alcuni pazienti. Era, di fatto, un doppio sdoganamento che ebbe momenti euforici ed eroici al punto che già pochi anni dopo alcuni infermieri più anziani, trasferiti ai neo-nati Presidi Territoriali, non potevano fare a meno di raccontare le storie della loro gloriosa prigionia, un po’ come Eduardo De Filippo in Napoli Milionaria (1950). L’infermiere Germano, enorme e retorico, continuava a raccontare, mentre si camminava per andare al bar e, come espediente retorico, si fermava tutto a un tratto allargando le braccia. Seguirlo era faticoso anche perché ci si sentiva come dei pesci avvinti dalla sua rete narrativa. Ci fermavamo, per rispetto, anche se i racconti erano sempre gli stessi dal momento che erano stati ripetuti infinite volte al punto che si sarebbe potuto, come in un film di Bunuel, sentirsi dire: “Ora vi racconto il 23… ma forse è meglio il 42 quello della Suora”. Infiniti sono gli aneddoti che descrivono le storie, talora drammatiche, altre volte comiche, che vedono al centro la coppia formata da medico e infermiere impegnati in un turno di emergenza del servizio 118.
Una volta mi trovai con Annamaria, una infermiera esperta, ma appena rientrata da un periodo di malattia per una brutta influenza a guadagnare una destinazione remota e quasi inaccessibile per il traffico serale del rientro. Lì ci aspettava un “brutto” ricovero. Mentre venivamo portati da un fiume di vetture per strade sempre più anguste Annamaria mi confessò di sentirsi male, forse a causa del “Demone della pulizia” che la sera prima l’aveva indotta a miscelare, senza accorgersene, varechina e ammoniaca e a respirarne gli insani vapori. Allungata sul sedile accanto al guidatore della nostra vecchia Panda di servizio, Annamaria, a una rapida ed estemporanea visita, mostrava tutti i segni di una brutta congestione gastrica. Quel panino frettolosamente consumato a pranzo era diventato come un blocco di cemento nello stomaco e sembrava non decidersi né di andare giù, né di tornare su. Con tutta evidenza la mia pallida infermiera doveva solo rigettare, ma dove? Su quella maledetta via (via di Grottarossa) non era possibile neppure accostarsi a rischio di bloccare tutta la corsia. Quando ecco che ci si profilò, di lato, la salvezza sotto forma di un piccolo accesso a un minuscolo cortile privato. Ingolfata nella sua giacca di pelle Annamaria si precipitò fuori dalla vettura e scelse, fra due stenti cespugli del cortile, quello che le smbrava offrisse una migliore protezione. Usciva, intanto, da uno dei portoni che davano nel cortile una anziana signora che recava un sacchetto per la spazzatura. Non parve rassicurata dal mio sorriso e dalla mia mano che indicava la scritta sulla fiancata dell’auto (Asl Roma E) e si rifugiò di nuovo nel palazzo. Come Dio volle ripartimmo, ma Annamaria era proprio a terra e, quindi, le proposi di rimanere nella vettura mentre io avrei provveduto a valutare l’opportunità del ricovero. La situazione si presentò presto come di solito sono le peggiori. La paziente, apparentemente calma e lucida, argomentava al marito e a suo fratello (entrambi presenti) che solo i Carabinieri o un suo (inesistente ) avvocato avrebbero potuto avere voce in capitolo nel suo ricovero e nel fare questo negava ogni importanza ai vasi di fiori gettati dal balcone del terzo piano ai bizzarri rituali alimentari (alimentarsi solo con cibi “bianchi”) e al taglio dei fili elettrici di casa (“per allontanare le radiazioni”). Erano già presenti gli infermieri della ambulanza, ma dei Carabinieri nessuna traccia. Dopo circa un’ora arrivarono i Vigili Urbani, ma lo stallo non si risolse. Finalmente qualcuno suonò alla porta. Era Annamaria che, preoccupata e sentendosi leggermente meglio, anche se era ancora di un pallore mortale, era venuta a vedere che fine avessi fatto. Purtroppo aveva dimenticato in macchina la chiave di accensione e, quindi, dovette scendere per prenderla. Trascorse un’altra ora ed ecco comparire di nuovo Annamaria, sconvolta, accompagnata, come Pinoccio, da due Carabinieri. Vedendola armeggiare intorno a una vettura della ASL i militi dell’Arma si erano convinti che fosse lei la paziente per la quale erano stati chiamati e che stesse tentando la fuga, dopo aver eluso la nostra sorveglianza. Nel confrontare l’aspetto della vera paziente a quello, un po’ “dark” e sconvolto di Annamaria confesso che io stesso, se non l’avessi conosciuta, avrei avuto qualche dubbio.

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