ambientalismo

Non rassegnarsi a coltivar veleno

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di Enzo Ferrara

Al conferimento del Nobel per la letteratura, il 10 dicembre 2015, Svetlana Alexievich, premiata per “i suoi testi polifonici, testimonianza della sofferenza e del coraggio dei nostri tempi”, ha spiegato di non sentirsi sola sul palco ma accompagnata da centinaia di voci alle quali aveva imparato a dare ascolto fin dall’infanzia. Voci di donne soprattutto, perché nei luoghi dove era nata e cresciuta, Ucraina e Bielorussia, la guerra s’era portata via un quarto della popolazione maschile e degli uomini rimasti molti erano alcolizzati. “Flaubert si autodefinì come una penna umana, io potrei essere un paio di orecchie umane – ha detto la scrittrice. – Il percorso che mi ha portata fino a questo palco è stato lungo, quasi 40 anni (…) da una voce all’altra, (…) scioccata e atterrita, (…) deliziata e disgustata. Talvolta avrei preferito dimenticare quanto avevo ascoltato, per tornare a vivere nell’ignoranza. Più di una volta, però, ho visto il sublime nelle persone e ho voluto gridarlo al mondo”.

Preghiera per Cernobyl (EO, Roma 2011) e Ragazzi di Zinco (EO, Roma 2012) sui giovani dell’armata rossa caduti durante la guerra in Afghanistan (1979-1989), rimpatriati in cofani di zinco, sono forse i suoi due libri più noti, utilizzati per il lavoro su ecologia e nonviolenza che il Centro Studi Sereno Regis, onlus che da decenni svolge educazione per la pace, l’ambiente e l’interculturalità, porta nelle scuole torinesi assieme all’Istituto di Ricerche Interdisciplinari sulla Sostenibilità, che ha sede presso la facoltà di Biologia. Ma anche le testimonianze raccolte in Incantati dalla morte (E/O, Roma 2005), Tempo di seconda mano (Bompiani, Milano 2014) e La guerra non ha volto di donna (Bompiani, Milano 2015) – ultimo tradotto, ma primo libro in realtà pubblicato dalla scrittrice ucraina – sono da esplorare con finalità pedagogiche.

La stampa ex sovietica ha accolto la notizia del Nobel con acredine, sottolineando la speciale avversità dell’accademia svedese per il mondo russo. Dopo Ivan Bunin nel 1933, Boris Pasternak nel 1958, Alexandr Solzhenitsyn nel 1970, Joseph Brodsky nel 1987, il Nobel per la letteratura va a Svetlana Alexievich, nemmeno una scrittrice secondo il quotidiano Izvestia, scelta solo per la sua opposizione al Cremlino. Non si creda però che l’autocensura sui temi del disagio, del rischio tecnologico, del rovescio di un’economia, della guerra, sia prerogativa dei regimi. A fine 2014 furono presentati al Centro Servizi Didattici della Provincia di Torino alcuni progetti sull’impatto ambientale dell’industria bellica da inserire nell’offerta formativa per gli istituti di istruzione. In bibliografia ci sarebbero stati i volumi della Alexievich, ma per la prima volta pur trattandosi di attività gratuite quei progetti non trovarono posto nell’annuario.

maestri

Pulcinella e io

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di Bruno Leone. Incontro con Stefano De Matteis

 

…mi par di capire che in questo momento non hai un buon rapporto con Pulcinella?

Perché più passa il tempo più mi si confondono le idee. E poi non mi va più di dare delle definizioni. Ho sempre detto che il mio rapporto con la maschera era un incontro tra tradizione e innovazione. Con il tempo questa definizione mi puzzava di giustificativo. Era già un po’ di tempo che dicevo: Pulcinella non centra niente. Quello che faccio è al di fuori del tempo, non è né tradizione né sperimentazione: è semplicemente al di fuori del tempo e in questo senso continuamente attuale.

Oltretutto questo “continuamente attuale” per me è ancora più valido, perché i momenti di sicurezza che ho rispetto a Pulcinella, i momenti fermi, ce li ho principalmente durante lo spettacolo, quando incontro il pubblico, quando c’è questo raffronto con il reale. È la mia verifica assoluta, questa, al di la di tutti i discorsi e di tutti i dubbi.

Ultimamente sto vivendo un periodo particolarmente difficile: non ho voglia di lavorare e gli spettacoli li faccio solo quando, in un certo senso, mi costringono. Però ogni volta che ho fatto uno spettacolo, anche quando c’era un pubblico particolarmente difficile, ci sono stati sempre dei momenti magici: c’è stato un Pulcinella completamente vero, che esisteva in quel momento ed era innegabile. E questo per esempio è successo quando ho fatto spettacoli con i bambini a Vico Pazzariello a Napoli, come è scattato qualcosa quando l’ho fatto a Roma, da Nottetempo, dove c’erano intellettuali, professori… ed è stato un incontro abbastanza forte. Poi c’è stato anche il concerto di capodanno alla chiesa Donna Regina dove, con Luigi Crima musicista napoletano, abbiamo inserito Pulcinella, l’ambiente era enorme e la gente era entusiasta ed è andato benissimo. Tutto il resto sono chiacchiere.

 

Oggi, e direi per la prima volta, le strade di Napoli sono piene di  figuranti che si vestono da Pulcinella per fare le foto con i turisti. D’altra parte, tu sei l’unico Pulcinella che da trentacinque anni ha scelto la strada del mestiere e del lavoro in strada con il teatrino delle guarrattelle. Sicuramente avrai il polso della situazione e di cosa è cambiato in questi anni nel rapporto con il pubblico e nella funzione del Pulcinella.

Mah, mi peserebbe essere l’unico. Perché penso che è Pulcinella ad essere unico. Per me sono tutti Pulcinella anche quello che va in giro con il fischietto per i turisti, ognuno a suo modo rappresenta la maschera, anche nel modo che può sembrare il peggiore. Ogni cosa va presa per quello che è.

bambini e città

Anche a Napoli si occupa

di Maurizio Braucci

Murales di Blu all'ex Opg

murales di Blu all’ex Opg

Negli ultimi anni Napoli ha visto l’occupazione di numerosi spazi pubblici da parte di collettivi politici e gruppi di attivisti. Le cinque occupazioni più recenti dello Scugnizzo Liberato, di Je so’ pazzo, del Giardino Liberato, della Santa Fede Liberata e del Parco Autogestito Don Gallo si aggiungono alle precedenti de L’Asilo, dello Zero81, di Villa Medusa Occupata, del Lido Pola, della Mensa Occupata, di Mezzocannone Occupato e di Insurgencia in una nuova stagione di esperienze di autogestione che era stata così intensa solo nei primi anni ’90. Tracciamone una mappa per capirne limiti e possibilità nel contesto napoletano dove la partecipazione democratica è storicamente, e in modo profittevole per il potere, carente.

L’Asilo è un collettivo che nasce nel 2012 con l’occupazione da parte di un gruppi di artisti – sulla scia dell’esperienza del Teatro Valle di Roma-  di un ex orfanotrofio nel centro storico, a pochi metri dalla famosa strada dei pastori di San Gregorio Armeno. L’occupazione si era originata come protesta contro l’inutilità del Forum delle Culture che lì aveva sede – evento che a Napoli ha avuto l’unica sua stagione di assoluta inefficacia anche come attrattore di risorse per la riqualificazione di aree urbanistiche – occupazione che poi è diventata rivendicazione di uno spazio di attività per artisti fuori dal circuito, per  “lavoratori e lavoratrici dell’arte, della cultura e dello spettacolo”. Pochi mesi fa, con delibera comunale, l’Asilo è diventato una realtà legale attraverso un’innovativa modalità di assegnazione, secondo il principio dell’uso civico urbano, basata sul concetto di bene comune e che ha portato alla legalizzazione non di un soggetto giuridico assegnatario ma della funzione culturale dello spazio affidandola ad un’assemblea aperta, promossa da un comitato di garanti. Finora, anche se abbonda di laboratori e incontri e spettacoli, l’Asilo non si è però caratterizzato come un centro di produzione artistica indipendente, nel senso di sinergie produttive alternative al circuito ufficiale, anche se al suo interno resta forte il dibattito sulla tematica del lavoro creativo e la sua dimensione prevalente è quella culturale.

maestri

Renitente alla scuola

di Luigi Monti

 

Quando quest’estate un mio amico irresponsabile, che grazie alla sua irresponsabilità mi ha sempre consigliato libri bellissimi, mi ha fatto leggere uno dei suoi amati autori irresponsabili, la prima cosa che mi è venuta da pensare è che in realtà, probabilmente contro le intenzioni del mio amico e del suo amato autore, due messaggi responsabili dal libro che mi aveva regalato li si poteva anche tirare fuori. L’autore è Thomas Bernhard, il libro è La cantina e i messaggi responsabili che ne ho tratto è che non sempre fallire a scuola è una tragedia e che fino a quando non impareremo a considerare la scuola come accessoria, marginale, al limite ininfluente nella vita delle persone è improbabile che riusciremo mai ad apportarle qualche miglioria (o riforma, come si dice in gergo pedagogico).

La cantina è il secondo dei cinque romanzi di Bernhard, scritti tra il 1975 e il 1982 (e pubblicati da Adelphi, sia separatamente che in volume unico), che compongono la sua cosiddetta Autobiografia. Cinque episodi che isolano in una stravagante e al tempo stesso classicissima unità di spazio, tempo e azione, cinque porzioni dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autore austriaco. Il collegio, nazista prima e cattolico poi che, senza soluzione di continuità pedagogica, Bernhard ha frequentato a cavallo tra le medie e il ginnasio (L’origine. Un accenno). L’apprendistato in un negozio di alimentari nel più malfamato quartiere di Salisburgo (La cantina. Una via di scampo). L’anno e mezzo passato tra ospedali (Il respiro. Una decisione) e sanatori (Il freddo. Una segregazione) per curare i disturbi polmonari che lo tormenteranno per tutta la vita. E infine, ma cronologicamente l’inizio, gli anni di infanzia (Un bambino), quelli che potevano essere e in parte sono stati spensierati, ma che hanno visto le prime avvisaglie delle sue feroci lotte con il mondo. A fare da cornice, la seconda guerra mondiale, i bombardamenti e la loro scia di morte e distruzione, l’odiata Salisburgo, emblema di ipocrisia e ottusità piccolo borghese, una sgangherata famiglia tenuta insieme da funambolici equilibrismi, l’amato nonno, scrittore incompreso e solitario, ma soprattutto i miasmi di una società asfittica, delle istituzioni alienanti che la sorreggono (scuole, ospedali, collegi, centri di rieducazione) e di una cultura che invece di liberare corrompe lo spirito e le intelligenze. Il tutto impastato in lunghissimi, ma godibilissimi monologhi sempre in bilico tra tragedia, farsa e invettiva.

altre scuole

Bologna, il caso della scuola Longhena

favole-al-telefonino-13-jpg-600x400-clipulardi Agnese Doria

Lo stabile dov’è situata la scuola primaria intitolata, quasi come fosse un presagio, a Mario Longhena, professore, giornalista, partigiano, si trova in via di Casaglia, 39 a Bologna. Mario Longhena fu una figura di spicco nella vita politica bolognese degli anni venti. Professore di storia e filosofia al liceo scientifico (l’attuale A. Righi), amante della geografia e appassionato studioso di carte e di viaggiatori, fu assessore all’Istruzione durante la Giunta Zanardi e fautore delle “scuole all’aperto”.

La strada che conduce alla scuola si dirama da via Saragozza e subito si inerpica fiera nel verde dei colli della città: dopo il primo tornante di Via di Casaglia si oltrepassa una soglia immaginaria e ci si trova ben presto in un altrove.L’edificio che ospita la scuola era nato all’inizio del 900 come colonia estiva per bambini affetti da malattie dell’apparato respiratorio, è immerso nel Parco del Pellegrino, un parco comunale e ultima delle grandi aree verdi collinari aperte al pubblico. Negli anni ‘60 Casaglia era ancora una colonia, i bambini dormivano nell’edificio all’interno del quale anche studiavano. Dagli anni ’70 in avanti i bambini iniziano a salire a scuola e scendere in città con gli autobus e quindi a non dormire più a scuola, sono gli anni in cui si inizia a fondare quelle che sono le basi della sua identità odierna.

Longhena è una scuola pubblica, statale, ma “di città”, non di quartiere. Questo significa che i genitori si assumono, oggi, il rischio di iscrivere i propri figli pur sapendo che esiste la possibilità di perdere il posto alla scuola più vicina (e che spetterebbe loro di diritto) e di finire in fondo a tutte le graduatorie. Accolgono questa incognita per svariati motivi che di seguito brevemente accenno. Il carattere singolare di Longhena inizia fin dall’open day: la struttura non viene mostrata ai genitori, i maestri preferiscono enunciare i principi educativi e le loro buone pratiche, e  attraverso questi racconti inizia a prendere corpo una precisa identità.