maestri

Tracciare il limite

GOODMAN Individuo e comunita_COVER.indddi Paul Goodman

A rileggerlo oggi, grazie alla riedizione lungamente attesa della bellissima selezione di saggi dal titolo  Individuo e comunità pubblicata da Elèuthera a cura di Pietro Adamo, sembra incredibile che Paul Goodman sia nato oltre un secolo fa. L’incedere del suo pensiero e della sua prosa, i temi che lo scaldavano e scandalizzavano, la critica al “Sistema organizzato”, come ancora lo si poteva chiamare, e alle istituzioni che lo reggono sembrano elaborati ieri.
Psicologo, filosofo, scrittore, critico radicale della società, “maestro” riconosciuto di Ivan Illich e precursore di molte delle sue analisi contro le istituzioni contemporanee, come l’amico e sodale Dwight Macdonald si allontanò dagli ambienti della sinistra radicale durante gli anni della Seconda guerra mondiale per le sue idee apertamente pacifiste e per una serie di prese di posizione pubbliche a favore della renitenza alla leva. Raggiunse ampia fama negli anni della contestazione grazie al rapporto dialettico, critico e partecipe che seppe intrattenere con il Movimento. Il suo
Gioventù assurda, edito da Einaudi e introvabile anch’esso da anni, venne considerato da molti giovani contestatori la sintesi più limpida e persuasiva delle loro istanze di rinnovamento. Anche se poi una certa inevitabile distanza si creò allorquando fu chiaro ai giovani radicali che l’anarchismo pragmatico di Goodman non era rivoluzionario nel senso in cui lo intendevano loro. E che le sue analisi – sulla scuola e l’educazione, sull’architettura e la pianificazione urbana, sull’economia e l’organizzazione sociale – oltre a essere molto pragmatiche e concrete, non puntavano tutto solo sui rapporti di forza (economici e politici) e sui conflitti di ordine “materiale”. Prova ne sia questo bellissimo Tracciare il limite di cui ripubblichiamo un estratto. Quanto sono più vere oggi le sue parole, impantanati come siamo in una crisi che non sappiamo riconoscere nella sua dimensione “metafisica” e psicologica: “Pensate che cosa succederebbe se diversi milioni di persone, senza alcun intento ‘politico’, facessero solo un lavoro naturale che li rendesse pienamente soddisfatti! Il sistema dello sfruttamento si dissolverebbe come nebbia al sole.” E quanto più valgono per quei lavoratori anomali che siamo noi insegnanti, educatori, maestri, assistenti sociali, psicologi e operatori del sociale, alienati, con la nostra complicità, dalla nostra intelligenza, dalla nostra umanità, dalla nostra forza vitale.
(Gli asini).

Una società libera non può essere l’imposizione di un “ordine nuovo” al posto di quello vecchio: è l’ampliamento degli ambiti di azione autonoma fino a che questi occupino gran parte della vita sociale (il fatto che una liberazione di questo genere sia graduale non vuoi certo dire che possa avvenire senza rottura rivoluzionaria, perché in molti campi, per esempio nella guerra, nell’economia, nell’educazione sessuale, qualunque liberazione autentica prevede un cambiamento totale).
In qualsiasi società contemporanea, a onta di una crescita continua e uniforme della coercizione, esistono comunque molti spazi liberi. Se così non fosse, per un libertario non sarebbe affatto possibile collaborare o viverci, mentre in effetti noi “tracciamo un limite” in continuazione: un limite al di là del quale non siamo più disposti a collaborare. Nelle attività creative, nelle passioni e nei sentimenti, nei divertimento spontaneo, esistono sfere sane e naturali di libertà: è dallo spirito di queste ultime che noi spesso estrapoliamo tutte le azioni dell’utopica società libera. Anzi, perfino le funzioni più corrotte e coercitive della società presente si basano sulla potenza naturale positiva – che tristezza! – senza la quale la società non potrebbe sopravvivere neanche un momento, perché proprio questa potenza libera e naturale è l’unica fonte di vita. Così la gente ha da mangiare, anche se mezzi, costi e rapporti produttivi sono coercitivi; e la guerra totale rappresenterebbe la fine di noi tutti se non fosse per il coraggio e la forza di sopportazione dell’umanità.
Azione autonoma vuoi dire vivere nella società attuale come se fosse una società naturale. Questa massima ha tre conseguenze, tre momenti:

il libro

Kosinski oltre il giardino

Oltre1di Giacomo Pontremoli

La storia di Presenze (Being there) del polacco Jerzy Kosinski, ripubblicato nella collana “classics” di Minimum fax come Oltre il giardino (Minimum fax 2014, centotrentanove pagine, undici euro, traduzione di Vincenzo Mantovani) con una ricca prefazione di Giorgio Vasta, è piuttosto nota per il film con Peter Sellers che lo statunitense Hal Ashby (il regista di Harold e Maude) ne trasse nel 1979, otto anni dopo l’uscita del romanzo, su una sceneggiatura dell’autore stesso e col titolo riutilizzato oggi da Minimum: un mite giardiniere, completamente analfabeta al di là delle sue competenze vegetali, ha nella televisione l’unica sua fonte di apprendimento e di contatto con il mondo esterno. Il giardiniere, che non ha mai varcato il perimetro del giardino del suo anziano padrone, alla morte di quest’ultimo esce d’un tratto e per la prima volta nel mondo. I suoi silenzi, le sue allusioni botaniche, la sua fissa olimpicità priva di pensieri lo faranno passare per un moderno e illuminato profeta, generando una sequenza di equivoci che lo condurranno fino alle soglie del seggio presidenziale americano.
Nonostante il sapore di parabola filosofica, di cui ha tutta la fredda nettezza, il nichilista Kosinski ne rifiuta qualsivoglia intenzione morale di sviluppo, di esemplarità o significatività indicativa e teorizzante, suggerendo solo suo malgrado, tra le righe di un sarcasmo ovattato e volutamente privo di luce, il proprio discorso sulla totale neutralizzazione di ogni scambio umano: la personalità del protagonista non solo non modifica nulla del sistema in cui è immesso per equivoco, ma anzi gli è funzionale ai massimi livelli; egli non è, per Kosinski, il diverso, o l’innocente, il “divino idiota” dostoevskijano dalla purezza redentrice o il bambino capace di vedere la nudità dei re: è giustapponibile all’esistente con triste geometricità, e in questo senso paragoni di Vasta come quelli con Myskin o Don Chisciotte (altro, ma in realtà non così diverso, il discorso sul Bartleby di Melville) potrebbero funzionare piuttosto come alternativa al pessimismo dell’ottica kosinskiana.
Sull’immutabilità di una società solo apparentemente fragile, sulla sua stolida impermeabilità a qualsiasi provocazione, sulla sua miopia – insomma sulla gratuità e impotenza di qualsiasi scandalo o sconquasso, l’aspra risata vetrosa di Kosinski (che è soprattutto una risatina atarassica) si rompe in qualcosa di indifferente, di cinico, di confermato, che ha nodi diversi da quelli di altre sue opere.

appuntamenti

Università “elementare” degli Asini

 

Pistoia, 3-6 aprile 2014

La città dei ricchi, la città dei poveri

Il lavoro del giovane amministratore

 

Città

Seminario Residenziale
Le motivazioni, gli obbiettivi e l’etica del mestiere dell’amministratore pubblico. Il seminario è rivolto a giovani amministratori, operatori sociali, volontari, impiegati all’interno di organizzazioni pubbliche e del Terzo Settore, studenti e giovani a vario titolo interessati all’argomento. Il seminario si avvarrà della partecipazione di esperti in materia: professori universitari, amministratori di differenti città, politologi, scrittori e altre figure di studiosi.

Al termine del corso verrà rilasciato un attestato di frequenza per i partecipanti.


Quota d’iscrizione per il seminario, il vitto e l’alloggio 100 euro

Numero chiuso: 20 posti disponibili

Modulo iscrizione on line: http://bit.ly/N7s3LG

 

PROGRAMMA

Giovedì 3 aprile
ore 11: accoglienza, presentazione dei partecipanti e del corso
13: pranzo
14-16: Cosa è pubblico: quale mappa per quale territorio? Incontro con Vando Borghi
17: Lectio magistralis di Bernardo Secchi (Leggere la città)
20-21: cena
21.30: proiezione di un film a cura di Goffredo Fofi

Venerdì 4 aprile
ore 8,30-11: Laboratorio con Giovanni Zoppoli
11-13: Tutto questo sta accadendo. Territorio, cultura, innovazione. Incontro con Stefano Laffi
13: pranzo
14,30-16,30: Come fare politica senza entrare in un partito. Incontro con Giulio Marcon
17-19:  Amministrare la cultura. Incontro con Piero Giacchè
19,15: Sbilanciamo l’economia. Presentazione del libro di Giulio Marcon modera Giovanni Paci (Leggere la città)
20-21: cena
21,15: La congiura contro i giovani. Presentazione del libro di Stefano Laffi modera Manuela Trinci (Leggere la città) 

Sabato 5 aprile
ore 10: Citta in crisi. Incontro con Giacomo Borella (Leggere la città)
11,30: Ambiente, sostenibilità e solidarietà: amministrare le trasformazioni. Dialogo tra il sindaco di Pistoia  Samuele Bertinelli e l’Assessore al comune di Venezia  Gianfranco Bettin
13: pranzo
14-16: Apprendere dalle pratiche. Come si forma una cultura di governo della città e del territorio. Incontro con Chiara Mazzoleni
16,30-19,30: Laboratorio con Giacomo Borella e Simone Ferretti
20-21: cena
21:  proiezione di un film con Goffredo Fofi 

Domenica 6 aprile
ore 9-11: Come salvare la democrazia italiana da se stessa Lezione di Carlo Donolo
11,30: Non scordiamoci l’essenziale. Incontro  con Goffredo Fofi (Leggere la città)
13: pranzo
17,30-19: Italia sperduta: mutamenti sociali nella lunga crisi Incontro con Carlo Donolo (Leggere la città) 


Modulo iscrizione on line: http://bit.ly/N7s3LG

Per info: gliasini.educazione@gmail.com

in evidenza

Ricordo di Mario Lodi

LodiDomenica mattina è morto Mario Lodi. Lo ricordiamo con un pezzo di Grazia Fresco Honegger, uscito su  Gli asini, n. 9, aprile/maggio 2012.

di Grazia Honegger Fresco

Nel 1963, sposata e con due bambini, ero arrivata in Lombardia, con vivo rimpianto per aver perduto, a causa della cittadinanza di mio marito, il diritto già conquistato a insegnare nelle scuole statali. Il codice Rocco vigente mi aveva costretto a rinunciare alla mia cittadinanza e di conseguenza ai diritti civili connessi. Per “loro” non ero più italiana e così fu – se non erro – fino al 1992! Ecco la principale ragione per cui, dopo inutili tentativi,  creai una  scuola che divenne col tempo parificata.

Cercai aiuti diversi: il passato fascista della maggior parte di maestre e maestri incontrati non faceva presagire grandi rinnovamenti personali, ma già l’aver frequentato un corso Montessori secondo il quale era impostata la nostra scuola ed essersi messi in un percorso di relazioni maestro –allievo non più punitivo, senza giudizi, né voti comportava un mutamento notevole. Avevamo anche stretti contatti con molte esperienze di scuola attiva, soprattutto tramite i Cemea toscani, e questo sosteneva non poco il nostro percorso.

Cominciammo dai piccoli della Casa dei bambini – quelli che conoscevo meglio – rassicurati dalla loro capacità di trovare quiete, concentrazione, creatività e spontanee relazioni sociali ogni volta che l’ambiente con tante opportunità di scelta rispondesse al loro bisogno di esplorare e di agire.

Quando però avviammo le classi elementari, accanto allo splendido filone matematico-scientifico tipico di una primaria Montessori sentii un po’ sguarnita l’area compositiva – linguistica. Nella ricerca mi imbattei in un testo appassionante, scritto da un uomo che partiva dallo stato di benessere dei suoi allievi: Se questo accade al Vho, (Edizioni Avanti! 1963) la prima opera di Lodi, un testo folgorante nella sua autenticità, nel desiderio di rispondere agli interessi dei ragazzini, con esperienze avviate fin dai primi anni Cinquanta.

Rileggo a pagina 10: “Osservare i ragazzi mentre giocano sulla strada o nel cortile ignorando la mia presenza, è sconcertante : c’è in loro un’aggressività ricca di fantasia, un comportamento libero, un linguaggio scarno, ma incisivo e una felicità motoria. Spuntano nodi drammatici in continuazione sulla linea vitale di quella socialità naturale fondata sul rapporto del gioco, ma vengono sciolti sulla base di sacri e taciti patti; sono suppergiù  gli stessi patti che anch’io rispettavo un tempo  e la stessa felicità dell’ormai lontana fanciullezza (…). La campana della scuola distrugge quello stato felice ed eccoli tra i banchi, a vivere l’altra vita, quella dell’“obbligo”, più o meno rassegnati…”

scuola

Un po’ di chiarezza sui Bes

illustrazione di Dadu Shin

illustrazione di Dadu Shin

di Edoardo Acotto

Remember me, special needs (Placebo)

Bisogni Educativi Speciali è l’etichetta italiana con cui l’ultimo Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha recepito l’orientamento europeo sugli Special Educational Needs (SEN). Nell’Unione Europea non c’è una normativa comune, ma da anni i SEN fanno parte del repertorio concettuale degli esperti educativi. Per esempio, nell’incipit di un rapporto della Commissione europea del 2005, giocando sull’ambiguità di “speciale” (che infatti qualcuno propone di sostituire con “specifico”) si legge: “Come il DNA ogni individuo è unico. L’essere unico rende speciale quell’individuo. La parola “speciale” viene usata per descrivere qualcosa di relativo a un particolare individuo, gruppo o ambiente. “Speciale” significa anche differente dal normale. Normale si usa in riferimento a ciò che è ordinario, ciò che ci si aspetta”.
L’etichetta nostrana è omofona del nome di un dio minore del pantheon egizio, spesso rappresentato come un vecchio nano con le gambe storte, ornato di piume di struzzo e ha rapidamente attecchito nel gergo scolastico (per altro già ben saturo di sigle, a testimonianza della crescente inesorabile tecnicizzazione del mondo della scuola).
Ma il significato dei BES non è ovvio, dato il contesto scolastico italiano attuale. Prima di essere applicato in modo intuitivo o burocratico, il concetto di “bisogni educativi speciali” andrebbe pensato e analizzato molto bene.
Nella scuola italiana i BES sono stati introdotti con una Direttiva Ministeriale del ministro Profumo (27/12/2012). Il ministro Carrozza ha poi diramato una successiva circolare ministeriale (n.8 del 6/03/2013) nella quale precisava (con qualche vaghezza) in che modo dovrebbe avvenire l’implementazione del dispositivo normativo.
Profumo era considerato un “tecnico”, etichetta ambigua che non sembra adeguata all’aggressività rivolta verso i propri stessi dipendenti. Per chi non lo ricordasse, è il ministro dell’infelice frase sul bastone e la carota: “Il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota. In altri momenti bisogna dare più carote, ma mai troppe”. Citazione, non so quanto consapevole, da Winston Churchill, che la usò per chiarire il suo punto di vista circa il modo in cui trattare il popolo italiano e ripresa da Benito Mussolini in una serie di articoli sul Corriere della Sera (che furono poi raccolti nel libro, edito da Mondadori nel 1944, “Storia di un anno. Il tempo del bastone e della carota”).