cultura pedagogica

A scuola dopo il dottorato? Una risposta

illustrazione di Roberto Innocenti

illustrazione di Roberto Innocenti

 di Nicola Ruganti

Fare proposte è legittimo e giusto, ma si dovrebbe anche fare un buon servizio alle persone che tiriamo in ballo con le nostre idee.
Quale è il senso della proposta di Claudio Giunta sul “Sole 24 ore” del 14 dicembre scorso, a proposito del reclutamento docenti? Io ho capito questo: in Italia ci sono circa diecimila addottorati; non tutti sicuramente vorrebbero insegnare, ma, per quella percentuale che lo voglia fare, perché non rendere possibile l’accesso all’insegnamento? Le modalità sarebbero queste: “conversazioni con specialisti di pedagogia, tirocinio semestrale in classe”.
La formazione dei docenti contempla delle abilità che sono dette “cliniche”: quelle di stare nell’azione con una postura di attenzione all’imprevisto e all’altro mentre allo stesso tempo si persegue un programma. dove si impara questo?  Dove si impara come tornare sulla propria pratica per scorgervi altri significati e ipotesi? Gli aspetti da analizzare sono due: uno tecnico normativo, da non tralasciare ma meno interessante del secondo, che è il ruolo della pedagogia.
Dal punto di vista tecnico normativo: le scelte, le opzioni sono disponibili in ogni momento? No, perché il tempo stratifica burocrazia e nella scuola italiana dei ricorsi diventa difficile immaginare che il dottorato diventi abilitante. No, perché l’altra faccia della medaglia è che si scelga il dottorato per diventare insegnante alle medie superiori o inferiori che siano e non per diventare ricercatore.
Così facendo si crea un vizio sostanziale di una certa rilevanza, il Ministero dell’Istruzione continua a inanellare concorsi a concorsi, graduatorie a graduatorie e bluff su bluff. Proporre un ultroneo gruppo di aspiranti all’insegnamento non sembra una riflessione che aiuti a fare chiarezza a coloro che vogliono fare gli insegnanti né al sistema scolastico più in generale.

educazione e politica

Scout, coraggio!

 

Scout4

 di Pietro Barabino

“Bambini vestiti da cretini, guidati da cretini vestiti da bambini”. Questa sarcastica definizione degli scout ha oltre cinquant’anni, ma riesce ancora a cogliere una delle principali ragioni di successo dello scautismo.
Impegnarsi senza prendersi sul serio, educare alla partecipazione con il gioco e offrire ai giovani esperienze di protagonismo, solidarietà e responsabilità. Oggi ci sono oltre 38 milioni di persone che in 216 paesi e territori del mondo si richiamano alle intuizioni educative di Baden Powell. In Italia la principale associazione scout è l’Agesci, con oltre 175.000 associati.
“Ma dove sono?” Si interrogava Adista, storica agenzia del dissenso cattolico, in un articolo del 1975: “La loro formazione sorridente e leale non è scandalo per nessuno. Essere scout ed essere simpatizzante di Lotta Continua, non è lo stesso che essere scout e aver simpatia per la sinistra DC. Come fa l’Agesci a tenere insieme queste anime politiche diverse?”
Quesiti che ci si potrebbe porre ancora oggi, riscontrando un passato scout in persone dalla appartenenza politica e dalla militanza più disparata e disomogenea. Forse è proprio il pensiero pedagogico di Baden Powell il segreto, capace di accompagnare senza indottrinare e formare senza uniformare diverse generazioni di ‘buoni cittadini’.
In occasione della Route nazionale, 30.000 scout della Branca Rover/Scolte (giovani dai 16 e i 21 anni) si sono incontrati a San Rossore (Pisa) dal 7 al 10 agosto, dopo aver percorso divisi in 456 “Clan di formazione” strade e sentieri in tutte le regioni d’Italia. Il parco naturale di Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli è stato invaso per quattro giorni a impatto zero, nonostante le polemiche e il terrore diffuso da alcuni esponenti dell’ambientalimo locale, rendendo la strada che lo attraversa in mezzo ai pini marittimi un continuo corteo di sorrisi, abbracci e folklore. Non solo tanto, inevitabile e sano casino, ma anche centinaia di laboratori e tavole rotonde, veglie e testimonianze, discussioni e momenti di formazione.

maestri

Quando si tocca il fondo c’è sempre un ricominciamento. Sugli scritti giovanili di Grotowski

Jerzy Grotowski (foto da internet)

Jerzy Grotowski (foto da internet)

di Goffredo Fofi

La lettura più stimolante fatta in queste settimane è quella degli scritti giovanili di Jerzy Grotowski, il grande uomo di teatro – ma qualcosa di più che un uomo di teatro: un filosofo del teatro e dell’esistenza – che morì nel 1998 a Pontedera dove, malato, era stato accolto da amici teatranti e proseguiva nelle sue sperimentazioni con pochi giovani che lo consideravano per quello che era, un maestro. La parola maestro la si usa nel mondo dello spettacolo e della cultura con una facilità imbarazzante, ma nel caso di Grotowski era perfetta: e maestro egli si dimostra sin dagli scritti giovanili che una sua fedele amica, Carla Pollastrelli, ha curato per La casa Usher, La possibilità del teatro. Testi 1954-1964.

Nel 1954 Grotowski aveva 21 anni ed era un giovane comunista che credeva nel socialismo ma già un po’ meno nell’Urss. Stalin era morto da poco e qualcosa stava cambiando, il rapporto Kruscev, gli scioperi degli operai in Germania Orientale e in Polonia, e poi la rivoluzione ungherese del ’56, la primavera polacca e quella di Praga aprivano a una nuova storia, tutto sembrava dovesse ricominciare anche se a sentire che the times they are changing non erano certamente i burocrati dei vari regimi e i loro servi nel campo dell’informazione e della cultura. Rivolgendosi a un critico ottuso, Grotowski scrive che “gli stupidi non credono al mattino” e i servi morali, si sa, sono sempre stupidi, per il solo fatto di essere tali e di non soffrirne e ribellarsi – ieri come oggi. Gli stupidi, aveva scritto Bonhoeffer prima che i nazisti lo impicassero, sono il problema vero dei tempi moderni, sono quelli che credono di ragionare con la propria testa e ragionano invece con le idee che il sistema intorno li costringe e abitua ad avere. Ieri come oggi, oggi molto più di ieri. Molto molto molto più di ieri, per la raffinatezza della “comunicazione” e dei suoi strumenti: i giornali, la televisione, la scuola, l’università (mummie che partoriscono zombie), la radio, internet, i festival, le case editrici, le “tribù del lettori” che consumano tutto ciò che è cultura e dimenticano che le culture sono tante, di destra di centro di sinistra, del falso e del vero, del brutto e del bello, e naturalmente i vari campi della sedicente creatività e le loro scuolette, gli autori di best-seller, i predicatori dei modi facili facili di risolvere i problemi del mondo e del paese. Cambiano i tempi, ma a sostenere i regimi dell’ingiustizia si trovano sempre mucchi di intellettuali, “cani da guardia” del potere borghese o di quelli dittatoriali, come diceva Nizan, o “lacchè”, come dicevano i teorici del socialismo. Addetti alla produzione di stupidi e stupidi essi stessi. La produzione di stupidi a mezzo di stupidi è una dei settori centrali del nostro tempo, assieme alla produzione di armi.

Ho trovato negli scritti giovanili di Grotowski molte altre frasi che si adattano perfettamente al nostro presente.  “I diritti dei giovani non sono rispettati perché gli stessi giovani non sanno quali siano questi diritti”, i veri diritti. Bisogna “andare oltre la limitatezza e la fragilità dell’egocentrismo, verso gli altri esseri umani, verso la natura, consapevoli di questa unità universale la cui espressione più alta e più degna di giustizia, di compassione, di aiuto è l’uomo”. Bisogna “ritrovare il Graal”. Bisogna, nell’arte, stabilire una “dialettica tra derisione e apoteosi”. Bisogna cercare l’adesso, svelare il nascosto, cercare l’aperto.

visioni di infanzie

Santa disobbedienza

ASINELLO

Illustrazione di Paolo Bacilieri

Un racconto di Natale
di Elsa Morante 

[…] Avvenne più di 50 anni fa, nel periodo delle feste (credo che fossero proprio le feste natalizie). In un collegio di preti (o frati) una diecina di ragazzetti erano costretti, per motivi di famiglia, a passare le feste dentro. Il pranzo della festa principale (giorno di Natale) fu – relativamente – lauto. La lista era: Fettuccine – Abbacchio con patate – 1 pera. Alla fine viene però portata in tavola una magnifica torta (zuppa inglese) del diametro di almeno 45 cm. Si alza il Priore e dice:
“Figlioli, in questo santo giorno vi invito a pensare a tanti poveri bambini che non hanno nemmeno il pane: e nel pensiero di questi poverelli vi invito a offrire un fioretto a Gesù. A ciascuno dei presenti qui raccolti a questa tavola tocca, o toccherebbe, una fetta della torta che qui vedete. Ebbene, ecco la mia proposta: rinunciare alla propria fetta di torta, offrendola come fioretto a Gesù. Tutti i bambini buoni che sono d’accordo su questo fioretto, adesso si alzeranno da tavola. Va bene?”.
Tutti rispondono compunti: “Sì, padre”. E si alzano. Tutti meno uno, un certo Egidio che non risponde e non si alza. A trattenerlo sulla sedia è una sensazione strana: gli sembra che quel fioretto puzzi.
“Egidio! Non hai sentito? E perché tu non ti alzi? Tutti i bambini buoni si sono alzati. E tu?”.
Egidio si fa rosso, e non trova altra risposta: “Io sono cattivo”.
“Ah”, fa il Priore amareggiato. E sia pure controvoglia, è costretto a tagliare una fetta di torta e metterla nel piatto di Egidio. Il quale rimane solo a tavola con la sua fetta di zuppa inglese. Il peggio è che, tra tutti i dolci, proprio la zuppa inglese non gli piace. Ne mangia un pezzetto, ma non gli va. In quel momento vede, dietro la vetrata del refettorio, un cagnaccio di nessuno che fissa il suo piatto con ingordigia. Tanto per finirla, gli dà il resto della sua torta. Il cane l’ha divorata in un lampo.
Exit Egidio. Rientra il Priore. E guarda quella torta non più intera, cioè mancante di una fetta, che gli urta doppiamente i nervi. Primo motivo: perché è simbolo materiale che nel suo gregge c’è una pecorella smarrita, un individualista anzi un aristocratico e, diciamolo pure, un reazionario: EGIDIO! E secondo motivo: per ragioni politiche, giacché, come spesso succede, dietro a quel fioretto collettivo si nascondeva anche una politica; cioè il Priore si riprometteva di offrire quella torta, rinunciata dai ragazzi, alla potentissima, grassissima e ghiottissima badessa di un convento del circondario, la quale giustamente gliene avrebbe reso merito…
Ma adesso che la torta non è più intera, mancando di uno spicchio, decentemente non si può offrirgliela più. E quanto a lui stesso, per colmo di rabbia, lui soffre di diabete… anzi, alle altre sue rabbie, si aggiungeva un po’ di invidia per Egidio che col suo stomacuccio fresco, ha gustato il sapore dello zucchero… In poche parole: quella torta gli è divenuta odiosa al punto che quasi quasi la butterebbe nel cesso!
In quel momento il caso vuole che passi di là il piccolo spazzacamino del convento, che viene in questo giorno a riscuotere i propri crediti (il Priore è di solito un tardo pagatore) i quali ammontano in tutto (lavoro di tutto l’inverno) a L.2,45 (si tratta di 50 anni fa). Seccato, il Priore gli molla, all’uso solito, un acconto di L.0,50 dicendo: “Ripassa quest’altr’anno per il resto”. In quel momento gli ricasca sotto gli occhi la maledetta torta, e per liberarsene, la mette tra le braccia del piccolo spazzacamino: “To’, portatela via e togliti subito dai piedi”. Lo spazzacamino scappa via, e se la va a mangiare con i suoi compagnucci spazzacamini. Fine.
MORALE:
Le vie del signore sono infinite
oppure
Tutte le strade portano a Roma.
Non so. La storia, a ogni modo è (fino ad un certo punto) vera. Non ti ho raccontato una balla. Avvenne più di 50 anni fa (esattamente, se non mi sbaglio, 53 o 54 anni fa). [...]

 

Questo piccolo “scherzo” letterario, fa parte di una corrispondenza privata di Elsa Morante ed è stato ripubblicato da poco, con una nota di Goffredo Fofi a cui la lettera era indirizzata, dalla casa editrice Henry Beyle di Milano (http://www.henrybeyle.com), con il titolo Pranzo di Natale.

 

immigrazione

Una scuola di campagna

La scuoladegli insegnanti della scuola di Boreano 

Boreano, un pugno di casolari e una chiesa in mezzo a una distesa di campi nel comune di Venosa (Potenza), propaggine di quella Piana dell’Ofanto che si insinua tra le colline lucane e le Murge pugliesi, a pochi chilometri da Cerignola e dallo stabilimento Fiat di Melfi, è un luogo da cui si possono raccontare le vicende, le contraddizioni e i fallimenti dell’agricoltura meridionale negli ultimi decenni.
I campi sono dominati dalla Masseria Rapolla, ormai quasi abbandonata; l’ultima proprietaria della masseria è ricordata dagli anziani come la “signorina”, che negli anni quaranta affrontava “con il mitra” le centinaia di braccianti che occupavano i suoi terreni. Negli anni cinquanta la Riforma agraria espropriò buona parte delle sue proprietà e divise i terreni tra i braccianti poveri – almeno quelli che non avevano la tessera del Pci. In ogni podere fu costruito un casolare, con l’idea che i disoccupati, diventati contadini, sarebbero andati a vivere a Boreano. In realtà, la Riforma non diede vita a un’agricoltura capace di assicurare un reddito a quei contadini, i casolari e la chiesa si svuotarono presto, molti emigrarono o tornarono in paese.
Sessant’anni dopo, quei casolari abbandonati raccontano un’altra agricoltura. Tra i cereali, i vigneti e gli uliveti, a Boreano e in tutta la Piana, come nel vicino foggiano, si coltiva, ormai da quarant’anni, il pomodoro da industria, destinato soprattutto ai conservifici campani. E, da almeno vent’anni, i casolari sono abitati da lavoratori soprattutto africani, in particolare originari del Burkina Faso, che passano qui l’estate per cercare qualche giornata di lavoro nella raccolta. Tra loro ci sono operai, licenziati dalle fabbriche del Nord o in cassa integrazione, e ragazzi di seconda generazione alla ricerca di impiego; per altri, invece, Boreano è una delle tappe del lavoro agricolo stagionale, dopo la raccolta delle fragole nel casertano o delle angurie nel Salento e prima di andare a Rosarno per la raccolta invernale degli agrumi. Condizioni di vita e di lavoro sono ormai note: i casolari non hanno luce e acqua corrente e sono lontani dai centri abitati; i caporali impongono la propria mediazione per lavorare, sottraendo ai braccianti una quota non piccola dei salari; le paghe sono a cottimo, i contributi non vengono pagati.