Educazione e intervento sociale

Un liceo finito sui giornali

di Stefano Guerriero

disegno di Fabian Negrin

17 novembre 2017, i ragazzi fanno sesso a scuola

Rinaldo Frignani, 17 novembre 2017, “Corriere della Sera”: Al liceo Virgilio i ragazzi fanno sesso a scuola. Il video sui social. Leggo l’articolo sul sito del giornale, questo Frignani sembra un bravo giornalista, misurato, non vuole destare scandalo, non dà per certo quello che non è confermato e per questo sembra ancora più credibile. Scrive bene, ha il gusto dell’avverbio e del dettaglio realistico, parla di un episodio che sarebbe successo nel liceo dove insegno, durante l’occupazione di ottobre: “Questa volta un ragazzo, probabilmente uno studente, rischia una denuncia per produzione e diffusione di materiale pedopornografico. E anche per violenza privata: è stato lui, utilizzando la piattaforma WhatsApp, a inviare a decine di contatti il video che aveva registrato poco prima all’interno dell’istituto.” La parola “video” nel titolo è in blu: possibile che siano stati così cinici da postare il video anche loro? Il “Corriere” è in crisi da tempo, ma i giornalisti avranno pure un’etica, una deontologia… Ci penso un po’ e alla fine clicco (chissà perché si clicca), ma per fortuna il rimando è solo ad altre parole.

 

18 novembre, cocaina in classe

Bisogna, di nuovo, rinviare Dante e parlare nelle classi di quello che sta succedendo nella scuola, anzi di quello che ne scrivono i giornali, questa volta mettendo da parte il fastidio che provo per l’ipocrisia della passata occupazione e di chi l’ha preparata. Penso a fatti di cronaca recenti, immagini che vanno fuori controllo e portano le persone a scelte disperate nella vita reale, penso alla ferocia degli adolescenti di Netflix (Tredici). Bisogna capire se questo video davvero esiste, chi riguarda, cercare di proteggerli per quanto possibile. Sociologi e psicologi di grido si esercitano da anni su quotidiani e riviste, questionano e discettano sulla nostra società troppo libera, in cui tutti si sentirebbero responsabili solo di fronte ai propri desideri, ma lo hanno ripetuto così tante volte, da perdere il contatto con il mondo reale: in questa società in cui ognuno sarebbe libero di fare quello che vuole, le persone provano vergogna o colpa – o tutte e due insieme – in modo inaspettato, frequente, imprevedibile, soprattutto in giovinezza.

Quando compro il “Corriere della Sera” prima di entrare in classe, mi chiedo se per caso non abbiano ragione psicologi e sociologi. In prima pagina, subito sotto le notizie sulla morte di Totò Riina (Il padre del bambino sciolto nell’acido: troppo tardi, doveva morire 50 anni fa. Niente funerale per il boss dei boss), ci sono quelle del liceo: Video hard e bombe carta, parla la preside. La “cricca” del Virgilio: tutti figli della Roma bene. Dentro, un’intera pagina in nazionale con un articolo e un’intervista alla preside reggente dell’istituto, che parla di clima mafioso e intimidatorio all’interno della scuola, poi altre due pagine in cronaca di Roma: Cocaina in classe al liceo Virgilio. I genitori: pazienza. Un altro caso dopo il video hard e i petardi, accanto un editoriale del vicedirettore Antonio Polito, Cari papà, care mamme (ma non aveva scritto un libro Contro i papà?).

Entro in classe con un trasalimento nuovo: e se non fossero i ragazzi che conosco, ma un’accozzaglia di mafiosi e aspiranti pornofilmakers, figli cocainomani di genitori sballati? Parliamo, leggiamo i giornali, interpretiamo, opinioni diverse, molta volontà di ascoltare, sincero bisogno di capire che cosa sta succedendo, no non sono cocainomani incalliti. Ma soprattutto grande stupore quando sollevo la questione del video: stupore vero, non le facce furbe e omertose di quando chiedi che cosa c’era da studiare per oggi e tutti tacciono, sapendo esattamente cosa c’era, ma sperando che tu non te lo ricordi. Stesso stupore in tutte le classi, stesso stupore registrato da tutti gli insegnanti.

Educazione e intervento sociale

L’infinito discorso sulla scuola

di Federica Lucchesini

disegno di Matticchio

Negli ultimi mesi del 2017 sono usciti due libri di cui si è parlato molto e a cui si continua a far riferimento nei discorsi sulla scuola. Uno è della storica Vanessa Roghi, dedicato a Don Milani (La lettera sovversiva. Da Don Milani a De Mauro, il potere delle parole, Laterza 2017) e l’altro è dello scrittore, giornalista e insegnante Christian Raimo, sulla scuola e le sue recenti trasformazioni (Tutti i banchi sono uguali. La scuola e l’uguaglianza che non c’è, Einaudi 2017). Sono entrambi libri non specialistici, di lettura semplice ma di ragionamento complesso, che mirano a costruire una visione di scuola pubblica, democratica, inclusiva.

Roghi da storica ricostruisce filologicamente il tempo, le condizioni e le ragioni dello scritto più celebre di Don Milani, illuminando la portata culturalmente e creativamente dirompente dell’utopia politica di una scuola per tutti.

Raimo si impegna come critico culturale militante a descrivere le attuali politiche scolastiche nelle loro cornici ideologiche. Nella prima parte del libro riporta dati ed esemplifica la situazione, dal determinismo sociale delle carriere formative (la scuola superiore che farai dipende da quanto hanno studiato i tuoi genitori) al business delle ripetizioni (se vai bene al liceo dipende da quanti soldi hai). Analizza l’urgenza di vincolare sempre più strettamente la formazione scolastica alla domanda del lavoro; cerca di spiegare l’ossessione valutativa per quello che è: gli effetti sulla vita scolastica del generale progetto di governa-mentalità attuale, che tramite la rendicontazione classificatoria e normativa mette in carico ai soggetti l’esecuzione di procedure stabilite altrove, per esiti redistributivi impari. Le attribuzioni di valore che produciamo solerti con procedure di rendicontazione valutativa standardizzate, e in base alle quali crediamo di scegliere il meglio e come agire, non sono neutre né trasparenti né efficienti: perché soprintendono a definire quali risorse e possibilità siano disponibili per quali soggetti e imprese, senza passare per luoghi di verifica e discussione politica in cui si rielaborano bisogni, scopi e presupposti. Non sono concetti semplici perché non viviamo in un mondo semplice. Raimo non lo dice esattamente così ma ricostruisce le idee sottese ai recenti documenti di politica scolastica, attribuendole alle loro fonti, spesso connesse a think-tank di gruppi finanziari ed economici dominanti. Nella seconda parte del libro tratta infatti di “competenze” e dell’alternanza scuola-lavoro, elementi decisivi del processo di trasformazione istituzionale delle scuole. Sistematizza e rende disponibili una serie di riflessioni importanti, prodotte nell’ambito della ricerca accademica o del pensiero critico, sul concetto di competenza e analizza come è stata applicata l’alternanza scuola lavoro, sulla base di quali accordi e con quali parole è stata descritta nei documenti ufficiali. Tutto realmente utile.

In chiusura, nel capitolo finale intitolato La gioventù assurda, Raimo si appella alla necessità di un discorso sulla scuola rivoluzionario, consapevolmente politico e problematico. E scrive con un tono diverso.

Di fatto si può essere grate al libro di Raimo: argomenta chiaramente, riporta dati e fonti, il suo discorso è attendibile, concreto, fondato su un lavoro di studio che permette di sapere di cosa si sta parlando, schierato sulla parte che riconosco. Eppure un senso di inquietudine, di insoddisfazione mi rimane. Forse perché l’urgenza della lotta tollera a stento persino il conforto della dimostrazione esemplare; perché siamo assetate di discorsi sulla scuola che resistano a essere tritati e ridetti in chiacchiera nei circoli del consumo culturale, nelle nicchie di status o gusto.

pianeta

Cina, la fantascienza in un paese di fantascienza

di Maria Rita Masci

disegno di JooHee Yoon

La pubblicazione in Italia del romanzo Il problema dei tre corpi (San ti de wenti) (Mondadori 2017) di Liu Cixin offre l’occasione per parlare del revival della fantascienza in Cina e del ruolo che sta ricoprendo nel rivitalizzare la narrativa cinese contemporanea. Costituisce anche un volano per riflettere sullo stato della letteratura nell’era di Xi Jinping, attraverso altri due casi, il romanzo di Fang Fang Ruan mai (Sepoltura molle, 2016) e l’opera di Chen Xiwo che, invece di occuparsi di mondi lontani e invasioni di extraterrestri, sono alle prese con le ansie dei terrestri, subendo fortune avverse.

 

Il problema dei tre corpi

L’autore del romanzo, Liu Cixin, è considerato uno dei principali scrittori di fantascienza cinese, premiato in patria ma anche in America, dove ha ottenuto il premio Hugo nel 2015. Da noi arriva appunto dall’America ed è stato purtroppo tradotto dall’inglese.

La storia narra di Ye Wenjie, figlia del fisico Ye Zhetai, professore all’università Tsinghua, che vede morire il padre per mano delle Guardie rosse nel corso di una sessione di critica durante la Rivoluzione culturale. A quell’orrore seguono l’impazzimento della madre e il suicidio di un’amica.

Mandata a lavorare in campagna, un collega le fa leggere Silenziosa primavera di Rachel Carson, un testo relativo agli effetti negativi sull’ambiente dell’uso eccessivo dei pesticidi, che la fa riflettere sul fatto che, dal punto di vista della natura, l’uso dei veleni non è diverso dalla Rivoluzione culturale, ha lo stesso effetto distruttivo sul mondo. A quel punto si convince che le azioni dell’uomo sono malvage e che sia impossibile aspettarsi il risveglio di una coscienza morale da parte dell’umanità. “Conseguire il risveglio di una coscienza morale richiede l’intervento di una forza esterna a quella della razza umana”.

Tradita dal collega che le aveva dato il libro, Ye Wenjie viene accusata di essere una controrivoluzionaria e finisce in carcere. Tuttavia, essendo una valente astrofisica, un ex allievo del padre la inserisce in un centro di ricerca segreto e isolato – Costa rossa – dove dovrà passare il resto della sua vita.

Il centro invia messaggi nello spazio, grazie a una tecnologia inventata dalla stessa Ye Wenjie. Un giorno riceve un messaggio dal cosmo, Ye risponde di nascosto dagli altri, segnalando la posizione della Terra e invitando gli extraterrestri a invaderla e colonizzarla, poiché essa non è in grado di risolvere da sola i suoi problemi.

pianeta

Notizie dal Cairo e dalle sue prigioni

di Costanza Spocci

disegno di Joann Sfar

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Non ci sarà un secondo turno delle presidenziali egiziane. La vittoria del presidente Abdel Fattah Al Sisi è già data per certa alla prima tornata elettorale, ancora prima dell’apertura delle urne. Questo non depone in favore di Moussa Moustafa Moussa, il secondo e unico sfidante che, presentandosi gli ultimi quindici minuti prima che l’Autorità Nazionale per le Elezioni chiudesse le candidature, aveva detto: “entro in una competizione leale e onorevole per vincere”. Moussa, membro del partito filo-governativo El-Ghad, fino a quel momento è stato un politico di basso profilo. Tanto che a metà gennaio, quando evidentemente non pensava ancora di candidarsi, si era pubblicamente pronunciato in favore di un’elezione di Al Sisi. Non è la prima volta che Moussa si presta alle esigenze di un uomo forte: l’intelligence l’aveva già utilizzato per indebolire lo sfidante di Mubarak alle presidenziali del 2005, l’ex leader del Ghad Ayman Nour. Allora Moussa aveva creato un movimento scissionista che aveva spaccato il partito in due. Il fatto che oggi proprio lui sia stato ripescato, dà un’informazione utile per riordinare i tasselli della politica egiziana: nessun altro si è prestato al gioco.

Se Moussa non si fosse presentato, quelle del 26-28 marzo non sarebbero state delle elezioni, la formalità della democrazia egiziana sarebbe saltata e il voto si sarebbe trasformato in un plebiscito, con il rischio di diventare un referendum sull’operato degli ultimi quattro anni di Al Sisi. Date le premesse, i risultati del voto non sono fondamentali, considerando che nessun organismo indipendente ha monitorato un processo elettorale che Human Rights Watch ha definito senza mezzi termini “né libero, né corretto”. Però queste elezioni sono importanti, perché per la prima volta hanno mostrato una spaccatura evidente all’interno dell’apparato militare-securitario e, soprattutto, che la vera lotta politica si gioca al suo interno.

 

Lotta interna all’apparato

Sebbene Sisi sia in una posizione forte, non tutti nelle Forze Armate egiziane sono entusiasti dell’attuale presidente. La maggior parte dei candidati ha un trascorso nell’establishment militare e, proprio perché considerati una minaccia interna, sono stati tutti brutalmente esclusi dalla corsa. “Mi candido contro Al Sisi”, aveva detto a gennaio l’ex-Capo di Stato Maggiore Sami Anan, “per risollevare un paese che è in declino a causa di difettose strategie di governo che hanno sovraccaricato di responsabilità le forze armate e indebolito il settore civile”.

Il giorno dopo la sua dichiarazione, Anan è stato arrestato ed è tuttora rinchiuso in un carcere militare, in attesa di comparire di fronte alla Corte Marziale con accusa di sedizione. Per lui ha pagato anche l’ex capo dell’audit Hisham Genina: se qualcosa fosse successo ad Anan, minacciava, “pubblicherò 350 pagine di documenti che provano gravi accuse di corruzione di alcuni membri dell’esercito”. Non ha fatto in tempo: prima è stato aggredito e picchiato da uomini mascherati e poco dopo è stato arrestato.

Una fine simile ad Anan l’aveva già fatta lo scorso dicembre il Colonnello Ahmed Konsowa, che per essersi presentato dovrà scontare sei anni di carcere militare. Persino Ahmed Shafiq, ex-generale dell’aviazione, è stato prelevato dalla sua casa di Abu Dhabi per essere deportato al Cairo, dove è stato “trattenuto” in un hotel per diversi giorni senza possibilità di comunicare con l’esterno. Il 7 gennaio si è ufficialmente ritirato dalla corsa elettorale. Anche l’ultimo “insider” della lista, il nipote dell’ex presidente Sadat, Mohamed Anwar Sadat, ha ceduto alle pressioni e ha deciso di abbandonare la corsa, nonostante i suoi forti legami con l’intelligence.

Educazione e intervento sociale

Perché occupare le terre

di Antonio Cattaruzza e Giovanni Pandolfini. Incontro con Mimmo Perrotta

disegno di Lorenzo Mattotti

Antonio Il neoliberismo capitalista si è evoluto in quello che oggi viene chiamato estrattivismo, cioè la ricchezza non si produce più dalla produzione materiale di qualcosa, ma è la sottrazione alla ricchezza di qualcuno, cioè la sottrazione dell’acqua, delle terre, dell’energia, di un determinato tipo di socialità, di rapporti sociali, e questo paradigma funziona qua come funziona da tutte le altre parti del mondo. Questo ha portato a una crisi ambientale enorme. Nel nostro caso io non parlerei tanto di occupazione, parlerei di riappropriazione della terra e di redistribuzione. La questione non è solo praticare il “ritorno alla terra”, di cui parlano tanto i media, ma del principio che questa terra è nostra, di tutti e tutte, e noi intanto ce la riprendiamo.

Giovanni Partendo dalla base, l’essere umano e tutti gli altri esseri viventi hanno bisogno dell’aria, dell’acqua e del cibo. L’acqua l’hanno già in qualche maniera sistemata; l’aria è più problematica per la sua natura; per il cibo, invece, già da tanto tempo ne è impedito l’accesso diretto, perché è negato o difficile l’accesso alla terra a quanti non sono ricchi possidenti o figli di imprenditori agricoli. Nel nostro percorso mettiamo in discussione un sistema in cui per accedere al cibo devi per forza procurarti un lavoro che ti può procurare del denaro per poterti andare a comprare il cibo che ti serve. Fare il contadino non è scegliere una professione, è scegliere un modo di vita diverso, che è il rapporto diretto con la produzione del cibo e il proprio sostentamento. Poi si crea anche una piccola produzione che può essere un surplus commercializzato e arricchire la comunità e può servire anche a comprarti un qualcosa che te non hai, in un’ottica di piccola scala.