Educazione e intervento sociale

L’educazione incidentale, ieri e oggi

di Valerio Rigo

Colin Ward

Dove si educa un bambino? Questa domanda può sembrare insolita, mentre ci apparirebbe del tutto ordinaria se al dove sostituissimo la parola come. Ma possiamo darne una lettura completamente differente anche a seconda dell’interpretazione data al si: impersonale o riflessivo. Questa ambivalenza di significato ci mette di fronte due temi fondamentali sui quali il mondo dell’educazione è chiamato a riflettere: il confronto con lo spazio circostante come elemento di crescita e di scoperta; la libertà di condurre autonomamente tale confronto da parte del bambino. Due temi presenti nelle teorie e nel dibattito pedagogico a partire dall’epoca illuminista, da quando con la rivoluzione francese si cominciò a diffondere l’idea che l’istruzione primaria debba essere pubblica, obbligatoria e gratuita a prescindere dal genere e dalla classe sociale di un alunno. Già in quegli anni William Godwin, pensatore anarchico e padre di Mary Shelley, sottolineò il rischio concreto che la scuola diventasse un luogo nel quale gli studenti fossero esclusi dalle responsabilità, da ciò che avviene nella vita reale di una persona e nella società. In generale, gran parte della pedagogia del Novecento è attraversata dal confronto su questi temi, eppure ancora oggi si continua a dare troppo per scontato che il luogo destinato all’educazione sia solo ed esclusivamente l’ambiente scolastico.

Francesco Codello ha recentemente curato, per la casa editrice Elèuthera, la pubblicazione di una serie di interventi di Colin Ward intitolata L’educazione incidentale, un testo che offre moltissimi spunti a questo riguardo e che riflette i molteplici interessi del suo autore, come mostrano i numerosi riferimenti a fatti di cronaca, ricerche e romanzi poco noti al lettore italiano. Rileggendo l’etimologia del termine educare, nelle pagine di questo libro l’educazione torna ad ex ducere, a condurre fuori dai banchi, dalle aule, dagli istituti, per allargare lo sguardo alla strada, alla città, alla vita che quotidianamente si svolge nel mondo esterno alla scuola. Per questo Ward usa il termine incidentale, riferendosi a un’educazione non programmata, informale, che non avviene nei luoghi prestabiliti dall’istituzione e per il tramite delle discipline.

poco di buono

Giovani e lavoro. un romanzo

di Francesco Targhetta. Incontro con Nicola De Cilia

disegno di Armin Greder

Francesco Targhetta, classe 1980, si era fatto notare nel 2012 con un romanzo in versi, Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn), ritratto di una generazione in bilico tra attese e frustrazioni, tra una post adolescenza che sembra non finire mai e una maturità dai contorni chimerici: precari sospesi in un limbo di impossibilità. Nel nuovo romanzo, Le vite potenziali (Mondadori 2018), quei giovani sono cresciuti, uscendo dalla situazione di stallo per entrare nel vortice del mondo del lavoro, più precisamente, quello informatico dell’e-commerce.

L’e-commerce, ti spiego, si basa sulla delocalizzazione e sulla desincronizzazione, cioè: rende possibili acquisti immediati di oggetti lontani che non puoi avere tra le mani subito. Ti fa pagare all’istante, ma lasciandoti godere solo in un secondo momento di quanto hai comprato. Comprare è stato un flash, ma non gli ha fatto seguito niente che tu possa toccare con mano, e mentre il corriere ti recapita alcuni articoli, tu, nel frattempo ne hai già ordinati altri, in un garbuglio caotico che è il vero nocciolo del godimento, o dell’angoscia, vedi tu. È come stare sempre dentro un negozio, in un certo senso. E così accumuli ipotesi e opzioni di consumo, dicono, ammucchi potenzialità, mica altro, possibilità di esperienza, perché poi finisce quasi sempre che ti manca il tempo per godere davvero di quello che hai comprato, e allora si crea quel vuoto che ti spinge a comprare ancora, e intanto in cambio hai la sensazione di una vita ricca, una vita pronta a diventare più intensa, sempre sul punto di esplodere, di farsi più vasta e desiderabile. Vedi, noi diamo soprattutto questo, a prescindere dal prodotto specifico che vende il nostro cliente: diamo la sensazione di avere una vita che merita in continuazione, anzi, sempre di più, di essere vissuta. C’è di peggio, no?

poco di buono

L’hip hop premiato. Kendrick Lamar e l’America nera

di Simone Caputo

 

Il 22 agosto 1974 il Governo Federale degli Stati Uniti d’America approvò l’Housing and Community Development Act, decreto che diede avvio, dopo lunghissima attesa, al Section 8, provvedimento teso a tutelare le condizioni abitative delle fasce più basse della popolazione, garantendo appartamenti all’interno di nuovi condomini che dovevano sorgere quanto più possibile vicino ai centri cittadini. Il decreto aveva il fine di evitare la creazione di ghetti, integrando le minoranze nere e ispaniche in un momento in cui l’America aveva bisogno del contributo di tutti per rialzarsi dalla Guerra del Vietnam. Il Section 8 fu un fallimento pressoché totale, generando un sistema ancora più ghettizzato, come racconta la miniserie della HBO Show Me a Hero, scritta da David Simon, già autore della notissima The Wire sulla città di Baltimora. Un fallimento che andò di pari passo con l’ascesa della “Ronald Reagan Era”, la più odiata dai rapper afroamericani; non è un caso, dunque, che nel 2011 un ragazzo di colore nato a Compton, piccola città della California nota per l’elevatissimo tasso di criminalità, decise di intitolare il suo primo album in studio Section.80, e che tra i pezzi di quel disco ve ne fosse uno intitolato Ronald Reagan Era: quel ragazzo era il rapper e musicista Kendrick Lamar. L’album è una sorta di concept su Compton, non lontano dalle atmosfere di Lola Darling e Do the right thing di Spike Lee: vi trovano spazio storie intime (spesso tragiche e femminili, come in Keisha’s Song), generazionali (un’intera comunità dilaniata dalla droga che scorre a fiume nei ghetti) e la questione razziale. Nel video del singolo HiiiPoWeR compaiono numerosi estratti da telegiornali dell’epoca, un’epoca in cui Osama Bin Laden era il nemico americano numero uno, e Lamar canta: “Non capirai mai la mia vita e il mio mondo. Hai mai visto un bambino appena nato uccidere un uomo?”. Section.80 condensa, in una forma ancora grezza, ideali musicali, lingua e urgenza narrativa che hanno poi fatto di Lamar uno dei rapper più influenti della generazione nata tra gli anni ottanta e novanta, oggi al vertice delle classifiche di vendita, primo artista pop a essere premiato col Pulitzer per la musica.

Tre circostanze hanno segnato forse più d’altre la vita di Lamar, indirizzando la complessità della sua scrittura. La prima risale al 29 aprile del 1992, quando il piccolo Kendrick vide una coltre di fumo, generata dai disordini scatenati dal pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles, alzarsi da South Central: uno degli episodi più citati nella storia dell’hip hop, che ha condizionato la carriera di molti rapper e di quanti hanno avuto poi parte nella diffusione del Black Lives Matter, movimento antirazzista internazionale sorto dopo le uccisioni da parte della polizia di Michael Brown a Ferguson ed Eric Garner a New York. La seconda circostanza è identificabile nell’incontro con Dio, il grande tema da analizzare quando si interpreta la discografia di Lamar, nelle cui storie il tormento assume spesso una dimensione intima e umanissima, prima di aggrapparsi a un’ancora di salvezza religiosa. L’ultima circostanza ha a che fare col Compton Swap Met, uno dei luoghi più iconici del rap della East Coast: lo spazio, riconvertito a mercato dagli immigrati coreani nel 1983, aveva ospitato uno dei più celebri video di Tupac Shakur, California love. Sul quel set c’era anche Lamar che sulle spalle del padre Kenny ammirava il suo idolo; qualche anno più tardi, alla ricerca di una location per il video di King Kunta (in To Pimp a Butterfly, 2015), scelse proprio quel posto, certificando la devozione per il rapper assassinato nel 1996, ai suoi occhi novello Malcolm X.

primo piano

Premio della rivista “Gli asini”

la locandina è di Fabian Negrin

Premio della rivista “Gli asini”

4-5 agosto 2018

Polo Biblio Museale Lecce

Convitto Palmieri – Biblioteca Bernardini

Il premio è nato nel 1992 su ideazione di Goffredo Fofi e ha attraversato nel tempo l’esistenza di quattro riviste: “Linea d’ombra”, “La terra vista dalla luna”, “Lo Straniero” e infine “Gli asinI”. Il premio originariamente aveva il nome “Scommesse sul futuro” e veniva assegnato a nuove realtà e a giovani artisti, ma in seguito si è trasformato in un riconoscimento volto a tracciare una mappatura di giovani talenti e dei grandi vecchi nel tentativo di stabilire un’area di resistenti a una visione omologante della cultura. A questo proposito viene nominata annualmente una giuria che si occupa di indicare personalità, figure, artisti, associazioni ed enti che si sono distinte nel loro campo per quello che la rivista stessa definisce una particolare “filosofia asinina”, ossia una particolare testardaggine nello sviluppo dei progetti nei rispettivi campi di appartenenza.

 

Premiati 2018

Banca Etica 

Mimmo Borrelli, poeta, drammaturgo, attore e regista teatrale

Maurizio Cecchetti, critico d’arte e editore della casa editrice Medusa

Elena Ferrante, scrittrice

Damiano e Fabio D’Innocenzo, registi, autori de La terra dell’abbastanza

Bruno Maida, storico, Università di Torino

Lea Melandri, saggista, scrittrice e giornalista

Davide Orecchio, scrittore

Claudia Palmarucci, illustratrice

Mimmo Perrotta, sociologo e attivista

Carla Pollastrelli, studiosa dell’opera di Jerzy Grotowsky e organizzatrice teatrale

Enzo Traverso, storico

padre Fabrizio Valletti, fondatore del Centro Hurtado di Scampia a Napoli

 

Presidente della giuria: Piergiorgio Giacchè

 

Sabato 4 agosto ore 20,30-23

Cerimonia di premiazione

pianeta

“Samouini road” dopo una guerra

di Stefano Savona

disegno di Simone Massi

Samouni Road è il film di Stefano Savona e Simone Massi, le cui immagini illustrano questo numero e che è stato presentato al recentissimo festival di Cannes e ha vinto l’Oeil d’or assegnato al miglior documentario. Ringraziamo Stefano, Simone e Dario Zonta per aver potuto pubblicare questo testo e queste immagini appassionanti.

Sono arrivato a Gaza nel gennaio 2009, quando l’operazione militare israeliana era già in atto da più di due settimane, spinto dal desiderio, nel quale si mescolavano rabbia, incoscienza e non poca ignoranza e presunzione, di combattere una frustrazione. Quella di dover assistere, davanti agli schermi di una tv o di un computer, alla pretesa assurda della quasi totalità dei media occidentali di raccontare un conflitto (il più  asimmetrico dei conflitti nel quale un minuscolo territorio sotto assedio, assimilabile a un campo di rifugiati, viene attaccato militarmente senza esclusione di colpi dalla potenza occupante che per il diritto internazionale avrebbe la responsabilità di tutelarne la sicurezza) interamente dall’esterno, senza nemmeno provare a forzare il divieto d’ingresso nella Striscia di Gaza imposto militarmente dalle autorità israeliane a tutti i giornalisti e il conseguente embargo delle immagini.

Mi sono detto in maniera estremamente naive che valeva la pena di provare a entrare a Gaza dal confine egiziano perché, sapendo come in Egitto molto più che altrove, ogni regola conosca un numero infinito di eccezioni, ero convinto che se una breccia in quel confine si fosse aperta avrei trovato il modo di intrufolarmici. E così è effettivamente stato: mi sono ritrovato nell’ultima settimana di guerra ad essere uno dei pochissimi stranieri all’interno della Striscia e, solo con la mia telecamera, ho potuto filmare, montare e pubblicare giorno per giorno un diario cinematografico del conflitto, dove cercavo di raccontare con i mezzi del cinema documentario quello che accadeva intorno a me.