Educazione e intervento sociale

Giorgio Antonucci. Vita di uno psichiatra

di Oreste Pivetta

fonte wikipedia

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Giorgio Antonucci è morto nel novembre scorso. Aveva ottantaquattro anni. Nato a Lucca nel 1933, si era laureato in medicina, aveva scelto la strada della psicoanalisi e poi, presto, della psichiatria o, meglio, dell’ospedale psichiatrico, perché la psichiatria imperante, la psichiatria accademica della segregazione, della contenzione, dell’ elettroshock, la rifiutò sempre. Sicuramente era stimato da molti e forse amato, ma non raggiunse mai la notorietà di Franco Basaglia, più anziano di nove anni, soprattutto più “politico” e più strategico, più attento a costruire attorno  a sé reti di alleanze e di solidarietà.

Alla sua morte, pochi hanno scritto di Antonucci e, se chiedi in giro, nessuno sa di lui. Raistoria ha presentato una sorta di docufilm, diretto da Alberto Cavallini, docufilm assai modesto nelle parti di fiction, dove ogni immagine ben poco poteva rappresentare della oscena condizione dei malati mentali, ma bellissimo quando la scena era lasciata a lui, Giorgio Antonucci, ormai anziano, intervistato nella sua casa di Firenze, narratore della sua esperienza di vita e di lavoro, dagli anni di scuola a quelli del manicomio, un vecchio con la nobiltà del vecchio e la saggezza che consente spazio alla ironia e  all’autoironia.

Il film, o il docufilm come si usa dire, si apre con un esterno scuola. Due ragazzi se ne vanno. Nella sequenza successiva si entra in aula. Un’insegnante di lingue interroga un alunno chiedendogli la traduzione in inglese di una banale frasetta… Il ragazzo chino, in lacrime, cerca di rispondere, non risponde, balbetta qualcosa. L’insegnante lo rimprovera e insiste con la richiesta della traduzione. Silenzio ancora e a questo punto il tono del rimprovero si fa alto e aspro: “Sei una vergogna…”. Il ragazzo in lacrime torna al suo posto, deriso dai compagni. Dopo pochi secondi, un giovane si alza e si presenta alla scrivania. Fissa negli occhi l’insegnante: “No, lei non aveva il diritto di umiliare una persona, un mio compagno il cui unico delitto è stato quello di non aver studiato a sufficienza…”.  Giorgio Antonucci, cominciava così, studente liceale, la sua battaglia in difesa dei diritti e della dignità degli uomini. In quel caso giovanile era un collega di studio, più avanti negli anni saranno i matti, rinchiusi, dimenticati, maltrattati, catalogati, schedati secondo tabelle che dovrebbero descrivere e incasellare la loro malattia, utili solo a giustificare la loro reclusione.

Quando il primo agosto 1973 entrò nell’Istituto psichiatrico “Osservanza” di Imola, chiamato  da Edelweiss Cotti, un medico riformatore e un amico, scelse di assumere la direzione del reparto considerato “più difficile e pericoloso”, il reparto 14 delle “agitate”. Lo racconta così lo stesso Antonucci in un prezioso libro, edito da Eleuthera, “Il pregiudizio psichiatrico”: “I muri alti, le inferriate alle finestre, le porte di ferro, i vari settori dell’abitato separati e controllati, le celle con lo spioncino, i letti inchiodati al pavimento, erano le principali caratteristiche della struttura. Le quarantaquattro donne internate, tutte con diagnosi di schizofrenia, vivevano rinchiuse, isolate, legate, sorvegliate di continuo e sottoposte a tutti i trattamenti più brutali della psichiatria…

Educazione e intervento sociale

Après nous le déluge?

di Olivier Mongin e Jean-Louis Schlegel. Traduzione di Emanuele Dattilo

disegno di Stefano Ricci

 

Recuperiamo da un vecchio numero di “Esprit” del gennaio 2017, una delle poche riviste europee ancora vive, e cioè presenti ai nuovi tempi, che aveva per titolo “Où sont les prophètes?”, il breve editoriale che lo introduceva. L’argomento è appassionante, e ci torneremo. (Gli asini)

 

Mai come ora ci sembra che tutto possa accadere e di non avere alcuna presa sul mondo a venire, sulla storia in corso. L’aver rinunciato alle grandi fedi, che vantavano una storia ben migliore, non è certo una novità. Il nichilismo ci tormenta dalla fine del diciannovesimo secolo, e la grande narrazione secolare se la passa anch’essa piuttosto male, mentre la religione riprende piede sotto forme esplosive e apocalittiche. Inoltre, questa perdita di un rapporto felice con il tempo – qualora sia mai esistito – si accompagna alla constatazione del sentimento di impotenza di fronte alla storia che scorre sugli schermi. O si guarda la storia come regressiva, con la tematica dell’antropocene, per cui l’attività umana di dominio della natura porta danni irreversibili per la terra, e rappresenta una minaccia mortale per l’umanità che la abita; oppure si subiscono i colpi degli avvenimenti successivi al 2001 (Aleppo, Brexit, Trump…) come fossero catastrofi storiche accidentali, che ci appaiono ancora peggiori in quanto soccombiamo di fronte al flusso dell’informazione continua e delle previsioni. Noi siamo dei sondatori permanenti, e ciò vale tanto per la politica quanto per il mercato, ma la storia è più che mai imprevedibile, e dunque ingovernabile. La potenza tecnologica, che non conosce altro linguaggio se non quello dell’innovazione esacerbata, va di pari passo con un sentimento di impotenza, condiviso da coloro che non soccombono di fronte ai deliri scientisti.

pianeta

Messico, una candidata india

di Juan Villoro. Traduzione di Cecilia Raneri

illustrazione di Fabian Negrin

 

Una ragazzina di 13 anni vende semi di zucca a Ciudad Guzmán, Jalisco. È la terza di undici fratelli. A casa sua, nella comunità nahua di Tuxpan, a un’ora di camion, ci sono le tortillas, ma non c’è niente da metterci dentro. La cena dell’intera famiglia dipende dal fatto che María de Jesús Patricio Martínez riesca a vendere un sacchetto di semi. La scena si svolge nel 1976. Oggi, quella ragazzina aspira alla Presidenza della Repubblica.

L’impresa di Marichuy, o Chuy, come la chiamano i più intimi, è cominciata al modo delle cosmogonie preispaniche: in mezzo al mais. “Mio padre era un agricoltore; io andavo con lui nei campi, di pomeriggio studiavo e di sera aiutavo mia madre con i miei fratelli più piccoli”, commenta nella sede del Concejo Indígena de Gobierno, nella colonia Doctores di Città del Messico. Ci riuniamo mentre il resto della giunta fa colazione poco prima di un’assemblea. Sono le 9 di mattina di sabato 4 novembre. Nel pomeriggio, Marichuy riprenderà il suo intenso itinerario attraverso le comunità indigene, questa volta in direzione del Golfo. Suo marito, l’avvocato Carlos González, difensore delle terre comunali, la ascolta rispettosamente e interviene solo quando lei gli domanda una data o il nome di un’organizzazione. Carlos è una precisa banca dati. Ecco che suona il cellulare di Marichuy; lei vede il prefisso e chiede a quale stato corrisponda. “Guerrero”, risponde immediatamente Carlos.

“A scuola mi piaceva partecipare, ma non tanto parlare”. Questa frase descrive bene Marichuy: ha fiducia in quello che dice, ma si fida di più di quello che le dicono gli altri. Ribatte con facilità agli scherzi e risponde alle domande con la tranquilla spontaneità di chi non si perde nel labirinto delle parole. L’ho vista dialogare a tavola con intellettuali, sbrigare pratiche negli uffici, assistere a una riunione collettiva a Oventic, tornare da un lungo cammino o prepararsi a intraprenderlo. In ogni circostanza ha agito con una naturalezza difficile da associare alla vita politica. Marichuy non cerca di essere un “personaggio”; in tempi di post-verità, non ha bisogno di mentire.

pianeta

Un cimitero in tunisia

di Taddeo Mecozzi

disegno di Fabian Negrin

A Zarzis, in Tunisia, a pochi chilometri dalla Libia, c’è un cimitero. Se così lo si può chiamare. È un cimitero di cui, se solo si trovassero tutti i possibili candidati ad abitarlo, si parlerebbe moltissimo. Se ne discuterebbe ovunque perché non ci sarebbe già più spazio per tenere i corpi di tutti quelli che gli sono destinati. Se ne parlerebbe con angoscia perché sarebbe senz’altro uno dei cimiteri cresciuti di più negli ultimi venti anni. Se ne parlerebbe con orrore perché i corpi che vi vengono sepolti non sono quasi mai interi, a volte non hanno i vestiti, sono mutilati e già decomposti. E invece in pochi sanno che esiste e che ogni giorno, seppur non come dovrebbe, perché si recuperano con fatica i suoi ospiti, cresce, cresce e cresce, fino a non bastare più il poco spazio che ha. Tra qui e l’Italia il numero di questi cimiteri aumenta di anno in anno.

A Zarzis c’è una lunghissima spiaggia. La sabbia è molto fine e si fa fatica, pur camminando verso il mare, a immergersi completamente nell’acqua. Il sole è forte e la sua luce è brillante e chiara. Gli occhi e la fronte sono sempre corrugati e si proteggono dal sole.

Lungo la spiaggia sono diversi i ristoranti e i caffè. Anche d’inverno i tavoli di plastica e le sedie colorate sono gettate sulla spiaggia. La gente del posto mangia e beve sotto gli ombrelloni di paglia e un cameriere in ciabatte porta cibo e bevande. Tutt’intorno immondizia, case abbandonate, case in costruzione, palazzi mai completati e montagne di detriti completano lo scenario.

Si sa che il mare, prima o poi, restituisce tutto quello che gli uomini vi gettano. In particolare, quando finiscono le mareggiate, lungo il bagnasciuga si forma un’ondeggiante striscia di detriti che, quando il mare si ritira, rimane lì a far da confine tra l’ultimo punto in cui battono le onde e il primo in cui la sabbia rimane asciutta.

storie

A Gricignano si spara agli immigrati

di Maurizio Braucci

Mi incontro con Nicola Alfiero alla stazione di Aversa, parlare con lui è come parlare con un pezzo di storia del territorio, storia che passa per gli ultimi, per i i ribelli, per gli abusivi. Ecco infatti come risponde al mio scherzo “Nicò ti sto registrando… tutto quello che dirai potrà essere utilizzato contro di te”. “Contro di me? Meno male”, ribatte lui.

C’è una dimensione spirituale in persone come Nicola che mi fa pensare a quello che Pasolini diceva di sé scrivendo “Non ho vergogna dei sentimenti”, una dimensione dove l’umano è vissuto con intensità dentro quella che Nicola definisce “La solidarietà per il cambiamento”. Lui e sua moglie hanno iniziato ad Aversa negli anni Ottanta la loro “attività senza specializzazione rivolta a ogni tipo di esigenza”, dedicandosi alla cura di persone in difficoltà che non avevano nemmeno bisogno di bussare alla porta della loro casa perché questa era sempre aperta.

“Comunità terapeutica è una definizione superflua”, mi spiega questo uomo dal fisico minuto e dall’energia vulcanica “La comunità è di per sé terapeutica. Noi siamo stati sempre aperti alle problematiche del nostro territorio e, a seconda di quello che veniva – infanzia, disabilità, tossicodipendenza, immigrazione- cercavamo delle risposte. Operavamo inventandoci delle fonti di sostentamento, durante le festività vendevamo dei manufatti artigianali prodotti da noi e intanto vivevamo del lavoro individuale, io sono perito industriale e un impianto elettrico da riparare non mi è mai mancato. Oggi sento parlare solo di sportelli, con sociologi e psicologi e avvocati con i loro orari predefiniti e inviolabili, con stipendi e costi consistenti con cui noi potremmo mettere su il triplo di servizi che offrono loro. È diventato un mercato, un business in cui collocare al lavoro le proprie schiere di operatori e quindi non è un caso che sia accaduto quello che è accaduto a Gricignano”.