il libro

Un’opinione sui “Buoni”

di Anna Bravo

illustrazione di Sandra Dieckmann

illustrazione di Sandra Dieckmann

 

Davvero si può rispondere alla severità di Rastello verso un pessimo esempio di associazione non profit con l’argomento che siamo tutti un impasto di pulsioni opposte, e chi sono io per giudicare? tutti pedine di un’eterna partita tra il bene e il male con il potere come deus ex machina?
Alcuni recensori hanno pensato di sì, e guadagnato ascolto nell’opinione pubblica. A me pare di no. Raccontando scorci di vita di una vasta e influente organizzazione, I Buoni (Chiarelettere 2014) affronta il bene, il male, il potere nelle forme molto terrene e specifiche che assumono oggi, in una fase in cui i bisogni crescono e crescono gli aventi diritto, mentre lo Stato delega troppa parte dei suoi compiti di accoglienza e cura a una rete di enti privati detti “di utilità sociale”. I Buoni chiama in causa il qui e ora, non Dostoevskij, anche se lo si trova in esergo e in qualche tentazione didascalica.
La narrazione parte dal sottosuolo di una città dell’est Europa, dai bambini e ragazzi che vivono nei cunicoli delle fogne inalando colla e contagiandosi di Aids, pestandosi, aiutandosi. Prosegue a Torino, presso l’associazione “In punta di piedi” (detta “I piedi”) dove la ragazza esteuropea Aza viene accolta e poi cooptata nello staff che circonda il leader don Silvano. Di qui si snodano la seconda e terza parte del romanzo.

maestri

Ricordo di Bianca Guidetti Serra

Nella foto Bianca Guidetti Serra

Nella foto Bianca Guidetti Serra

Stamattina all’età di 95 anni è morta Bianca Guidetti Serra, partigiana e avvocato. La vogliamo ricordare con una recensione delle sue memorie di Goffredo Fofi, pubblicata da “Internazionale” (numero 798, 5 giugno 2009) e con l’introduzione e l’incipit di Contro l’ergastolo. Il processo della banda Cavallero (Edizioni dell’Asino 2010)

Bianca Guidetti Serra  ha alle spalle una lunga, eccezionale storia di battaglie vinte e perse. Partigiana comunista, vicina ad Ada Gobetti e amica di Primo Levi, militante del Pci nel dopoguerra e avvocato in molti dei più importanti processi politici fino agli anni novanta. Ha difeso partigiani, operai del nord e contadini del sud in rivolta, poi il movimento studentesco, i diritti operai nei lunghi processi contro la Fiat, la libertà di parola e di stampa. E si è anche battuta contro le “fabbriche della morte” e dell’inquinamento. Uscita dal Pci dopo l’invasione dell’Ungheria (1956), ha difeso con fermezza i delinquenti comuni (e molte donne), si è occupata delle leggi sull’adozione e, lineare nella sua morale politica, è stata ricusata dalle Br nel processo in cui rappresentava una vecchia comunista che vi era coinvolta. Amica di Nuto Revelli, ha seguito il suo esempio raccogliendo le biografie delle militanti di sinistra (Compagne, Einaudi), ha militato con Amnesty International ed è stata senatrice indipendente. Il suo libro Bianca la rossa (con Santina Mobiglia, Einaudi 2009) è molto diverso dalle autobiografie dei vecchi burocrati di partito, perché molto diversa dalla loro è la sua vita, raccontata forse con troppo pudore. Peccato per il titolo, sciocco, voluto dall’editore.

 

Il testo di Bianca Guidetti Serra compreso in questo quaderno è tratto da un volume più ampio di scritti dal titolo Storie di giustizia, ingiustizia e galera pubblicato da Linea d’ombra nel 1994. Sono testi che hanno a che fare con l’attività professionale di avvocato di Bianca Guidetti Serra, svolta sempre con il massimo di impegno civile e di coinvolgimento sociale ed etico, con senso i responsabilità e consapevolezza del ruolo “pubblico” che anche una professione privata comporta. Nella premessa al volume appena citato, Bianca Guidetti Serra ha scritto: “La mia vita individuale è stata strettamente intrecciata con il mestiere o, forse meglio, il mestiere mi ha sovente coinvolto personalmente. Temo non sia stato il modo giusto di fare l’avvocato. Molti sostengono infatti che è necessario un netto distacco tra l’intervento del difensore e chi lo richiede. Per me non è stato così. È prevalso l’interesse per i fatti, i fatti-reato, ma intesi come comportamenti di uomini e di donne che si dibattevano tra giustizia, ingiustizia, galera. Con analogo interesse ho considerato sovente il processo come strumento per la difesa di questioni di principio, spinta indiretta alla conquista di riforme”. Bianca Guidetti Serra – oltre che avvocato – è stata una protagonista della storia sociale, politica e civile del nostro paese: assistente sociale di fabbrica, partigiana, consigliere comunale e parlamentare, impegnata in tante battaglie civili e per il rispetto della giustizia, come nel famoso processo sulle schedature politiche della Fiat a danno dei lavoratori dello stabilimento torinese. Il racconto della vicenda giudiziaria della banda Cavallero – che dal 1958 al
1967 si rese protagonista di ventitré rapine, cinque omicidi e ventuno tentati omicidi – consente a Bianca Guidetti Serra di illuminarci sulla realtà contraddittoria del processo penale, sul ruolo non rieducativo del carcere e sulla disumanità di una condanna come quella dell’ergastolo. Ed è proprio con un documento, Perché no all’ergastolo, che l’autrice conclude il racconto di questa drammati ca vicenda giudiziaria. In Italia nel 1981 si è votato, su proposta dai radicali, un referendum per l’abolizione dell’ergastolo a cui solo il 22% ha dato il suo consenso. Se si votasse oggi, probabilmente, quella percentuale  scenderebbe ulteriormente e se si votasse per l’introduzione della pena di morte si rischierebbe di vedere la maggioranza degli italiani schierata a favore. Attraverso il racconto della vicenda giudiziaria della banda Cavallero, il testo di Bianca Guidetti Serra è un preciso atto d’accusa contro l’ergastolo. Non è un caso che oltre al documento Perchè no all’ergastolo Bianca Guidetti Serra chiude il libro del 1994 con una scheda tecnica (che oggi andrebbe riattualizzata) sugli articoli di legge riguardanti  l’ergastolo che prevedono una serie di ulteriori pene come la decadenza dalla potestà dei genitori, l’interdizione legale, l’impossibilità di fare testamento. Grazie alla legge Gozzini e ad altri provvedimenti in questi ultimi anni la situazione è migliorata, ma – nonostante alcune risoluzioni parlamentari che impegnavano le Camere ad abrogare l’ergastolo – il carecere a vita nel nostro ordinamento è ancora in vigore. Il testo di Bianca Guidetti Serra (il titolo originale è La banda Cavallero all’ergastolo) è quindi una preziosa testimonianza a favore di una giustizia al servizio degli uomini e delle donne ispirata a un senso di civiltà e di diritto e che dà alla pena un compito rieducativo e non vendicativo. Rileggere la vicenda della banda Cavallero, attraverso il ricordo della Guidetti Serra è assolutamente fondamentale per capire quanta strada ci resta ancora da fare per abrogare “una pena disumana che, sopprimendo per sempre la libertà di un uomo, ne nega automaticamente l’umanità”. E quanta strada ci resta da fare per rimettere l’umanità, i diritti e la giustizia, al centro di una società che rischia di incattivirsi sempre più contro gli immigrati, i rom, i gay, le minoranze. Si tratta di una strada lunga che, come ci insegna Bianca Guidetti Serra, è necessario continuare a percorrere con intelligenza e ostinazione.

 

visioni

Il paese delle meraviglie

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di Alice Rohrwacher

 

Le meraviglie è un film che racconta della campagna, dell’amore un po’ bizzarro tra un padre e le sue figlie, di figli maschi mancati, di animali e fate che abitano nella televisione. è un film che è accaduto dopo il Sessantotto. è un film dove si parla in viterbese ma quando ci si arrabbia si risponde in francese e tedesco. è anche una fiaba. 

Il paesaggio
Arriva sempre il momento in cui qualcuno ti chiede da dove vieni. Vorrei tanto rispondere con una sola parola, come “Roma!”, “Milano!”, ma invece mi ritrovo a spiegare che vengo da una zona di confine tra Umbria, Lazio e Toscana, là dove le identità sono tutte sfaldate, in campagna. Forse il mio interlocutore conosce quei luoghi? Ma certo, mi dice, certo: sono stato a Civita la scorsa domenica e mi è sembrato di vivere nel medioevo per una giornata.
Ecco, questo è stato il primo istinto che mi ha spinto a lavorare su Le meraviglie: il disagio che si pensi alla campagna, o ai piccoli paesi che la costellano, come luoghi “puri”, fuori dal tempo, e quindi fruibili, perché non possono mai mutare. Ma visti dal di dentro (o forse visti lateralmente), quei luoghi non sono così, e la purezza è solo una prigione a cui si sono consegnati per avere in cambio un pasto caldo al giorno.
In Italia oggi si parla della campagna solo per raccontarne la distruzione e l’imminente rovina, o per usarla come sfondo romantico e innocente di storie che poco la riguardano. Eppure quello che sta avvenendo nel paesaggio italiano è un cambiamento molto più profondo e doloroso.
La lunga lotta per la terra, quel teatro millenario di scontri tra proprietari e lavoratori, non si è risolta, si è solo allontanata, sbiadita. Il campo di battaglia è stato lasciato libero e sono arrivati gli sciacalli. Prima hanno dato fuoco a tutto quello che incontravano sul cammino, poi hanno arraffato quei pochi spazi di risulta rimasti più o meno intatti, e li hanno trasformati in uno strabiliante parco tematico per rassicurare le nostre domeniche. Una specie di museo all’aria aperta.
Vivere nel medioevo per una giornata: ecco la politica territoriale che è stata portata avanti negli ultimi vent’anni, con metodo.
Prima si è cercato di distruggere tutto ciò che era cultura – le piazze, le siepi, le biblioteche e i piccoli cinema, i teatri di provincia, i circoli e tutti i luoghi di ritrovo e di scambio – per poi trasformare in cultura tutto quello che restava, tutto quello che era innocuo: il mangiare (a bocca piena si parla meno) e il passato remoto (che pericolo ci può essere nel teatro etrusco?).
All’improvviso tutti si sono ricordati di avere UNA tradizione, e si sono dedicati a quella con tutte le loro forze. Ma la tradizione non si può estrapolare, è fatta di strati, e spesso è solo l’ultima manifestazione di un processo di mutamento. Non è piatta, è come un pozzo. Non si può salvare e proteggere solo uno strato.
Insomma, ho iniziato a girare nella mia regione, a incontrare contadini, imprenditori agricoli, paesani. Ho iniziato a chiedermi: se venissero gli extraterrestri, cosa capirebbero di questo posto? Può essere la sagra l’unica cosa che resta di un paese quasi completamente agricolo? Cosa significa abitare in questo paesaggio, esserne parte, arginare la commercializzazione da un lato e le difficoltà ambientali dall’altro? Esiste un immagine che può sintetizzare tutto questo?

La famiglia, nonostante tutto
Per poter trovare un’immagine pura, abbiamo bisogno di un punto di vista, che deve necessariamente essere ibrido. E di una casa, naturalmente. E di una famiglia che ci è andata ad abitare.
La casa che abbiamo scelto per il film c’era da prima, c’è sempre stata. è una casa dove ci sono delle parti antichissime e delle parti più recenti, perché nessuno l’ha mai ristrutturata secondo lo stile di un’unica epoca. Fino a poco tempo fa vivere così era normale: si entrava a fare parte di una storia che ci precedeva, che non si poteva controllare fino in fondo. Gli spifferi venivano riparati con della gommapiuma, le mattonelle sostituite là dove necessario, ma ci si adattava a un mondo già esistente. Solo le ultime generazioni hanno desiderato dare un unico piano di interpretazione del luogo dove si abita, antico o moderno che sia.
Non è stato semplice trovare la casa in cui girare il film: tutti i luoghi che vedevamo erano o distrutti dalle intemperie, o troppo ristrutturati. In macchina con noi, durante questi pellegrinaggi, avevamo il bellissimo libro di Roberto Innocenti Casa del tempo, che in qualche modo ci ha guidato.
La famiglia della nostra storia invece non c’era da prima, non appartiene a quella regione, e neanche sapeva all’inizio di essere una famiglia. Sono persone che sono arrivate in campagna per una scelta politica, perché nelle città non c’era più posto, e anni di manifestazioni sono stati soffocati dalla violenza e dalla delusione. Così hanno letto dei libri, hanno imparato a fare l’orto su dei manuali, hanno cercato parecchio e hanno combattuto le stagioni in solitudine. Sono tutti “ex” qualcosa, con lingue diverse, passati lontani ma ideali comuni.
Io ne ho conosciute molte di famiglie così, in Italia ma anche in Francia, in Grecia. Piccoli sistemi sganciati dal resto, con regole autonome e una vita parallela a quella che leggiamo sui giornali. Ma non è una vita semplice: bisogna lavorare tanto, ed è difficile sopravvivere senza il conforto di appartenere a un movimento. Non si è dei veri contadini perché non si viene dalla terra, ma non ci si può neanche definire cittadini perché si sono tagliati i ponti con le città, non si è hippies perché ci si spacca la schiena dalla mattina alla sera, ma non si è neanche imprenditori agricoli perché ci si rifiuta di usare tecniche più produttive di coltivazione, in nome di una vita sana. Non essendoci un movimento, una definizione con cui ci si possa chiamare da fuori, ecco che resta solo una parola: famiglia. Proprio quella che nel Sessantotto tanti volevano spaccare, ora è la loro arca di Noè, è il loro unico riparo. Loro sono una famiglia.
La famiglia delle Meraviglie è formata da Wolfgang, il padre che viene da un paese del nord, forse dal Belgio o dalla Germania, e Angelica, la madre italiana. Hanno quattro bambine: Gelsomina, la primogenita, Marinella, Caterina e Luna. Hanno un orto, un’ospite fissa, Cocò, pecore e api. Cosa ci fanno lì?
La risposta è quasi imbarazzante ma è vera: vogliono proteggere le bambine. Da qualcosa che sanno, che hanno visto, perché tutto è sfacelo e distruzione e corruzione, e solo la campagna ti può salvare. Solo restando uniti. Le loro intenzioni sono sincere, anche se a volte si esprimono in maniera rabbiosa. Ma come spiegarlo a Gelsomina, la primogenita, la principessa ereditaria, l’amore del babbo? Lei vorrebbe una vita più semplice, più abbinata e serena, una famiglia con meno ideali e più saggezza come quella delle sue amiche. Wolfgang sente che la figlia in cui ripone tutto, quella figlia che è più brava di lui a lavorare con le api, che è solida e responsabile, le sta sfuggendo. Ma se le bambine se ne vogliono andare – a Milano? in Florida? –  allora che senso ha tutta questa fatica?

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urbanistica del disprezzo

Le case per soli rom

Illustrazione di Marco Smacchia

Illustrazione di Marco Smacchia

di Marco Marino

Alle case per soli rom ci si arriva attraverso una strada senza uscita, villette di due piani Ci si entra solo se devi andare dai rom, perché nessun altro abita li, nessun negozio e servizio comunale, nessun spazio pubblico per tutti. Prima c’erano, ma poi tutto è stato abbandonato. Lì abitano solo i rom, nelle vicinanze ci sono le case le case popolari degli “altri” (non rom), con l’accesso diretto alla strada, appaiono in condizioni migliori, c’è più manutenzione comunale. Le case per i soli rom, ripensate con tettoie, verande e garage improvvisati, ai balconi hanno fioriere ed improbabili false anfore greche, ma ci sono anche, per poter lavorare, residui di automobili smontate, e carretti per la raccolta del ferro vecchio. I rom stessi vogliono andare via dal “campo di case” perché vivere li è fortemente discriminante. Quando si cerca un lavoro quella zona è sinonimo di rom ed è più difficile trovarlo. In più c’è sempre un’ auto della polizia fuori al villaggio e se è successo qualcosa in città si pensa sia stato un rom e tutte le case indistintamente vengono perquisite. L’insediamento monoetnico crea un forte controllo sociale e di polizia.

Questa non è la descrizione di una proiezione pessimistica di cosa può avvenire in un insediamento mono-etnico. Ma ciò che oggi sta avvenendo in Calabria. I rom di cui stiamo parlando sono italiani, calabresi per la precisione, con un forte accento. Sono italiani non per cittadinanza acquisita, ma per storia. Vivono nella regione da prima del 1500, due secoli prima che lo stesso concetto di nazione italiana si affermasse. Italiani in tutto e per tutto. Hanno dimenticato la loro lingua, il romanes, non fanno “tipiche danze”, non indossano “tipici vestiti”. Eppure in questa apparente normalità sono discriminati per il luogo in cui vivono, etnicamente segregati. Rom che abitano tutti insieme in un ghetto di case, costruito 10 anni fa, a Cosenza, dopo 30 anni di campi abusivi.
In questi giorni l’amministrazione di Napoli, con l’approvazione in consiglio comunale il 15 maggio, ha dato definitiva approvazione al progetto “villaggio rom a Scampia”, molto simile per concezione, alle case per rom di Cosenza. In più a Napoli si tratta di alloggi temporanei. Un progetto da 7 milioni di euro promette la costruzione di 75 alloggi per soli rom a Via cupa Perillo a Scampia.

visioni

Non sono meraviglie

IMG-20140414-WA0000di Nicola Villa

Questo articolo uscirà sul numero 21 de “Gli asini”, maggio-giugno 2014. Clicca qui per abbonarti alla versione cartacea.

Una piccola isola che non esiste, frutto di sogni e reminiscenze, cinta da rupi e fitta di cipressi, l’albero dei cimiteri. Sul filo d’acqua piatto, forse un lago o una laguna, una barca sta portando una bara all’isola e, insieme al rematore, una figura enigmatica coperta da un velo bianco è l’unica testimone del corteo funebre. Questa è L’isola dei morti, il famoso quadro che il pittore svizzero Arnold Böcklin eseguì in diverse versioni a fine Ottocento e che è diventato, oltre che un simbolo tardo-romantico, una delle massima rappresentazione del funerale, del lutto e della morte. Alice Rohrwacher è riuscita a rileggere questa potentissimo opera, molto fortunata in passato, nel suo secondo lungometraggio Le meraviglie, unico film italiano in concorso al Festival di Cannes. L’ha reinterpretata non per raccontare un funerale qualsiasi, ma per descrivere un lutto ben più grande e profondo: la fine di un mondo.

Il film è ambientato in una campagna del centro-Italia di confine tra Umbria, Toscana e Lazio, anticamente l’alta Etruria, dove una famiglia senza una identità precisa, o meglio meticcia perché italo-tedesca-francese, si è rifugiata per allevare le api e produrre il miele, ma soprattutto per crescere le figlie in un luogo protetto, lontano dai paesi e dalle città vicine, da quel mondo in radicale mutamento con cui è inevitabile scontrarsi. Al vertice di questa famiglia, composta in prevalenza da donne, c’è un solo uomo: un padre nevrotico e autoritario che ha interiorizzato, quasi al limite della disperazione, la lotta tra il suo progetto di vita e una società che lo ostacola, ad esempio con la burocrazia, le restrittive e innumerevoli leggi sugli standard sanitari per avviare una piccola azienda a gestione famigliare. Quella che si è scelta questa strana famiglia non è una vita semplice: c’è la fatica di un lavoro minacciato dal cambiamento climatico che uccide le api, una ricerca della sopravvivenza, la resistenza e il compromesso con la burocrazia delle leggi e con la comunità di contadini, allevatori e cacciatori, già arresi e integrati al nuovo corso, che li circonda. Il punto di vista del racconto è quello della maggiore delle figlie, Gelsomina, la primogenita combattuta tra l’essere l’erede naturale di ciò che il padre ha costruito e i desideri (le merci e i consumi) che la società sta elaborando proprio in quegli anni. I primi anni novanta sono, infatti, l’epoca di questa storia, il tempo dell’adolescenza della regista trentenne, periodo di incubazione finale della trasformazione della nostra società.