Educazione e intervento sociale

Due saggi sulla valutazione

di Mauro Boarelli

murale Argiris Ser

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Arrivano contemporaneamente le traduzioni di due importanti libri sulla valutazione pubblicati qualche tempo fa in Francia, probabilmente il Paese europeo dove maggiore è stato negli ultimi anni lo sforzo di analizzare da punti di vista differenti l’espansione di una pratica che sta mutando la natura del lavoro – sia nel settore pubblico che nel settore privato – e quella dei sistemi educativi. La tirannia della valutazione di Angélique del Rey (elèuthera) e Valutatemi! di Bénédicte Vidaillet (Novalogos) hanno il pregio di affrontare un tema vasto e complesso cercando di “mettere ordine”, di dare un senso alle cose.

I lettori italiani conoscono del Rey come co-autrice – insieme a Miguel Benasayag – di Elogio del conflitto (Feltrinelli 2008), uno studio sull’importanza del conflitto nella costruzione delle società democratiche e sui pericoli derivanti dalla sua rimozione, che rappresenta una delle più gravi metamorfosi sociali che caratterizzano il nostro tempo. C’è un filo che lega questi due libri apparentemente distanti, poiché gli strumenti di valutazione standardizzata che hanno colonizzato la scuola e il lavoro sono al tempo stesso effetto e causa di questa rimozione: la caduta della conflittualità ha contribuito ai processi di sfaldamento sociale che rappresentano il terreno di coltura per pratiche fondate esclusivamente sugli individui; al tempo stesso, la diffusione di queste pratiche ha contribuito a sterilizzare la conflittualità sostituendola con la competitività. Del Rey aveva iniziato a indagare i processi di valutazione con un lavoro precedente dedicato alle “competenze”, altro feticcio della post-pedagogia che – a differenza della sua più nobile progenitrice – è dedita a puntellare con “teorie” costruite a posteriori il discorso dei poteri economici che dettano legge nel campo educativo (À l’école des compétences. De l’éducation à la fabrique de l’élève performant, La Découverte 2010). La tirannia della valutazione completa il quadro, e prende le mosse da una constatazione tanto ovvia quanto negata nel discorso pubblico (che – anzi – è costruito proprio a partire da questa negazione): la valutazione non ha avuto nel corso del tempo lo stesso volto con il quale si presenta ai nostri giorni, non è un insieme di tecniche neutre e oggettive fissate una volta per tutte e universalmente valide, ma ha mutato e continua a mutare le proprie funzioni e i propri strumenti in base alle ideologie che di volta in volta la governano. Questa mutazione, inoltre, è strettamente legata alle trasformazioni intervenute nell’organizzazione del lavoro. In particolare, l’autrice si sofferma sull’impatto del New Public Management, ideologia tecnocratica che ha guidato negli ultimi trent’anni l’estensione al settore pubblico di metodi organizzativi e di governo sviluppati nel settore privato. In questo passaggio, le tecniche di valutazione hanno giocato un ruolo cruciale, in quanto sono state separate dalle pratiche di lavoro e di insegnamento, sono state “disincarnate” e rese autonome da ciò che le produceva e le rendeva necessarie, sono state trasformate in un fine in sé, slegato da ogni altra logica. I frutti di questa separazione, di questa inversione tra mezzi e fini, sono molteplici. Da un lato “conflitti di lealtà”, poiché i lavoratori si trovano in uno stato di tensione tra la fedeltà ai propri doveri professionali e la necessità di sottomettere quei doveri a criteri imposti dall’esterno. Dall’altro passività e conformismo, poiché la maggior parte dei lavoratori sarà indotta ad adottare comportamenti opportunistici per sfuggire a questa tensione potenzialmente distruttiva (Del Rey si sofferma su alcuni casi di suicidio tra funzionari pubblici causati dal conflitto tra la volontà di perseguire l’interesse pubblico e la trasformazione del lavoro in una direzione a esso indifferente od ostile). Ciò che il New Public Management ha prodotto è una definizione della qualità derivata esclusivamente dalla quantità, l’esclusione di ogni determinazione del valore che sia intrinseca al lavoro stesso (o allo studio) e la sua sottomissione a parametri esterni, dettati dalle logiche di mercato. Il risultato finale è un sistema di valutazione che stabilisce una “equivalenza degli esseri e delle cose, (…] che oggettivizza i soggetti e li sradica da se stessi, svuotandoli della loro interiorità”, che – infine – ha come scopo ultimo non più quello di valutare il fare, ma l’essere, e ciò comporta una profonda mutazione antropologica: gli individui – come sottolinea Francesco Codello nell’introduzione – sono chiamati non più a saper fare, ma a saper essere.

Questo nucleo centrale dell’analisi presenta numerosi punti di connessione con il libro di Bénédicte Vidaillet, psicanalista ed esperta di psicologia dell’organizzazione. Anche Vidaillet dedica ampio spazio all’intreccio tra lo sviluppo delle attuali forme di valutazione e le trasformazioni nel mondo del lavoro. In particolare, si sofferma sul rapporto tra le motivazioni intrinseche e le motivazioni estrinseche che guidano il comportamento dei lavoratori mostrando – anche sulla base di ricerche empiriche – che esse sono fra loro alternative e non complementari, e che le seconde annullano le prime: “è improbabile che degli incentivi esterni siano più motivanti rispetto a svolgere un lavoro per il fatto che lo si ama e si vuole farlo bene”. Un’osservazione che – naturalmente – potrebbe essere estesa anche allo studio. Il sistema complesso e fortemente burocratico degli “indicatori” che a ogni livello e in ogni campo di attività pretende di misurare e classificare, non solo sostituisce la dimensione qualitativa con quella quantitativa, ma antepone il risultato al lavoro delegittimando ogni forma di piacere non direttamente legata a una visione utilitarista e svuotando “il lavoro di ciò che rende possibile svolgerlo semplicemente per amore del lavoro ben fatto”. In pratica, il sistema di valutazione funziona attraverso l’istituzione di automatismi che assegnano a ciascuno obiettivi da raggiungere, obiettivi rigorosamente individuali che – sommati tra loro – dovrebbero garantire il risultato complessivo. Si tratta, evidentemente, di una forma di taylorismo, la cui rinascita era stata non a caso sottolineata nell’ultimo intervento pubblico di Bruno Trentin (riproposto da questa rivista nel n. 18) dedicato a una critica radicale del concetto di “merito”. L’obiettivo perseguito è quello di ricondurre tutto ai singoli individui, di indebolire i legami reciproci fino a spezzarli, a insediare la rivalità e l’invidia al posto della cooperazione e, infine, a eliminare il conflitto. Ancora una volta, attraverso un percorso analitico diverso rispetto a quello di Del Rey, si giunge alla stessa conclusione: i sistemi di valutazione standardizzati rappresentano un potente strumento di depotenziamento del conflitto sociale.

appuntamenti

Mille scuole aperte per una società aperta

 

Incontro nazionale SaltaMuri
Campagna “Mille scuole aperte per una società aperta”

La giornata di incontro si terrà il 24 novembre 2018, dalle 9.00 alle 17.00, presso la facoltà di psicologia dell’Università la Sapienza di Roma.

Programma

9.00 Registrazione

9.30 Apertura

  • Giancarlo Cavinato, portavoce Tavolo SaltaMuri;
  • Franco Lorenzoni, per la Campagna “Mille scuole aperte per una società aperta”

10.00 Quali diritti per quale società – Luigi Manconi;

10.40 Cinque scuole si raccontano;

12.00 Lavori di gruppo: esperienze, percorsi, proposte per contrastare le povertà educative e sviluppare conoscenza e convivenza

  • Raccontare e ragionare sulle migrazioni;
  • La distribuzione ineguale di ricchezza e povertà intorno al Mediterraneo e nel mondo;
  • Diritti umani e cittadinanza nella storia e oggi;
  • Educare alla parola: destrutturare stereotipi, ampliare la rappresentazione;
  • Libri, albi e materiali multimediali per promuovere ricerche;

13.00 La Rete delle reti: esposizioni di sperimentazioni interculturali e di inclusione;

14.00 Lavori di gruppo;

16.00 Dibattito e conclusioni.

Modalità di iscrizione

È necessario compilare il modulo online entro il 20 novembre 2018 cliccando qui.

L’iniziativa, essendo organizzata da soggetto qualificato per l’aggiornamento (DM 08.06.2005 e Direttiva MIUR 170/2016), è automaticamente autorizzata ai sensi degli artt. 64 e 67 CCNL 2006/2009 del Comparto Scuola, con esonero dal servizio e con sostituzione ai sensi della normativa sulle supplenze brevi. È altresì valida per l’aggiornamento dei dirigenti scolastici ai sensi dell’art. 21 del CCNL 2002 – 2005 dell’Area V e prevede l’autorizzazione alla partecipazione in orario di servizio.

pedagogia e profezia

Storia di un cattivo maestro

di Gabriele Vitello

murale di Ever

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Iniziamo dai fatti. Il 16 luglio 2013 la dirigente scolastica dell’istituto comprensivo “Alta Val di Sole” Cinzia Salomone invia al Servizio istruzione della provincia autonoma di Trento una segnalazione riservata nella quale elenca una serie di azioni del maestro Alberto Delpero che lo rendono un elemento “fortemente destabilizzante per l’intero istituto”. Delpero è accusato di boicottare i progetti comuni, di non rispettare programmi e programmazioni, di non valutare gli alunni, di votare quasi sempre contro i progetti di innovazione. Insomma, un cattivo maestro. La dirigente propone di “avviare la pratica per un trasferimento d’ufficio” raccomandando però la “massima prudenza: procedere solo in presenza di elementi sufficienti per ottenere una vittoria certa in caso, assai probabile, di impugnazione del procedimento”. A questa comunicazione riservata ne seguono altre, ma il Servizio istruzione, nel frattempo ribattezzato con l’orwelliano nome di Dipartimento della conoscenza, inspiegabilmente non interviene. Forse non è certo della vittoria. Finché, nell’ottobre 2016, Delpero non mette in atto l’ennesimo affronto: in quanto responsabile della sicurezza, scrive alla dirigente per segnalare il mancato rispetto delle norme in materia di salvaguardia della salute. La goccia che fa traboccare il vaso.

Il 14 novembre 2016 la dottoressa Salomone si appella nuovamente al Dipartimento. Ripercorre tutte le nefandezze consumate negli anni precedenti da Delpero e invoca l’invio di un ispettore. Tuttavia, la dirigente del Dipartimento della conoscenza non incarica un ispettore ma una dirigente scolastica, e non una dirigente qualsiasi, ma una di quelle che in passato ha frequentato lo stesso corso e lo stesso concorso della dottoressa Salomone. La dirigente/ispettrice non svolge alcun sopralluogo nell’ambiente di lavoro di Delpero, ma assolve il suo incarico nell’ufficio della dottoressa Salomone. La sua inchiesta conferma il quadro descritto da Salomone e consiglia “provvedimenti adeguati e urgenti”. Delpero viene così trasferito dal Tonale a Taio, in Val di Non, per incompatibilità ambientale. Chissà quale predilezione e affetto nutre la dirigente verso questo istituto noneso per arricchirne l’organico con un maestro dal profilo criminale. Oppure è convinta che cento chilometri al giorno di auto metteranno il cattivo maestro sulla retta via. Fatto sta che Delpero fa ricorso al tribunale e, finalmente, nel giugno di quest’anno il giudice gli dà ragione. Quest’anno tornerà a lavorare nella sua scuola, per la felicità dei suoi alunni e dei loro genitori, i quali si sono schierati dalla sua parte attraverso una lettera in cui esprimono il loro rammarico: “Nessuno di noi ha ancora capito perché i dirigenti della scuola trentina abbiano deciso di risolvere i loro conflitti con il maestro creando disagio ai nostri figli. E per di più usando per il loro accanimento contro il maestro soldi pubblici, cioè nostri!”. La soddisfazione del 100% dell’utenza non è cosa all’ordine del giorno nella scuola. Tutto bene quel che finisce bene? Non possiamo ancora dirlo, perché la Provincia ha fatto a sua volta ricorso in appello. Vedremo cosa succederà. Nel frattempo un consigliere provinciale ha presentato un’interrogazione per fare chiarezza su alcune evidenti irregolarità, come ad esempio la decisione di nominare come ispettrice una dirigente non abbastanza equidistante tra il maestro e la dottoressa Salomone.

Questa storia surreale andava raccontata per tanti motivi. Innanzitutto perché Alberto Delpero è un amico e un collaboratore della nostra rivista. Alberto appartiene a quella specie di maestri come Mario Lodi che affiancano all’attività di insegnamento lo studio, la ricerca e la politica. In lui sopravvive la migliore tradizione pedagogica italiana degli anni sessanta e settanta, un patrimonio culturale che la scuola italiana ha scelto di buttare via. Tra il 2011 e il 2013, Alberto è stato uno dei principali animatori di “Peio Scuola viva”, una scuola parentale fondata insieme ad alcune famiglie a Peio, in Val di Sole. Chi volesse sapere di più su questo esperimento pedagogico può vedere il bel documentario di Michele Trentini intitolato Alta scuola, che ha girato vari festival cinematografici; oppure, può anche leggersi gli articoli usciti sulla nostra rivista (numeri 89 e 3334) in cui Alberto ha raccontato quell’esperienza (articoli che l’ispettrice provinciale ha usato come prove della cattiva condotta del maestro).

Educazione e intervento sociale

I bambini di Giove, al saggio di fine anno

di Piergiorgio Giacché

murale di Margaret Kilgallen

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I bambini di Giove vengono da un olimpo scolastico raro, che non si sa più come definire, una volta che la “buona scuola” l’hanno rubata i politici, e le “eccellenze” si regalano a tutti gli istituti dotati di informatica, elettronica, robotica e altri giocattoli nuovi di zecca. La scuola di Giove non è dunque eccellente ma efficiente e perfino divertente: non ha nuovi giocattoli ma proprio per questo ancora sa “giocare”, che è poi il verbo del teatro.

La scuola di Giove è quella di un piccolo paese umbro con un “piccolo maestro” un po’ alla Meneghello, che cioè non smette di essere “studente e partigiano” di una pedagogia dove il Dire e il Fare e il Pensare crescono l’uno sull’altro e si confondono in una unica esperienza… Non dovrei fare i complimenti a Franco Lorenzoni che ne ha già accumulati abbastanza, ma quando vedo i processi e tocco i risultati della sua “scuola”, non posso tacere e non voglio mentire… I bambini di Giove, una volta arrivati alla licenza di quinta diventano “fanciulli”, ovvero entrano nell’anticamera dell’adolescenza, che poi non è l’età della crisi (come dicono gli psicologi) ma quella dell’apertura (come dice un pedagogo come Aldo Capitini): quella fase in cui si acquista il coraggio e non si perde la purezza, si incomincia una storia ma non si interrompe l’avventura. Quella fase in cui la “sorpresa” della coscienza li turba e intanto li entusiasma, li spinge verso “il giusto, il buono, il vero, il bello” – perché così si chiamano e si mettono in fila i “valori”, sempre secondo Capitini. Ed è appunto ad Aldo Capitini che i fanciulli di Giove hanno dedicato un loro “saggio di fine d’anno”. Un compito in classe di tutta la classe che viene composto e proposto come se fosse teatro, ma solo perché la scena è la lavagna orizzontale dove ci si può muovere con il corpo e scrivere con l’azione quello che si è imparato e inventato a scuola. Quest’anno, il tema era lo studio e la scelta tra la Pace e la Guerra, e lo svolgimento combinava le riflessioni dei giovani alunni e le citazioni di antichi autori come Erodoto e Aristofane e moderni profeti della nonviolenza come Gandhi e Leymah Gbowee.

Io il loro “saggio” l’ho visto a Foligno, nel giovane teatrino dello Zut, diretto e curato da Michele Bandini ed Emiliano Pergolari, anche loro nati e “imparati” in una scuola, anzi nella Non-scuola di teatro di Ravenna. Da Giove erano venuti i ragazzi con le loro famiglie, ma è stata la prima volta – a mia memoria – che i genitori e i parenti si sono comportati da vero pubblico adulto e suddito, evitando quel vizio di festeggiare e fotografare ciascuno il proprio figlio, come in tutte le altre occasioni di ‘teatro scolastico’ accade di vedere e dover sopportare. Soltanto al finale è arrivato l’applauso, dovuto non allo spettacolo ma al suo contrario: l’ammirazione per la coralità e la concentrazione di una classe che restava totalmente immersa nel “suo” gioco.

Ecco, si è trattato di “teatro del gioco” invece che di gioco del teatro: di fronte a un pubblico, certo, ma chiuso e concluso nel cerchio dei loro corpi o nel campo delle loro azioni. Un gioco che può usare un linguaggio teatrale ma continua a obbedire alla sue regole e ritmi che alternano serietà e libertà, impegno e divertimento; un gioco aperto alla vista ma non sottomesso al “farsi vedere”. Appena un passo più in là e l’esposizione si sarebbe falsata in esibizione, ancora un altro passo e i giocatori “professionisti” si sarebbero corrotti in attori “dilettanti”, e perfino traditori del teatro del gioco a vantaggio del dare spettacolo…

Ma questo non è successo, il limite non è stato superato e nemmeno sfiorato, come per un miracolo della regia, anzi per merito della “scuola”.

I bambini di Giove adesso andranno alle medie, ma si può scommettere e insieme sperare che – dopo essere diventati tutti insieme un “saggio” – non rientreranno facilmente e immediatamente nella “media”. Non se restano insieme, non se hanno davvero imparato le regole del gioco.

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Educazione e intervento sociale

Perché il padre

di Giovanni Zoppoli

istallazione di Jorge Rodriguez-Gerada

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Dal documento del Mammut napoletano sulle esperienze e i problemi dell’ultimo anno di attività, stralciamo una parte che ci sembra di grande interesse per il dibattito pedagogico e per la comprensione dei dilemmi più radicali della società contemporanea (Gli asini).

Nello scorso ciclo è venuto a galla uno dei principali fattori di blocco nel processo di separazione/individuazione delle ultime generazioni. Questo fattore è “banalmente” il padre, in senso astratto e figurato. In poco meno di un secolo abbiamo assistito alla decadenza ineluttabile di una delle due funzioni genitoriali determinanti al pari dell’altra. E a farne le spese in primis è stato proprio uno dei principali campi della funzione paterna: il processo di separazione/individuazione. Quello dove il padre (o chi ne svolge le funzioni) svolge un ruolo determinante di accompagnamento verso l’esterno, verso il fuori della famiglia. È il ponte, amorevole ma determinato e capace di mettere a tacere il diluvio dei sentimenti, verso la società dei grandi. Nella tradizione mitica (di una società non medicalizzata)  è  lui che taglia il cordone ombelicale.

È necessario ribadire che stiamo parlando di un processo intrapsichico, riportato in ambito educativo. Parliamo principalmente delle funzioni svolte da un educatore e, inevitabilmente, dell’equilibrio raggiunto da quell’educatore rispetto alle parti del proprio sé preposte a queste funzioni (si guardi alle teorie dell’analisi transazionale, della gestalt e della bioenergetica in riferimento alle dinamiche bambino, genitore, adulto. Tra gli autori più chiari in merito Thomas A. Harris, in particolare nel saggio Io sono OK, tu sei OK (Rizzoli 1974), ma anche il lavoro di Bennett Shapiro relativamente ai più recenti sviluppi della bionergetica internazionale).

Nel secolo precedente ha perso del tutto credibilità la funzione paterna come capofamiglia, autorità intoccabile, distante,  che non prende parte alla vita quotidiana dei figli se non in questo modo. Eppure, in mancanza di altre, questa è la percezione che sembra permanere in piedi nelle profondità dei figli del 2000 (modello a cui uniformarsi o a cui contrapporsi, non fa troppa differenza). Il padre che si arrabbia, il padre inarrivabile, il padre super impegnato per iper lavoro o disoccupazione, il padre come spauracchio da sventolare al figlio disobbediente, il padre da aizzare contro il primo mal capitato. Descrizione che finisce per  coincidere, per altro verso, con la figura di essere umano essenzialmente stupido, in fin dei conti innocuo o facilmente neutralizzabile da una “femmina” che ci sa fare, limitato, incapace di badare a sé stesso per più di qualche ora senza una mammina – e successive sostitute – che si prenda cura di lui. È purtroppo questa l’immagine di padre più ricorrente (quando c’è, e quando non c’è si pretende che siano altri – nonni, educatori e affini – a interpretarla). Immagine che, come per il parlamentarismo di cui parlavamo prima,  ha di fatto perso credibilità e forza (per fortuna). Ma l’intimità madre figlio diventa in questo modo ancora più irraggiungibile per il padre rispetto al secolo scorso. Dinamica  nella  quale il padre riveste ovviamente un ruolo attivo, con precise responsabilità. Anche perché, in mancanza di un modello di padre a cui riferirsi, lascia campo libero alle pulsioni simbiotiche, finendo molto spesso per esercitare anche lui una preminente funzione materna. Il padre si è lasciato esiliare al terreno di eterno bambino travestito da super-io, lontano dall’intimità familiare. In senso astratto e figurato anche qui. Poco conta se il padre è rimasto sotto il tetto coniugale o meno, abbiamo incontrato casi molto critici di funzione paterna assente sebbene chi la esercitava continuasse a convivere sotto lo stesso tetto, a fronte di situazioni più equilibrate dove i padri avevano invece deciso di esercitare la propria funzione da separati.
Insomma, la sfida a cui anche noi vogliamo puntare in questo anno di Mammut, è la ricerca del padre, o meglio della sua funzione, in ciascuno di noi e nella collettività di cui siamo parte. La ricerca di quella funzione capace di stare dentro, ma di farsi allo stesso tempo ponte verso la fine del diluvio, verso terre nuove che solo il navigante potrà scorgere. Ben consapevoli che tutti i venditori di verità su questo argomento fanno parte del problema, perché non esiste oggi una figura di padre perfetto a cui tendere. Additare modelli di padre equivale a entrare a far parte del delirio narcisistico sfruttato da chi della difficoltà umana ha fatto la propria miniera. Esiste però la possibilità di rendersi conto di questo problema e di mettere in campo una ricerca autentica per tentare di affrontarlo. A partire dalla ricerca della responsabilità di ciascuna delle parti in gioco (madre e padre interni ed esterni) in questa dinamica devastatrice.