primo piano

L’epoca dei cretini intelligenti

Illustrazione di Fabian Negrin

Questo articolo è uscito sul numero 35-36 degli Asini.

di Goffredo Fofi

Fu Leonardo Sciascia a coniare, molti anni fa, la definizione di “cretini intelligenti” che sembrò valida per tanti intellettuali o aspiranti tali o sedicenti tali o banalmente tali (per collocazione professionale). Non ricordo più i termini del suo giudizio e della polemica, ma non credo ci si sbagli applicando la sua definizione a tanta gente che conosciamo o non conosciamo, a un mare di italiani vecchi e giovani; e i giovani di questo tipo sono oggi legione, a causa della scolarizzazione di massa che non si ferma più alle elementari ma va avanti per una decina o ventina d’anni successivi.

Anche se non faceva nomi, Sciascia aveva certamente in mente persone precise, ma le vedeva come punte di un iceberg, vedeva alle loro spalle una categoria, una massa. Oggi potremmo essere più precisi parlando di “cretini laureati”, ma non solo. L’ostilità di Sciascia a questi saccenti ignoranti (giusta l’antica distinzione tra i sapienti, che “sanno” perché hanno studiato, i saggi, che “sanno” perché hanno vissuto, e i saccenti, che “non sanno” ma orecchiano e sbandierano accanitamente il loro non-sapere e non-vivere entrando in rapporto con quelli come loro, con quelli noti e discussi o amati da quelli come loro) è decisamente attuale, è più attuale che mai. E ha molto a che fare, io credo, con quella degli “stupidi” coniata da Dietrich Bonhoeffer in un saggio sugli effetti del nazismo scritto pochissimo tempo prima che il nazismo lo facesse impiccare. Bonhoeffer diceva, in sostanza, che uno dei maggiori problemi del nostro tempo (parlava “dieci anni dopo” il trionfo elettorale hitleriano) era diventato quello degli “stupidi”, con i quali in futuro si era dovuto confrontarsi e sarebbe stato, in futuro, ancora più obbligato confrontarsi. Chi erano gli “stupidi” di quegli anni e dei nostri? Erano coloro che credono di pensare con la propria testa nel mentre che pensano quello che gli si fa pensare, quello che il potere li induce a pensare. Bonhoeffer parlava pensando a una dittatura, ma sembrava già prevedere una democrazia, diciamo così, totalitaria, dove non c’era più bisogno, per governare, del manganello fascista o nazista e dove invece sarebbero stati sufficienti, in regimi di relativo benessere, i mezzi di comunicazione di massa.

La parola comunicazione, lo si è detto e ripetuto molte volte, è stata una parola sacra, come quelle che le somigliano – comune, comunità, comunione, comunismo… – ed è diventata solo nello scorso secolo, con la diffusione della cultura anche tra le masse popolari che erano prima obbligate all’analfabetismo, una parola prima ambigua e poi decisamente nefasta, quando la comunicazione delle conoscenze non è più servita a liberare le coscienze ma a condizionarle, quando gli analfabeti sono fortunatamente scomparsi ma gli alfabetizzati vecchi e nuovi si sono trovati rapidamente influenzati e legati da una cultura che raramente era elaborata da qualcuno che li amasse. Era importante che sapessero adeguarsi alle nuove leggi dapprima della produzione e poi, soprattutto, del mercato.

La modernità lo esigeva, per reggersi dinamicamente in piedi, e il sistema politico democratico, via via sempre più controllato dalla borghesia affarista e investitrice e insomma dai ricchi vecchi e dai ricchi nuovi, intuì immediatamente che lo sviluppo tecnico aveva bisogno di uno sviluppo culturale, controllato però attraverso i mezzi vecchi e nuovi della comunicazione, che cominciò allora a chiamarsi “di massa”. Per di più la “cultura” e la “comunicazione”, mescolandosi e progressivamente unificandosi, diventavano anche un settore economico vasto e differenziato, un modo di far circolare non solo idee anche denaro, con le varie branche di quella che venne presto chiamata, molto giustamente, “industria culturale”. I programmi universitari del ramo chiamato “scienze della comunicazione”, di recente elaborazione come quello delle “scienze della formazione” che hanno messo da parte l’antica “pedagogia”, vi si sono adeguati e parlano molto chiaro, e la conoscenza è in essi decisamente asservita alla “comunicazione”. Di che, poi? E soprattutto: da chi a chi?

La comunicazione a senso unico e dall’alto al basso, è uno strumento di governo essenziale, anzi quello essenziale, in quelle che ci si ostina a chiamare ancora col nome di democrazie (non riuscendo sociologi e politologi – o non volendo – inventarne un altro adeguato alla loro involuzione e trasformazione). In passato era abituale sentir dire in ambiente proletario che le leggi venivano fatte dai ricchi per fottere i poveri e che niente ti viene mai dato, da chi sta sopra, gratuitamente, ma per un periodo abbastanza lungo e certamente molto intenso, quello successivo alla seconda guerra mondiale, gli anni della ricostruzione, sembrò che la democrazia avesse un senso forte e rassicurante, che le leggi venissero stabilite e votate, almeno nell’Europa occidentale, sulla spinta della parte maggioritaria della popolazione fatta da operai e contadini, artigiani e impiegati. Tempo che fu. Oggi perfino l’economia ha cambiato volto, è diventata finanza, e la politica viene fatta più che mai da smaniosi di piccolo potere manovrati dal potere vero, un potere che sta nelle mani di pochissimi e che spesso non hanno volto, anche se Berlusconi ieri o Trump oggi ci ricordano che qualche volto ce l’ha ancora. Ed è un volto ributtante, di una volgarità che appartiene solo ai super-ricchi, è il volto della menzogna e della violenza. Intorno o sotto di loro, non contano più la destra o la sinistra, il modello è unico e ci si divide soltanto in correnti dello stesso partito, in onde della stessa corrente.

Si governa, nelle “democrazie”, con la manipolazione delle coscienze, avendo a disposizione pressoché tutto ciò che può servire a farlo: la scuola d’ogni ordine e grado e in primis l’università, molto spesso la chiesa e le chiese, la stampa il cinema la televisione la radio l’editoria (ah, la farsa della “tribù dei lettori”! e quelle dei festival e dei premi!), lo sport e il tempo libero, Ryan Air e il turismo, e, per quel che riguarda i più giovani o i più mentalmente fragili, internet, i blog, i social, che più di ogni altro mezzo hanno come fine di illudere gli utenti, per l’appunto, di star pensando con la propria testa nel mentre che si pensano idee e perfino si vivono sentimenti che hanno ben poco di autonomo. Ci siamo lasciati trasformare in robot di ossa e di carne, ma con sempre meno cervello e sempre meno cuore. Riflessi condizionati, teleguidati come nei più lucidi romanzi di previsione di Dick, di Ballard, di Sheckley… Cani di Pavlov, pronti ad azzannare il prossimo e felici di farsi male da sé. Sto esagerando? Non credo proprio, avendo visto il lento progresso di questa mutazione e ben sapendo quanto l’attrazione del conformismo – e dell’adagiarsi nel presente cercandovi nicchie non disturbate – sia enorme in ogni generazione di giovani (compresa, per quel che mi riguarda, quella assolutamente non idealizzabile del ’68). I più “stupidi”, i più “intelligenti” dei “cretini”, i più illusi di un individualismo (che è di fatto impossibile se non dissociandosi dallo stato di cose presente) sono forse quelli che più attivamente parteciperanno in futuro al massacro di chi non la pensa come loro, di chi non accetta questa “unica proposta di vendita” come ineluttabile e perfino gratificante, almeno per un certo numero di anni, prima di invecchiare e trovarsi costretti a confrontarsi col proprio fallimento, con la propria robotica solitudine e aridità, con quella morte dell’anima che precede di molto quella del corpo. Non si può non sentire una grande pena per questi nostri simili e prossimi, soprattutto se giovani, ma non si può che restare basiti di fronte alla loro partecipazione volontaria ed entusiasta al proprio massacro, al massacro della loro capacità di pensare e capire e a quella di sentire, mentre di certo non perderanno altrettanto facilmente la capacità di soffrire.

È assodato d’altronde che il pensare e il capire (non il sentire) sono appartenuti storicamente piuttosto a minoranze che a maggioranze, e che soltanto dall’incontro tra chi sapeva e chi soffriva – per esempio, nelle rivoluzioni, dall’incontro “tra intellettuali e oppressi” – poteva nascere il nuovo: l’aspirazione al giusto e al vero, e perfino al bello, e la lotta per la sua realizzazione. Quel che c’è di nuovo è che ora le minoranze hanno di fronte, e lo avranno sempre di più, un nemico più insidioso che mai: la massa dei “cretini intelligenti” della cui schiera anche noi, per questo o quell’aspetto, ci siamo trovati a tratti ed è possibile che ci ritroveremo ancora a far parte, un rischio quotidiano che corrono maggiormente coloro che si fanno prigionieri delle mode e del loro ammaliante successo: ambiziosi di figurare in qualcosa, ricattati dalla paura della diversità e della solitudine.

Non essere “cretini” è più faticoso che mai, essere “intelligenti” è più difficile che mai, è molto più facile e provvisoriamente gratificante diventare anche noi dei “cretini intelligenti”, e senza dubbio qualcuno di noi cadrà nella trappola, prima o poi. Dunque: in guardia, difendiamoci con tutte le nostre forze, preoccupati per gli altri e per noi stessi.

      

      

in evidenza

Non solo Tap

di Savino Monterisi, Piergiorgio Barbetta

illustrazione di Dadu Shin

 

La polemica creata negli ultimi mesi intorno all’espianto degli ulivi in Salento e alla costruzione del gasdotto Tap (Trans-Adriatic Pipeline) non centra il punto. Al di fuori dell’inchiesta dell’Espresso, che assume l’angolo visuale di opachi flussi economici, il dibattito si è polarizzato sull’aspetto simbolico dell’espianto degli ulivi – tipici del paesaggio e dell’ecosistema pugliese – per ora sospeso dal Tar del Lazio. Il che però offre il fianco alla critica degli innovatori: alzare un polverone per qualche migliaio di ulivi rappresenta una polemica faziosa, retrograda e incomprensibile. Gli ulivi, assicurano, verranno ripiantati al termine dei lavori: come se gli ecosistemi fossero Lego da poter ricombinare a piacimento. Inoltre, qualche ulivo non è nulla a fronte degli innegabili vantaggi della creazione di una infrastruttura del gas che ridurrebbe 1) la dipendenza dalla russa Gazprom, 2) le emissioni di inquinanti derivati del petrolio. I problemi e le criticità dell’opera però non riguardano solamente gli oliveti salentini. Né è ragionevole pensare che  il tentativo di contrastare l’egemonia russa sul mercato del gas europeo e l’implemento di infrastrutture in grado di ridurre le emissioni inquinanti, siano obiettivi raggiungibili con poche decine di chilometri di impianti in Puglia.

visioni

Arte e gommoni

foto di Sergey Ponomarev

 

di Mirella Armiero

 

Ai Wei Wei ha ricoperto con gommoni nuovi di zecca, simmetricamente disposti, l’intera facciata di Palazzo Strozzi, ottenendo un effetto di grande impatto sui visitatori della sua discussa e acclamata personale fiorentina dell’inverno appena passato. I gommoni arancioni e vuoti alludono alle disperate traversate per mare dall’Africa all’Europa: il tema dei migranti è organizzato dall’artista cinese in una forma che punta sulla serialità e su di una poetica esplicita, quasi didascalica. Proprio la ripetizione “decorativa” del segno, però, smorza in qualche modo la denuncia sociale e la bellezza dell’installazione finisce per indebolirne la drammaticità.

Dei migranti l’arte ha preso a occuparsi da qualche anno, ma il numero di opere nate intorno a questa tragedia contemporanea è ipertroficamente cresciuto negli ultimi tempi. I percorsi personali degli artisti sono naturalmente vari e differenti e non si può ancora dare una definitiva lettura del fenomeno. Eppure mi sembra che tra arte e giornalismo ci sia  una singolare permeabilità e che l’arte abbia rinunciato per molti versi alla propria capacità di mostrare una percezione più acuta e preveggente rispetto alla cronaca e naturalmente al senso comune. La tendenza estetizzante che spesso accompagna i reportage fotografici dei giornali contagia l’arte stessa e rischia nell’uno e nell’altro caso di anestetizzare lo sguardo di chi assiste al fatto e alla sua rappresentazione.

panoramiche

Bolivarismo venezuelano

illustranzione di Onze

Questo articolo è un’anticipazione del numero estivo degli Asini.

di Lucia Capuzzi

Se – come sostiene lo scrittore Roberto Bolaño – l’America Latina è stata il “manicomio d’Europa”, il Venezuela ne è indubbiamente il reparto sfuggito alla dismissione. La “lunga crisi” di Caracas è un concentrato di nodi irrisolti, nuove istanze, equilibri geopolitici mutevoli, retorica ottocentesca in bocca a personaggi da realismo magico. Ingredienti che rendono difficile per media ed esperti del Vecchio Continente districarsi. Le letture manichee abbondano. Da una parte, i giornali conservatori e liberal – in un’insolita alleanza – dipingono il governo come l’ultima dittatura comunista e l’opposizione, frammentata in una molteplicità di 15 partiti, dai più differenti programmi e propositi, come “paladina” della libertà. Dall’altra, i media più spiccatamente di sinistra interpretano la crisi come un “deja vu” del pre-golpe cileno quando, negli anni Settanta, gli Usa alimentarono gli scioperi per indebolire l’esecutivo socialista di Unidad Popular e, poi, sostennero l’intervento feroce di Augusto Pinochet. Non sempre, tali interpretazioni vengono fatte in malafede. Del resto, lo stesso Bolaño ammetteva di aver avuto sempre un problema con il Venezuela. Per ragioni “linguistiche”. Il popolare autore cileno-messicano giocava su paradossi e assonanze tra il nome del Paese e le sue vicende storico-politiche-letterarie. Anche alla radice del “desencuentro”, cioè incomprensione, tra analisi europea – e in particolare italiana – e complessità del caos venezuelano c’è un problema terminologico.
A che cosa corrisponde il “bolivarismo”, ovvero il sistema creato da Hugo Chávez a partire dal 1999 e, alla morte di quest’ultimo, proseguito maldestramente dal successore Nicolás Maduro? Perché è arrivato al capolinea e, nonostante ciò, l’agonia fatica a trasformarsi in morte naturale?  Come mai l’opposizione – riunita nella Mesa de Unidad Democrática (Mud) – non riesce a dargli il “colpo di grazia” nonostante la gravissima crisi politica ed economica?
Dal 4 aprile, le manifestazioni contro Maduro si sono fatte quotidiane. L’opposizione è determinata ad andare avanti fino a quando il governo non convocherà nuove elezioni. Quest’ultimo non cede. Nel frattempo, decine e decine di persone sono morte a causa della mano pesante delle forze di sicurezza per sedare i cortei. A innescare la miccia della protesta è stato l’intento di Maduro, consumato dieci giorni prima, di esautorare il Parlamento, controllato dalla Mud. Il passo indietro dell’esecutivo non è bastato a far sbollire una rabbia che s’è andata accumulando in anni. Quello che si sta consumando in piazza è l’ultimo atto di un conflitto di lungo corso. Tra i due modelli “classici” della politica latinoamericana: populismo antiliberale e liberalismo antidemocratico (in cui quest’ultimo termine va inteso in un senso sostanziale più che formale). Un confronto che in Venezuela s’è acutizzato negli anni Novanta. Cioè quando la Guerra fredda – e i suoi “danni collaterali” nel Sud del mondo – era ormai archiviata, nonostante nel Continente sopravvivesse, non proprio in modo brillante, l’isola della Revolución: Cuba. Sul crinale di questo passaggio d’epoca si colloca Hugo Chávez che ne è prodotto e acceleratore.  

università

La terza missione dell’università

di Giuseppe Esposito

illustrazione di Sebastiano Ranchetti

* attenzione: il linguaggio di questo testo è volutamente zeppo di termini anglofoni ammiccanti.

L’Università di Bologna, nella attuale narrazione che ne fanno i suoi vertici, è nata nel medioevo con lo scopo primario della didattica, al quale si è aggiunto nei secoli quello della ricerca. Accanto a questi due pilastri, la strategia dell’ateneo per il futuro ne prevede un terzo; una “terza missione”, come viene definita dal rettore, cioè il curare le attività legate ai finanziamenti per la ricerca e alla valorizzazione dei suoi risultati, favorire l’innovazione e rafforzare le partnership dell’Università con i soggetti esterni. Sin dall’insediamento – relativamente recente – del nuovo rettore, una grande enfasi è stata posta sul macro-tema della creazione di impresa: è stato nominato un “delegato all’imprenditorialità”; già negli anni precedenti iniziative come StartUp Day, la giornata dedicata ai giovani aspiranti imprenditori per promuovere gli embrioni di impresa, il Career Day ed altre sono state promosse dall’Università; l’ “incubatore di imprese” AlmaCube è la prima esperienza italiana di incubatore di start up compartecipata (al 50% da Università e Associazione degli industriali di Bologna); l’Airc (“area ricerca e terza missione”) ha tra i suoi compiti quello di “presidiare le attività per la nuova imprenditorialità studentesca”; il primo “club” di docenti italiano, su esempio di atenei esteri, è stato fondato recentemente, con l’obiettivo di sviluppare azioni a lungo termine e proporre insegnamenti a tema.