pianeta

Nel labirinto della Catalogna

di Jordi Borja

traduzione di Sara Papini e Giada Poggianti

murale di Ze Carrion

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Tra coesione e frattura

La società catalana è varia e contraddittoria. Come tutte le società. Ma non è corretto semplificare dicendo che una metà è a favore dell’indipendentismo e l’altra contro. Le elezioni catalane recenti (dicembre 2017) e quelle precedenti, sebbene circa un 50% dei voti sia andato ai partiti pro indipendenza e l’altro 50% ai contrari, non equivalgono a una consultazione popolare o a un referendum. È molto probabile che una parte di quelli che votano i partiti indipendentisti esprima quel voto per indignazione verso il governo del Partito popolare (Pp) e degli altri partiti statali come Ciudadanos e Partito socialista operaio spagnolo (C’s e Psoe) e che in un referendum faccia marcia indietro. L’indipendentismo di fronte all’attuale direzione del Psoe non si esprime allo stesso modo che con il Pp, infatti oggi non supera il 40% ed è possibile che si avvicinerebbe al 30% se venisse istituita una commissione bilaterale per rafforzare l’autogoverno senza pregiudicare la Costituzione. Come dice il proverbio: “meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Tra chi vota i partiti che non difendono l’indipendenza c’è una grande varietà di individui: quelli che voterebbero l’indipendenza se fosse fattibile, quelli che votano a sinistra per altre ragioni, come per esempio le politiche sociali o per fedeltà al partito e quelli che difendono o accettano una consultazione popolare, o un referendum, e accetterebbero una miglioria significativa del quadro normativo catalano. Questi individui rappresentano all’incirca il 2030% dei votanti. Anche coloro che sono radicalmente contrari all’indipendenza, gli “unionisti” per origini o ideologia, rappresentano il 2030%. Si tratta di numeri aleatori perché dipendono dagli attori politici. L’immagine suggerita è che non esiste una maggioranza indipendentista dura e pura in grado di imporre un referendum e che, anche in caso contrario, sarebbero già state create le condizioni per garantire il NO all’indipendenza, perché lo Stato e il governo spagnoli avrebbero provveduto a dialogare e ad accettare migliorie a livello di autonomia. Ma non è nemmeno scontato che la maggioranza dei catalani si voglia adattare all’attuale relazione con lo Stato centralista che, a partire dal novembre del 2017, ha distrutto lo Statuto di Autonomia con la sentenza del Tribunale costituzionale, messo in questione la lingua e l’istruzione catalane, mortificato economicamente la Catalogna, applicato a sua discrezione l’articolo 155 per trasformare la regione in una “colonia” e incarcerato i leader politici indipendentisti.

Su alcune resistenze della società catalana. Le organizzazioni sociali e culturali, i partiti politici e i leader indipendentisti si comportano come se la maggioranza stesse dalla loro parte o comunque accettasse l’indipendenza. Ma non è così. Esistono settori della società che rifiutano o provano disgusto verso il catalanismo politico, lo statuto di autonomia e le espressioni dell’indipendentismo. Si tratta di una parte dei funzionari dello Stato centrale, dei collettivi di estrema destra “spagnolista” e di alcuni settori ultraconservatori, mossi da sentimenti “spagnolisti” strettamente vincolati allo Stato. È impossibile farne una stima ma rappresentano un’esigua minoranza, molto eterogenea. Inoltre esistono due collettivi, molto più importanti, che si oppongono all’indipendentismo: i grandi gruppi economici e una nutrita frangia di classi popolari di origine non catalana. I potenti gruppi economici danno lavoro a una cospicua parte della popolazione e ai settori professionali che dipendono direttamente o indirettamente da tali gruppi, e la stragrande maggioranza di loro accetta lo Statuto catalano e di sicuro anche un maggiore autogoverno, purché venga pattuito con lo Stato centrale. Tuttavia, gli stessi gruppi rifiutano l’indipendenza perché temono i disordini che potrebbe generare, le difficoltà che potrebbero venire a crearsi nelle relazioni con la Spagna e, soprattutto, la probabile esclusione dall’Ue per un lungo periodo. Il governo catalano indipendentista non ha saputo o non ha potuto stabilire complicità con questi gruppi economici. Quando è stata proclamata la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, varie centinaia di imprese, tra cui alcune molto potenti, come La Caixa e il gruppo Planeta, hanno trasferito le loro sedi fuori dalla Catalogna. L’impatto economico non è stato importante, ma lo sono stati quello politico e quello simbolico. Tuttavia, a sembrare più significativo è il comportamento delle classi popolari.

 

La questione delle classi popolari

Di sicuro uno dei grandi errori del governo catalano indipendentista. Le sue idee, espresse sempre in catalano, non sono arrivate a una parte importante delle frange popolari che, pur comprendendolo nella quasi totalità, utilizza quotidianamente la lingua castigliana. Dubito anche che il riconoscimento del bilinguismo castigliano/catalano nel contesto di una Catalogna indipendente li abbia in qualche modo toccati. Esistono dei motivi di ordine pratico, come la paura del cambiamento e dei suoi effetti, per esempio, sulle pensioni o sulla perdita dei posti di lavoro. Insieme alla paura che, in una Catalogna indipendente, i cittadini di origine non catalana possano essere considerati o possano sentirsi “cittadini di secondo grado”. E ancora l’idea che l’indipendenza possa rendere difficili o impossibili le relazioni con i familiari residenti in altre parti della Spagna, che possa creare un distacco con le proprie origini, o quelle dei padri o dei nonni, con la propria cultura, che comunque è già sbarcata in Catalogna (si pensi soprattutto al flamenco: alcuni dei migliori cantanti e ballerini, sia uomini che donne – come Mayte Martin, Antonio Poveda, Carmen Amaya o La Chunga –, sono catalani). Ma permettetemi un cenno storico più esplicativo.

Noi catalani d’origine saremmo meno della metà della popolazione attuale. Poi però arrivarono gli “altri catalani”, “els altres catalans”, come li definì lo scrittore Paco Candel, immigrato da bambino e vissuto in una baraccopoli sulla montagna di Montjiuc. Dall’inizio del xx secolo, si sono riversati in Catalogna una moltitudine di uomini e donne, famiglie intere, provenienti da altre regioni della Spagna, spinti dalla povertà e dalla disoccupazione, portando con sé una lingua (il castigliano), una cultura e una propria ambivalenza. Hanno trovato lavoro e con molti sacrifici sono rimasti, crescendo figli e nipoti. L’immigrazione è stato un processo lungo, che però si è praticamente esaurito negli anni ’70. Certo, una piccola percentuale di immigrati è tornata alla sua terra d’origine, soprattutto pensionati. Ma la maggior parte è rimasta in Catalogna, dove ha appunto figli e nipoti. Non esistono catalani da un lato e castigliani dall’altro, né minoranze estreme. Quasi tutti capiscono il catalano e molti sono più o meno bilingui. Si sono, in un modo o nell’altro, mescolati con i catalani d’origine. I loro figli e nipoti hanno imparato il catalano, la storia e la geografia della Catalogna, molti di loro hanno acquisito una mobilità sociale positiva e diversi sono arrivati all’Università. La maggior parte si considera sia catalana che spagnola, alcuni nella stessa misura, altri più spagnoli che catalani, addirittura una minoranza si definisce esclusivamente catalana e indipendentista e un’altra più esigua minoranza si definisce solo spagnola. Non c’è apartheid, non ci sono due opposti, né cittadini con pieni diritti e altri con minori diritti. Se ciò esiste, è nei confronti degli immigrati arrivati a partire dalla fine del xx secolo, da paesi del resto del mondo.

Ma gli “altri catalani”, molti di loro, vivono in quartieri e in città alla periferia di Barcellona (Hospitalet, Cornellà, Badalona, Santa Coloma, Tarragona, Manresa, Sabadell, Terrassa, Mataró, Gerona, eccetera). In queste aree il castigliano è la lingua più diffusa, anche se molti parlano catalano (a scuola o al lavoro) o per lo meno lo capiscono. La cultura catalana in senso stretto è poco presente in queste zone, quartieri più o meno distanti dal “centro” e per anni marginali, ma la situazione è migliorata considerevolmente grazie alle politiche dei municipi, perché quasi tutti hanno avuto giunte di sinistra. Tutti, o quasi, si sono integrati nel mercato del lavoro e hanno migliorato le proprie condizioni di vita, diventate analoghe a quelle dei catalani d’origine. Ma in gran parte sono meno integrati nel territorio e nella cultura catalana, politica inclusa. Un segnale importante è dato dalla tipologia di voto. Alla fine degli anni ’70 e negli anni ’80, prima tappa della democrazia, nelle zone abitate da quelli che un tempo erano stati immigrati, dai loro figli e nipoti, votavano tutti per i socialisti e i comunisti. Quando il Pce-Psuc (Partito comunista catalano) implose, perdendo una consistente fetta di elettorato, una parte dei voti passò al Pp e addirittura, per tendenza al conservatorismo, a Convergencia (centro destra catalano), perché c’era un bel po’ da conservare, come diceva Juan de Mairena (alter ego di Antonio Machado). Il Psc(partito socialista catalano) invece, manteneva gran parte del voto popolare nelle elezioni municipali e statali. Mentre il voto catalanista aveva la meglio nelle elezioni della regione autonoma. Non è un segreto: alle elezioni per il Parlament de Catalunya una fetta importante della popolazione non originaria non votava.

Perché spesso le popolazioni originarie di altre parti della Spagna e il loro discendenti si astengono dal partecipare alle elezioni del governo catalano e delle due consulte? Alle recenti elezioni (dicembre 2017) c’è stata un’affluenza al voto di massa, compreso nei quartieri e municipi dove predomina il castigliano. In pochi hanno votato i socialisti e ancora meno “Los Comunes” (il blocco delle sinistre). Hanno votato contro l’indipendenza e dal momento che Pp e Psoe erano stati delegittimati a causa delle loro politiche neoliberali, il voto è andato a Ciudadanos, che non aveva mai governato e si era fatto principale portavoce dell’anti indipendentismo. Ho avuto modo di constatare personalmente un segnale. A Nueve Barrios, un’area a maggioranza proletaria e popolare, con una popolazione di 180mila abitanti che tendenzialmente votava a sinistra, ci hanno detto: “ora votiamo Ciudadanos perché non vogliamo l’indipendenza della Catalogna, ma alle municipali (che saranno a maggio del 2019) voteremo voi”. Qualcosa di simile è successo in occasione del referendum illegittimo del 1 ottobre. Nei municipi e nei quartieri più “castiglianizzati” la partecipazione è stata decisamente minore. Mentre nelle aree centrali urbane e rurali ha votato il 6070% della popolazione, nelle aree periferiche l’affluenza è stata del 30%. In conclusione: il catalanismo, malgrado i propositi, non è riuscito a integrare gran parte degli “altri catalani” non tanto nella cultura catalana “originaria” quanto mediante la stessa, dando risalto alla (o alle) cultura (culture) delle popolazioni originarie del resto della Spagna. Ovviamente, non tutta la popolazione di origine non catalana si comporta allo stesso modo, specialmente i nati in Catalogna. Molti di loro tendono a comportarsi in modo simile ai catalani d’origine, ci sono sia indipendentisti che gente di sinistra, che si considera catalana e più o meno spagnola. Tuttavia, gran parte degli “altri catalani” ha mantenuto un forte attaccamento alle proprie origini, pur non nascendo nelle regioni dei loro padri o dei loro nonni. Allo stesso modo, il concentrarsi in quartieri e aree periferiche, così come in ampie zone delle città dove la cultura catalana arriva come qualcosa di estraneo, ha favorito il recupero delle proprie culture d’origine. Forse si sarebbero dovuti promuovere progetti urbanistici ed edilizi che, invece di creare agglomerati extra cittadini, favorissero l’integrazione sul territorio degli “altri catalani”. Si tratta in gran parte di un’eredità del franchismo, ma sono passati 40 anni e di tempo ce n’è stato per ricostruire città, centri e agglomerati adatti a tutti. Una maggiore integrazione socio-culturale avrebbe contribuito a rinforzare le relazioni tra le popolazioni catalane, sia autoctone che non, con quelle del resto della Spagna.

La manipolazione spagnolista contro la Catalogna del Pp e di C’s ha instillato un veleno perverso: dividere e mettere a confronto spagnoli del resto della Spagna e catalani, siano essi indipendentisti o non dichiaratamente spagnolisti. I partiti statali, rivolgendosi ai cittadini di origine non catalana, hanno diffuso paure, disconoscimento, sfiducia nei conforti dei politici indipendentisti, incitandoli a mobilitarsi contro i catalani. E per farlo si sono serviti di gruppi e organizzazioni di estrema destra, incitando alla violenza e attirando a sé minoranze, ma non la maggior parte della popolazione radicata in Catalogna. Di certo c’è che hanno creato inquietudine e timori nei confronti dell’indipendenza. Sono state istituite campagne per convincere i cittadini di origine castigliana che i governi di origine catalana sono per loro una minaccia, e che lo sarebbero ancora di più in caso di indipendenza, perché verrebbero trattati da immigrati, non potrebbero più usare il castigliano e perderebbero le proprie radici e le relazioni con altre regioni della Spagna, dove sono nati i loro padri e i loro nonni. Ma nonostante il moltiplicarsi degli attriti e delle spaccature nella vita quotidiana, non esiste né è probabile che si sviluppi una frattura sociale che porti a uno scontro politico-culturale o etnico. Tuttavia, uno dei grandi errori dell’indipendentismo catalano è stato il non aver attuato una politica di riconoscimento degli “altri catalani” e della società spagnola. Ma il raggiungimento di un tale obiettivo avrebbe richiesto un processo graduale, lento e profondo. Invece si è optato per prendere una scorciatoia avventata, irresponsabile e senza mezzi termini, per andare avanti e culminare con l’indipendenza. Lo Stato spagnolo possedeva tutti i mezzi per impedire questo processo e reprimerlo. Ma non ha trovato sostenitori, né in una parte di Catalogna né nel resto della Spagna. Vediamo come si è arrivati al disastro. Enormi errori sono stati commessi, da parte degli uni e degli altri.

 

È scoppiata la crisi e hanno sciolto i piromani

I governi, quello spagnolo e la Generalitat de Catalunya, così come i partiti politici, statali e unionisti come il Pp, C’s e con loro il Psoe, gli indipendentisti, Junts por Catalunya (Convergencia e Indipendentes), Esquerra Republicana e i Cup (Comitati di unione popolare) si sono giocati le loro carte e responsabilità nella peggior maniera possibile. Ogni blocco include destra, centro e sinistra, cosa che, quando è scoppiato il confronto tra “nazionalisti”, ha messo fuori gioco le forze moderate o pattiste, privilegiando la passione invece che la ragione, lo scontro invece che la politica. Vediamo ora in che modo si possa dire che la crisi esplosa negli ultimi mesi del 2017 abbia cominciato a prendere piede a partire dalla consultazione illegale del 2014.

Il successo della consultazione illegale del 2014 fu una sorpresa per il governo spagnolo convinto, insieme agli organi dello stato, che si sarebbe trattato di una buffonata. Che sarebbe stato sufficiente servirsi dei mezzi di comunicazione e di un miscuglio di minacce, e affermare, oltre all’illegalità, la totale inutilità di tale ricorso per far sì che solo un’esigua minoranza scendesse per strada. Ne erano certi, sia per le ragioni di cui sopra, sia per le difficoltà tecniche necessarie a organizzare una consultazione: locali, mobilitazione di migliaia di organizzatori, censimento e controllo dei potenziali votanti. Ma si mobilitarono, e votarono, in 2milioni e 300mila. Il 90% votò a favore di uno Stato catalano. Bisogna tener presente che la popolazione catalana supera i 7 milioni, ma più di un milione sono immigrati extracomunitari e non votarono per mancanza di consapevolezza, sebbene fosse stato offerto loro il diritto. Ovviamente, i contrari all’indipendenza e alla consultazione si astennero dal voto. Così come altri, che lo fecero per paura o per difficoltà pratiche. Tuttavia è stata la più grande e la più importante mobilitazione contro il governo spagnolo della storia catalana. Un esercizio del diritto di espressione e di manifestazione. Però, su richiesta del governo, i tribunali avviarono processi civili e penali a carico dei leader catalani, Presidente della Generalitat compreso, per aver favorito la consultazione senza ripercussioni giuridiche. Vennero condannati a multe pecuniarie straordinarie e interdetti da qualsiasi incarico politico. Così prese avvio la repressione. Se la tensione nel panorama politico era già alta, il governo spagnolo attuò da piromane.

La Generalitat e le organizzazioni indipendentiste, Asemblea nacional catalana (Anc), e Omnium cultural (Oc), avevano acquisito un considerevole capitale politico e sociale. L’Anc, nata agli inizi del 2012, nel 2015 aveva già 80mila affiliati, più della metà attivi. E continua a crescere tuttora. Oc supera i 100mila soci, e anche se probabilmente non dispone di molti attivisti, tutti pagano la propria quota. Sommati formano un gruppo di membri attivi che supera quelli di tutti i partiti politici messi insieme. L’Anc è composta da individui provenienti dai ceti medi e popolari, oltre che da molti giovani. Una fetta importante è composta da gente di sinistra. Ai suoi albori, negli anni ’60, la base di Oc era finanziata da élite di imprenditori e professionisti della classe medio-alta, e comprendeva individui dei ceti medi, molti dei quali provenienti dall’ambiente universitario, letterati ed élite culturali. Negli ultimi 5 anni è cresciuta molto e ha differenziato la propria composizione, comprendendo ora tutti i ceti sociali. Queste organizzazioni possiedono un’enorme capacità di mobilitare i cittadini, molto più delle istituzioni e dei partiti politici.

La Generalitat assunse la leadership del processo indipendentista, ma furono Anc e Oc a sostenere e organizzare la mobilitazione, specialmente per quanto riguarda le enormi manifestazioni di piazza della Diada, la giornata nazionale della Catalogna, l’11 settembre 2015, 2016 e 2017, in cui parteciparono un milione e mezzo di persone. Sulla base “legittimante” della consultazione del 2014, il governo catalano stabilì una tabella di marcia di un anno e mezzo che avrebbe portato alla dichiarazione d’indipendenza. Il miraggio di una Repubblica di Catalogna fomentò la mobilitazione e generò grandi speranze in un’ampia fetta di cittadinanza composta da oltre 2 milioni di indipendentisti. Ma non fu tenuto conto che le grandi manifestazioni di strada, come modalità di espressione, non sono esattamente la stessa cosa di un’istituzione come la Generalitat, con il suo governo e il suo parlamento. Si legiferò quindi e vennero presi accordi di governo per dichiarare l’indipendenza ed elaborare il passaggio a stato indipendente. I cittadini indipendentisti vissero due anni di speranze e il governo catalano deve aver pensato che prima di raggiungere il punto di rottura, lo Stato spagnolo avrebbe aperto un dialogo o, se si fosse dichiarata unilateralmente l’indipendenza, sarebbe stata accettata in ambito internazionale e lo Stato spagnolo non avrebbe esercitato la repressione di fronte a un popolo pacifico, in strada e all’interno dell’Unione Europea.

La Generalitat commise tre gravi errori. Lo Stato spagnolo optò per una soluzione giuridica del problema, che il Tribunale costituzionale attuò sistematicamente annullando tutti gli atti del processo indipendentista, e, quando necessario, intraprese una politica di repressione in strada, oltre a sospendere le istituzioni catalane. Secondo errore, la mobilitazione indipendentista fu ed è stata totalmente pacifica e appassionata, ma non era organizzata per prendere il controllo del territorio e, inoltre, non aveva tenuto conto che in Catalogna almeno un terzo della popolazione era assolutamente contrario, e si sarebbe potuto mobilitare, e un altro terzo o più sarebbe rimasto a casa. Terzo errore, era assolutamente prevedibile che l’Ue e l’ambito internazionale non avrebbero accettato una dichiarazione unilaterale d’indipendenza e che avrebbero appoggiato lo Stato spagnolo, paese formalmente democratico, che fa parte dell’Ue e della Nato, e che se si fosse accettata l’indipendenza un effetto domino avrebbe potuto toccare altri territori (Italia, Baviera, Fiandre, Scozia, Corsica, eccetera).

Lo Stato spagnolo ha dimostrato grande incompetenza e, guidato dalla superbia, dall’ignoranza e dalla mancanza di consapevolezza di stato democratico che lo caratterizza, ha moltiplicato gli errori. Il primo fu di sottoporre all’esame del Tribunale costituzionale la modifica dello Statuto catalano approvato dal Parlamento spagnolo e dal referendum catalano. Manipolò il tribunale affinché compisse tagli aggressivi e fece un’ampia campagna anti catalana. Il secondo errore fu di non voler riconoscere il sentimento maggioritario in Catalogna che sfociò nella consultazione (tra il 70 e l’80%) e poi nell’indipendentismo (quasi al limite del 50%). Non concesse spazio al dialogo con la Generalitat, non riconobbe rimostranze, non propose competenze o concessioni tipiche della nazionalità o che altre comunità possedevano. Il terzo errore fu quello di moltiplicare le minacce di fronte alla possibile dichiarazione d’indipendenza e, invece di aprire una commissione bilaterale con lo scopo di trovare un compromesso previsto dalla Costituzione, fece dei tribunali una “polizia politica”. Nel frattempo il processo catalano avanzava spedito verso il fatidico 1 ottobre 2017.

La Generalitat raggiunge il bordo del precipizio… Inizialmente aveva deciso di considerare valida la consultazione del 2014 e, come prima cosa, dichiarare l’indipendenza e la repubblica catalana, e poi durante la transizione indire un referendum, avviare negoziati con lo Stato spagnolo e rimanere nell’Ue, non come parte della Spagna, ma come stato indipendente. Atteggiamento che ricorda il racconto della lattaia, che immagina tutto ciò che avrebbe comprato una volta venduta l’intera brocca di latte. Alcuni mesi prima del 1 ottobre, per offrire un’immagine più democratica, si decise di indire un referendum, legalizzato dal Parlament catalano. Subito dopo, sarebbe stata dichiarata l’indipendenza unilaterale. In realtà gli indipendentisti speravano, senza esplicitarlo, che il governo spagnolo, come aveva proposto la Generalitat in pubblico e in privato, si aprisse al dialogo. Osserviamo ora gli errori degli indipendentisti. Primo errore, non puoi lasciare l’iniziativa all’avversario, e meno che mai dipendere dall’apertura in extremis di un dialogo negato dal 2012 e ancora di più dopo il 2014. In realtà era abbastanza ovvio che il governo spagnolo e la magistratura non vedessero l’ora di aver l’opportunità di sospendere la Generalitat (articolo 155 della Costituzione) e di mettere sotto accusa i leader politici catalani. Secondo errore, promuovere un referendum illegale secondo le istituzioni spagnole, anche se, per la Costituzione, al contrario di quanto affermato dal governo e dal Tribunale costituzionale, è sicuramente legale, ma di natura non vincolante, e quindi non determinante. Cosa che lo penalizza. Inoltre, bisognava tener presente che oltre la metà del Parlament (di uno o due voti), non soltanto le destre spagnoliste (Pp e C’s) ma anche i socialisti e il blocco delle sinistre, si era opposta al referendum illegale. E, cosa più grave, non ci fu un dibattito previo con la cittadinanza, così il 1 ottobre del 2017 la metà della popolazione si astenne dal partecipare al referendum. È necessario precisare che molti cittadini, compreso l’autore di questo articolo, pur non essendo indipendentisti, votarono convinti che, con il consenso del governo spagnolo, il referendum avrebbe potuto essere legale. Terzo errore, il giorno dopo il referendum, elaborare e approvare un insieme di leggi e normative per mettere in marcia il processo indipendentista: “Legge di disconnessione dallo Stato spagnolo” e “Legge di transazione giuridica e costitutiva della repubblica catalana”. Il tutto dibattuto e approvato durante una sessione durata soltanto alcune ore. I partiti statali abbandonarono il Parlamento (Pp, C’s e socialisti) e il blocco delle sinistre intervenne con durezza e votò a sfavore. Non era difficile supporre che la storia sarebbe finita molto presto e molto male per il processo catalano.

In casa

Fare il sindaco in Val di Susa

di Piera Favro e Piera Braida-Bruno

incontro con Enzo Ferrara

bandiera di Andreco

 

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Mompantero è uno degli ultimi comuni della bassa val di Susa. Assieme a Susa e Venaus si allarga al fondo della conca formata dalla Dora Riparia, prima che i percorsi del fondovalle svoltino verso la val Cenischia e il Moncenisio a nord o verso il Colle delle Finestre a sud. Siamo nel cuore del territorio No Tav; il cantiere di Chiomonte è poco più su, subito dopo Gravere sul bordo della piana alluvionale che distingue l’alta valle. Con i suoi 646 abitanti e 30,10 km2 ai piedi del monte Rocciamelone, Mompantero è uno dei comuni più estesi dell’intera Vallata.

Quando si erano da soli pochi giorni spente le fiamme che hanno devastato Atene la scorsa estate, abbiamo incontrato la sindaca Piera Favro e la vice-sindaca Piera Braida-Bruno, anche per fare un bilancio dell’ondata storica di incendi che nell’autunno 2017 avevano bruciato i boschi di Mompantero e di tutta la val di Susa. L’incontro si è svolto negli uffici comunali di piazza Giulio Bolaffi, un angolo di paese dedicato al partigiano che con il soprannome Aldo Laghi comandò la divisione Stellina contro i nazi-fascisti nell’agosto del 1944 proprio a Mompantero nella borgata delle Grange Sevine. (La trascrizione dell’intervista è di Danila Perona)

 

Partiamo dal nome, Mompantero.

Sul nome del paese c’è un annoso dibattito. La versione che a me piace di più, ma sappiamo essere sbagliata, è che derivi da Mons Pantheon, Monte degli dei. Dietro di noi si staglia il Rocciamelone, una montagna di 3.538 metri venerata già dai Celti; ci poteva stare un nome così importante. Mentre Monte delle pantere non significa nulla. È più semplice risalire al significato dialettale: mont pas entier, monte non intero, montagna che si sgretola. Questa versione è plausibile. In zona abbiamo toponimi come Pietracassa, Pietrastretta, Seghino che danno l’idea di pietre rotolate giù da un monte. Non siamo nelle Dolomiti ma anche il nostro territorio è fragile.

 

Una fragilità che non si riflette nell’indole degli abitanti. Lei è sindaca da dodici anni: cosa vuol dire svolgere questo ruolo a Mompantero?

Quotidianamente, vuol dire passare gran parte del tempo a disposizione dei cittadini. Anche se siamo un piccolo comune, i problemi sono tanti. Siamo la prima istituzione che il cittadino può incontrare, la più vicina alla sua realtà e alle sue esigenze e il sindaco in un comune piccolo è il primo riferimento per ogni problema. Un punto di riferimento oltretutto in contatto diretto. Quando incontriamo gli altri mompanteresi ci diamo del tu e proprio grazie a questa confidenza i nostri cittadini arrivano con le richieste più disparate e senza orario. C’è anche chi viene solo per dire che la notte è arrivato il cinghiale a devastargli il campo di patate; anche se non possiamo farci niente, offriamo tutta la nostra comprensione. Da quando si aprono gli uffici e fino a che si è qua, la gente va e viene, chiede del sindaco e trova sempre qualcuno che ascolta. I cittadini ci portano il problema che ritengono più importante per loro. Il nostro ruolo è comunque quello di ascoltare e poi se possiamo di risolvere i problemi. Vorrei avere una bacchetta magica, ma anche il momento dell’ascolto è importante.

 

Qual è il bilancio annuale del comune?

L’ultimo bilancio è stato di quasi 1 milione e 400mila euro. Ogni accantonamento, anche di piccole cifre, è significativo. I nostri investimenti, quelli del cosiddetto “Titolo II” degli enti locali, sono quasi interamente dedicati alla manutenzione delle strade, all’assetto idrogeologico, e alla cura del territorio che, come dicevamo, ha bisogno di manutenzione continua.

Abbiamo poi una scuola materna con costi per noi importanti, le spese ordinarie per lo sgombero neve e la raccolta rifiuti. Tolte queste, quel poco che rimane, un avanzo che nel 2017 è stato di circa 170mila euro, in gran parte deriva dai fondi Ato (Ambito territoriale ottimale , Ndr) girati dall’Unione Montana. Se a questi riusciamo ad aggiungere anche solo 20mila o 30mila euro, questi soldi sono di aiuto per le emergenze.

Abbiamo tutte le leggi e i vincoli di bilancio da rispettare, come gli altri comuni, ma con personale ridottissimo per il quale abbiamo già raggiunto il tetto di spesa. Il comune ha cinque dipendenti. Se si fa la proporzione, ogni addetto ha in media 120 abitanti da seguire per tutte le problematiche del territorio e le pratiche legali. Sono riferimenti statistici, ma l’impegno è più evidente se si rapporta all’estensione del comune, tenendo conto che siamo in montagna. Penso agli interventi che dobbiamo fare a causa dei tanti torrenti che scendono dai nevai. Dobbiamo essere capaci di fare un po’ di tutto, non possiamo contare sempre sugli uffici, sulla ragioneria, sui servizi tecnici, che hanno scadenze da rispettare.

 

Come è costituita l’economia del territorio?

È di tipo agricolo. Le maggiori ricchezze sono il pascolo e il bosco. Il territorio qui è tutto. L’incendio che lo scorso anno ha devastato gran parte della superficie boschiva, ha compromesso anche il pascolo. Non abbiamo un’economia commerciale, se non residuale. Non ci sono quasi esercizi di rivendita tranne un bar ristorante, un agriturismo e una farmacia. Non abbiamo negozi di alimentari. Del resto Susa è molto vicina e proprio i suoi grandi magazzini hanno contributo a cancellare le piccole imprese di Mompantero. Abbiamo un falegname, idraulici, piccole aziende edili, un’economia di questo tipo.

In casa

Fare il sindaco a Cerveteri, Lazio

di Alessio Pascucci

incontro con Sara Nunzi

murale di Alice Pasquini

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Sono sindaco di Cerveteri eletto e sono stato eletto in una coalizione civica la prima volta nel 2012 e poi rieletto, sempre in una coalizione civica, nel 2017. A oggi all’opposizione ho tutto l’arco costituzionale dal Pd ai Cinque Stelle. Da un paio d’anni sono presidente della Commissione bilancio dell’area metropolitana di Roma, anche se Consigliere dell’opposizione. Faccio politica da sempre, e sempre nel cinismo, io sono un uomo di sinistra ma non mi sono mai tesserato con nessun partito. Alcuni anni fa insieme ad altri amministratori italiani ho fondato la rete Italia in Comune, con l’obiettivo di mettere a sistema le buone pratiche e le delibere, affinché i sindaci potessero copiarsi a vicenda le buone soluzioni applicate nelle proprie città. Ho cominciato a girare l’Italia e mi sono accorto che non ero l’unico sindaco a sentirsi solo e abbandonato, ma che eravamo tanti… il 15 aprile abbiamo deciso di trasformare questa rete in un partito con lo stesso nome, insieme a me – tra i tanti – ci sono Damiano Colletta, sindaco di Latina, e Federico Pizzarotti, sindaco di Parma.

Stiamo crescendo quotidianamente, siamo tanti amministratori e tanti cittadini, e siamo presenti in quasi tutte le regioni, in Puglia, per esempio, siamo così avanti che a metà novembre è in programma il congresso regionale.

 

Hai accennato al senso di abbandono e solitudine che spesso pervade le attività di non pochi sindaci italiani.

Gli amministratori locali, i sindaci in primo luogo, hanno la responsabilità della loro comunità sulle proprie spalle, sono i primi bersagli dei governi che danno loro sempre nuovi incarichi. Negli ultimi 15 anni sono stati tagliati agli enti locali circa 40 miliardi di euro; siamo nelle condizioni di non poter mantenere gli impegni che prendiamo con i cittadini per colpa dei governi che ci tolgono le risorse e non ci fanno far bene il nostro mestiere. Le responsabilità aumentano, le risorse vengono tagliate, c’è il rischio di ritrovarsi in una condizione di immobilismo forzato.

 

Dopo l’arresto di Mimmo Lucano è passato il messaggio che oggi, in Italia, fare solidarietà è un reato e che per mettere in pratica il valore dell’accoglienza bisogna per forza fare disobbedienza civile. Tu ti sei autodenunciato…

Siamo sindaci e giuriamo sulla Costituzione, questo significa che i concetti espressi nella Costituzione sono i nostri, l’art. 3 dice che noi dobbiamo dare a tutti gli stessi diritti. In Italia, oggi, non è più così, i diritti non sono per tutti, non si danno a tutti. Prima che venisse approvata la legge Cirinnà io mi sono sentito in obbligo di registrare i matrimoni contratti da persone dello stesso sesso all’estero anche se la legge non lo consentiva, questa è disobbedienza civile ma non è reato; ho dato la cittadinanza onoraria a tutti i bimbi stranieri nati in Italia e residenti a Cerveteri anche se non abbiamo ancora una legge sullo ius soli, questa è disobbedienza civile ma non è reato; qualche giorno fa ho registrato tre bambini nati da coppie omogenitoriali e che fino a oggi possono avere il riconoscimento solo di uno dei due genitori, si tratta di due coppie di donne, io ho deciso di registrare anche il riconoscimento dell’altro membro della coppia, dell’altra mamma, quella non naturale. Questa è disobbedienza civile, ma non è reato. Credo che sia nostro dovere cercare a volte di trovare lo Stato anche dove lo Stato non arriva. Per quanto riguarda il caso Riace… Premetto che si è fatta un pò di confusione sulla mia autodenuncia. Non avendo io commesso apparentemente nessun reato non sono potuto andare dall’autorità giudiziaria a denunciarmi… Su Mimmo Lucano c’è un’indagine che riguarda il suo modo di accogliere, ha ricevuto la misura cautelare degli arresti domiciliari prima che il processo terminasse; pur non essendo uomo di legge non mi sembrava fosse uno in procinto di scappare, né tanto meno di inquinare le prove… Una cosa scandalosa che dovrebbe portare a un’insurrezione nazionale, sono contento che tanti altri sindaci importanti come Luigi De Magistris a Napoli o Beppe Sala a Milano abbiano deciso di dare un segnale che fa più clamore del mio… È assurdo che il Primo ministro (ops, un lapsus!), il ministro dell’Interno, faccia pubblicamente dei post e delle dichiarazioni contro Mimmo e che festeggi perché viene tolta la libertà a un cittadino. Viviamo in una nazione in cui nella Costituzione c’è scritto che fino al terzo grado di giudizio si è innocenti, il decreto Salvini sta cercando di stravolgerla prevedendo che in caso di condanne in primo grado possano essere prese delle misure nei confronti dei migranti… È assolutamente vergognoso che il nostro ministro dell’Interno si comporti come un partigiano di partito, uso partigiano che per me è una parola di grande valore nei confronti di una persona che di valore ne ha ben poco: uno che parteggia per una parte piuttosto che per l’altra non può essere il Ministro di tutti.

In casa

Pedagogia 2018: non più bellezza non più memoria

di Giovanni Zoppoli

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A quanti anni siamo dalla crisi? Ma c’è mai stata una crisi? E c’è mai stato un tempo senza crisi?

Ho problemi di memoria probabilmente. A cominciare dal fatto che il primo oggetto che ricollego alla parola “memoria” è un computer. Anche per me la valanga degli ultimi anni ha spazzato via, e non solo dal vocabolario, il corporeo sostituendolo con l’informatico.

Dove andare a pescare qualcosa di utile?

Inizio con l’interrogarmi su dove sia andata a finire la sede della memoria collettiva (il popolo, lo stato, la comunità italiana…). È del novembre 2018 lo studio diffuso dall’Agenzia italiana del farmaco secondo cui l’Italia è il quarto Paese in Europa per spese relative a psicofarmaci e ansiolitici. E in Italia il primato spetta alle regioni apparentemente più vivibili e ambite (la Toscana, seguita dalla Provincia autonoma di Trento e Bolzano), mentre in quelle note come assai sfasciate (la Campania in primis) si registra il più basso consumo. Statistiche che poco aggiungono alla nostra ricerca di memoria, visto che i campanilisti delle opposte fazioni annullerebbero presto il dato (i toscani attribuendolo alla maggiore capacità di cura raggiunta nella loro regione, i campani al fatto che il Paese del Sole ha il potere di scacciare ogni mal d’animo). La statistica quindi non può aiutarci più di tanto, ma qualcosa ce lo dice sullo stato di malessere esistenziale sempre più percepito e diffuso nel nostro Paese (in linea con quelli più progrediti) e sulle distanze nord/sud.

Cercando di restringere gli ambiti di indagine ai due che meglio conosco – il sociale e la scuola – non posso non lasciarmi rattristare da un’amara evidenza. Narrazione e bellezza, due delle principali vie su cui i miei compagni e io avevamo puntato (e malgrado tutto continueremo a farlo), si sono rivelate tra le più temibili attentatrici di memoria e verità. Pensavamo che narrazione e bellezza avrebbero potuto offrire un contributo positivo e determinante alle nostre cause. La narrazione come ritorno di senso, capace di riempire di significato, attribuire animo, creare nessi e produrre memoria individuale e collettiva. E la bellezza come ispirazione di ogni cosa. Oggi ci troviamo a dover riconoscere che è forse stata proprio questa coppia, nella mortifera alleanza con la società del mercato e dello spettacolo, a farsi memoricida spietata.

Senza tirare in ballo la politica e lo storytelling renziano, oggi non è difficile riconoscere che il sociale si trova appeso a un filo, e che questo filo sia molto spesso costituito da (millantata) bellezza e narrazione. Una narrazione capace di ammaliare finanziatori pubblici e privati. Nel campo di associazioni e cooperative sociali è molto evidente il nesso tra la possibilità che quell’ente ha di ottenere e mantenere un finanziamento e la sua capacità di raccontare, di inventarsi una trama accattivante, semplice, non troppo impegnativa, con i soliti personaggi delle favole (il buono, il cattivo, il perso, il principe azzurro, il redento…). Con varianti che seguono la moda dei tempi (a oggi fa ancora effetto la narrazione epica della novella associazione trasformata in impresa economica con soggetti svantaggiati. Domani non sappiamo quale sarà il nuovo capriccio del vecchio mentore). Non importa se quello che fai c’entra poco con quanto racconti, l’importante è che chi racconta entri il più possibile nella parte, la interpreti al meglio, proprio come all’“Isola dei Famosi”. Non siamo cioè più nel bel vecchio mondo del falso, dell’imbroglio, della menzogna berlusconiana e pre-berlusconiana. Siamo nell’epoca post-reality, quella in cui il reality si è ormai fatto realtà da un pezzo e la ricostruzione dei fatti è un’impresa ardita.

Come trovare la memoria in questo campo? Che ci può essere di vero?

Per di più in molta parte del sociale – per economia del discorso accomuniamo sotto questo termine centri sociali e organizzazioni granitiche del terzo settore – è diventato “fine” quelli che un tempo erano “espedienti” per portare avanti una quotidianità piena di inenarrabilità. Concerti, mostre, cene e altri eventi erano uno strumento utile a fare cassa, o a richiamare l’attenzione della città sui temi politici a cui si lavorava nella quotidianità (un mezzo quindi), mentre oggi molte organizzazioni hanno fatto di questo la propria identità. Vivere di eventi del resto è cioè che interessa tanto ai finanziatori, quanto al narcisismo di chi ha bisogno di nutrire vite prive d’altro.

Di sicuro la società dell’iper-narrazione qualche risvolto positivo l’ha avuto. Per esempio a un napoletano che oggi rimettesse piede in un ospedale dopo un’assenza di 20 anni, probabilmente quell’ospedale apparirebbe piuttosto cambiato ai suoi occhi. Il fiato sul collo, il terrore del possibile scandalo mediatico a cui la mente di chi lavora in quei luoghi si è abituata, è probabilmente alla base di molti cambiamenti positivi. Sopratutto nell’estetica, ma anche nell’organizzazione. Forse anche il momento di gloria che per molti starebbe vivendo oggi Napoli ha a che fare con la capacità che la sua classe dirigente attuale ha avuto nel trovare una trama narrativa convincente. Come per la pista ciclabile che l’attuale sindaco fece tracciare nella città quasi all’inizio del mandato, sbandierandola ai quattro venti come pista ciclabile più lunga di non solo quale porzione di Terra. Si trattava per lo più di sagome di biciclette disegnate un po’ dove capitava, su marciapiedi, addirittura su un muro, non rispettate nemmeno dai vigili urbani perché messe in posti davvero improbabili. Un’allucinazione che però è servita a far credere a molti napoletani (me compreso) che Napoli potesse essere una città adatta alle biciclette. E in questi anni di biciclette ne sono davvero comparse un bel po’ (e scomparse anche, ovviamente).

Ma torniamo alla nostra memoria. Se nel sociale l’abdicazione della realtà rispetto al suo racconto sembra ormai principio granitico, può darsi che nella scuola le cose vadano diversamente.

Purtroppo basta andarsi a fare un giro nella culla della pedagogia italiana, l’Emilia Romagna, per vedere quanto anche questo ambito si sia sbilanciato sul racconto. Rimasi molto colpito – stecchito direi – da come un paio d’anni fa due esponenti della scuola emiliana vennero ad addestrarci sul fare pedagogico moderno in un corso di formazione per docenti campani. Il succo era che alla base del nostro fare pedagogico avrebbe dovuto esserci la narrazione più immediata, veloce, di pancia possibile. Era evidente che buona parte dell’energia di quell’istituzione era spostata sul racconto, attività a cui i docenti erano addestrati, con tempi e spazi dedicati (il racconto va fatto in mattinata, da stampare e affiggere alla porta prima che i genitori arrivino per prendessi il proprio figlio). Il risultato suggerito e auspicato era un prodotto a metà tra un post di Facebook e il peggiore dei telegiornali sensazionalisti. La cosa più importante è comunicare quello che si fa, ed è tutta la programmazione che deve essere tesa alla finalità narrativa. In ogni momento del processo pedagogico il docente deve avere presente e dare priorità alla raccontabilià dell’esperienza. Se questo modello può non risultare mortale in regioni dove ancora resiste un qualche impianto di lavoro che ha che fare con la sostanza, immaginiamoci che impatto possa avere in territori dove quell’impianto non c’è mai stato.

In casa

Malaterra italiana

di Marino Ruzzenenti

murale di Daim

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Scrivere di territori devastati dall’inquinamento industriale è un’impresa coraggiosa di per sé, in un paese che ama rimuovere tutti i buchi neri della propria storia in omaggio al mito consolatorio di italiani brava gente. Può diventare un caso editoriale internazionale se responsabile del disastro ambientale è la criminalità organizzata, cui si conviene addossare le peggiori nefandezze. Ma tutto diventa ben più complicato se sul banco degli imputati ci si azzarda a mettere il fior fiore dell’imprenditoria del Nord, o i celebrati – un tempo – nuovi poli industriali che avrebbero dovuto riscattare l’economia del nostro Meridione. È quello che fa Marina Forti in Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia, pubblicato nei saggi tascabili da Laterza. E lo fa magistralmente, con il piglio desueto del giornalismo d’inchiesta d’altri tempi, ovvero andando di persona sui luoghi a incontrare e sentire innanzitutto i cittadini inquinati, ma anche documentandosi in modo rigoroso con circostanziati rinvii alle fonti. Insomma un saggio con tutti i crismi metodologici in ordine, che però si legge volentieri perché scritto con invidiabile freschezza. Marina Forti dimostra anche che per farsi leggere non è necessario romanzare la realtà, spesso travisandola o enfatizzandola con ardite metafore, com’è di moda da un po’ di tempo a questa parte. Si può raccontare con stile accattivante e nello stesso tempo documentare con piena aderenza alla realtà.

Sono nove i casi indagati in Malaterra, ma potrebbero essere molti di più, decine, centinaia, come viene ricordato nel capitolo introduttivo, scelti per la loro rappresentatività delle diverse tipologie: o perché ancora fanno notizia per l’irrisolto dilemma tra lavoro e salute, come l’Ilva di Taranto o l’ex Alcoa di Portovesme o perché sono passati nel dimenticatoio come la Valle del Sacco nel Lazio o la Caffaro di Brescia, o per la storia e il devastante lascito di imponenti poli petrolchimici, come Porto Marghera, alla ribalta tempo addietro per il processo ai dirigenti Montedison, o Augusta, Priolo e Melilli in Sicilia, o per l’incredibile, infinita e irrisolta vicenda della bonifica e della progettata, ma mai realizzata, rigenerazione, come il sito di Bagnoli, o, infine, per l’emergenza di nuove devastazioni, non ancora ufficialmente riconosciute, come la “nuova terra dei fuochi” di Montichiari nel Bresciano martoriata da innumerevoli discariche di rifiuti industriali, anche tossico-nocivi. Insomma un campione, che qui non possiamo riprendere nei dettagli, rimandando alla lettura del libro, che dà conto della variegata casistica del pesantissimo impatto ambientale che ha prodotto sul territorio italiano l’industrializzazione del Novecento.

La rassegna, pur limitata quantitativamente, è però più che sufficiente a evidenziare i diversi aspetti di questa vicenda che hanno grande rilevanza anche per il presente e il futuro del nostro Paese.

Innanzitutto emerge la costante di un enorme ritardo tra l’immissione nelle produzioni di nuove sostanze, interessanti per il mercato e per i profitti connessi, e l’evidenza della loro tossicità per l’ambiente e la salute. Questo ritardo, spesso durato decenni, in cui a nostra insaputa si perpetrava il disastro ambientale e sanitario, fu determinato non solo dalla disattenzione o insipienza della ricerca scientifica e tossicologica, ma spesso dal fatto che quest’ultima preferiva sottacere il lato oscuro di queste sostanze o perché frenata dai conflitti di interesse o per non scontrarsi con il potere economico. È il caso dei Pcb della Caffaro o del Cvm del Petrolchimico di Porto Marghera. Una questione tutt’altro che risolta, nonostante la Direttiva europea Reach (acronimo dall’inglese Registration, evaluation, authorisation and restriction of chemicals), il regolamento n. 1907/2006/Ce, introdotto il 18 dicembre 2006, concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche, con lo scopo di migliorare la conoscenza dei pericoli e dei rischi derivanti da sostanze chimiche già esistenti (introdotte sul mercato prima del settembre 1981) e nuove (dopo il settembre 1981). Il caso più clamoroso è quello del glifosato, l’erbicida della Monsanto, dichiarato probabilmente cancerogeno per l’uomo dall’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità e che un tribunale Usa ha messo sul banco degli imputati condannando la Monsanto, il 10 agosto 2018, a un risarcimento di 285 milioni di dollari per il cancro subito da un giardiniere. Ma l’Unione europea il 27 novembre 2017 ha votato a maggioranza per prolungare di ulteriori 5 anni l’uso del glifosato sulla base di un rapporto dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che non lo riteneva tanto rischioso da interdirlo definitivamente. Si scoprì poi, attraverso i cosiddetti “Monsanto Papers”, lo scandalo del “copia-incolla”, relativo a parti del rapporto dell’Efsa copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione della stessa Monsanto. La controversia, com’è noto, ha avuto poi uno strascico in Italia, con l’intervento della farmacologa Elena Cattaneo, pubblicato il primo dicembre 2017 su “Repubblica”, mutuato in buona sostanza dal rapporto Efsa in favore del glifosato e con la risposta dell’Isde, Associazione medici per l’ambiente, del successivo 5 dicembre, che poneva giustamente l’accento sull’indipendenza della ricerca scientifica, tutt’altro che neutrale, come pretenderebbe di autodefinirsi in assoluto, anche quando assume clamorosamente il punto di vista delle aziende che producono determinate sostanze e da queste ricavano enormi profitti.

Un altro aspetto che emerge, in particolare dai casi che hanno una lunga storia di industrializzazione (Caffaro, Porto Marghera, Valle del Sacco, Taranto, Augusta…), è il ritardo con cui è stato scoperto l’inquinamento prodotto da queste industrie nel territorio circostante, anche decenni dopo che pure il tema del risanamento degli ambienti di lavoro era stato posto con forza dai sindacati tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Com’è stata possibile quell’industrializzazione scriteriata, che ha fatto del territorio e delle matrici ambientali – acqua, aria e suolo – risorse offerte a titolo gratuito e senza alcuna limitazione a quello che venne con enfasi celebrato come “miracolo economico”? Questa sorta di “colonizzazione” pervasiva del territorio sembra essere avvenuta in Italia a opera di iniziative industriali prevalentemente autoctone, per cui, potremmo forse parlare di “autocolonizzazione” e di “autosfruttamento” del proprio ambiente di vita. In sostanza, i meccanismi erano simili a quelli classicamente coloniali (sfruttamento selvaggio delle risorse umane, naturali ed economiche di un territorio da parte di una potenza straniera dominatrice), ma nel caso italiano erano messi in opera da forze interne che appartenevano allo stesso Paese che – se così si può dire – si “autosfruttava” in un contesto democratico e con il consenso pressoché unanime delle forze sociali e delle rappresentanze politiche. Intendiamoci, di quella modernizzazione industriale violenta non si sono avvantaggiati tutti nella stessa misura: quegli anni sono stati anche il teatro del più duro conflitto di classe tra il profitto capitalista e la spinta emancipatrice dei lavoratori. Ma non sembra esservi dubbio che oltre quel conflitto, ambedue i contendenti calpestavano senza alcun riguardo lo stesso ambiente. Forse un unico soggetto, il mondo contadino, aveva avuto fin da subito percezione del danno arrecato, ma non aveva voce, considerato ormai un fardello di una storia proiettata verso la produzione industriale. Infatti, la legittimazione di quell’immane scempio avvenne in forza della necessità dell’Italia di superare d’un balzo il ritardo nei confronti dei Paesi industrialmente avanzati, sfruttando il vantaggio competitivo delle risorse ambientali a costo zero.

Questo “peccato originale” rappresenta una pesantissima eredità che si rivela oggi nella vastità e profondità della devastazione ambientale che, all’esaurirsi del secolo termoindustriale, finalmente siamo in grado di “vedere”, anche grazie a questo lavoro della Forti, proprio in alcune delle aree più incantevoli della penisola e delle isole ma che, seppur con intensità differenti, investe quasi l’intero Paese.