il libro

Vendiamo armi, che bello!

illustrazione di Franco Matticchio

di Giacomo Pellini

 

“Nei concili di governo dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere a una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare (…) in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”. Queste parole non sono di un pacifista: le pronunciò nel lontano 1961 nel suo discorso di addio alla Nazione l’allora Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower, membro del Partito Repubblicano, ex comandante delle Forze Armate statunitensi in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e Capo di Stato Maggiore dell’esercito. Parole che suonano strane se ripetute da un ex militare: perfino Eisenhower, politicamente molto conservatore, aveva capito il pericolo che può rappresentare il complesso militare-industriale per le istituzioni democratiche. Tuttavia le sue affermazioni suonano ancora vuote ai nostri giorni, visto che il giro d’affari intorno ad armi e armamenti realizza lauti profitti, e aumenta il suo volume di anno in anno.

Il caso del nostro Paese è emblematico: nel 2016 l’export militare italiano ha registrato un aumento dell’85% rispetto all’anno precedente. Numeri da capogiro, documentati dalla Relazione annuale sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazioni di armi, che il Governo ha consegnato al Parlamento lo scorso aprile.

Ma analizziamo i dati in termini assoluti. Nel 2016 il valore complessivo delle licenze di esportazioni è stato di 14,6 miliardi di euro, un vero e proprio boom se guardiamo agli anni precedenti: “solo” 7,8 miliardi nel 2015, mentre nel 2013 la cifra si attestava intorno ai 2,5 miliardi. Rispetto all’exploit degli ultimi anni, i numeri delle vendite dei primi anni 2000 appaiono irrisori (1,9 miliardi) e ancor di più lo sono quelli del lustro immediatamente successivo alla fine della Guerra Fredda, 1991-1995 (1 miliardo). Dati che, secondo Sergio Andreis della campagna “Sbilanciamoci!” sono “sottostimati”, in quanto “il modo di calcolo non ti permette la trasparenza assoluta: in molti casi si tratta di contratti legati alla sicurezza nazionale coperti dal segreto di Stato, quindi non pubblicati né pubblicabili”.

Ma a chi vengono vendute queste armi? Dalla relazione emerge che il numero di Paesi destinatari delle licenze di esportazione nel 2016 è stato di 82, in diminuzione rispetto ai 90 dell’anno precedente. Inoltre, il volume dei trasferimenti militari ai membri Ue e Nato dello scorso anno ha rappresentato il 36,9% sul totale, mentre il restante 63,1% è andato a Stati extra Ue e extra Nato. Tendenza inversa rispetto al 2015, quando questi valori sono stati pari, rispettivamente, al 62,6% e 37,4%. A un primo sguardo, il dato potrebbe rafforzare la tesi di chi vede l’Unione e l’Alleanza Atlantica come due organismi oramai “obsoleti”. Ma se guardiamo alla lista dei principali partner a cui forniamo materiale bellico made in Italy, è interessante notare come al primo posti spunti il Kuwait – al quale abbiamo venduto armi per un valore complessivo di 7,7 miliardi – seguito da quattro Paesi europei, Regno Unito (2,4 miliardi, mentre nel 2015 era primo con 1,3 miliardi), Germania (1 miliardo), Francia (570 milioni) e Spagna (470 milioni).

appuntamenti

Dentro al disordine

Stiamo compiendo evidenti passi indietro sul fronte della convivenza interculturale. La chiusura identitaria, “loro” e “nostra”, è solo uno dei sintomi. L’aver trasformato le “politiche migratorie”, ovvero quell’insieme di norme e comportamenti che regolano gli spostamenti delle persone attraverso le frontiere, in quella che viene ormai definita “accoglienza ai profughi” è un altro chiaro segnale.

Ci aspettano tempi complicati, più di quanto non siano, nella relazione con le persone di origine straniera che sono già qui, prima ancora che con quelle che temiamo possano invaderci. La macchina dell’accoglienza – fatta di ingranaggi giuridici, ma anche pedagogici, di organizzazione del lavoro sociale, di relazione tra pubbliche amministrazioni e terzo settore – non potrà stare in piedi a lungo, senza che cambi, speriamo in meglio, qualcuno di questi ingranaggi. L’irrazionalità che la sostiene si nutre di una “narrazione” e di una messa a tema dei problemi e dei nodi conflittuali in gran parte scollegata della realtà.

Anche per questo segnaliamo l’iniziativa messa in piedi dalla “Fondazione Villa Emma” di Nonantola (Modena) a cui parteciperanno anche diversi collaboratori de “Gli asini”. Tre giorni di formazione residenziale per operatori dell’accoglienza, in cui si tenterà di definire meglio i termini reali della “questione”, oltre che di raccogliere informazioni, condividere analisi e buone pratiche, fare rete e supportare il lavoro culturale, politico, pedagogico portato avanti nei tanti comuni coinvolti dai percorsi di “accoglienza”.  Una formazione non rivolta esclusivamente ai professionisti del sociale, ma anche agli attivisti e ai comuni cittadini, nella convinzione che uno dei grandi temi (e dei grandi assenti) nel discorso e nelle pratiche che ruotano intorno alla cosiddetta crisi dei rifugiati sia proprio il “lavoro di comunità”.

Gli incontri di formazione, dal titolo “Dentro al disordine”, affronteranno due degli aspetti che più interessano (o dovrebbero interessare) i comuni, piccoli e grandi, conivolti nella redistribuzione dei “profughi”: da una parte il fenomeno delle migrazioni forzate, osservate nel quadro degli epocali cambiamenti sociali e politici di questi anni; dall’altra i conflitti e le opportunità che si creano nell’incontro tra le persone che scappano e i territori in cui arrivano. Il taglio degli incontri non sarà settoriale né specialistico, ma ad ampio raggio e affronterà questi aspetti da prospettive plurali (geopolitiche, pedagogiche, linguistiche, giuridiche, psicosociali, politiche), riservando particolare attenzione al problema dei bambini e dei giovani coinvolti nei flussi migratori. Il programma e la presentazione della formazione li potete trovare QUI. (Gli asini)

 

 

 

il libro

La nuova Asia di Tash Aw

di Maria Rita Masci

illustrazione di Icinori

Stranieri su un molo di Tash Aw, nome cinese Ou Daxu, è una illuminante riflessione sullo sviluppo dell’Asia contemporanea che, pur nella sua brevità, non soltanto non ne tradisce la complessità, ma ne coglie alcuni elementi portanti, legati tanto alle grandi dinamiche geopolitiche che alla realtà identitaria e umana dei suoi protagonisti.

Si può dire che Tash Aw sia un nuovo ‘uomo asiatico’, con una biografia fra due continenti e una storia familiare di migrazione tipica della diaspora cinese, che lo ha messo nello stesso tempo all’interno e all’esterno delle travolgenti trasformazioni in atto, facendone un testimone eccellente. E’ nato nel 1971 a Taibei (Taiwan) da genitori malesi di origine cinese, cresciuto a Kuala Lumpur e oggi residente a Londra. Parla il mandarino, l’inglese, il cantonese e il malese e viene da una realtà familiare del sud della Cina che parla hokkien, hainanese, hakka, teochew. E’ autore di tre romanzi, La vera storia di Johnny Lim e Mappa del mondo invisibile entrambi editi da Fazi e Five Star Billionaire (Fourt Estate) selezionato per il Man Booker prize.

Gli stranieri sul molo sono i suoi nonni che, negli anni venti del secolo scorso, raggiunsero Singapore e la Malesia per sfuggire alla povertà della Cina devastata dalle carestie e dalla guerra civile. Il sud est asiatico, noto in cinese come Nanyang, l’Oceano meridionale, era la meta naturale delle popolazioni del sud della Cina, le condizioni naturali e climatiche erano simili e le precedenti generazioni di immigrati offrivano un appoggio sicuro. L’emigrazione del tempo, sottolinea Tash Aw, poteva contare su una rete di persone, su un clan di relazioni basate sulla provenienza regionale cui rivolgersi, parenti o non. Chi sbarcava aveva il nome di un compaesano a cui rivolgersi, che avrebbe dato loro ospitalità e aiuto per trovare lavoro. L’identità regionale, costruita sul dialetto da loro parlato, avrebbe garantito la sopravvivenza e la “possibilità di ricrearsi una vita in un paese dove i nuovi arrivati potevano immaginare un futuro a lungo termine”. Oggi la situazione è completamente mutata, e il “moderno sud est asiatico è strutturato in modo da imprigionare i nuovi migranti in un ciclo permanete di sfruttamento e privazione”, non hanno alcuna opportunità di integrarsi, costretti in un ciclo di contratti triennali che sopportano per mandare soldi alle famiglie. L’emigrazione dunque non offre più futuro, non è un’esperienza emancipante.

il libro

Sopravvivere all’infanzia

di Paola Splendore

illustrazione di Roberto Catani

L’ultimo romanzo di J.M. Coetzee, I giorni di scuola di Gesù (trad. di Maria Baiocchi, Einaudi 2017), continuazione de L’infanzia di Gesù, uscito nel 2013, sembra avere sconcertato pubblico e critica non solo per il  titolo spaesante ma anche per l’imbarazzo a definirne in maniera univoca la forma. Allegoria? romanzo filosofico? parabola? romanzo dialogico?  E per la scrittura, che rinvia più a Kafka o più a  Beckett, o forse anche al Vangelo? Come nella maggior parte delle opere del Nobel sudafricano la forma è  ibrida, un mélange  di generi, linguaggi e registri stilistici – dal dialogo socratico al melodramma, dalla lirica al grottesco – tutti rivisitati in maniera inaspettata e con una certa dose di ironia. Moltissimi inoltre i rimandi all’opera precedente di Coetzee e ai suoi motivi ricorrenti – quasi un segno di riconoscimento ormai – come  la causa degli animali, la confessione, la centralità del Don Chisciotte, l’antagonismo razionalità/passione, e la con/fusione tra  reale e immaginario.

Se le opere della maturità di uno scrittore esprimono tuttavia anche uno stile particolare, quello che Edward Said definisce ‘tardo’, allora il dittico intitolato a Gesù dovrebbe certamente esprimerlo. Secondo Coetzee, che nello scambio epistolare con Paul Auster in Qui e ora, ha discusso tale definizione, lo stile maturo si caratterizza per una sempre maggiore concentrazione dell’autore su questioni di “reale importanza” in una lingua semplice e disadorna. Nei due romanzi più recenti  le questioni di “reale importanza” presenti sono tante, dalla divisione sociale del lavoro alla sessualità, alla morte, all’esistenza del male nel mondo, ma ne I giorni di scuola di Gesù un tema si impone sugli altri, la formazione dell’individuo. La domanda sottesa sembra essere: di cosa ha bisogno l’individuo per svilupparsi in maniera armoniosa? Un tema di certo rilevante, la cui valenza universale è accentuata dalla scarsità di dati temporali e logistici presenti.  Se i  romanzi non offrono risposte, i problemi sollevati si agganciano però chiaramente al nostro presente, un mondo  sempre più ostile all’infanzia, dove ogni giorno da qualche parte i bambini sono vittime di guerre, carestie, e soprusi di ogni tipo, e dove anche in assenza di questi subiscono qualcosa contro cui sono inermi, come l’abuso  implacabile della pubblicità rivolta a loro dalla tv, e che né famiglia né scuola sembrano in grado di contrastare efficacemente.  

Ma quali sono questi bisogni?  Che cosa serve all’individuo per una crescita armoniosa? È sufficiente avere genitori attenti e amorevoli, insegnanti equilibrati, avere un rapporto sano con la natura e con gli animali? sono necessari musica, danza, lavoro manuale?  Con David, e attraverso David,  il bambino misterioso al centro dei due volumi,  l’autore indaga l’impatto della vita sociale sullo sviluppo emotivo della persona.

l'altro teatro

Il futuro del teatro: le età dell’uomo

di Rodolfo Sacchettini

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 

Tutto il mondo è un palcoscenico. E tutti gli uomini e tutte le donne non sono che attori, con le loro entrate, le loro uscite… E ciascuno nella vita recita molte parti, ed i suoi atti sono sette età… così fa dire Shakespeare al poeta Jacques in Come vi piace. E poi chiuderà il cerchio, dicendo che il teatro è lo specchio del mondo. Teatro e teatralità, vita e finzione… in quattro secoli lo specchio si sarà rotto mille volte, eppure il discorso tiene, resiste, continua a interrogare. Ribaltiamo per una volta i termini, lasciamo da parte lo specchio e osserviamo il potenziale Narciso che, come ricordava Carmelo Bene, è un mito tragico, che poco ha a che fare con la civetteria. Impossibile, in astratto, definire lo spettatore che decide di immergersi nel teatro per conoscere se stesso, ma è invece ipotizzabile ragionare su quale sia lo spettatore che si reca a teatro e genericamente comprenderne la motivazione, che di solito ha origine da fatti concreti e contingenti. E soprattutto comincia a diventare interessante capire se le sette età dell’uomo si specchino nel teatro. Si dovrebbe compiere un’analisi demografica precisa del pubblico. Sul fronte del “consumo culturale”, quanto ai media maggiori (tv, radio…), lo si fa da tempo, e i risultati a volte non sono scontati. Sorprende per esempio che da pochi anni a questa parte siano iniziate a comparire campagne pubblicitarie molto specifiche (pannolini e dentiere nelle ore e nei programmi più inaspettati…). 

In sintesi l’impressione più forte è questa: i consumi culturali riguardano sempre di più due sole generazioni gli under 18 e gli over 65. È da tempo che il pubblico si caratterizza per questi dati anagrafici, ma adesso la forbice si apre in maniera clamorosa. L’età del lavoro ha perso tempo. E andare a teatro richiede organizzazione, denaro, impegno. La crisi degli ultimi dieci anni e le abitudini mutate con la rivoluzione digitale e le televisioni satellitari, spingono a rimanere a casa. Il tempo libero è mangiato da altre attività. Nell’età del lavoro si va a teatro o si fruisce di consumi culturali spesso per motivi di lavoro. Chi lavora nella cultura consuma cultura, ma “gli altri” paiono farsi in numero sempre più ridotto. Complice la crescente necessità economica del botteghino, oggi gli over 65 iniziano a diventare gli interlocutori e i clienti più forti, con un possibile sbilancio dell’offerta generale. Quale teatro per gli under 18? Quale teatro per gli over 65? Possibili intersezioni? E per gli altri?

Questi che seguono sono sintetici appunti che non hanno alcuna pretesa, se non quella di condividere qualche inquietudine e di provocare un po’ di ronzio, sollecitando analisi più approfondite.