In casa

I morti di Civita: per negligenza e assenza di regole

di Marco Gatto

foto di Giuseppe Quattrone

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Civita è uno dei luoghi più visitati del Parco nazionale del Pollino, forse il borgo che meglio riassume le tante facce di quel territorio: la presenza della cultura arbërëshe, l’incastonarsi dell’agglomerato urbano nella roccia, l’affaccio mozzafiato sul canyon che porta dritto alla costa jonica. E, ovviamente, le Gole del Raganello, su cui si erge, da qualche anno ricostruito, il Ponte del Diavolo: il greto e le forre garantiscono un’esperienza naturalistica di grande fascino. Ma il 20 agosto scorso l’immersione nella natura ha causato il decesso di dieci turisti che si erano avventurati alla scoperta del torrente, nonostante le avverse condizioni meteorologiche: un muro di fango, creatosi a causa delle piogge, ha investito coloro i quali si trovavano tra le gole. In queste settimane si continua a indagare sulle responsabilità: si discute del mancato accoglimento dell’allerta meteo diramata dalla Protezione civile; ci si interroga sulla mancanza di una qualche regolamentazione degli accessi al torrente; ci si chiede di chi sia la colpa.

Alcuni aspetti di questa grave tragedia senz’altro preoccupano e atterriscono. La trasformazione di un luogo in attrazione turistica regge l’economia locale, non c’è dubbio. Ma come si concilia l’investimento sulla propria dote naturale e paesaggistica con ciò che sembrerebbe essere un totale oblio o un totale rifiuto delle regole? Com’è possibile che l’accesso al torrente non sia sottoposto a controlli e che i percorsi di attraversamento del torrente siano lasciati all’assenza di divieti, norme, regolamentazioni? In che rapporto sta l’incremento delle attività turistiche con un apparente sfruttamento “liberale” del territorio? Se è vero che il torrentismo necessita di un protocollo, di conoscenze specifiche e, soprattutto, di esperienza e di senso di responsabilità, resta incomprensibile la mancanza di una qualsiasi forma di disciplinamento o di avvertimento (si riflette anche sulla carente informazione), così pure l’assenza di operatori, di guide e di esperti riconosciuti dagli enti. Bisogna supporre che a queste lacune si associ una taciuta volontà di tutelare un business senza regole?

Sarà la magistratura a fare chiarezza, si spera. A catena, il Comune, il Parco nazionale del Pollino e la stessa Protezione civile giocano a sollevarsi dalle possibili colpe. A Civita è attiva un’ordinanza che rimonta al 1997 in materia di regolamentazione, ma tutti sembrano averla dimenticata. Nel frattempo il paese è diventato – e lo è a giusto merito per la sua incontestabile bellezza – una perla turistica, e ha conosciuto uno sviluppo dell’economia locale che è vanto per gli amministratori: i ristoranti fanno il pienone, le possibilità di pernottare si moltiplicano, le visite riempiono il borgo. Tutto sembra rispondere a un modello di investimento fondato sulle grandi capacità di richiamo del luogo ma nello stesso tempo giocato sull’incapacità, o forse su una negligenza condivisa, di darsi una misura, un limite.

Ci si può senz’altro nascondere dietro l’immagine terrifica di una natura matrigna, che non perdona e che non accetta d’essere sfidata. Ma gli strumenti per prevenire una tragedia che segnerà Civita c’erano. La vicenda descrive anche una certa abitudine mentale: il tentativo – legittimo, nella regione più povera d’Italia – di accedere a forme di riconoscimento turistico in grado di risollevare il territorio, anche al prezzo di trasformarlo e renderlo più appetibile; di potenziare quel che il paesaggio offre per dare un senso alla vita di chi resta o di chi torna; di costruire, insomma, una qualche “narrazione”, fatta di luoghi, simboli, invenzioni della tradizione, spesso capace di fare comunità: modi di vedere e intraprese concrete che però si svelano a tutti i livelli servili rispetto a una vocazione affaristica che, giocoforza, invade anche i buoni propositi. Insomma, se quel che è accaduto è frutto della negligenza, è però anche l’esito di una rincorsa a mutare culturalmente la fisionomia del territorio, a favorire una riduttiva e implacabile metamorfosi dei nostri borghi (così pure delle coste) in brand da turismo di massa (il turismo cosiddetto di élite o culturale ne è un’articolazione propulsiva). E ciò vale sia per la speculazione affaristica relativa ai servizi del terzo settore, sia per le visioni antropologiche e culturali che, volendone rappresentare il controcanto, spesso ne sono una garanzia: i luoghi comuni sulla “riscoperta” del territorio, sullo sprofondamento sentimentale nelle vie della natura, una sorta di retorica del selvaggio e dell’incontaminato, l’idea di ristabilire un contatto (del tutto astorico, peraltro) col passato contadino. Modi di vedere e di partecipare che possono essere trasferiti senza grandi difficoltà nelle promesse di una qualsiasi agenzia turistica di città.

Si può forse dire che la superficialità con cui, negli anni, gli enti hanno gestito la mutazione turistica di Civita risponda a una più generale visione dell’economia e dello sviluppo. La convinzione che l’arricchimento passi attraverso l’asservimento del territorio alle mode turistiche del momento descrive una specie di nuovo colonialismo mentale, di cui gli amministratori, a tutti i livelli, sono vittime. I borghi, le piccole cittadine, devono anzitutto diventare luoghi di ricezione, devono rispondere a richieste specifiche, aderenti spesso a un immaginario massificato, e dunque mutare la propria pelle per accontentare le esigenze. Si tratta di un processo che coinvolge tutte le attività preesistenti, costrette spesso a rimodularsi, e che di nuove, spesso del tutto decontestualizzate, ne sollecita. Muta così anche la geografia umana di quei luoghi, pur conservando apparentemente i valori e i caratteri di sempre. E allora, di fronte a tragedie come questa, bisognerebbe riabilitare uno sguardo critico su ciò che, in modo spesso indotto, saremmo propensi a valutare positivamente (il cosiddetto “sviluppo” del cosidetto “territorio” e la risposta in termini di arricchimento), senza cedere, del resto, alle lusinghe della nostalgia, che, come spesso accade, interpreta false risposte. Non si può non considerare che a rendersi emergenza, in Calabria come altrove al Sud, è un vuoto politico che continua a produrre amministratori (ma, direi, anche operatori culturali) incapaci di misurarsi con una crisi di senso molto più ampia e cogente di quanto si creda. Lo conferma lo spirito con cui molti hanno affrontato la vicenda: delegando ad altri colpe e responsabilità.

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In casa

Ventimiglia, una frontiera

di Alessandra Governa
di Associazione Iris – Progetto 20K

incontro con Giacomo D’Alessandro

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Sono arrivata a Ventimiglia nel luglio 2016 in occasione di una manifestazione sulla frontiera. Un gruppo di migranti ha cominciato a camminare verso il confine e il blocco di polizia li ha fermati e respinti. In quell’occasione, stando con gli attivisti che li seguivano, ho avuto la percezione che fosse possibile tornare per fare qualcosa di più che una manifestazione. Avevo appena finito un corso da operatore legale e avrei potuto farmi le ossa su un ambito particolare come la protezione internazionale. Occuparsene su una frontiera è molto diverso che farlo nei centri di accoglienza o presso gli sbarchi. Inoltre mi sembrava sensato farlo con realtà del territorio, per non essere l’ennesima libera battitrice. Mi sono rivolta all’associazione di Sanremo Popolinarte, che fa educazione popolare e negli ultimi anni segue anche i flussi migratori nella provincia. Avevano giusto un progetto di équipe in partenza, centrato sui migranti accampati nella parrocchia delle Gianchette; era un lavoro di ascolto e informativo, con monitoraggio dei luoghi chiave del territorio. Nel 2016 ho passato le ferie così. Dopo qualche giorno la polizia ha sgomberato uno dei maggiori campi informali, perché era appena stato aperto il campo ufficiale della Croce Rossa. In quel momento ho conosciuto altri gruppi di attivisti, tra cui il Progetto 20K. L’inverno successivo sono andata a Ventimiglia sporadicamente, ho tenuto i rapporti con loro nel mentre che si strutturavano. A luglio 2017 hanno aperto l’infopoint Centro Eufemia, e mi sono messa a disposizione per la parte legale, sia durante le ferie estive sia in tutti i fine settimana dell’inverno appena trascorso.

Il Progetto 20K ha avuto inizio con persone di Bergamo e Milano nel 2015, per il bisogno di ragionare e praticare la frontiera in modo diverso. Prima il presidio ai Balzi Rossi, dove c’è la dogana, di cui ricordiamo le foto drammatiche dei migranti respinti e bloccati sulla scogliera, avvolti nelle coperte. Poi di ritorno nei propri territori, per raccontare e sensibilizzare. Fino alla volontà di vivere Ventimiglia: per essere presenti dobbiamo starci, si sono detti. Hanno affittato una casa e a turno i volontari si sono succeduti di continuo. Difficile individuare un nucleo fondante, noi diciamo “siamo tutti 20K”. All’inizio si faceva attività di monitoraggio dei luoghi caldi: la frontiera, la stazione, la spiaggia, il fiume Roya. In parte dando supporto pratico con la distribuzione di vestiti, cibo e acqua, materiale igienico, ma sempre cercando di mettere la relazione prima del “ti do”. Alcuni volontari parlavano arabo e questo è stato molto utile. Poi si è reso necessario un luogo fisico, e quindi molti più volontari. All’appello pubblico hanno risposto persone di Genova, Padova, Trento, Bologna, Bari… Gente che apparteneva già a reti informali di resistenza sul territorio. Tantissimi in estate e un po’ meno durante l’inverno. Ma a sorpresa, come se si fosse sparsa la voce che Ventimiglia è un luogo interessante, per gran parte dell’inverno abbiamo avuto volontari spagnoli, alcuni anche per un mese: gente che era già stata in Grecia, in Serbia, o a Calais. Il filo conduttore delle frontiere ha richiamato persone e attivato una rete di sostegno dalla Spagna che ha fatto arrivare sacchi a pelo, vestiti, kit igienici. D’estate passano tantissimi scout, anche solo per conoscere il progetto, fare animazione o aiutare nella pulizia del greto. Si è creata l’Associazione Iris perché gestisca in particolare lo spazio infopoint Eufemia, dal momento che il Progetto 20K è molto più ampio, fa attività sui territori di provenienza, raccolte fondi, trasporto generi primari, banchetti informativi e sensibilizzazione.

Proviamo a rappresentare una mappa di Ventimiglia nei suoi luoghi chiave. Se sono un volontario o un migrante che arriva a Ventimiglia, la prima cosa che vedo è la stazione. Un punto di arrivo e di sosta, soprattutto in inverno. Ovviamente è presidiata: trovi schierate tutte le forze dell’ordine, dagli alpini alla guardia di finanza, dalla Polfer alle agenzie private francesi che monitorano le banchine per conto della gendarmerie. Per diversi mesi c’è stato anche un infopoint container della Croce Rossa per favorire l’accesso tramite shuttle al Campo Roya, che si trova a 45 km di distanza.

Uscendo dalla stazione il flusso muove verso destra, e il primo luogo chiave è il bar Hobbit di Delia, che è stato il primo posto privato ad aprire le porte ai migranti: per stare seduti, per ricaricare il cellulare, per andare in bagno, per comprare da mangiare a prezzi popolari. Questo a Delia è costato caro: ha perso tutta la sua clientela locale che lo percepisce come un luogo invalicabile, ostile alla cittadinanza. Per contro è diventato punto di riferimento di tutti i volontari organizzati che trovano in Delia non solo un luogo favorevole ma una persona che sa raccontare.

Proseguendo dopo dieci minuti si arriva in via Tenda, la strada lungo il fiume Roya che arriva fino al campo attrezzato della Croce Rossa. Quasi tutta la geografia della frontiera si sviluppa qui: all’inizio sulla destra c’è la Caritas, con operatori e volontari che forniscono ogni giorno le colazioni, i vestiti, l’ambulatorio alcuni giorni a settimana, e in passato anche le docce. Poco più avanti c’è l’Infopoint Eufemia di Iris – 20K, dove si può caricare il cellulare, connettersi a Internet, avere informativa legale in varie lingue o ritirare vestiti. Come per il bar, anche qui la presenza di un luogo dove le persone vengono e stanno ha creato intolleranza tra i residenti, come se fosse colpa del centro Eufemia se arrivano i migranti.

Superato il passaggio a livello si incontra la chiesa delle Gianchette, di cui è parroco (ora in via di trasferimento) il colombiano don Rito Alvarez, che per un anno e mezzo nei saloni e nel campetto da calcio retrostante ha attrezzato un campo di accoglienza per donne, bambini e minori non accompagnati, in attesa delle istituzioni. Vi hanno lavorato ong, volontari delle parrocchie, migranti stessi.

Di fronte c’è un grande parcheggio e dietro si estende il greto del fiume Roya, che è l’accampamento informale dei migranti, protetto dal cavalcavia della superstrada. Lì è facile nascondersi, proteggersi, dislocarsi per appartenenza etnica. È il cuore della presenza stanziale a Ventimiglia, vissuto giorno e notte, dove avvengono le distribuzioni serali di cibo, l’attività informativa delle ong, iniziative di animazione e di pulizia. È diventato un “non luogo” molto particolare. Si tratta di una vecchia strada che portava alla spiaggia, in totale abbandono; ovviamente da quando è stata occupata, la cittadinanza ha iniziato a rivendicare che torni percorribile, che sia sicura e pulita. D’altronde 200 persone in media che vivono lì, senza bagni, senza acqua, hanno un impatto immaginabile. D’inverno si potevano vedere tende e fabbricati di fortuna, una vera e propria cittadella con i suoi traffici all’interno. Ma spesso si dorme su materassi e coperte all’aria aperta.

Più avanti nel piazzale del cimitero avviene tutte le sere la distribuzione di cibo a opera del collettivo internazionale Kesha Niya, che fa base a Sospel in Francia, e ha l’autorizzazione a distribuire il cibo solo lì. Quando non possono venire, li sostituisce la moschea di Nizza o altri gruppi francesi. A volte supplisce la Caritas andando al fiume, quando i migranti non vogliono uscire per l’alto rischio di rastrellamenti. Sul piazzale oltre la cena si fanno attività, giochi, chiacchiere dopo cena, proiezioni di film… A seconda di ciò che mettono a disposizione i gruppi di volontari che arrivano.

Via Tenda continua per qualche chilometro fino a imboccare una superstrada molto pericolosa, dove si cammina senza luci, marciapiedi o corsie di emergenza; si supera uno scalo ferroviario abbandonato e si raggiunge il Campo Roya della Croce Rossa. Lontano da tutto.

Tornando in centro, si possono raggiungere altri due luoghi chiave: frontiera bassa e frontiera alta. La bassa è meno appetibile e meno utilizzata, mentre la alta vede quotidianamente un flusso di persone di ritorno a Ventimiglia, tutti i migranti respinti dalla Francia che rientrano a piedi per 67 km.

In casa

Soccorere in mare

di Erasmo Palazzotto
incontro con Andrea Inzerillo

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Il 25 luglio 2018 il Senato della Repubblica ha approvato il decreto per trasferire dodici motovedette italiane alla Libia con 266 voti a favore, un astenuto e i soli voti contrari di Emma Bonino e di tre senatori di Leu; qualche settimana dopo lo stesso scenario si replica alla Camera, con il Pd che stavolta decide di non partecipare al voto non perché contesti il merito del provvedimento, ma perché “il contesto è cambiato” rispetto alle politiche analoghe avviate dal ministro Minniti. Un consenso pressoché unanime delle forze politiche caratterizza dunque oggi i rapporti tra Italia e Libia per la gestione dei flussi migratori nel Mar Mediterraneo.

In questa conversazione con il deputato di Leu Erasmo Palazzotto diamo quindi voce a una posizione estremamente minoritaria nell’Italia gialloverde di Salvini e Di Maio. Il 13 luglio 2018 Palazzotto si è imbarcato sulla nave della ong Open Arms, proprio nei giorni del salvataggio di Josefa e del ritrovamento in acque internazionali dei cadaveri di una donna e di un bambino. Cosa succede in quel tratto di mare? Ecco il racconto di quello che il deputato ha visto a sud del Canale di Sicilia.

Tutto comincia ad aprile, con il sequestro della Open Arms a Pozzallo disposto dalla procura di Catania. Ero andato a incontrare l’equipaggio per esprimere la mia solidarietà, avevo ascoltato il racconto delle loro attività ed espresso quasi per scherzo la volontà di imbarcarmi, per vedere se arrestavano pure me. La battuta si è trasformata in una proposta concreta: nelle settimane successive ho incontrato a Roma Riccardo Gatti e di lì a poco si sarebbe imbarcato nella prima missione il deputato radicale Riccardo Magi. La missione alla quale ho partecipato era quella successiva.

Il 13 luglio è venerdì e lasciamo Barcellona di sera. Dopo essere passati sotto la Sardegna e sopra Pantelleria abbiamo preso la rotta a Nord di Lampedusa per raggiungere un punto – a circa quaranta miglia da Malta – nel quale una barca avrebbe permesso a Oscar Camps, Marc Gasol e due giornalisti americani di salire a bordo: Malta non permette più alle ong di attraccare nei suoi porti, neanche per gli scali tecnici. Dopo averli imbarcati ci dirigiamo verso la zona Sar (Sar and security) viaggiando su due navi affiancate, l’Astral e la Open Arms; a seconda delle cose da fare ci spostiamo dall’una all’altra con i gommoni. Sulla Open Arms c’è l’equipaggio, i socorristas, i medici: in totale circa 18 persone. Sulla Astral siamo in 11: oltre noi cinque ci sono il capitano, due membri dell’equipaggio, un cuoco romano volontario, la giornalista di “Internazionale” Annalisa Camilli e il fotografo free lance Alessio Paduano.

I primi tre giorni del viaggio sono quelli da volontario a tutti gli effetti, ed è anche la parte dell’attesa: non sappiamo cosa troveremo quando arriveremo nella zona di mare al confine con le acque territoriali libiche. Quando arriviamo lì tutto cambia: è lunedì, e intorno all’ora di pranzo intercettiamo sul canale 16 vhf la prima comunicazione tra il mercantile Triades e la Guardia costiera libica. Il Triades comunica le coordinate del gommone nel quale si è imbattuto e attende istruzioni sul da farsi. Comincia una lunga conversazione: la Guardia costiera libica dice di aspettare, e a un certo punto chiede di prendere a bordo i migranti, ma il Triades risponde di non essere attrezzato per farlo. Il capitano della nostra nave allora chiede al Triades se ha bisogno d’aiuto, comunicando di essere una barca attrezzata per il salvataggio, ma quelli rispondono che la Guardia costiera libica ha detto soltanto di aspettare e di fare ombra alla barca, cioè di ripararla dalle onde. Mentre comunichiamo con il Triades, e precisamente alle 21.54 – tutte le conversazioni sono registrate –, la Guardia costiera libica li richiama e dice che possono andare: “Thank you for your cooperation, we are coming”. Il Triades se ne va e il gommone rimane lì. Da questo momento in poi non abbiamo più comunicazioni.

Visto che abbiamo segnato sul radar le coordinate che il Triades andava comunicando, calcoliamo il punto in cui potrebbe trovarsi il gommone quando noi saremo in zona. La Open Arms si dirige verso l’ultimo punto registrato, noi andiamo con l’Astral a dieci miglia a nord del punto ipotetico e cominciamo a setacciare con le due navi quel tratto di mare per cercare il gommone. Alle 5.30 siamo in zona di ricerca, verso le 7.30 arriviamo in contemporanea. La Open Arms lo avvista e ci informa che a due miglia da noi c’è il gommone. Ci avviciniamo, convinti che la Guardia costiera libica fosse arrivata, anche perché intravediamo il relitto del gommone. Ci diciamo che li avranno salvati loro.

Dalla torretta di avvistamento della Open Arms ci segnalano la presenza di tre cadaveri a bordo: mettiamo la lancia in mare. Nel frattempo arriva un altro messaggio: “Forse c’è un sopravvissuto, ho visto un braccio che si muove”. Ci catapultiamo e arriviamo per primi, perché la lancia dell’Astral è portata a rimorchio, quindi è già a mare. La lancia della Open Arms con a bordo i soccorritori arriva 40 secondi dopo di noi. Il paiolato del gommone sta ancora galleggiando, e dalla forma sembra intero, anche se il moto ondoso provocato dall’arrivo delle lance lo apre tutto. Vediamo il cadavere di un bambino, a pancia all’aria, su una tavola: sembra vivo, sembra quasi addormentato. C’è anche il cadavere di una donna con la faccia riversa nell’acqua e nella benzina, che le corrode la pelle: il medico di bordo ci dirà che probabilmente era già morta prima, mentre stima che il bambino sia morto da un paio d’ore, o comunque durante la notte. E poi c’è Josefa, aggrappata a un pezzo di legno, con la bocca in acqua quasi per metà. I soccorritori rimangono paralizzati: sono tutti giovani volontari, non hanno mai assistito a una scena del genere e per alcuni di loro è la prima volta davanti a un cadavere. Ci rendiamo conto che quella donna è viva e Oscar comincia a gridare: “Al agua! Al agua!”. I socorristas si buttano e prendono per prima Josefa, la tiriamo sul nostro gommone e partiamo a razzo verso la Open Arms. Sabbas, il nostro capomacchine, l’abbraccia e non la lascerà più. È un greco ruvido e pieno di umanità. “Vamos a Europa! ”, dice; e lei, con l’indice teso: “Sì! Sì!”. Saranno le sue uniche parole.

Nel frattempo arriva la lancia con gli altri due corpi, e proviamo a capire cosa sia successo: se si sono rifiutati di salire a bordo e li hanno abbandonati per dare un segnale; se hanno perso i sensi e durante le fasi concitate di salvataggio sono caduti in mare; non sappiamo chi sono, né se avessero legami di parentela. Josefa ha detto di avere una sorella a bordo, ma non abbiamo capito bene, era in stato di shock e abbiamo evitato di fare troppe domande perché era evidente che avesse bisogno di assistenza psicologica: abbiamo solo lasciato che potesse parlare, quando voleva, con i medici o con gli altri.

È martedì mattina, sono le 10. Arriva un comunicato della Guardia costiera libica, dice che nella notte hanno salvato 158 persone, alle quali hanno fornito assistenza umanitaria e medica, e che sono tutti salvi nel campo profughi di Khoms. Noi cominciamo a renderci conto di esserci trovati di fronte a qualcosa di mai visto prima. In passato la Guardia costiera libica aveva sparato verso le navi delle ong per intimorirle, le aveva minacciate, era salita a bordo coi suoi uomini armati e una volta aveva messo in moto le motovedette mentre c’erano persone a mare, uccidendone alcune. La Open Arms aveva già assistito a una serie di cose brutali, ma questa andava ben oltre – non soltanto perché coinvolgeva due donne e un bambino, ma perché incarnava enormi contraddizioni. Innanzitutto dal punto di vista umano: la drammaticità della morte di quella donna e del bambino, controbilanciata dall’aver salvato una vita. L’enorme rabbia, le lacrime e poi la consapevolezza che la nostra presenza lì aveva permesso di salvare Josefa. Nello stesso tempo era necessario superare il piano emotivo e comprendere che la crudeltà di quella situazione mutava completamente anche il senso della missione. Se non altro per me.

In casa

Un’esperienza di parlamentare

di Giulio Marcon

incontro con Matteo de Luca e Flavia Perronace

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Come mai hai deciso di candidarti nel 2013 alla Camera dei deputati?

Mi è stato proposto da Nichi Vendola poco prima di Natale del 2012. Una telefonata inaspettata, anche se sapevo che alcune donne del movimento pacifista avevano inviato una lettera a Vendola chiedendogli di candidarmi: Chiara Ingrao, Lidia Menapace, Luisa Morgantini, Luciana Castellina… Ho preso del tempo per pensarci. Ero da una parte attratto dalla novità e avevo la curiosità di un’esperienza nelle istituzioni, dall’altra ero un po’ angosciato (nel caso fossi stato eletto) per le piccole “ribellioni” che avrei dovuto fare, almeno così pensavo. Infatti tutti credevamo che Italia bene comune avrebbe vinto le elezioni e che Bersani sarebbe diventato premier: avevo messo in conto i voti contro le spese militari, gli F35 e altro ancora che il governo di centro-sinistra avrebbe comunque fatto. Era previsto che si facesse un gruppo unico tra Pd e Sel. Poi, le cose sono andate diversamente. Per questo aspetto, stando all’opposizione tutto è stato più semplice. Anche se, nonostante ciò, ho dovuto disobbedire più di una volta: il passaggio più importante è stato quando il governo Renzi ha proposto il provvedimento sugli 80 euro. Io ero contrario: un provvedimento spot e inutile, soldi buttati. Il gruppo di Sel ha votato a favore (una parte del gruppo sarebbe poi passato al Pd) mentre io e il mio collega Airaudo abbiamo deciso di non votarlo e sono intervenuto in aula per motivare la mia decisione.

 

Perché allora alla fine hai deciso di candidarti?

Da una parte consideravo ormai esaurita una esperienza trentennale nell’associazionismo e anche conclusa la “spinta propulsiva”, del terzo settore, appiattito in parte sulle istituzioni o su una logica di mercato. Ho avuto in trent’anni molte esperienze: dal Servizio civile internazionale all’Associazione per la pace, da Lunaria al Consorzio italiano di solidarietà. Dal 2000 al 2012 sono stato portavoce della campagna Sbilanciamoci. Il terzo settore da tempo aveva perso la sua spinta politica e i movimenti sociali (così forti fino a 78 anni prima) erano ridotti al lumicino. Chi si ricodava più di Porto Alegre e dei Forum sociali? Rimanevano sul campo molte esperienze, utili e belle, molto frammentate però, prive di impatto politico. Ero attratto dall’idea di una sfida nuova: quella della “lunga marcia dentro le istituzioni” del ‘68 tedesco; era solo uno slogan o aveva ancora un senso e poteva tradursi anche nel mio piccolo in qualcosa di concreto? Pensavo, cioè speravo, che sarei stato utile al mio mondo di riferimento e ai temi di cui mi sono occupato da una vita: la pace, il disarmo eccetera. Avevo davanti a me dei bellissimi esempi di impegno nelle istituzioni (da Minervini in Puglia a Bettin a Venezia) che mi incoraggiavano a provarci. Poi, c’è chi mi diceva “in questi anni hai fatto sempre la controfinanziaria e hai ottenuto poco e nulla. Ora, da parlamentare prova a mettere qualcosa di buono nella finanziaria, quella vera”. E quindi sono entrato dentro il Parlamento, con in testa la massima di Salvemini: “Fai quel che devi, accada quel che può”.

 

Poi vieni eletto e inizia l’esperienza parlamentare.

Sì, all’inizio vengo nominato nella cosiddetta Commissione speciale (una commissione costituita ad hoc, in attesa che si formino le commissioni permanenti) che deve esaminare i provvedimenti più urgenti. Poi approdo alla Commissione bilancio, una grande palestra di lavoro parlamentare. Da lì passano tutti i provvedimenti: bisogna esaminarne l’impatto finanziario, le cosiddette coperture di spesa. La Commissione esamina ogni anno la legge di bilancio: trascorrono settimane, si fanno le notti per esaminare il provvedimento – forse il più importante – dell’attività parlamentare. Una commissione difficile, ma centrale nel processo legislativo. La più faticosa. Una volta la commissione è durata più di 65 ore, senza alcuna interruzione, senza andare mai a dormire. Le insidie sono tante: devi avere mille occhi aperti, è molto faticoso. Poi hai mille pressioni. Con le lobby nessun rapporto, ma sei continuamente pressato da tanti e piccoli gruppi di persone in difficoltà: dai macchinisti dei treni che non riescono ad andare in pensione ai precari dell’Istat che non riescono a essere assunti, dagli esodati agli esposti all’amianto. Ascolti le loro richieste sacrosante, ma sai che come piccolo gruppo di opposizione non potrai fare niente. Sei in difficoltà per loro e per te che – all’opposizione – non conti quasi niente.

 

Non c’è solo la Commissione bilancio, ma anche i Parlamentari per la pace.

Sì, più o meno nello stesso periodo fondo il gruppo interparlamentare per la pace, con una ottantina di parlamentari di diversi gruppi politici. Il gruppo dei parlamentari per la pace prende ispirazione da una iniziativa portata avanti da Raniero La Valle nella legislatura del 19871992, quando dà vita a un gruppo parlamentare pacifista di cui fanno parte eminenti personalità: Adriano Ossicini, Natalia Ginzburg, Stefano Rodotà, Ettore Masina e tanti altri. Ma, invece, questo nostro gruppo nel corso del tempo non ha avuto quel respiro e ha esaurito presto la sua funzione più incisiva: i deputati del Pd (anche se pacifisti) non hanno il coraggio di portare avanti le posizioni per il disarmo. I parlamentari dei 5 stelle, sempre più sospettosi, non accetteranno più di promuovere iniziative unitarie con le altre forze politiche, non si fidano del Pd e non hanno tutti i torti. La prima iniziativa di questo intergruppo (siamo nel giugno del 2013) è la mozione contro gli F35. È quello che si aspettavano i gruppi pacifisti. Con Sbilanciamoci e la Rete disarmo avevamo in piedi da 45 anni una campagna, con iniziative in tutta Italia, per cancellare il programma dei cacciabombardieri. Prima delle elezioni Bersani aveva detto “che prima viene il lavoro, poi i cacciabombardieri”, Renzi aveva affermato che non capiva “perché dobbiamo spendere inutilmente tutti questi soldi per un aereo da guerra” e persino Berlusconi aveva detto che lui era contrario al “turismo aereo bellico”. Quindi c’era qualche speranza. Abbiamo fatto una mozione parlamentare unitaria con Sel, Movimento 5 stelle e un po’ del Pd per chiedere lo stop ai cacciabombardieri. Sarebbe potuta passare. Poi quando la mozione è andata in aula (nel mese di giugno), Federica Mogherini e gran parte dei deputati del Pd si sono sfilati: hanno avuto paura delle conseguenze politiche, non hanno avuto il coraggio di tenere il punto. C’è stata una codardia generalizzata tra il Pd: una gran parte del partito voleva votare la nostra mozione pacifista. Ha vinto la disciplina di partito: Napolitano e le gerarchie militari si erano fatte nel frattempo sentire.

In casa

Sulla “letteratura circostante”

di Nicola Villa

murale di Herr Nilsson

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Gianluigi Simonetti, docente di Scienze umane all’Aquila, ha scritto il più esauriente studio sugli ultimi anni di produzione letteraria: La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea (Il Mulino). Come dichiara subito nell’introduzione, Simonetti vuole descrivere il “progressivo e irreversibile distacco della letteratura italiana dalla tradizione del Novecento” avvenuto negli ultimi decenni, grosso modo dalla metà degli anni settanta, attraverso l’analisi formale di quella che definisce la “letteratura circostante”, cioè della letteratura popolare e che oggi coincide con quella di consumo, “quella letteratura tiepida (…) il cui principale obiettivo non è conoscere (e spiazzare), ma intrattenere (e distrarre)”. L’aggettivo neutro “circostante” fa subito pensare a ciò “che ci sta intorno”, creando una distanza e insieme una contaminazione inevitabile. L’oggetto del libro è quindi quella letteratura d’evasione, pop, di intrattenimento, di bassa o bassissima qualità verso la quale lo studioso si pone in maniera non-snobistica e non giudicante. Per capirci, c’è un intero capitolo dedicato ai libri di Moccia e Volo, forse i due casi editoriali più di successo e più snobbati dalla critica e dalla pubblicistica.

Il libro, molto corposo, quasi cinquecento pagine, è diviso in due parte: la prima ricostruisce storicamente i nuovi assetti della narrativa e della poesia, mentre la seconda conduce una rassegna della situazione attuale attraverso varie direttrici tematico-estetiche. Il metodo che lo studioso segue è quello di una “lettura sintomatica” delle forme dominanti nella nostra narrativa e poesia recente, alla ricerca anche di significati latenti delle opere non voluti dai loro autori, girando intorno a una “ermeneutica dell’inconscio letterario” e prendendo come esempi diverse opere di questi anni. La bibliografia e l’indice dei nomi è impressionante e rispecchia la bulimia dell’industria editoriale e l’incremento di merci lanciate sul mercato in questi ultimi decenni. In questo senso il lavoro del critico vuole essere profondo e non tematico, dichiaratamente interpretativo, come mettere sul lettino dello psicologo gli ultimi quarant’anni di produzione letteraria e interpretarne forme, desideri e sogni.

Quello che potrebbe sembrare un argomento troppo specialistico e accademico, Simonetti ha la capacità di renderlo accessibile e utile a interpretare le trasformazioni socio-antropologiche avvenute nel nostro Paese, fedele a una visione pragmatica della letteratura, come rivela la citazione di René Girard in apertura del libro: “considero le opere letterarie come riflessioni sui veri rapporti che s’intrecciano nella società e le uso come strumenti scientifici di osservazione”. Ciò che ne esce è un quadro completamente capovolto rispetto a quella che Simonetti chiama ironicamente “la letteratura di una volta”: da esperienza conoscitiva totalizzante, la letteratura è diventata esperienza emotiva e mediatica nella quale più la figura dell’intellettuale è culturalmente screditata più “conta indossare una divisa sociale, essere riconosciuti come autori”, facendo leva sullo status symbol. La letteratura è diventato il mezzo (non più il fine), il mezzo più economico tra quelli a disposizione, per costruirsi un’identità artistica, esprimerla e promuoverla magari in una performance pubblica (ecco il trionfo dei festival), “a contatto” di consumi collettivi e istantanei.