scuola

La cattiva scuola

di Mauro Boarelli 

immagine di Roland Topor

immagine di Roland Topor

È uscito oggi (20 marzo) il disegno di legge sulla scuola approvato dal Governo Renzi, su cui dovrà esprimersi, presumibilmente in tempi rapidi, dato “il ricatto” della stabilizzazione dei precari, il Parlamento italiano. Iniziamo a discuterne con un commento a caldo di Mauro Boarelli. (Gli asini)

 

1. Il metodo è il merito
Il progetto “La buona scuola” presentato con grande enfasi nel mese di settembre da Renzi in persona inizia a diventare realtà attraverso una serie di provvedimenti legislativi. Il primo è un disegno di legge sulla cui natura è bene soffermarsi, perché il metodo e il merito sono strettamente intrecciati.
La prima parte del disegno è quella che sarà di immediata applicazione una volta concluso l’iter parlamentare. Riguarda l’autonomia scolastica e i poteri dei dirigenti, il sistema di reclutamento dei docenti, la stabilizzazione dei precari (drasticamente ridimensionata rispetto ai roboanti proclami iniziali), l’alternanza scuola-lavoro, l’estensione del “cinque per mille” alle istituzioni scolastiche e l’introduzione di una nuova forma di finanziamento alle scuole private sotto forma di detassazione delle erogazioni liberali. Nelle intenzioni del Governo questa parte doveva essere oggetto di un decreto legge, e l’obiettivo era stato illustrato con i consueti toni sprezzanti: “Lo strumento del decreto ci consente di fare tutto in fretta, perché siamo stanchi di queste riforme annunciate ad inizio legislatura, e poi vanno in Parlamento e si perdono nella palude parlamentare e quindi non si conclude mai una riforma utile della scuola. Faremo un decreto, ci sta dentro tutto quello che reputiamo essere utile per la scuola in Italia [....].” (Davide Faraone, sottosegretario all’istruzione, alla trasmissione di RadioTre “Fahrenheit” del 13 febbraio 2015). La retromarcia non deve stupire. Le proteste contro questo vero e proprio colpo di mano non devono avere impensierito più di tanto il Presidente del consiglio, abituato ad abusare della decretazione d’urgenza in misura ancora più marcata rispetto ai suoi predecessori. Stavolta, però, ha deciso con cinismo e spregiudicatezza di scaricare le responsabilità sul Parlamento, al quale è stato rivolto un vero e proprio ricatto: se non sarà in grado di approvare il disegno di legge in tempi brevissimi si assumerà la responsabilità di compromettere l’assunzione di centomila precari e di impedire che, finalmente, la scuola “cambi verso”, e a quel punto il governo sarà costretto – suo malgrado, naturalmente – a sostituirsi a un organo inaffidabile e inadempiente adottando un decreto legge.

visioni

Whiplash. Una pedagogia perversa

Damien-Chazelle-Whiplash-1

di Cristina Basso

Whiplash è una metafora crudele della musica come ossessione, dell’ambizione come male inevitabile. Il film d’esordio alla regia del trentenne Damien Chazelle segue la faccia chiara e perbene di un ragazzo di 19 anni, Andrew Neyman, che studia batteria jazz nel miglior conservatorio di musica di New York. La storia si snoda nell’avventura della sua formazione musicale quando riesce ad entrare nella classe del più ambito e severo insegnante della scuola, Fletcher (J. K. Simmons il sergente di Full Metal Jacket), un sadico col fisico da sportivo e la faccia da carogna. In nome di una spietata selezione per l’eccellenza le sue lezioni sono fatte di umiliazioni individuali e collettive, sarcasmo e violenza. Ma se è questo il corridoio arroventato in mezzo a cui è necessario passare per farcela, Andrew ha deciso di percorrerlo, fino in fondo. Perché la musica viene prima. E pure il successo. Il ragazzo precipita così in una spirale solitaria trascinato dalle forze uguali e contrarie, ma forse non troppo diverse, della sua ambiziosa determinazione e del sadismo di Fletcher. E allora suona all’infinito, di notte, da solo, finché le bacchette non gli tagliano le mani a sangue, in un corpo a corpo serrato e indomito con il doppio tempo di Whiplash, il brano su cui Fletcher lo sta torturando, colonna sonora del film. A doppio tempo viaggiano anche lo studio forsennato di Andrew e l’intera storia, in un crescendo di colpi di scena dai tempi perfetti. La camera si ferma sulla batteria per minuti che sembrano non finire mai, e ne segue il rullare disperato e ansimante: il tempo di chi deve farcela.

università

Università: basta con le elemosine

Ecco

di Gruppo Studio Vagante

Siamo un gruppo di studiosi e dottorandi e ci siamo riuniti per la prima volta l’anno scorso, a Torino. Il gruppo è nato per organizzare all’interno dell’università un seminario interdisciplinare e indipendente, gestito in autonomia, senza crediti e aperto a tutti.

Proveniamo dagli studî umanistici e ammettiamo che i nostri pensieri non hanno la forza di abbracciare tutte le discipline del sapere, e la loro organizzazione. Ma vorremmo che questo appello valicasse i confini del nostro mondo e raggiungesse gli studiosi impegnati sul versante delle scienze dure. Non solo, vorremmo rivolgerci a tutti i lettori, a tutti i cittadini che sono interessati ai temi della conoscenza, del pensiero e della condivisione delle informazioni. 

In queste settimane la nostra attenzione è stata attratta da due lettere. La prima è scritta da un ricercatore costretto a studiare all’estero e si rivolge a Napolitano. Gli autori della seconda sono due dottorandi che studiano in Italia e scrivono a Renzi. Certo, sono due lettere molto diverse. Tuttavia notiamo alcune analogie: alcuni studiosi agli inizi della loro carriera accademica si rivolgono ad alte cariche dello stato per denunciare il “taglio dei fondi” e domandare una maggiore attenzione per la ricerca e un adeguato riconoscimento degli strutturati universitari. Sappiamo che gli autori sono mossi da nobili intenzioni, eppure non concordiamo con loro. Abbiamo due argomentazioni principali per esprimere il nostro dissenso. 

Innanzitutto non crediamo che la crisi del sistema universitario dipenda soltanto dalle scelte politiche dello stato italiano. Per comprendere la situazione che ci circonda dobbiamo adottare un punto di vista ampio e avere cognizione del contesto europeo e mondiale. La riduzione dei fondi ci appare come un aspetto di un processo più vasto e articolato che trascende il colore politico dei nostri governi e gli avvicendamenti ministeriali. Non si può interpretare la crisi dell’università senza tenere conto delle scelte internazionali in merito alla gestione dei capitali, alla governance dei mercati finanziari e alla ridefinizione del mondo del lavoro. Alla luce di queste considerazioni ci chiediamo se lo stato-nazione sia ancora una categoria territoriale efficace per comprendere il mondo, e per cambiarlo. Se proviamo a immaginare le sfide globali dei prossimi decenni, il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica ci paiono stelle alte nel cielo: la luce ci raggiunge ancora, ma la loro combustione è spenta da tempo. 

visioni di infanzie

Mommy (di Xavier Dolan), ovvero la vitalità del Puer

Mommy

di Emilio Varrà

Non serve certo la nostra rivista per assegnare a Xavier Dolan lo statuto di enfant prodige del cinema contemporaneo: venticinquenne québécois con un curriculum di già cinque film alle spalle – il primo girato a diciannove anni – ha vinto con il suo ultimo Mommy il premio speciale della giuria del festival di Cannes, conquistato fama internazionale e sfondato finalmente anche i nostri confini arrivando per la prima volta nelle sale italiane. La storia è esilissima: Steve è un ragazzino con disturbi comportamentali che viene forzatamente rilasciato da un istituto rieducativo dopo un incendio doloso che ha mezzo sfigurato un suo compagno. Diane è una madre che si vede costretta a dover accogliere il figlio, assumersene la responsabilità e ripensare la propria esistenza, già zoppicante tra problemi economici, vuoti sentimentali e una bellezza che sta sfiorendo. Kyla è la vicina di casa, timidissima, con una balbuzie comparsa due anni prima a seguito di un trauma che rimane nell’ombra ma che l’ha costretta a rinunciare al lavoro di insegnante e a dedicarsi al grigiore di una famiglia agghiacciante per ordine piccolo borghese.
A leggerlo così non verrebbe molta voglia di andarlo a vedere questo film, neppure a me. Sembra un melodramma kitsch in cerca delle lacrime dello spettatore. E lo è! Ma la grandezza di Dolan sta nel riuscire a fare questo e nello stesso tempo una disanima della miseria sociale, economica e affettiva del presente (Québec o non Québec); una riflessione sul linguaggio del cinema, sulla sua artificialità e su come essa possa coincidere con la verità; un’accusa degna di Foucault sulla lotta senza tregua che tuttora esiste e resiste tra individuo e istituzione, tra anelito alla libertà di alcuni (sempre pochi) e l’assoggettamento ora esplicito ora più sottile e pericoloso da parte della comunità.

il nuovo numero

La corruzione e le stragi

fronte cover asini 25Il profugo sta diventando l’icona del “sociale” di questi anni come il matto lo è stato negli anni Settanta, il tossicodipendente negli anni Ottanta o l’immigrato a cavallo del millennio. In quanto “icona” la categoria del profugo è una rappresentazione speciale della realtà: da una parte ne restituisce un’immagine verosimile, ma dall’altra l’opacità della rappresentazione che ne dà è tale da giustificare e sorreggere un’impalcatura assistenziale – trasferimenti finanziari, impianti giuridici, dialettica politica, cultura e pratiche pedagogiche – che con il reale ha ben pochi punti di contatto.
Partiamo dai tratti di verosimiglianza. È indubbio che il numero delle persone che fuggono da un paese dell’Africa o del Medio Oriente e decidono di attraversare la “linea d’ombra” del Mediterraneo per rifarsi una vita in Europa sia in questi ultimi anni in forte aumento. I dati certi in nostro possesso si fermano all’estate scorsa ma il conto totale del 2014, quando avremo numeri sicuri, supererà probabilmente i 150mila sbarchi. Si tratta però di una rappresentazione sfocata perché di questi molti abbandoneranno immediatamente il nostro paese, solo un terzo farà domanda di asilo e di queste domande, se si mantiene il trend degli ultimi anni, solo il 50-60% saranno trasformate in qualche forma di protezione internazionale o di permessi umanitari. A conti fatti, con un’approssimazione rozza ma non troppo distante dalla realtà, dei 150mila migranti sbarcati nell’ultimo anno in Italia riceveranno qualche forma di accoglienza istituzionale tra i 30 e i 40mila. Si tratta di una stima molto vaga, ma la cui approssimazione è sufficiente a supportare la conclusione a cui vogliamo arrivare: l’ordine di grandezza di cui parliamo non giustifica l’assenza di norme certe, di diritti chiari ed esigibili né la gestione emergenziale con cui da molti anni regoliamo l’arrivo e la permanenza di questi uomini e di queste donne nel nostro paese.
Nel 2012 con un dossier dal titolo L’Africa in casa (“Gli asini” n. 11) abbiamo tentato di analizzare in presa diretta quanto stava accadendo all’interno del programma conosciuto con il nome di “Emergenza Nord Africa” (Ena), snodo fondamentale per capire le attuali pratiche e politiche di accoglienza. Utilizzammo allora il passaggio di uomini e donne in fuga dai rivolgimenti istituzionali in Tunisia, Libia ed Egitto non solo per denunciare le assurdità giuridiche che in Italia regolavano e regolano l’asilo politico, ma soprattutto come “studio di caso” per mettere a fuoco distorsioni, inefficacia e assurdità dei nostri sistemi di accoglienza, educazione e cura.
Arrivammo alla conclusione che l’accidia, il soffocamento delle spinte vitali e creative, della capacità di “far da sé” e di reagire con intelligenza alle difficoltà della vita – tratti che chi ha lavorato con i “profughi Ena” riconoscerà immediatamente – rappresentavano la forma di corruzione peggiore cui andavano incontro molti degli uomini e delle donne che in quei mesi fuggivano dalla guerra come molti dei loro “assistenti”. Una forma di corruzione non meno radicata e grave, sostiene Carsetti su queste pagine, di quella politica e pecuniaria emersa nell’inchiesta di “Mafia Capitale”. Una forma di corruzione che dipendeva sicuramente da una normativa kafkiana e xenofoba, quella che in Italia regola l’asilo, ma anche dalla cultura pedagogica e dalle pratiche messe in atto dai loro “assistenti”, sarebbe a dire degli educatori, assistenti sociali, psicologi, insegnanti di italiano, funzionari o assessori degli enti locali, operatori del pubblico come del privato sociale, delle cooperative o dei centri d’accoglienza, che, intercettando gli ultimi importanti trasferimenti finanziari al sociale, hanno accompagnato, con ruoli e compiti diversi, la permanenza di queste persone nei nostri territori.
L’allargamento, su scala europea, della prospettiva attraverso cui abbiamo deciso di aggiornare quelle analisi muove dalla necessità di comprendere una delle principali cause giuridiche di quelle distorsioni (gli accordi di Dublino), ma anche di ricostruire la fine che hanno fatto i “profughi” che, passando attraverso i nostri programmi di accoglienza, sono andati a ingrossare le schiere di “spettri umani” che vagano nelle città di mezza Europa.
La storia si sta ripetendo in questi mesi. La gestione emergenziale dell’Ena, con le corruzioni materiali e delle intelligenze che ha portato con sé, sta andando a sistema. Prima con Mare Nostrum ora con Triton, di cui conosciamo, male, solo i pregi e difetti delle operazioni in mare e non anche di quelle “di terra”.
Si è formata però in questi anni una ristretta minoranza di gruppi, associazioni, ricercatori, educatori, avvocati e funzionari pubblici che dimostrano una conoscenza, anche tecnico-giuridica, del contesto in cui operano, una libertà di sguardo, un’antiretorica di linguaggio che raramente capita di incontrare in altri ambiti dell’intervento sociale. Una parte di queste realtà si è conosciuta grazie al censimento che la Fondazione Langer ha compiuto, dalla Sicilia all’Alto Adige, in vista del premio che conferisce ogni anno e dedicato, nella passata edizione, al tema dell’asilo e delle pratiche di accoglienza (e di cui la rivista “Una città” raccoglierà gli atti in un quaderno speciale di prossima pubblicazione): oltre ai premiati – il gruppo Borderline Sicilia – lo Sprar di Modena e quello per minori di Mazzarino (“I girasoli”), Mantova solidale, l’associazione Asinitas di Roma, la scuola di italiano Frisoun di Nonantola, alcuni operatori dell’Asgi, il centro d’accoglienza autogestito di Pisa. È insieme a loro e a loro uso che abbiamo messo insieme le analisi che seguono.
Possiamo scegliere, anche in questo caso, tra due possibilità: operare per una “liberazione” effettiva (e non solo giuridica) dei profughi e rifugiati con cui lavoriamo o rinforzare, più o meno consciamente, i processi di corruzione a cui le maglie delle nostre burocrazie assistenziali ci espongono tutti, “assistiti e assistenti”. (Gli asini)

 

Strumenti

Donne: mal di potere di Maria Nadotti
Lettera di D. Boussard, V. Louys, I. Richer e C. Robert
Giovani: trovare lavoro non basta più di Andrea Toma
Scuola: affondare e ricominciare di Gianluca D’Errico

Accogliere o respingere
Senza scampo. Racconti romani di Marco Carsetti
I “dublinati” di Fiorenza Picozza
Voltare pagina. Il diritto d’asilo in Europa di Gianfranco Schiavone
Braccianti stranieri e retorica umanitaria di Enrica Rigo e Nick Dines
Una settimana in Marina di Valeria Ferraris
Io non ce l’ho fatta di Debora Marongiu
Da Lampedusa a Berlino di Omar Assoumane, Abidal Bance, Giulia Borri, Elena Fontanari
Visita a un carcere d’espulsione di Beatrice Borri

Immagini
Nella giungla della città di Franz Masereel

I doveri dell’ospitalità
Cattivi maestri di Giuseppe Pontremoli, con una nota di Cesare Pianciola

Pratiche
San Marcellino, Genova di Amedeo Gagliardi
Cinema sottodiciotto di Lia Furxhi, incontro con Nicola Villa

Scenari
Il caso Boyhood di Niccolò Argentieri
I figli della scimmia. Che ne facciamo dei nostri bambini?di Cecilia Bartoli
Pedofilia. Un’inchiesta messicana di Maurizio Braucci
Una morte in famiglia. Annie Ernaux e suo padre di Matteo Moca
Zerocalcare: sua madre, sua nonna… di Damiano Pergolis

 

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