educazione e politica

Il caso Mattei 1. Cronaca di un presidio

delle lavoratrici e dei lavoratori dell’accoglienza di Bologna

Non stiamo parlando del film di Francesco Rosi dedicato alla figura di Enrico Mattei, ma della chiusura improvvisa e scomposta, su mandato del Ministero dell’interno e attuato dalla prefettura di Bologna, del centro regionale di prima accoglienza e di smistamento di via Mattei, avvenuta tra il 7 e l’11 giugno scorsi sotto lo sguardo di un’ampia, reattiva e finalmente efficace mobilitazione cittadina (ma nel silenzio di gran parte dei media nazionali).

Davanti a tanta irrazionalità come si fa a non pensar male? A pensare cioè che la chiusura del’hub di via Mattei non nasca da esigenze organizzative e gestionali, ma nasconda piuttosto altri fini?

L’irrazionalità sta nel fatto che anche volendo chiudere il centro per le ragioni addotte dalla prefettura (“urgenti lavori di manutenzione”) c’erano tutte le condizioni per farlo, come si è visto in finale di partita, con il tempo necessario, senza mandare allo sbando gli ospiti della struttura, evitando probabili licenziamenti di molti giovani lavoratori e una tensione che sarebbe potuta sfociare in azioni scomposte e violente.

E pensando male, durante la mobilitazione qualcuno in strada vociferava che al posto del centro di prima accoglienza e smistamento i funzionari del Ministero dell’interno vogliano costruire il nuovo Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri) o che lo “sgombero” del Mattei (viene da chiamarlo così, viste le modalità con cui è avvenuta la chiusura del centro) sia stata un’azione dimostrativa in risposta alla posizione delle tante cooperative cittadine e regionali che si sono sfilate dai nuovi bandi della prefettura per la gestione dell’accoglienza.

Anche fossero solo cattivi pensieri è bene che i territori che ospitano richiedenti asilo, le cooperative che li hanno “gestiti” in questi anni, i loro amici e in primis loro stessi inizino a prepararsi: quello che è successo in forma rozza e aggressiva a Bologna potrebbe capitare presto, magari in “guanti bianchi”, in altre città e in altri comuni. Laddove gli enti gestori non si presenteranno ai nuovi bandi (come sta succedendo ad esempio a Modena, Reggio Emilia e Ferrara) potremo assistere a deportazioni di gruppo come quella tentata a Bologna.

Ma a Bologna, a differenza di quanto avvenuto ad esempio a inizio anno a Castelnuovo di Porto, abbiamo intravisto anche una cooperazione inedita, molto reattiva ed efficace, tra soggetti che normalmente faticano a dialogare tra loro – centri sociali, gruppi autoconvocati di operatori dell’accoglienza, ma anche coordinatori delle cooperative bolognesi, associazioni giuridiche, parrocchie, Caritas diocesana e persone comuni – che hanno trovato il canale giusto per mettere alle corde istituzioni locali e nazionali costringendole a trovare soluzioni alternative ragionevoli e dignitose per i circa 170 ospiti del Mattei. Una forma di collaborazione che bisognerebbe iniziare a esplorare non solo in situazioni di emergenza come quella di Bologna, ma anche nella gestione ordinaria dei flussi migratori che attraversano le nostre città.

Certo rimane ancora aperta la delicata posizione contrattuale dei circa 40 lavoratori che gravitavano intorno al Mattei. La lotta per la difesa dei loro posti di lavoro non dovrebbe essere disgiunta dallo sforzo di immaginare e costruire forme di accoglienza molto diverse da quella che avveniva dentro le mura del Mattei e in tanti cas e sprar della penisola.

Di seguito la cronaca di quelle giornate annotata da alcuni degli operatori e delle operatrici che hanno partecipato alla mobilitazione. (Luigi Monti)

poco di buono

Tre vicende italiane

di Nicola Villa

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Filippo Palizzi (1818-1899)

Sogni e favole di Emanuele Trevi

Quanto è difficile oggi tracciare dei legami culturali con l’esperienza umana nel Novecento? Un’epoca tanto vicina, quanto lontana dal nostro presente dominato dall’effimero e dalla cronaca? Emanuele Trevi ci è riuscito in questo “libro strano” (Ponte alle grazie) a metà tra l’autobiografia e il saggio per parlare del suo “apprendistato” all’arte, in un luogo e tempo, la Roma degli anni Ottanta, in cui era ancora possibile un rapporto con essa intenso e duraturo. “Non delle cazzate di cui si parla per qualche mese fino all’arrivo di nuove cazzate”. Il filo rosso che lega questa flânerie tra presente e passato è un sonetto di Metastasio sulla verità e l’illusione dell’arte e il suo rapporto con l’esperienza umana che dà il titolo al libro: “Sogni, e favole io fingo; e pure in carte / mentre favole, e sogni orno, e disegno, / io lor, folle ch’io son, prendo tal parte, / che del mal che inventai piango, e mi sdegno.” E sono tre le biografie raccontate sotto questa luce, tre vite di “esseri umani investiti da una vocazione”: Arturo Patten, un fotografo ritrattista americano espatriato a Roma; Amelia Rosselli, una delle più grandi poetesse del secolo scorso; e Cesare Garboli, il grande critico letterario. L’aspetto straordinario è che Trevi riesce a raccontare questi maestri, cruciali per la sua formazione, senza ricorrere alla nostalgia, semmai alla disperazione, con un’opera pienamente calata nel presente e attuale, sperimentando un linguaggio rischioso e ambiguo che non sempre aveva convinto nelle sue prove precedenti come in Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie 2012) dedicato a Laura Betti (e a Pasolini). Anche questo Sogni e favole è, coerentemente per la poetica di Trevi, un ritratto di un artista da giovane in cerca dei propri maestri, e questo dialogo, fatto di ricordi, digressioni, ricerche e riflessioni (con ampia bibliografia finale) è testimoniato nell’oggi ma non ha futuro. Dopotutto il libro di Trevi testimonia la fine dell’autonomia dell’opera d’arte nell’esperienza degli uomini, da qui la disperazione, con l’unico appiglio, come in un circolo, sull’assurdità della realtà. “Qualunque cosa tu guardi con un grado adeguato di intensità, diventa letteralmente sovrannaturale, inizia a vivere di una vita propria e imprevedibile”.

 

Un giorno verrà di Giulia Caminito

La tentazione giornalistica di paragonare i nostri anni venti con quelli del Novecento, in una facile e affascinante circolarità della Storia, ha dato vita a un certo numero di romanzi storici su quel periodo. Il caso più noto di questi mesi è M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani 2018), un romanzone-fiction giornalistico, appunto, pieno di luoghi comuni, a cui seguiranno altre puntate come in una serie. La seconda prova narrativa di Giulia Caminito, dopo La Grande A (Giunti 2016), si intitola Un giorno verrà (Bompiani) e sembrerebbe rientrare in questa voga se non fosse per alcune determinanti differenze: il recupero di una storia cruciale per i destini del paese, ma troppo spesso dimenticata, quella della “Settimana rossa”, partita da Ancona e diffusasi in tutte le Marche e il centro Italia, che ebbe tra i suoi ispiratori l’anarchico Errico Malatesta, padre eretico del movimento antagonista nazionale. L’altro aspetto di unicità è il tentativo di incrociare nell’invenzione narrativa racconti famigliari con eventi storici documentati, sia programmaticamente che nella trama con al centro le vicende di due fratelli così diversi, Lupo e Nicola, con l’esistenza di suor Clara, chiamata “Moretta” perché originaria del Sudan (personaggio realmente esistito), testimoni di eventi più grandi di loro: la Grande Guerra, la Spagnola e appunto la Settimana rossa. Se da una parte il romanzo è notevole nella sua programmatica volontà di dare voce a chi nella storia non l’ha mai avuta, proprio questa ideologia dell’opera non giova a uno stile troppo spesso irrigidito e piano. Tuttavia l’aspetto formale è congruo con un romanzo che prova a innovare il genere abusato della fiction storica.

 

Addio fantasmi di Nadia Terranova

Seconda prova di una delle autrici più promettenti della nostra letteratura che, proprio con questo romanzo (Einaudi), sembra aver trovato una voce originale e matura, libera dalla politica che invece era molto presente nel primo Gli anni al contrario (Einaudi 2015). La trama è semplice: è il racconto di una doppia scomparsa, quella del padre rielaborata in un ritorno a casa, e quello della scomparsa del desiderio in un matrimonio. Il gioco di sdoppiamento c’è anche tra la narratrice, Ida Laquidara, e la madre che la richiama a Messina per sgomberare la “loro” casa delle cianfrusaglie accumulate e per fare dei lavori sul tetto a causa di un’infiltrazione. La scomparsa è un tema molto siciliano: Sebastiano Laquidara è il nome, il corpo e la voce di questa assenza. Il motivo della sua fuga è una grave forma di depressione. Il non sapere se sia vivo o sia morto, se si sia rifatto un’altra vita, è l’elemento fantasmatico, ma è anche alla radice del conflitto con la madre, una madre senza nome. Ida affronta questo ritorno a casa per congedarsi dai suoi fantasmi. Ma il suo percorso non è traumatico o un confronto duro con il passato. Si può dire che la protagonista, che ricorda tutto, faccia un viaggio nei ricordi, nei sogni (ben otto nel libro sono i capitoli notturni) e sia in grado di affrontare il dolore degli altri. E inoltre c’è Messina, un vero e proprio emblema: una città poco raccontata, tra due mari, adagiata sullo stretto, la sua passeggiatamare, la sua assenza di storia per via del terremoto. La scrittura della Terranova dialoga chiaramente con una certa narrativa del Novecento, una narrativa famigliare, personale, intima, ma anche molto sicura di sé, molto assertiva: la Ginzburg citata in esergo, ma anche Lalla Romano e Giuseppe Pontiggia sono i maestri, neanche troppo nascosti, che richiamano questo romanzo.

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“La Storia” di Morante tra politica e ideologia

di Gianfranco Bettin

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Ha a che fare anche con alcuni snodi cruciali del presente, il ponderoso studio che Angela Borghesi, saggista e docente alla Bicocca, ha dedicato al libro più famoso di Elsa Morante e alla corale e prolungata discussione che ha infiammato: L’anno della Storia. 19741975. Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante. Cronaca e Antologia della critica. (Quodlibet).

Il libro mantiene davvero ciò che il sottotitolo promette. Si tratta infatti di una ricostruzione dettagliata e ragionata di quel dibattito memorabile, corredata di un’attenta e completa raccolta degli interventi di quel periodo, innumerevoli. Si apre con una specie di giallo letterario, la ricostruzione della posizione su La Storia di un uomo chiave della cultura di sinistra del tempo, Franco Fortini, un po’ elusiva e tortuosa, ricostruita da Borghesi con una forse divertita precisione. Prosegue con il resoconto delle principali discussioni, da quelle iniziali di natura più letteraria a quelle che seguiranno, fortemente segnate da polemiche politico-ideologiche (specie a sinistra, in parte anche nell’area anarchica), specialmente dopo l’esplosione dell’enorme successo del libro. Soprattutto, però, Borghesi propone una convincente e profonda chiave di lettura dell’opera della Morante. E, in modo elegante e nitido, mostra quanto fossero miopi o pretestuosi o fuorviati da rigidità ideologiche e politiche e quanto, perciò, risultino oggi datati, molti degli interventi più critici, a volte dall’intento demolitorio, o perfino sprezzanti, compreso quello sul “Manifesto” che Luigi Pintor definirà “una mascalzonata, o un segno di fascismo intellettuale”, verso quel grande romanzo. La cui autrice guardava altrove rispetto ai punti cardinali dei suoi critici, più fedeli alle credenze prevalenti all’epoca e spesso sacerdoti, o chierichetti, delle medesime.

Borghesi allude invece a una sorta di “religiosità dell’umano”, che starebbe a fondamento dell’intera opera morantiana, non rinchiusa in visioni della storia dogmatiche, e che “si alimenta delle convergenze tra messaggio evangelico e tradizione spirituale orientale, convergenze che avevano trovato riscontri anche negli studi di Simone Weil”. Ai rapporti tra Morante e Weil (e Ortese; ma anche a un possibile nesso con il pensiero di Nicola Chiaromonte) Angela Borghesi ha dedicato studi specifici e sottolinea come questa relazione, con pochissime eccezioni (come Fofi), venga ignorata. Il motivo è presto detto: “Non si fanno davvero i conti con la visione del mondo di Morante perché ciò significherebbe farli anche con Weil, filosofo insieme geniale e ingrato per la radicalità delle analisi sull’organizzazione sociale e politica, sui fenomeni culturali e religiosi (…) di cui diffidare perchè in odore di misticismo e antimarxismo”. Idem per la tradizione filosofica orientale.

Tutto questo terreno di coltura di La Storia è ignorato o guardato con sospetto dall’intellighenzia di sinistra, che storce il naso, chiude occhi e orecchi alla raffigurazione di un’umanità derelitta, sofferente, schiacciata, e pur talora allegra” scrive Borghesi qui echeggiando Garboli – “nella furia di un conflitto mondiale, e ne fa una questione di classi sociali rappresentate o no, di ideologia. Tale disegno narrativo nasce da una riflessione profonda su concetti weiliani quali passività e azione, attenzione, pazienza, oppressione, rivoluzione, progresso. E sventura, attesa, umiltà, compassione”. Queste idee non conducono Morante alla resa, all’annichilimento, come le verrà rinfacciato con supponenza. Al contrario, come nella filosofia zen e come in Weil, conducono piuttosto alla resistenza, al risveglio, al riconoscimento delle cose come sono, tanto più necessario in un’epoca “in cui si è perduto tutto”, nel grandioso e tremendo Novecento. Proprio nel cuore più devastato del secolo, Morante ambienta il suo romanzo, mentre lo scrive nei successivi anni Sessanta e Settanta (ma con idee iniziali ancora precedenti in una tensione che l’accompagna a lungo), anni di pax occidentale e di ripresa della vitalità e curiosità intellettuale e politica.

In quel contesto, in quel clima, “Morante pensò fosse bene ricordare in quale orizzonte di senso ultimo andassero collocate quelle speranze”. E di cosa, anche, valesse la pena raccontare, di quali personaggi (come la dedica da César Vallejo ad apertura di romanzo: “Por el analfabeto a quien escribo”). Lo capì forse meglio di tutti Cesare Garboli: “Eccoli, quelli che passano inosservati su questa terra, e che il romanticismo narrativo di Tolstoj e di Manzoni aveva elevato a protagonisti, relegandoli tuttavia nella vaga astrattezza di personaggi di testa, o se si preferisce, ‘simbolici’. Questa gente anonima, la Morante la individua, la identifica. Solo di costoro, ormai, la vita è raccontabile e interessante. Per il resto poche righe in corpo minore, premesse a ogni capitolo, bastano a sbarazzarci da un funereo intreccio di assurdità da cui la vita è assente”.

Gli astri che guidavano la strada di Elsa Morante appartenevano a una speciale costellazione eterodossa, illustrata nella Canzone degli F.P. e degli I.M. del Mondo salvato dai ragazzini, del 1968. Insieme a Spinoza (definito la festa del tesoro nascosto), a Giordano Bruno (la grande Epifania), a Giovanni Bellini (la salute dell’occhio che illumina il corpo), a Platone di Atene (la lettura dei simboli), a Rembrandt (la luce), ad Arturo Rimbaud (l’avventura sacra) e a Volfango A. Mozart (la voce), troviamo già Simona Weil (l’intelligenza della santità). Troviamo anche Antonio Gramsci (la speranza di una Città reale), la cui voce poi chiuderà La Storia: “Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so che cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia”, firmato: Matricola n.7047 della Casa Penale di Turi. Gramsci, nella lettera a Tatiana del 3 giugno 1929, da cui è la citazione è tratta, parla di un giardino e di un orto veri e propri, di un “bilancio floreale consuntivo”, parla di dalie, rose e cicoria, ma la forza suggestiva e metaforica della sua frase, le parole di un uomo in carcere nell’inverno del secolo, sono evidenti.

Elsa Morante non aveva nessuna intenzione di rinunciare al pensiero e alla figura di chi, nella stessa tradizione marxista, sapeva guardare alla realtà con occhi non condizionati da ideologie, rimettendosi a studiarla e a interpretarla con libertà e onestà intellettuale, oltre a provare a cambiarla. È questo intento, questo atteggiamento, a ispirare il romanzo ed è ciò che vi sentono risuonare gli innumerevoli lettori che vi cercheranno anche una spinta, idee e illuminazioni per guardarsi intorno con più lucidità, e anche con più sentimenti (compresa la commozione, compresa la disperazione, compreso il vituperato patetico). Lo faranno, spesso, da dentro la realtà concreta in cui vivono e in cui a volte proveranno ad agire. Non a caso, moltissimi giovani che avevano attraversato il ’68 o erano stati raggiunti dalla sua onda lunga, o dalle onde ancora più lunghe che lo stesso ’68 avevano preceduto e generato, leggeranno La Storia con passione e fervore e parteciperanno alla discussione che dal romanzo prenderà le mosse.

Una discussione, come Borghesi dimostra, fortemente condizionata da polemiche e letture che oggi ci appaiono inesorabilmente “datate”, davvero da lasciare alla critica roditrice dei topi, al contrario di un romanzo che resta invece vivissimo, che continua a essere cercato da nuove generazioni, da migliaia di lettori ogni anno, capaci di vedere e capire “l’edifico grandioso costruito da questa scrittrice: in cui l’audacia intellettuale e morale non è stata inferiore al genio letterario” (Alfonso Berardinelli). Un’opera utile anche per comprendere certi nodi del presente. La faccenda spinosa e controversa del “populismo”, ad esempio. L’idea che se ne ha in Italia deve molto, purtroppo, allo sguardo foderato di ideologia e di settaria concezione politica che aveva stroncato il libro della Morante in nome di una supposta scienza marxista e di una teoria ferrea della lotta di classe guidata dal Partito onnisciente. Una visione che aveva cercato di ridimensionare, non a caso, lo stesso Gramsci e la sua idea più ricca e articolata della società italiana e della lotta politica e culturale e poi alimentato, saldandosi con le cosiddette avanguardie, il disprezzo per le presunte “Liale” della letteratura italiana (salvo innamorarsi, in seguito, del successo di massa e ricercarlo con l’uso spregiudicato e manipolatorio non solo delle tecniche narrative tradizionali rese appena più smerigliate dall’abilità commerciale ma di strumenti nuovi e di potenza inaudita come la televisione).

Ridere, irridere, stroncare la rappresentazione del popolo in La Storia, esattamente come era stato fatto nei confronti dei populisti storici (dai russi a Pisacane, o, stando agli scrittori italiani, da Carlo Levi a Pasolini) considerati indegni di stare al pari con gli interpreti autorizzati della teoria e prassi rivoluzionaria, ha significato accumulare un ulteriore ritardo nella comprensione, certo dialettica, della reale condizione anche emotiva oltre che materiale del “popolo”, cioè della società italiana, della dinamica reale del conflitto di classe, molto più variegata e articolata di quanto costoro non vedessero. Non a caso, hanno capito tardi e malamente il ’68, e non a caso hanno capito ancor meno il più scomodo e scabroso ’77, ridotto a contrasto tra “due società”. Sta in questa incomprensione, di cui quella per La Storia è un episodio rivelatore, la radice della lontananza dei ceti dirigenti intellettuali e politici di gran parte della sinistra, non solo italiana, dalla condizione reale del suo popolo di riferimento. Per fortuna, altri hanno continuato a cercare, a guardare fuori da quegli schemi datati e chiusi. Minoranze, certo, ma feconde, a cui si deve ancora oggi la possibilità di riannodare dei fili, di tenere aperte delle vie, forse solo dei sentieri peraltro non agevoli, tuttavia ancora distinguibili nel caos e nella cupezza del presente.

Il libro di Angela Borghesi, un grande e raffinato lavoro di critica letteraria e di storia culturale, ci riporta a questa vicenda con il rigore di una ricostruzione documentaria impeccabile, in una lettura che, mentre ci fa rivivere quegli anni di temperie, davvero ci torna utile anche per l’oggi. A conferma, come l’autrice scrive infine, che La Storia “non sembra passata invano”.

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Giovannesi e Ferrente, due film da Napoli

di Paolo Mereghetti

disegno di Miguel Angel Valdivia

 

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Con approcci diversi – la finzione per Giovannesi, una specie di “auto-diario” per Ferrente – ma anche con ambizioni non paragonabili, La paranza dei bambini e Selfie (che il caso ha fatto selezionare in contemporanea al Festival di Berlino, il primo in Concorso dove ha vinto l’Orso d’argento per la sceneggiatura, e il secondo nella sezione collaterale Panorama) cercano di arrivare allo stesso obiettivo, quello di raccontare la Napoli di oggi e di ragionare sulle sue contraddizioni e tentazioni.

Affrontare Saviano e il suo romanzo omonimo, per Claudio Giovannesi, ha voluto dire, dopo Fiore, un salto di qualità per prima cosa produttivo e spettacolare. E non aver ceduto alla tentazione di “gomorrizzare” la storia, soprattutto dopo aver diretto un paio di episodi della serie televisiva (Divide et impera e Il principe e il Nano), è il suo primo titolo di merito. Perché, se la tela di fondo è quella della guerra per bande alla conquista del territorio, piuttosto che privilegiare l’ostentazione della forza o il fascino del potere il film punta a dare concretezza espressiva alla perdita dell’innocenza di tutta una generazione, a quella ricerca identitaria che spinge i giovani di Napoli a identificare la propria vita e il proprio destino con la lotta per la conquista dei simboli dell’abbondanza.

J’ aggia fatica’” Io devo lavorare. La frase che il giovane protagonista Nicolò dice al boss Copacabana e poi ribadisce all’amico Agostino segna la svolta drammatica del film e sintetizza perfettamente l’universo in cui si muovono i personaggi di La paranza dei bambini: lavorare per guadagnare, trasformarsi da “fottuto” a “fottitore” (come mostra senza bisogno di molti discorsi la doppia visita al negozio di felpe e scarpe griffate), e quindi entrare nella logica della malavita, dello spaccio, del controllo del territorio, della legge delle armi. Altro tipo di lavoro non è contemplato, anche se evidentemente esiste (la madre del giovane protagonista fa la stiratrice, il mercato sotto casa dimostra che esistono modi diversi di fatica’). Ma per il gruppetto di amici del rione Sanità al centro del film l’unica possibilità è quella di imboccare la strada che dovrebbe portarli a diventare loro stessi boss, a sfidare la legalità e dimostrare la loro supremazia territoriale.

Che altro potrebbero fare quando i loro quindici anni li spingono a far bella figura con le ragazzine che frequentano i locali alla moda e si vestono griffate? Il loro “fatica’” non può essere altro che fare soldi più in fretta che si può. Nel film questo percorso passa attraverso lo spaccio, la cocaina, le armi, l’ostentazione della ricchezza, ma diversamente da certa logica seriale e televisiva, si capisce che Giovannesi vuole prima di tutto evitare ogni tipo di spettacolarizzazione, anche a rischio di costruire il film rispettando un andamento “all’americana”, dove ogni scena è costruita per comunicare un “messaggio” allo spettatore e la verità sulla città rischia di attenuarsi. Quello che interessa al regista è scavare nei comportamenti dei suoi ragazzi, mostrare la discesa verso un Male sempre più invasivo, un gradino dopo l’altro, sempre più giù. Perché il film sta dalla parte dei suoi giovani antieroi nonostante tutto: nonostante i loro errori, nonostante la loro violenza, nonostante i loro miti sbagliati. Non li assolve, non li giustifica, ma ce ne mostra le ingenuità, le debolezze, i momenti di sorprendente candore (il litigio tra Nicola e il fratellino per le merendine). Giovannesi sa fermarsi prima di cadere nel sociologismo (anche se sa descrivere l’ambiente sociale in cui si muove: la visita al negozio di mobili), si tiene lontano dal meccanicismo causa-effetto, evita la retorica e il ricatto. Non ci sono “scene madri”, discorsi magniloquenti o programmatici. C’è solo lo squallore quotidiano di un mondo dove sono importanti i soldi e le armi. E dove alla fine il disordine morale non potrà che produrre violenza e morte.

L’approccio di Agostino Ferrente e di Selfie (che arriverà nei cinema italiani verso aprile-maggio) è completamente diverso. All’origine c’è la morte, nell’estate del 2014, di un sedicenne del rione Traiano, Davide Bifolco, ucciso durante un inseguimento da un carabiniere che l’avrebbe scambiato per un latitante in fuga. Per capire non tanto quel tragico fatto ma piuttosto il contesto in cui quella tragedia si era consumata, Ferrente decide di cercare nello stesso quartiere un sedicenne che possa raccontare la sua vita e lo trova in Alessandro, un ragazzo che lavora come inserviente in un bar del rione, a cui propone di filmarsi con uno smartphone: nessun soggetto particolare, solo l’impegno a tenersi sempre all’interno dell’inquadratura. Il giorno dopo, con Alessandro si presenta il suo più caro amico Pietro, anche lui sedicenne, anche lui “nemico” della scuola (Alessandro dice di averla lasciato dopo che una professoressa l’aveva obbligato a imparare a memoria L’infinito di Leopardi, Pietro non dàparticolari spiegazioni se non un generico disinteresse). Il sogno di Pietro è quello di fare il parrucchiere, ma non trova l’occasione per trasformare questa passione in lavoro retribuito.

L’estate lascia molta libertà ai due ragazzi (il padre di Alessandro ha lasciato da tempo la famiglia e si è trasferito altrove, quello di Pietro fa il pizzaiolo fuori città mentre la madre è in vacanza con gli altri due figli) e dopo le prime titubanze, i due smartphone che Ferrente ha dato loro diventano delle specie di appendici dei loro occhi: quello che vedono filmano, sempre con loro all’interno dell’inquadratura, protagonisti di un “diario quotidiano” che prende forma giorno dopo giorno, quasi a loro insaputa (anche se il regista non si limita a montare il materiale dei due ragazzi, ma lo organizza e lo indirizza, lo sollecita e lo stimola, stando però sempre fuori quadro).

Compiendo un ulteriore passo in avanti rispetto al precedente Le cose belle (dove tornava a filmare dopo dodici anni quattro ragazzi, registrando la fine dei sogni e delle ambizioni e rimarcando la sconfitta delle loro speranze), Selfie diventa così una specie di spontaneo e grezzo stream of consciousness dove si mescolano desideri e delusioni, voglie e frustrazioni di due sedicenni che hanno scelto di non seguire la strada di chi ha abbracciato l’illegalità. Ne esce una Napoli purgatoriale, lontana da ogni folclore nella sua normalità quotidiana, dove la quotidianità dei due ragazzi dà forma ai “valori” su cui possono costruire una vita. La loro e quella degli altri, perché Ferrente aggiunge alle riprese di Alessandro e Pietro anche alcuni “provini” che ha fatto quando stava ancora cercando i protagonisti del film, così da far interagire l’innocenza dell’adolescenza con l’agghiacciante “normalità” dei valori condivisi (Antonella: “Se mi innamoro di un uomo che finisce in carcere? Se lui mi vuol bene e io gli voglio bene lo aspetto. Se ho un padre che fa questa vita posso avere anche un marito”).

Pur lontana e assente dalle intenzioni dei due sedicenni, colpisce la realtà al cui interno si muovono i due protagonisti, la contiguità con chi ha fatto scelte diverse e la semplicità senza retorica di chi invece ha preso altre strade, sia che ne subisca in qualche modo il fascino (come Pietro che finisce per cedere alla curiosità di intervistare uno spacciatore o di riprendere le pistole in mano a degli amici), sia che invece, come Alessandro, pensa che la loro sola presenza possa sporcare quello che sta riprendendo. Ma soprattutto impressiona la loro tristezza sconsolata, la mancanza di un qualche sorriso sui loro visi, dove sembra trovare spazio solo la fatica quotidiana e la delusione per le speranze che non si concretizzano.

E alla fine, scandito dalle riprese impersonali delle telecamere di sorveglianza con cui Ferrente punteggia l’auto-diario dei due amici, a uscire è l’altra faccia della Paranza dei bambini, una normalità fatta di tempi morti, giri in motorino, festicciole di quartiere e minime occasioni sociali (la “serenata” che un padre ha organizzato per la figlia adolescente!), capaci però di mostrare – se non proprio di spiegare – l’abbandono cui è condannato chi è più debole e sta più in basso nella scala sociale, aspirante barbiere o fattorino di bar, a cui il silenzio della politica e la latitanza delle istituzioni ha tolto anche la voglia di sperare in un domani diverso.

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la poesia

Immagini e altre poesie

di Heiner Müller
traduzione di Anna Maria Carpi

Riproponiamo, per chi non le conoscesse, alcune poesie di Heiner Müller (1929-1995), grande drammaturgo tedesco del secolo scorso. Ultimo di una generazione che va da Ernst Toller a Bertolt Brecht, di cui può essere considerato il vero erede, Müller ha saputo rinnovare la scrittura teatrale, liberando il testo dalla sua sacralità. Autore di opere complesse e diacroniche (La missione, che collega Brecht a Büchner e Genet) e di riletture dissacranti di classici greci e shakespeariani (una su tutte, Hamletmaschine), ha raccontato il tempo e la politica della Repubblica democartica tedesca, entrando in contrasto con i vertici che l’hanno osteggiato e glorificato a fasi alterne. Le poesie qui selezionate sono tratte da Non scriverai più a mano (Ende der Handschrift), pubblicate da Scheiwiller nel 2007 e tradotte con cura da Anna Maria Carpi. Fortemente voluta da Durs Grünbein, è una raccolta di testi composti prevalentemente in tarda età, in cui Müller testimonia il disfacimento dell’ideale comunista e la caduta del Muro con ironia, crudeltà e senso della Storia. Strumenti utili a orientarci in un presente altrettanto lacero e sconfortante. (Gli asini)

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Immagini

Le immagini significano tutto all’inizio. Si conservano.

Sono spaziose.

Ma i sogni si condensano, diventano figura e delusione.

Già il cielo non serba più immagini. La nuvola che fa

l’aereo:

una scia di vapore che toglie la visuale. La gru ormai solo

un uccello.

Perfino il comunismo, l’immagine finale, sempre

rinfrescata

Perché lavata di continuo col sangue, il quotidiano

Lo liquida con spiccioli, opachi, dal sudore accecati

Rovine i poemi, come corpi, a lungo amati e ora

Fuori uso, sul cammino della stirpe non infinita

Che ha sempre bisogno di qualcosa

Fra i versi un lamento

Su ossa dei portapietre felice

Poiché il bello significa la possibile fine degli spaventi.

 

Lettera di Capodanno 1963

Un anno si è chiuso con fragore

Di campane e di fuochi artificiali. Il giornale

Che sarà recapitato entro un’ora

A te nella tua città a me nella mia

Da una vecchia dai piedi decrepiti

Tre figli perduti ma ancora nessun giornale

das reich neues deutschland

rheinischer merkur

Annuncerà come sempre un anno migliore

E il nero sul tuo giornale lo sai

È il bianco sul mio giornale lo sappiamo

Sempre di nuovo traverso il confine ricresce l’erba.

E l’erba va strappata

Sempre di nuovo ricresce traverso il confine

E il filo spinato dev’essere ripiantato

Sempre di nuovo con lo stivale chiodato

io sono lo stivale che pianta il filo

spinato

Davanti alla mia finestra su un albero del parco

Sola come un ubriaco verso mattina

Strepita sbattendo le ali una vecchia cornacchia

Gli spazzini all our yesterdays

Hanno iniziato a lavorare

Certe cose ritornano e certe no

II cuore è un cimitero ben spazioso

nel parco i pioppi fremono

chi abita nella mia fronte

 

Brodo di avi

Mortale per gli uomini il troppo rapido moltiplicarsi

Ogni due nascite una morte si ammazza troppo poco un

regalo

Ogni vulcano una speranza lode ai tifoni

Non Gesù ma Erode sapeva le vie del mondo

I massacri sono investimenti per il futuro

Dio non è uomo né donna è un virus

Malattia che ti avvezza all’umiltà

Della carne sotto terra

Nell’ansito dei bronchi

La voce del dì del Giudizio

Sullo spiegel parlano

Della difficoltà crescente in tutto il mondo

D’eliminare i nostri rifiuti dispersi

Detti concime per fiori nella poesia romantica

I morti allattavano i nipoti al chiaro di luna

E dal sole non veniva alcuna minaccia

brodo di avi di odierni becchini

Ammalati di medicine impestati di progresso

Devastiamo a morte il nostro ambiente, ambiente

Che parola noi siamo il centro radioso

Diverso si vive sapendo che si è veleno

E diverso si vive se l’uomo ha bisogno dell’uomo

morte ai nipoti Meglio che rivoltiamo il tempo

Il nostro patrimonio è la morte e niente più nascite

 

Lamento dello storiografo

Nel quarto libro degli annali Tacito lamenta

La durata del tempo di pace, interrotto soltanto

Da stupide guerre di confine, e lui si deve contentare

Di descrivere quelle, pieno d’invidia

Per gli storici prima di lui

Che avevano a disposizione guerre mammuth

Condotte da imperatori per cui Roma non era abbastanza

popoli soggiogati, re prigionieri

Rivolte e crisi di Stato: una buona materia.

E Tacito si scusa coi suoi lettori.

Io da parte mia, duemila anni dopo di lui

Non ho bisogno di scusarmi e non posso

Lamentarmi che manchi della buona materia

16.8.1992

Müller allo Hessischer Hof

Al ristorante dell’albergo l’innocenza dei ricchi

Lo sguardo disteso sulla fame del mondo

Io casco fra due sedie Il mio sogno

La gola rugosa alla vedova del tavolo accanto

Tagliarla col coltello del cameriere

Che sta tagliando per lei il lombo d’agnello Ma io

Non taglierò nemmeno questa gola

Per tutta la vita non farò mai una cosa del genere

Non sono Gesù Che porta la spada Io

Le spade le sogno Sapendo che più a lungo di me

Durerà lo sfruttamento cui partecipo

Più a lungo di me la fame che mi nutre

E i poeti Io so mentono troppo

Villon poteva ancora blaterare

Contro nobili e clero non aveva né letto né sedia

E conosceva le carceri da dentro

Brecht mandò Ruth Berlau in Spagna e scrisse

In Danimarca i fucili della signora carrar

Gorkij viaggiando per Mosca su un tiro a due

Odiava la povertà perché umilia Ma perché

solo i poveri Majakovskij si era già ridotto

Al silenzio col revolver

Le menzogne dei poeti sono consunte

Dagli orrori del secolo Agli sportelli della Banca

Mondiale

Il sangue seccato odora di trucco freddo

L’orrore del potere è la sua cecità

Il barbone che dorme fuori dall’esso snack & shop

Smentisce la lirica della rivoluzione

Gli passo davanti in taxi Me lo posso permettere

Benn aveva un bel dire Con le sue poesie

Non ha guadagnato un soldo e sarebbe

Crepato senza le malattie veneree e della pelle

La notte in albergo la mia ribalta

Non è più in funzione Insensati

Arrivano i testi la lingua si rifiuta all’endecasillabo

Allo specchio vanno in pezzi le maschere Non

Un attore che mi accetti il testo Io sono il dramma

müller lei non è un oggetto poetico

scriva prosa La mia vergogna ha bisogno della mia

poesia

Francoforte, 3. 10. 1992

 

Sguardo estraneo: congedo da Berlino

Dalla mia cella davanti al foglio vuoto

In testa un dramma per nessun pubblico

Son sordi i vincitori muti i vinti

Sguardo straniero su città straniera

Giallogrigie le nubi passano alla finestra

Biancogrigi i piccioni cagano su Berlino

14.12.1994

 

Non scriverai più a mano

Ultimamente quando voglio metter per iscritto

Una frase una poesia una saggia massima

La mia mano si ribella alla coazione di scrivere

Cui la mia testa vuole sottometterla

La scrittura diventa illeggibile Solo la macchina da scrivere

Mi salva dall’abisso dal silenzio

Che è il protagonista del mio futuro

1995

 

***

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