poco di buono

Ricordo di Agnes Varda

di Cristina Battocletti

Da anticonformista qual era, per burlarsi dei segni dell’età, Agnès Varda aveva trasformato il suo caschetto d’ordinanza in una scodella bicolore alla rovescia, con le radici bianche e le punte tinte di rosso. Allergica alle convenzioni, libera anche e soprattutto da certi vezzi intellettuali – sono famose le sue pose grottesche per i fotografi – con la sua filmografia ha celebrato la libertà, la vicinanza all’emarginazione e alla causa femminile, quando non andava ancora di moda farlo.
Era nata in Belgio a Ixelles, ma si era trasferita presto nel Sud della Francia e poi a Parigi, dove aveva lavorato come fotografa al Théâtre national populaire, quando era diretto da Jean Vilar. Fu l’abilità da fotografa la prima qualità che le riconobbe André Bazin quando vide il suo primo film, La pointe-courte del 1955, che inaugurò, a insaputa della stessa regista, la Novelle Vague. Varda fu una delle prime a scendere con la macchina da presa in strada, come fece, su diverse premesse, il Neorealismo in Italia. Il suo lungometraggio d’esordio è un intreccio di rigore verso la realtà e le tematiche legate alle vicende amorose, tramite l’analisi del tormentato rapporto tra un giovanissimo Philippe Noiret e Silvia Monfort, sullo sfondo della vita del villaggio di pescatori, colta nel suo ambiente naturale con l’uso della camera a mano e di attori non professionisti.
La pointe-courte fu battipista della corrente che innovò il cinema francese prima delle opere di Truffaut e Godard: I quattrocento colpi arrivarono nel 1959, mentre Fino all’ultimo respiro è del 1960. A Varda di fatto stava stretta l’etichetta di esponente della Nouvelle Vague che le affibbiavano, così come all’amico Alain Resnais, che montò La pointe-courte, e aveva sempre dichiarato di essere stato snobbato da Truffaut e Godard.
Varda era semplicemente una artista libera, e per tanto ribelle, di rottura, a dispetto della sua gentilezza senza birignao e le pose da antidiva. I suoi film erano un’opera totale, di cui scriveva la sceneggiatura e spesso il soggetto, riuscendo a delegare la fotografia a persone come Paul Soulignac (La pointe courte) o Patrick Blossier, nonostante in questo fosse una maestra.
Sapeva guardare il mondo femminile in modo sottilmente sovversivo anche sotto il profilo della sessualità, come per la vagabonda di Senza tetto né legge che si accompagna a uomini incontrati casualmente. Ma il desiderio di emancipazione di Mona, questo è il nome della protagonista, l’esordiente Sandrine Bonnaire, non venne inquadrato nei contorni rassicuranti della fiaba edulcorata. I viottoli di campagna, le strade in cui faceva l’autostop, i giacigli in cui dormiva all’addiaccio non necessariamente erano ameni e la fine fu pensata così cruda e sincera da meritarsi il Leone d’oro a Venezia nel 1985. Altri emarginati, con cui simpatizza tutta la filmografia di Varda, sono al centro di Les glaneurs et la glaneuse (2000), in cui racconta coloro che si nutrono dei rifiuti raccolti nei mercati e nei cassonetti.
Varda, che era figlia di un greco, sapeva restituire la radice tragica, da mito ellenico, della crudeltà degli egoismi anche nelle relazioni sentimentali. Come per i protagonisti de Il verde prato dell’amore, che nel 1965 vince l’Orso d’argento a Berlino, in cui un marito, felicemente sposato, tenta di far accettare alla moglie una relazione aperta con la donna di cui è innamorato. Finirà male, come tutte le situazioni in cui vi è un aspetto disturbante e fobico per la società.
Entrò nelle stanze di disperazione, in cui una cantante aspetta di sapere se un cancro la punirà di tutti i saliscendi sregolati di artista (Cleo dalle 5 alle 7, 1961); o in quelle in cui Jane Birkin non era più la femme fatale di Blow Up di Antonioni o la scandalosa interprete di Je t’aime… moi non plus con il compagno Serge Gainsbourg. Nel 1987 in Jane B. par Agnès Varda, innesto tra documentario e finzione, l’attrice era semplicemente una donna che aveva attraversato un momento di difficoltà, che anche grazie a Varda ritrovò lo smalto, realizzando l’anno successivo assieme alla regista Kung-Fu Master.

Evidente in tutte le opere della regista belga l’impronta da documentarista, che si rivelò in Salut a les cubains (1963), montato sui magnifici scatti realizzati nell’isola di Castro, Black Panthers (1968), dedicato al processo agli esponenti delle Pantere Nere; nell’ironico menage a trois tra gli attori di Lions love (and lies), girato a Los Angeles nel 1969; o in Cento e una notte (1995), riflessione sull’arte cinematografica. Anche all’amatissimo marito, il regista Jacques Demy, sposato nel 1962 e mancato nel 1990, dedicò due documentari, Les demoiselles ont eu 25 ans (1993) e L’univers de Jacques Demy (1995), oltre che un film, Garage Demy (1991).
Il suo estro di fotografa è palese nel penultimo dei suoi lavori, Visages Villages (2018). Qui gioca con l’artista visivo JR, andando ad affiggere nelle provincia francese gigantografie degli indigeni: è un invito alla lentezza e al dialogo con le nuove generazioni.
Varda raccontò parzialmente la sua esistenza fuori dal coro in Varda par Agnès – Causerie, presentato all’ultima Berlinale, quasi una sorte di testamento. Ebbe una vita leggendaria in cui rientra anche la partecipazione ai funerali segreti dell’amico Jim Morrison, che si voleva togliere di dosso la patina dei Doors, tentando di rinascere come cineasta.
Un anno fa, nel 2018, quando stava per compiere novant’anni (è morta a pochi mesi dal raggiungimento dei 91) l’Academy le assegnò l’Oscar alla carriera e lei pochi mesi dopo era a Cannes in prima fila, tra le pasionarie del Meetoo. Anche lì, sulle donne come per la Nouvelle Vague, era arrivata prima.

poco di buono

Sulla liberazione della donna. Un’intervista italiana del 1977

di Simone Beauvoir

incontro con Delia Valenti e Anna Maria Verna

La storia di questa intervista del 1977 a Simone de Beauvoir è una storia di impegno femminista e di amicizia. La mia amicizia con Anna Verna cui devo il mio appassionato e duraturo coinvolgimento nel femminismo e il lungo e intenso rapporto di amicizia e di scambio intellettuale tra Anna Verna e Simone de Beauvoir. Nell’epoca in cui si stava affermando, all’interno del movimento femminista, la teoria della differenza, la cui esponente principale era Luce Irigaray che proponeva un concetto radicale di specificità, a noi, sempre impegnate ad approfondire le tematiche femministe, era parso interessante scrivere un breve saggio dal titolo Donne e cultura che indagasse sul significato di tale concetto attraverso un confronto tra il pensiero di Simone de Beauvoir, per la quale l’idea stessa di specificità era da rifiutare e quello di Luce Irigaray che l’affermava con forza. Comprendere il perché del rifiuto dell’una e il senso della proposta che ne veniva fatta dall’altra si poneva per noi anche come un efficace strumento di chiarificazione dell’articolazione che il rapporto donna-cultura assumeva nel pensiero delle due autrici. Ciò con la consapevolezza che alla base delle differenti posizioni delle due scrittrici sulla specificità vi erano due diverse impostazioni teoriche che davano luogo a delle diverse, inconciliabili, teorie del soggetto. Mentre infatti per Simone de Beauvoir è il soggetto che, fondando il valore e il significato, distingue, differenzia e fonda tutti gli altri aspetti dell’esistente e inscindibile risulta il nesso tra soggetto e coscienza, Luce Irigaray mantiene, in una prospettiva psicoanalitica che rompe il legame tra soggetto e coscienza, l’inconscio a fondamento del “significato” ed è all’interno di questa dimensione che si deve ricercare il senso che assumono nella sua opera il concetto di specificità e tutti gli altri concetti che a esso riconducono. Questi temi, che entravano nel vivo del dibattito sulla relazione tra specificità e cultura all’interno del Movimento Femminista, erano stati anche oggetto delle conversazioni che abitualmente avvenivano tra Anna Verna e Simone de Beauvoir a casa di quest’ultima su tematiche d’attualità del femminismo e proprio la ribadita, netta posizione di rifiuto del concetto di specificità da parte della scrittrice ci aveva indotto a chiederle di trasformare quelle conversazioni in un’intervista. Ci pareva infatti significativo avere sugli interrogativi che si ponevano allora nel Movimento una sua opinione diretta e immediata e che le domande rivoltele nell’intervista avessero anche il fine di sollecitare una risposta in tal senso, facendo diventare così l’intervista una preziosa occasione di approfondimento e di completamento di quanto da noi scritto sul saggio. L’intervista, fatta a Parigi il 7 aprile 1977, è stata parzialmente pubblicata in “Ombre Rosse” (1980), n. 32, edizioni Savelli 1980.

L’atteggiamento del movimento femminista nel recente dibattito sul rapporto donna-cultura si può riassumere sinteticamente nella contrapposizione tra una posizione di critica e una di rifiuto. Quest’ultimo investe non soltanto la cultura borghese, ma la cultura nella sua totalità, in quanto prodotto dell’uomo e perciò maschilista ed emarginante in ogni modo e a tutti i livelli nei confronti della donna. All’interno di questa posizione la risposta alla necessità di spezzare un tale sistema culturale è la rivendicazione di una creatività delle donne che costituisca la loro cultura ponendola “al femminile”. Pensa che questo sia possibile? L’affermazione di una specificità della creatività femminile come risposta alla cultura maschile non nasconde il rischio per le donne di assumere volontariamente i vecchi ruoli secondo i quali la cultura femminile passa proprio attraverso un’espressività di tipo affettivo ed emotivo mentre invece la cultura maschile sarebbe essenzialmente razionale?
Comprendo bene le due domande e del resto ho un’idea precisa sull’argomento e ho già risposto in proposito. Penso che ci siano due soluzioni: rifiutare tutti gli strumenti che ci vengono proposti dalla cultura maschile o, al contrario, impossessarsene. Io sono del parere che sarebbe una grande perdita di tempo rifiutare tutto quanto è stato creato anche se è stato fatto in una società diretta dagli uomini. Non si devono riscoprire la matematica e la fisica o delle scienze in generale che abbiano dei caratteri propriamente femminili. Lo stesso problema, del resto, si è presentato nel momento in cui si è parlato di dittatura del proletariato; si è tentato, all’inizio della rivoluzione russa, di impossessarsi criticamente di quanto avevano fatto la borghesia e l’aristocrazia: Lenin, per esempio, anche se non penso che avesse sempre ragione, ha ritenuto che si dovesse conservare tutto ciò che vi era di valido, servirsene, partire di là. Anche la grande rivoluzione cinese, avvenuta recentemente e che ha voluto buttare all’aria molte cose, se si è disfatta dell’Opera di Pechino, ha tuttavia conservato certi aspetti delle scienze borghesi e di quelle tradizionali. Senza ciò non sarebbe mai riuscita a progredire nelle scienze e a costruire nuove tecnologie. Perciò credo che si debba conservare tutto ciò che è valido e che, del resto, penso sia immenso in tutti i campi. Detto questo, ritengo si debba farlo con grandi precauzioni, perché, se in un campo come quello matematico si dovrà sempre dire che due più due fanno quattro, che il punto di vista sia maschile o femminile, borghese o proletario, in altre scienze, per esempio in quelle sociali, si deve invece fare molta attenzione, perché non sono propriamente delle scienze. Nella storiografia che, ad esempio, non è esattamente una scienza, tutto è stato sempre analizzato unicamente da un punto di vista maschile. Sono completamente d’accordo con le donne che provano ora a gettare uno sguardo di donna sul mondo, non solo sulla storia delle donne, ma anche sulla storia del mondo in generale. Così come sono d’accordo con le donne che cercano di rifare la sociologia da un punto di vista femminile eliminando tutti i pregiudizi “maschilisti” che permangono, nonostante tutto, al fondo di questi studi, soprattutto quando si tratta della storia della civiltà, della società, dei fatti propriamente umani. Spesso alla base di tutte queste ricerche ci sono molti pregiudizi, così come ci sono dei pregiudizi borghesi che devono essere distrutti dal proletariato e dai contadini; in tutti i casi, da coloro che non sono della classe dirigente. Bisogna avere una visione nuova in proposito e bisogna anche vedere le cose in modo nuovo dal punto di vista delle donne.
Anche il vocabolario e la grammatica sono impregnati, lo sappiamo bene, di pregiudizi maschili, perché, ad esempio, quando si parla di un argomento in cui vi sono un uomo e dieci donne, ebbene, l’aggettivo sarà, malgrado tutto, al maschile. Ci sono moltissimi casi di questo genere che bisognerà rivedere e analizzare con molta attenzione. Venendo ora alla seconda domanda, se non sia pericoloso chiudere le donne nella loro specificità, io penso di sì. C’è stato un momento in cui i negri si sono energicamente ribellati proprio perché si pretendeva, da parte dei bianchi, che esistesse una sensibilità negra, una cultura negra la quale consisteva, per esempio, in un certo senso del ritmo, in un certo senso della danza, in una certa musica, nel jazz e così via ed essi, in tutti i casi i leader più illuminati, hanno rifiutato tutto questo, dicendo che li limitava; così molti lavori sulla creatività femminile tendono ora a rinchiudere la donna in una dimensione, per così dire, corporale e ci sono persino molte donne che si dicono femministe – con cui non sono affatto d’accordo – le quali sostengono che la donna, e questa sarebbe la novità, deve scrivere attraverso il suo corpo, con un corpo di donna, come non potrebbe scrivere un uomo che o scrive con un corpo d’uomo o non scrive più del tutto col suo corpo. Penso che questo sia estremamente pericoloso e che, su questo piano, a mio avviso, le donne debbano riprendere l’eredità della cultura “tradizionale”, ma facendo molta attenzione e con un atteggiamento estremamente critico nei confronti di certi fenomeni, dove il “maschilismo” è profondamente radicato.
Nello stesso modo credo che la psicanalisi debba essere interamente riletta da un punto di vista femminile e che in genere si debba fare la stessa cosa per tutte le scienze che trattano dell’essere umano, anche per la biologia e anche per la medicina, perché in questo settore gli studi sono guidati dagli interessi degli uomini e non da interessi che riguardano direttamente le donne.
Gli uomini si preoccupano pochissimo di problemi femminili estremamente importanti, come, che so, di tutti i problemi connessi al ciclo mestruale, al parto e così via, e tutto questo deve essere rivisto dalle donne. Del resto ciò comincia a essere fatto in certi piccoli gruppi di donne, che sono, a mio avviso, all’avanguardia.

È stato messo in rilievo come il predominio culturale maschile passi anche attraverso il linguaggio. Gruppi femministi hanno sottolineato la discriminazione che esiste a livello della struttura linguistica e dei significati delle parole. Nel Secondo sesso lei ha messo l’accento sul fatto che nella lingua le allegorie, le entità astratte sono femminili…
Penso che ci siano dei miti sulla femminilità, creati dagli uomini, che sono penetrati nel linguaggio. Su questo piano, certamente, ci si deve difendere; quando si prendono anche solo i nomi stessi di “femminile” e di “virile” li si vede ancora oggi caricati del senso che gli uomini hanno voluto dare a essi. Quando si dice “questa donna è il miglior uomo del mio governo” significa dare alla parola “uomo” una qualità superlativa e considerare che sia straordinario per una donna essere comparata a un uomo; lo stesso avviene quando si dice che una donna ha delle qualità virili.
Sarebbe necessario passare al setaccio la lingua e disfarsi di tutte queste mitologie, ma non credo che sia incominciando dal linguaggio che si potrà arrivare a farlo. Penso che debba prima cambiare la mentalità delle persone per l’impulso di molteplici pressioni, perché le parole “femminile” e “virile” nel senso che si dà a esse abitualmente perdano tutto il loro significato e appaiano come delle vere e proprie sciocchezze. Ciò non vuol dire che sia necessario tralasciare il lavoro di critica linguistica, ma non è, evidentemente, a quel livello che si vincerà immediatamente.
Del resto, per andare oltre la sua domanda, c’è un certo numero di donne che cerca oggi di inventare un linguaggio che sia veramente un linguaggio femminile e io penso che questo sia un lavoro votato al fallimento, perché più ancora di tutte le altre forme culturali – e questo è stato provato da tutti i linguisti in modo inconfutabile – il linguaggio è un qualche cosa che sfugge alle iniziative individuali; si può orientare la ricerca matematica in un certo modo, ma non si può fabbricare in tutte le parti una lingua che sia accettata da tutti. È un fenomeno che in qualche modo trascende la specie umana. D’altra parte i linguisti oggi pensano che sia assurdo domandarsi quando il linguaggio è stato creato, che si deve piuttosto considerare l’uomo come vivente nella lingua, cosi come ha sempre vissuto nella società. A mio avviso ogni fatica individuale, intesa a trasformare, a cambiare, a fabbricare, a creare una lingua artificiale, non ha nessuna speranza di riuscire. Tutto questo detto con la riserva che si debba fare molta attenzione alla maniera in cui si adopera il linguaggio: non ci si deve lasciarsene sopraffare; anche le persone più attente infatti saranno spesso ingannate da parole che sono loro talmente familiari, che sono talmente sedimentate nel loro inconscio da inserirsi di forza nel discorso. Mi è accaduto, non posso farle degli esempi, non ne ho al momento, ma mi sono state rimproverate certe frasi che in effetti avevano una strana connotazione non femminista.

In questo senso il linguaggio le ha creato dei problemi nel suo lavoro di scrittrice?
No, questo non mi ha posto dei problemi, non è su questo, non è in questo modo, che il problema si pone, per me. Ma in effetti può accadere che, rileggendomi, io mi dica che una certa frase suona strana, cosi come una certa espressione o un certo riferimento possono essere strani: ma non avverrà mai che alla rilettura. Scrivo di getto, come penso scrivano tutti gli scrittori, in una spontaneità senza posa letta e corretta, ma nella spontaneità. Non mi pongo subito il problema: questo si può, quest’altro non si può esprimere in questo modo, perché si può sempre correggere in seguito.

Si dice che le donne abbiano maggiore difficoltà ad arrivare a una compiuta espressione artistica. Anche lei ha parlato spesso della difficoltà per le donne a essere creative. In che termini si pone per lei il problema?
Non so, non penso che le difficoltà delle donne si pongano in termini di creatività, io credo che derivino da condizioni esteriori. Come ha scritto molto bene Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé, se questo accade è perché una donna ha troppe altre cose da fare, non ha un luogo dove potersi isolare, divorata com’è da tutto ciò che le impone la sua attività di madre e di casalinga. Credo che ci siano delle difficoltà per le donne da questo punto di vista, ma una volta che arrivino a rifiutare tutto questo, allora si potranno esprimere facilmente come un uomo.

Lei ha criticato sia Freud sia le donne psicoanaliste, che si sono occupate della psicologia femminile, in quanto tuttora ancorate a pregiudizi maschili, e si è augurata che una donna riscrivesse la psicanalisi. Ritiene che Speculum di Luce Irigaray abbia dato un contributo in questo senso?
Lo trovo interessante, anche se non va abbastanza a fondo delle cose, ma penso sia un libro che cerca di tenersi in una prospettiva femminista. Luce Irigaray mi piace, ma conserva ancora troppo rispetto per la scuola freudiana e lacaniana; anche se in parte se ne stacca, resta però ancora eccessivamente legata all’idea di invidia del pene. Fino a quando le donne non si saranno completamente liberate da questa idea, fino a quando non cesseranno di considerare la donna come una donna eunuco, come dice la Germaine Greer, ebbene, non arriveranno a risolvere il problema della psicologia femminile.

Da che cosa pensa derivi questa difficoltà delle psicanaliste a uscire dagli schemi freudiani e lacaniani?
Penso sia attribuibile alla struttura sociale e al fatto che le donne psicoanaliste siano state, nonostante tutto, troppo influenzate dall’idea della superiorità dell’uomo, incarnatasi nel pene; anche le più critiche su questo piano conservano infatti nel loro inconscio un rispetto del padre, dell’uomo, che non sono capaci di superare e da cui molto difficilmente riescono a staccarsi. Ho letto degli articoli femministi molto interessanti che cercano seriamente di combattere la psicoanalisi basata sull’invidia del pene, ma le psicanaliste non arrivano, tuttavia, a liberarsene.

Non crede che un altro fattore condizionante la ricerca psicoanalitica sorga dal timore di queste donne di essere estromesse dalla professione una volta che abbandonino gli schemi interpretativi tradizionali?
Non so, penso che ci sarebbero delle donne tanto coraggiose da non preoccuparsi troppo di rovinare la loro carriera o di farsi dei nemici e che il condizionamento sia più profondo, a livello dell’infanzia, a livello inconscio, a livello di tutta la cultura che le inibisce in tutti i sensi. Ce ne sono che osano dire questo, ma non ci sono molte donne psicoanaliste le quali abbiano osato ricreare una psicanalisi femminile che rifiuti radicalmente questa “invidia del pene”. Hanno spostato il problema, ma non hanno impostato la psicanalisi in altri termini, secondo altri principi.
Ciò che le donne hanno trovato più aggressivo nella sfera sessuale è di negare la sensibilità vaginale, l’orgasmo vaginale a profitto di quello clitorideo e questo credo sia proprio un punto di partenza sbagliato, perché, anche se si rifiuta l’orgasmo vaginale – che pure avviene anche tra donne omosessuali – ciò non riduce affatto l’importanza del pene. Mi sembra molto più significativo negare che la donna soffra dell’invidia del pene che negare che essa possa trarre piacere dall’uomo, e, d’altra parte, tutta la mitologia maschile del sesso è basata sulla convinzione che è l’uomo a prendere la donna, a penetrarla, che è lui il vincitore; rifiutare tutti i miti maschili per dire che non si vuole l’orgasmo vaginale significa accettarli implicitamente, finendo per ricadere nella stessa trappola. Si può al contrario, riproporre la questione sessuale della donna dicendo che è l’uomo al servizio della donna, che ansima, che Suda per arrivare… Altre considerazioni mi sembrano un errore e non capisco, perché le rivendicazioni femministe si dovrebbero basare su di un errore.
Ho frequentato molte donne ed ho una mia esperienza personale; esiste, realmente, per moltissime donne un orgasmo vaginale che naturalmente può avere delle relazioni con quello clitorideo per i legami che esistono tra i due organi, ma che è qualche cosa di specificatamente differente. La cosa è riconosciuta anche dalle stesse donne omosessuali.

Alcuni psicoanalisti di scuola lacaniana ritengono che la struttura psicologica della donna sia di per sé eversiva nei confronti della cultura borghese e capitalista poiché non si effettua in essa il passaggio dalla fase immaginaria a quella simbolica; anche molto femministe, tra le quali la Mitchell nel suo ultimo libro Psicanalisi e femminismo, sostengono la necessità della rivalutazione della fase pre-edipica che sarebbe, a parer loro, fondamentale per liberare la donna dall’idea dell’importanza della virilità…
Vede, quando si parla ancora di una fase pre-edipica, che suppone una fase edipica, si torna alla psicanalisi più classica. Non credo che si debba porre il problema in questi termini.
Penso che una psicanalista che lavorasse sull’argomento – sfortunatamente io sono troppo vecchia e non ne ho più il tempo, perché per dedicarsi a quelle discipline bisognerebbe impegnarsi a lungo – dovrebbe, a mio avviso, ricreare a nuovo e completamente una psicoanalisi della donna rinunciando a queste teorie del legame edipico, pre-edipico, e così via. Certamente il fatto che tutta l’educazione e la formazione della donna sia legata a una donna ha la sua importanza, ma è una circostanza che si può cambiare. Oggi vengono immessi nelle scuole materne insegnanti uomini. L’esperimento deve essere incominciato in Inghilterra; vedere degli uomini nella loro stessa funzione determina un atteggiamento di rifiuto nelle insegnanti donne, ma potrebbe essere molto importante e potrebbe dare ai bambini, femmine e maschi, l’idea che la funzione materna non è necessariamente legata alla madre.
Questo crea, di conseguenza, un altro tipo di legame tra bambini e genitori e un mutamento molto, molto importante. Ciò permetterebbe di uscire sia dai ruoli sociali sia dai ruoli psicologici…
Del resto ci sarebbe un altro modo di cambiare tutto questo, quello di mutare la forma della famiglia, vale a dire che, anziché esserci la famiglia nucleare, con padre, madre e due bambini, ci sarebbe, potrebbe esserci… non vado troppo oltre su questo argomento, perché non so come si potrebbe realizzare; c’è però una donna, Shulamith Firestone, della quale apprezzo molto il libro, che ha trattato veramente bene l’argomento; è l’unica femminista che abbia parlato dell’emancipazione dei bambini come correlativa rispetto alla emancipazione della donna. Credo che sarebbe una cosa estremamente fruttuosa cambiare completamente la forma della famiglia e far vivere i bambini in comunità in modo che abbiano riferimenti affettivi nei confronti di parecchie donne e di parecchi uomini, perché correggerebbe molto bene ciò che si chiama lo stadio edipico e lo stadio pre-edipico e tutte le relazioni di questo tipo. È in questo modo che si potrebbe forse creare una maggiore eguaglianza dei bambini nei confronti dei due sessi e nello stesso tempo anche dei bambini fra di loro; non cercherebbero più, il bambino la madre, la bambina il padre, ma ciascuno cercherebbe il compagno della sua età, nella più completa parità.

Allora, se il problema è quello di abolire la specializzazione dei ruoli, sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista psicologico, che cosa pensa dell’importanza che ha assunto nel femminismo la rivendicazione di una specificità femminile?
Penso che nella sua situazione di oppressa la donna abbia acquisito certe qualità e abbia evitato certi errori; per esempio, l’ho già detto, ma posso ripeterlo, gli uomini hanno un modo di prendersi sul serio, di essere avidi di potere e cosi via, che li rende in un certo qual modo comici e li priva del senso della verità dell’esistenza. Da questo punto di vista le donne, per il fatto di non avere il potere, per il fatto che sono oppresse, evitano di cadere in questi difetti e acquistano certe qualità, mettiamo di attesa, di… non dirò di rassegnazione, perché non è una qualità, ma di pazienza, che può essere una qualità. A parer mio si dovrebbe sognare un mondo umano in cui le qualità delle donne e degli uomini fossero intrecciate, perché naturalmente c’è del buono anche in una certa aggressività maschile, in una certa ambizione e bisognerebbe che le donne avessero allo stesso modo quelle qualità, ma conservassero le loro e anche le imponessero agli uomini. Del resto, fra le nuove generazioni, ci sono dei giovani così, che hanno acquisito molta più dolcezza, molta minore violenza, pazienza, sensibilità, tenerezza con le persone, con i bambini. Conosco dei giovani – non sono poi tanto giovani, hanno tra i trentacinque e i quarant’anni – i quali, una volta che si sono fatti crescere i capelli e la barba, cercano di coltivare in loro queste qualità che si dicono, a giusto titolo, più o meno femminili. Ciò detto, è però, anche a questo proposito, molto pericoloso chiudere la donna unicamente nella contemplazione del suo corpo, della sua sensibilità; per questo, nonostante certe qualità di stile e certe rivendicazioni siano presenti nel libro di Annie Leclerc, Parola di donna, non sono d’accordo con lei; trovo che ha ragione quando dice che non ci si deve vergognare delle proprie mestruazioni, ma, d’altra parte, facendo l’elogio del sangue mestruale, a mio avviso, fa del vitalismo, quasi alla maniera di D. H. Lawrence, che avrebbe scritto esattamente la stessa cosa, perché anch’egli avrebbe detto questo; è un modo di confinare la donna nei suoi valori di donna.
Del resto nella rivista “Les Temps Modernes” una donna molto intelligente, Christine Delphy, ha fatto un’ottima e severissima critica del libro di Annie Leclerc affermando, per esempio, che le mestruazioni, per una donna, sono un fenomeno non soltanto fisiologico, ma anche sociale perché la donna non ha nessuna specie di aiuto se, supponiamo, ne è colta all’improvviso per strada, agli occhi degli uomini è subito marchiata di infamia; se una donna ha una macchia di sangue sul vestito prova vergogna; c’è un qualche cosa di sociale in tutto questo e, di conseguenza, non si deve dire che per le donne sia entusiasmante avere le mestruazioni; vergognarsi, come un tempo, è ridicolo, e che ora nei cinematografi si faccia apertamente la pubblicità dei Tampax è un’ottima cosa, ma non si deve neppure pensare che i valori femminili consistano in questo e che rappresenti una grande superiorità per la donna sanguinare tutti i mesi rispetto ai poveri uomini che non sanguinano, perché non è vero.

C’è chi sostiene che la liberazione delle donne non può avvenire disgiunta dalla liberazione dell’uomo. A questo proposito Susan Sontag ha scritto che, per quanto l’idea possa sembrare ragionevole, non è affatto vero che la liberazione dell’uomo e la liberazione della donna siano due parti di un reciproco processo. Secondo la Sontag questo luogo comune, sfiora vergognosamente la dura realtà del dominio maschile che è a tutto vantaggio dell’uomo. Lei che cosa ne pensa?
La liberazione delle donne non si farà che con il cambiamento della società tutta intera e, di conseguenza, anche con il cambiamento degli uomini. Ma penso che per ora le donne debbano preoccuparsi prima di tutto della loro liberazione ed è perciò che hanno ragione di incontrarsi in gruppi abbastanza chiusi per parlare dei loro problemi. Se invece lei vuole discutere del potere, questo è un altro aspetto del problema molto interessante; se si tratta infatti semplicemente, come in certi gruppi americani, per esempio in quello di Betty Friedan, di ottenere che le donne abbiano delle promozioni equivalenti a quelle degli uomini conservando la loro funzione femminile, la cosa non è di nessun interesse per il femminismo; dire di nessun interesse è esagerato, si deve sempre un po’ mediare – ma l’interessante del movimento femminista non è che ci sia un certo numero di celebri donne avvocato, chirurgo o medico, che ci sia una donna presidente della repubblica negli Stati Uniti e in Francia, non è esattamente questo il problema, è la sorte di tutte le donne in generale ed esse non guadagneranno un gran che se avranno qualche donna privilegiata e d’elite che arrivi a essere Indira Gandhi o Golda Meir; non ho niente contro di loro, non sono contraria al fatto che ci siano delle donne alla testa di uno Stato, ma non è questo che aiuta le donne. Si è spesso sottolineato, ed è del tutto normale, sarebbe un’ingenuità stupirsene, che quando una donna ha il potere, ne usa esattamente come un uomo: non è differente da loro, anzi spesso è più tirannica, perché per lei è un fatto talmente nuovo e importante avere il potere che finisce quasi per essere peggiore degli uomini. Ma questo fa sorgere una questione pratica e, a mio parere, molto importante che io stessa pongo del resto ai gruppi delle mie amiche, perché se, nel medesimo tempo, si è, radicali e rivoluzionarie, come sono i gruppi delle femministe che io conosco, se si è per il rovesciamento e il rifiuto di questa società, ebbene, sostituire semplicemente un potere femminile a quello maschile, non ha nessun significato, non è questo che occorre. D’altra parte se si rifiutano le promozioni, se si rifiuta il potere ci si impediscono molte cose che potrebbero aiutare la liberazione delle donne.
Allora si potrebbe dire che quando una donna accetta di avere del potere per aiutare la liberazione delle altre donne, sta bene, ma se ne fa una semplice gratificazione narcisistica, allora il potere la allontana dalle altre donne e finirà per non capire perché ci sono delle lotte femministe. Per questo le avevo detto di andare a discutere con donne che abbiano un certo potere in certe sfere; le citerò, amichevolmente, Rossana Rossanda, la quale ha un certo potere in Italia, giustamente meritato per la sua azione politica e che non sarebbe certamente questione di toglierle, perché credo sia bene l’abbia, ma che la conduce a misconoscere la specificità della lotta femminista, inducendola a pensare: “Dopo tutto ogni donna può avere nello stesso modo un certo potere, può riuscire, non ha che da sbrigarsela da sola …” senza rendersi conto che non è assolutamente una posizione individualista che conviene assumere in questo caso, visto che si tratta della metà della popolazione del mondo e anche più della metà.
Certamente, però, il rapporto con il potere crea un problema molto serio. Molte compagne si domandano: “Bisogna o no mirare in alto, oppure ci si deve accontentare di mirare in basso?”. Perché se si mira in alto si rischia di essere prese nell’ingranaggio del potere; le donne, per esempio, che vogliono fare della ricerca, fanno benissimo, ma i bilanci della ricerca, i lavori che saranno loro proposti saranno più o meno diretti da uomini. D’altra parte se nessuna donna che sia veramente capace se ne occupa, allora non si vedrà mai un cambiamento della medicina ad esempio, che permetta di trattare di problemi femminili in altro modo. Forse può darsi che si debbano inventare altre cose, come per esempio fanno i self-help negli Stati Uniti, cioè non chiedere che le donne diventino dei medici celebri, ma fare in modo che delle semplici donne medico aiutino altre donne a conoscersi, a fare della medicina un po’ come, secondo quello che si racconta, fanno i medici scalzi in Cina.
In sintesi si può dire che c’è un buon uso e un cattivo uso del potere per ciò che riguarda le donne. Io comprendo molto bene che molte abbiano grossi dubbi, perché da un punto di vista femminista avere il potere è necessario, ma nello stesso tempo molto pericoloso.

Pensa che lo stadio in cui si trova il movimento femminista sia in grado di mettere in crisi l’uomo oppure si trovi ancora e soprattutto nella fase di far prendere coscienza alle donne della loro situazione?
Credo metta in crisi gli uomini, ma nel modo peggiore, perché del femminismo recepiscono, per esempio, ciò che si dice la rivoluzione sessuale, accettano solo gli aspetti che fanno loro comodo e forse in parte per questo c’è tanta ostilità e aggressività, tanta violenza e tanti stupri, anche se è molto difficile da stabilire … dato che oggi si sa delle violenze carnali, perché le donne osano parlarne di più, perché le si spinge a parlarne; forse nel XIX secolo c’era altrettanta violenza e ugualmente brutale, soltanto che le vittime tacevano.
Non vi è dubbio, però, che oggi si assiste a un aumento della aggressività maschile. L’idea di molti maschi, che non è un’idea, ma un modo di esprimersi, è: “Visto che sei libera, perché non vieni a letto con me” … per passare poi molto presto anche ai pugni e a brutalità ancora più gravi. C’è una cattiveria, un odio, una violenza, un sadismo dell’uomo contro la donna, che ci sono sempre stati, ma che oggi forse sono ancora peggiori. Nello stesso tempo tutta la framassoneria mascolina si difende per conservare i posti, per non lasciarli alle donne. Quest’anno il primo maggio non ci sono stati incidenti, ma l’anno scorso in tale occasione in Francia i gauchistes stessi si sono messi contro le donne in modo molto, molto violento. Le femministe hanno poi scritto degli articoli in proposito, erano furiose che anche tra i gauchistes ci fosse questa violenza. Anche su “Liberation” si leggono spesso delle prese di posizione molto pesanti contro le donne.

Questo atteggiamento è legato alla convinzione della sinistra che il femminismo crei una frattura all’interno della lotta del proletariato, che sia un’ideologia borghese…
Si, perché gli uomini, anche di sinistra, in tutti i casi vicini al proletariato, hanno sempre trovato comodo impegnare nella loro lotta le donne per tutte le incombenze più fastidiose e più banali, pensando che per le donne il momento di emanciparsi sarebbe venuto più tardi. È evidentemente una mistificazione e d’altra parte io credo, in ogni caso è accaduto cosi in Francia, che per questa ragione molti movimenti femministi sono sorti dopo il ‘68. In quell’occasione molte donne si sono messe con tutto il loro impegno a lavorare con i “gauchistes” per una rivoluzione generale e si sono poi rese conto che nelle riunioni erano sempre loro a dover battere a macchina, fare il caffè e che erano i compagni a bere il caffè e a tenere dei discorsi e allora hanno pensato che occorreva una lotta specifica.
D’altra parte è stato anche per questo motivo che sono passata a un femminismo radicale da un femminismo molto ottimista, che mi faceva credere che il problema delle donne sarebbe stato risolto, quando la lotta di classe finalmente avesse avuto dei risultati.
È anche stato per il modo in cui le donne sono trattate in Cecoslovacchia, in Urss, in Polonia. Non dico però che, soprattutto in Urss, di cui conosco abbastanza bene la situazione, non ci sia, nonostante tutto, più rispetto per la donna che nei nostri paesi. Tutte le donne lavorano, o quasi tutte, e quelle che non lavorano non sono affatto considerate, ma certo non ci sono molte donne negli organismi superiori, nel partito, nelle cariche più alte.
Si dice: “In Urss è meraviglioso, quasi tutte le donne sono medico”; si, ma perché la professione medica è tenuta in poco conto, ricondotta com’è quasi alla professione di infermiera. Non le donne sono salite fino alla medicina, ma si è fatta scendere la medicina fino alle donne. La stessa cosa avviene per l’insegnamento.
A questo proposito c’era un articolo interessante su “Le Monde” in questi giorni. L’insegnamento è sempre stato considerato una attività femminile e di conseguenza un’attività che svilisce e svaluta gli uomini.

Quali aspetti del femminismo secondo lei sono ancora carichi di valori maschili?
Sono precisamente le tendenze di quei gruppi che cercano di dare alle donne delle promozioni, delle situazioni equivalenti a quelle degli uomini. Sono dei movimenti che cercano di fare delle donne le rivali degli uomini, ma su un piano competitivo, del tutto superiore ed “elitario”. È, come le dicevo, la posizione di Betty Friedan e credo sia anche quella del “Mss”, il grande giornale femminista americano. Per essi è determinante che le donne abbiano dei buoni posti, che non trovino ostacoli nella loro carriera. Certo non penso che le donne debbano essere ostacolate, ma lo scopo del femminismo non è ottenere che le donne possano fare delle buone carriere conservando nello stesso tempo – e questi movimenti le conservano – le vecchie strutture reazionarie della maternità, della famiglia, dunque del patriarcato. Questo è un discorso molto maschile nel discorso di certe femministe.

Secondo lei qual è il valore più nuovo e rivoluzionario che il femminismo ha introdotto nella politica?
Praticamente le donne non intervengono nella politica che entrando nel gioco politico degli uomini; in questo senso non si può dire che ci siano delle donne che abbiano portato politicamente dei cambiamenti profondi nella società, a meno che non si dica che qualsiasi cosa, che tutto è politica. Capisco bene che cosa significa che il privato è politico, perché dal momento in cui si verifica un cambiamento nei costumi delle donne, nel loro comportamento, se, ad esempio, una donna fischia a un uomo per la strada, anziché viceversa, questo è politico, ma nella misura in cui è una politica femminista. Allora si può dire che sul piano femminista le donne hanno portato questa novità: che ci sia in certo qual modo una politica femminista, una volta che la parola “politica” sia completamente liberata dal senso che ha quando si parla in generale della politica di una nazione.
Forse ciò che è interessante, ed è anche l’opinione di taluni uomini “gauchistes”, è il dire che il politico deve inserirsi nella vita privata, che non è certo il votare un fatto politico, ma che anche il vivere in una determinata maniera può assumere un significato politico; se non ci si deve spingere troppo oltre nel sostenere che ogni aspetto della vita privata abbia un significato politico, perché anche nel privato ci sono degli aspetti di cui diffidare, è importante sottolineare come siano state le donne a sostenere l’idea che la vita privata possa e debba avere un senso, un significato politico ed esemplare, l’idea che la vita sia sempre un impegno – che il fatto di avere un bambino o di non averne sia un atto politico e non semplicemente un atto di comodità personale – … ed è un atteggiamento molto importante, perché consente di liberarsi da un certo dogmatismo nel comportamento, dal fatto di doversi rapportare sempre a delle norme esteriori… Certamente è qualche cosa di sovversivo nella misura in cui il Protestantesimo fu sovversivo, quando diceva che non si devono seguire i dogmi, ma si deve seguire la propria coscienza, che ogni uomo è prete. Allora si può dire che ogni donna deve essere il proprio giudice politico e che la sua azione è un’“azione politica”. ,
Detto questo, la cosa evidentemente può degenerare; una donna che rifiuti di farsi sfrattare, può far muovere l’attenzione dell’opinione pubblica e si può dare al fatto un significato politico, certo, ma non si deve però esagerare, perché questo può indurre a sostenere qualsiasi rivendicazione, a fare della paranoia intorno a vicende molto semplici. Se si tratta invece di un caso attorno al quale si possa creare solidarietà e mobilitazione, allora è un fatto positivo, ma occorre che ci sia questa mobilitazione e che non si ricada in una specie di narcisismo femminile.

C’è un’idea della donna elaborata dal femminismo che l’ha colpita particolarmente e alla quale non aveva pensato scrivendo Il secondo sesso?
Ho trovato molto interessante il libro della Firestone sull’emancipazione delle donne legata all’emancipazione dei bambini, un legame al quale non avevo pensato. C’è inoltre in molti libri di femministe di oggi l’idea della necessità di una continua e vigile critica nei confronti dei valori maschili che a me, che ne ero assai compenetrata, era sfuggita e a cui non avevo pensato. Nella rubrica di critica femminista di “Les Temps Modernes” ci sono molto spesso dei punti di vista che giudico, alla prima lettura, un po’ estremisti. Mi dico: “Esagerano”, ma poi mi dico: “Bisogna esagerare”. Questa esagerazione, questa radicalizzazione, questa presenza delle femministe in tutto ciò che riguarda la donna trovo che sia qualche cosa di molto importante. Ciò che manca ancora, a mio avviso, ciò che aspetto ancora è una radicale revisione della psicoanalisi in senso femminista.

La sua è una posizione di femminismo radicale. Lei stessa, riferendosi alle errate interpretazioni che sono state date al Secondo Sesso ha detto che non si travisa il contenuto del libro, se lo si estremizza. Ci sono diversi modi di essere femministe radicali: c’è un radicalismo teorico, il radicalismo della mobilitazione, delle manifestazioni di piazza e poi c’è una forma di radicalismo che investe la coscienza e si manifesta nei rapporti interpersonali. Qual è la difficoltà per passare da un radicalismo teorico a un radicalismo personale?
Questo dipende molto dalla situazione personale: ci sono delle donne che non possono assolutamente sopportare gli uomini, un’amicizia con un uomo, la vicinanza di un uomo e, ancor meno, l’idea di un rapporto sessuale. Io devo dire che per me la cosa si pone del tutto diversamente; non sono così, ho relazioni con uomini che sono per me dei grandissimi amici. Per esempio, c’è gente che ha preteso che non si possano avere i legami che ho con Sartre ed essere femminista. Trovo questo assolutamente falso dal momento che questi legami non mi hanno portata ad alcuna alienazione, anche se può darsi che questo sia avvenuto in qualche misura quando avevo ventidue o ventitré anni; il che era del tutto normale e non ha giocato un ruolo essenziale nella mia vita.
Certamente, all’inizio vi era dell’alienazione, perché, nonostante tutto, l’uomo mi sembrava qualche cosa di superiore alla donna, e poi si trattava di Sartre; ma tutto questo non mi ha mai fatto rinunciare all’esigenza profonda di avere un’opera mia; mai ho pensato di votarmi a lui e del resto Sartre mi avrebbe energicamente scoraggiata; d’altronde anch’io non avrei potuto tenere tanto a lui se non fosse stato un tale genere d’uomo.
Non si è mai dato il caso che io pensassi di rinunciare alla mia vita personale e non mi riferisco soltanto alla vita intellettuale, scrivere, leggere, ma anche a delle amicizie, a degli amori, a delle avventure; infine, a una quantità di altre cose. Perciò io non ritengo che ci sia incompatibilità a tenere a un uomo e non essere alienate, anche per una femminista. Certamente, ci sono dei casi in cui ciò non si verifica, come quello molto toccante dell’ultimo libro di Kate Millett del quale sfortunatamente non ricordo più il titolo, non è stato ancora pubblicato. Si tratta di una storia molto commovente, porta il nome di una donna, la donna che ha amato. È la storia di un amore, in cui Kate Millett assume il ruolo, – non so se è cosi che è stato vissuto, ma è cosi che è scritto – di una donna completamente alienata da un amore. Il fatto che si tratti di un amore tra donne non cambia niente. Ci può essere alienazione in un amore omosessuale come può non esserci alienazione in un amore eterosessuale, ma ci sono molte donne omosessuali le quali, se voi dite loro questo, sosterranno che non è vero; ci sono molte donne che non vogliono capirlo.
Del resto Betty Friedan, in un’intervista molto cattiva che mi ha fatto e in cui non è nata fra noi nessuna simpatia, ha detto che ho parlato pochissimo attribuendolo al fatto che Sartre era all’ospedale, che io ero molto scossa. Non è vero niente; Sartre stava bene, non ero scossa, e poi poteva esserci Sartre all’ospedale e io potevo essere scossa e avrei egualmente parlato, se mi fosse riuscita simpatica. Ho parlato poco, perché parlava sempre lei; non potevo infilare una parola. E la mia intervistatrice ha finito cosi per dire come si possa considerare una leader femminista una donna che si occupa a tal punto di un uomo; ma, infine, ci si può occupare allo stesso modo, che so, di un bambino, di un’amica, di qualcuno con cui si abbiano legami affettivi più o meno profondi; inoltre non è che si vogliano cambiare le cose del mondo, perché le persone diventino indifferenti le une alle altre, ma al contrario, perché esse si amino senza costrizioni; altrimenti non vale la pena di vivere.

Che cosa pensa della teorizzazione della violenza fatta da alcuni gruppi femministi?
Penso che ci sia un certo aspetto della violenza che è molto positivo, e giudico molto molto positivo che le donne imparino il karate, che possano battersi contro l’uomo che vuole violentarle, rapirle o picchiarle; anche che siano armate.
Mi ricordo che nel Secondo sesso ho scritto che le ragazze sono molto inferiori agli uomini per questa ragione e una donna in un articolo apparso su di un’antologia americana, mi ha risposto giustamente che, pur apprezzando molto ciò che avevo scritto, a questo proposito, però, avevo torto, perché negli Usa vi erano dei gruppi decisi a rispondere alla violenza con la violenza.
Io sono assolutamente d’accordo; non è però un problema facile da risolvere; per esempio, per quel che riguarda lo stupro, le donne quando sono violentate e osano dirlo, devono o no trascinare gli uomini davanti alla Corte d’assise? Io credo di sì; si tratta, è vero, di una giustizia borghese, ma non ne esiste un’altra e i gauchistes del resto non esiterebbero a trascinare in tribunale qualcuno che uccidesse o massacrasse di botte un arabo e trovo che abbiano ragione. Altre dicono che si dovrebbero malmenare i tipi, al limite castrarli. Non sono contraria neppure a questa soluzione, perché trovo qualche cosa di positivo anche nella legge del taglione. Quella ragazza greca che dopo un anno sparò al poliziotto che l’aveva violentata, trovo che ha avuto perfettamente ragione. Non è male. Certo si rischia grosso, ci si può salvare, ma si corre anche il rischio di fare molti anni di prigione.
Secondo molte donne non si deve entrare in questa logica, perché provoca un aumento della violenza. Se – dicono – per ogni caso di violenza malmeniamo il tipo, il giorno dopo altre donne saranno picchiate o violentate e si cadrà in un circolo vizioso. Il mio parere è che le donne debbano sapersi difendere da un aggressore: che imparino anch’esse a usare la violenza. Molte confessano che c’è qualche cosa all’interno di loro stesse che impedisce loro di essere violente più nei confronti di un uomo che nei confronti di una donna. Sentono una sorta di rispetto, nonostante tutto, per la virilità. In una novella molto bella, scritta molto tempo fa da Colette Audry, una donna, non ricordo i particolari… ma so che si tratta di una donna, era stata assalita e il solo modo di uscirne sarebbe stato di dare un colpo di ginocchio estremamente violento nei testicoli del tipo; non riuscì a farlo; non ricordo come finisce, ma non le riuscì, per un senso interno di rifiuto, perché, dopotutto, anche un uomo è vulnerabile ed è difficile decidersi a ricorrere a tale mezzo.
Si vedono delle donne in grado di difendersi, che, in sette o in otto, hanno paura quando un uomo solo muove verso di loro; una volta alla “Festa della donna” accadde che un uomo le insultò ed esse, sebbene fossero numerose, ebbero paura; cosa che io del resto comprendo, ho paura anch’io; non è della stessa specie, potrebbe picchiare duro… si ha paura; ma si dovrebbe vincere questa paura e, come mi diceva lei delle giovani che ha visto, uscire in gruppo e decise. Ci sono delle donne che hanno pensato a un porto d’armi concesso a tutte le donne; altre hanno detto di no e le prime hanno ribadito che non era per sparare sul serio, ma solo per intimorire, perché quasi sempre gli uomini cercano occasioni che non presentino difficoltà e, quando si reagisce un po’ energicamente, si smontano. Per questa ragione occorre una certa disciplina della violenza e poi l’aiuto delle compagne.

Nei gruppi femministi si cerca di sostituire la “trasparenza” alla segretezza che per tanto tempo ha afflitto i rapporti interpersonali. Le donne parlano di sé con le altre donne sempre di più e sempre più apertamente. Pensa sia possibile arrivare a una totale apertura agli altri in questo senso?
Certamente. Inoltre, più si hanno rapporti “trasparenti” con le persone, meglio è. Una società, dove tutti possano essere trasparenti a tutti, sarebbe l’ideale e perciò penso che i gruppi di donne, le quali sperimentano, cercano la “trasparenza”, facciano molto bene.

Ha la sensazione che con il passare del tempo si sia realizzata una sua maggiore apertura agli altri?
Certamente! Penso che non ho fatto che aprirmi agli altri sempre di più, partendo da un atteggiamento iniziale molto chiuso che, d’altra parte, coincide, credo – in molte donne in tutti i casi, ma può darsi anche in molti uomini – con la necessità di battersi per riuscire intellettualmente, per uscire dalla famiglia, per affermarsi. C’è un momento, a mio parere, in cui è moralmente e praticamente giusto chiudersi; in me, questo bisogno di chiusura era particolarmente forte. Mi ricordo certe discussioni, a vent’anni, con un amico: si deve amare tutti, diceva, e io rispondevo con furore che bisognava amare pochissime persone, odiarne molte, e che questo odio era la condizione di quell’amore. Questo si manifestava in me attraverso una certa ironia, un modo di eludere, di prendere le distanze, di non voler capire, e anche con una sorta di moralismo con il quale tagliavo corto, imponevo le mie scelte. Un po’ dopo la guerra questo atteggiamento iniziò a cambiare, e in seguito sempre di più.
Nelle relazioni personali, certamente, comprendo meglio gli altri; in parte perché ho assimilato certi metodi e poi anche grazie alla grande esperienza: infatti oggi dispongo di un maggior numero di schemi e di modelli. Perciò per quanto riguarda comprendere, penso che effettivamente capisco meglio le persone.

Che cosa pensa dell’autocoscienza?
Penso che sia una pratica positiva se si è capaci di ascoltare anche ciò che dicono le altre e di fare dei collegamenti; se si è capaci di aiutarsi reciprocamente… naturalmente l’autocoscienza può anche incoraggiare l’aspetto narcisistico delle donne. C’è il rischio di cadere nei bla, bla, bla… di cadere in cose che impediscono loro di agire, perché ci si guarda troppo negli occhi; ma può essere un momento utile, per certe, ad esempio per le giovani, all’inizio, per iniziarle, perché imparino la trasparenza, perché sappiano che hanno delle amiche, per imparare che non ci si deve vergognare di questo e di quello e che si deve nello stesso tempo sapersi rivoltare contro dei genitori ingiusti o contro un marito che picchia. Penso che le donne possano soccorrersi moltissimo in questo modo; ma certo non deve accadere che le donne si isolino – e la tendenza è un po’ questa – e si accontentino di chiacchiere che mi pare assomiglino un po’ a delle riunioni di vecchie signore con tè e biscotti; deve essere un momento che si deve superare, per arrivare a un’azione sociale la più incisiva e generale.

Per la sinistra il femminismo è un’ideologia borghese che confonde il vero nemico delle donne, il Capitalismo, con un nemico immaginario, l’uomo, sviandole così dalla lotta di classe e dividendo il proletariato. Dove avviene a suo parere la saldatura tra il femminismo e la lotta di classe?
Si dice che il femminismo è un movimento di intellettuali, ma tutti i movimenti di avanguardia sono sempre stati, all’inizio, dei movimenti di intellettuali. Che sia la “Rivoluzione russa”, che siano i “gauchistes”, nella misura in cui i “gauchistes” hanno una certa forza rivoluzionaria, sono sempre degli intellettuali; è dunque del tutto normale che siano delle intellettuali a essere alla testa dei movimenti femministi. Detto questo, si deve anche dire che bisognerebbe che esse riuscissero a guadagnare alla loro causa anche le donne contadine e le donne proletarie, che soffrono di un doppio sfruttamento. Certo si comprende molto bene che queste donne, nella buona o nella cattiva sorte, sentano più vicino il marito – sempre che non sia un bruto – che la donna borghese, la quale viene a tenere loro dei discorsi. Ma ci sono tuttavia dei problemi sui quali potranno trovarsi d’accordo con la borghese, perché ci sono molti aspetti di oppressione comune. Per esempio, un problema che le trova molto solidali è l’aborto, perché l’aborto e la contraccezione concernono tutte le donne borghesi e non borghesi; questo del resto abbiamo discusso con Gisèle Halimi, il cui movimento “Choisir” è andato all’aria, perché la Halimi sosteneva, pretendeva, per pura demagogia, che il fatto di avere abortito per un’operaia è un dramma, mentre per una donna borghese non lo è. Non è vero, io conosco un gran numero di donne borghesi per le quali il fatto di avere abortito è un dramma. Le racconto la storia della moglie di un uomo molto molto importante in Francia che venne a trovarmi in lacrime e a chiedermi di volerla aiutare, perché aveva fatto l’amore con un negro e temeva la reazione del marito, quando il bambino fosse nato; era terrorizzata, terrorizzata. Inoltre era enormemente ricca nella misura in cui era la moglie di un uomo molto molto ricco, ma non aveva un soldo suo. Se avesse venduto anche un solo anello, il marito se ne sarebbe accorto. Ci sono cose di questo genere. Una donna borghese non è la stessa cosa di un uomo borghese; generalmente una donna è la moglie o la figlia di un borghese e di conseguenza, se il marito la lascia e il padre non la riprende in casa, diventa una proletaria, e non avrà nessun mestiere e non sarà niente del tutto. Certo ci sono delle donne che sono direttrici di fabbrica o altro e allora vale il discorso che vale per gli uomini; ma essere la moglie o la figlia di un borghese non significa essere una borghese; perciò ci sono tanti problemi che sono comuni a tutte le donne. Solo si devono trovare i momenti comuni.
Penso che gli sforzi che si stanno facendo in Francia in questo momento sul problema delle donne picchiate siano molto importanti, perché di donne picchiate ve ne sono in tutti gli ambienti sociali; ci sono delle mogli di avvocati, di medici che vengono picchiate. Mia sorella, che si occupava di questo problema a Strasburgo, mi diceva che la moglie di un collega di suo marito, che è al Consiglio d’Europa, è una moglie che viene picchiata brutalmente; allora andava all’ospedale e diceva di essere caduta dalle scale; sono queste le cose che si dicono. Ci sono dunque dei problemi intorno ai quali ci si può mobilitare e ci sono molte donne, non solo fra le intellettuali, ma fra le lavoratrici che lo sentono.
C’è una donna, non ricordo il suo nome, la quale, in un suo libro, ha dimostrato il doppio sfruttamento delle donne operaie e delle donne in quanto tali, collegando bene i due aspetti del problema.
In effetti si deve proprio arrivare a trovare un legame fra i due aspetti, perché evidentemente una lotta delle donne che sfociasse a dare semplicemente dei buoni posti alle donne borghesi non è produttiva; ma la lotta di classe da sola non basta assolutamente, perché gli operai sono spesso molto autoritari e anche peggio di un marito borghese. In un’altra occasione mia sorella, la quale a un certo momento si occupava di animazione in un quartiere operaio, mi diceva che, in certi quartieri delle donne di operai non erano operaie, ma mogli di operai, che non potevano neanche andare a prendere il caffè dall’altra parte della strada, altrimenti il marito urlava: “È cosi, specie di puttana, che ti occupi della casa…” e così via.

Non crede che nuoccia al femminismo rapportarsi schematicamente al marxismo e che esso limiti la possibilità di elaborare una teoria autenticamente femminista?
Penso che la cultura marxista abbia nociuto al femminismo e a ogni specie di cultura, ma oggi per fortuna la si sta rivedendo criticamente, perché se ne aveva veramente abbastanza. Soprattutto, perché sono state dette una quantità di sciocchezze su una quantità di argomenti: certo non mancano delle idee valide, ma ci si deve sbarazzare di quel modo di pensare, che pesa ancora molto… Certo che pesa ancora molto e bisognerebbe sopprimere tutti questi tabù. Si deve sopprimere il tabù marxiano e quello freudiano senza sopprimere né Marx né Freud che hanno apportato molto, ma le cui idee non devono essere prese come parole del Vangelo. Sono esattamente come San Tommaso, oggi. Proprio cosi.

Lei è stata ed è un’intellettuale scomoda; pensa che tutto ciò che di cattivo e di stupido è stato detto nei suoi confronti derivi dal fatto che è un intellettuale di sinistra e soprattutto…
Ma soprattutto, perché ero donna e femminista; si, certo, certo. Ci sono donne che vengono accettate, perché sono gentili con gli uomini. Colette non è mai stata attaccata; però è anche vero che quando era viva tutti trovavano che aveva una vita svergognata. Sì, anche lei, in fondo, è stata attaccata; ci sono invece delle donne sagge che propinano la cultura borghese; ma se non avviene cosi, il fatto che sia una donna a scrivere fa pensare agli uomini di avere più armi contro di lei… Ora non mi si accusa più in quanto donna; all’inizio dicevano: “Che cosa sono questi libri…” ora non lo si dice più molto, ma…

Che cosa pensa differenzi le reazioni negative che seguirono al Secondo Sesso da quelle che accompagnano il movimento femminista?
In Francia non ci sono dei libri così sovversivi come il Secondo Sesso. C’è Cristiane Rochefort che è molto radicale, ma scrive dei romanzi ed è per questa ragione meno attaccata. Libri teorici ce ne sono stati in Usa, ma non ancora in Francia, perciò le reazioni sono meno… son più diffuse, non più contro una persona, ma in generale contro il Mlf. Si presentano le femministe come delle megere spaventose, grottesche, “basbleu”. Si presenta un’immagine del Movimento della donna assolutamente orribile.

Mentre scriveva Il secondo sesso lei pensava la categoria di alterità come un dato originario, secondo il pensiero di Hegel; oggi lei considera questo punto troppo idealista e farebbe intervenire la categoria di rareté (penuria) così come l’utilizza Sartre né La Critica della ragione dialettica. Vorrebbe brevemente chiarire questo concetto?
Nel Secondo Sesso ho preso la categoria di “Altro” come una categoria data, ma oggi trovo questo modo di procedere troppo idealista, perché si deve capire per quale ragione nell’idea di “Altro” sia implicita l’idea dell’inimicizia e perché invece non si riconosca l’altro, si ami l’altro, si sia felici che l’altro sia l’altro, e così via, ma questo non è mai accaduto né nei rapporti fra i sessi, né nelle relazioni fra paesi, fra razze. Ebbene il fondamento, la ragione di tutto ciò è nella frase banale che l’uomo è un lupo per l’uomo; ciò deriva dalla penuria (rareté), perché non c’è da mangiare per tutti e soprattutto alle origini… e per conseguenza si trattava di eliminare certe persone che per essere eliminate dovevano venire presentate come “Altri”.
Mentre era relativamente facile liberarsi dei vecchi – cosa che si faceva e si fa ancora adesso in certi luoghi – e dei bambini, perché ne nascevano troppi, e soprattutto delle bambine, uccidendoli, liberarsi delle donne era più complicato; bisognava avere tutta una politica, tutta una mitologia e un’ideologia che le riducesse allo stato di esseri inferiori in modo che, per esempio, come ho scritto nel mio libro sulla Cina, si bendavano i piedi alle donne, perché non potessero lavorare nei campi e non avessero di conseguenza il diritto di reclamare la loro parte di cibo.
Quando non si uccidevano le bambine appena nate e le si lasciavano crescere, allora rimanevano in casa ed era l’uomo che serviva il cibo a tavola, era l’uomo a servirsi per primo e la donna viveva se lo voleva il marito e secondo il suo volere.
La penuria era tale da imporre che certi individui dovessero essere considerati “Altri”, per poterli disprezzare, schiacciare, eliminare, allontanare dalla distribuzione economica e nello stesso tempo, naturalmente, dalla politica, perché gli uomini erano più forti.
Ci sono oggi molte tesi e ipotesi sul fatto che nei tempi passati ci sarebbe stato il matriarcato. A me non interessa molto, perché ciò che mi interessa sono le donne di oggi e, anche se in qualche parte del mondo ci sono dei regni di donne mi è del tutto indifferente e del resto non credo che sia vero.
Ci sono sì delle donne che pensano, a mio avviso scioccamente, che, se le donne sono state sempre oppresse, è perché c’è qualche cosa nel corpo stesso della donna. È falso, perché nel corso della storia la forza fisica è stata molto importante, ma oggi non conta più e non c’è più nessuna ragione di tenerne conto; mi interessa il presente, non che cosa è accaduto nel corso dei secoli.

Qual è l’atteggiamento delle giovani donne nei suoi confronti, di tutte le donne, anche di quelle che non sono femministe?
La maggior parte sono femministe come me, ma ci sono molte giovani donne che si interessano a quello che scrivo, certo, perché ho parlato di problemi di donne che sono sentiti. Questo risulta anche dalle lettere che ricevo dalle donne che senza essere femministe trovano che ho descritto bene la condizione femminile. Credo pure che tra le giovani, anche se non mi hanno letta, la rivendicazione sia estesa e agguerrita. Una mia amica, che è insegnante, mi ha detto che le sue allieve non ammettono in nessun modo l’inferiorità della donna; forse finiranno per rientrare nello schema della famiglia e dei figli, ma per ora si ribellano al fatto che si possa pensare a una qualsiasi inferiorità della donna. Penso che le donne siano molto vicine a prendere in mano in modo deciso i problemi femminili. Ho molta speranza nel femminismo.

poco di buono

Poesie 1929

di Luis Buñuel

traduzione di Lino Micciché

Nel 1924 André Breton scrisse con qualche animoso amico il primo Manifesto del surrealismo. “Il surrealismo”, egli ebbe a scrivere, “si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme d’associazione finora trascurate, nell’onnipotenza del sogno, nel gioco disinteressato del pensiero”. Freud e Jung andavano lasciando il loro segno, e non molto tempo dopo i surrealisti tentarono di legare il sogno di Rimbaud (“cambiare la vita”) a quello di Marx (“cambiare il mondo”). La prima guerra mondiale era finita da poco e una generazione intera, dopo il massacro della gioventù europea che quella abietta guerra tra gli stati europei aveva prodotto, volle rivoltarsi contro i suoi stessi padri, responsabili del sangue versato e delle vite stroncate, e lo fece anche nei modi dell’arte, rifiutando in toto la cultura e l’arte di una borghesia, criminale. Nel 1929, novanta anni fa, due giovani spagnoli trapiantati a Parigi, Luis Buñuel e Salvador Dalí realizzarono il primo capolavoro cinematografico dell’avanguardia occidentale, Un cane andaluso. Nella Russia post-rivoluzionaria già Ejzenštejn e Dziga Vertov avevano dato capolavori quali La corazzata Potemkin (1925) di Ejzenštejn, inno alla Rivoluzione, mentre L’uomo con la macchina da presa di Dziga-Vertov insisteva su una fondamentale parola d’ordine: “non fidatevi degli occhi”. Nella Germania della grande sconfitta fu la corrente dell’espressionismo a dare molto presto il suo film-manifesto, nel 1919 e a guerra appena conclusa, Il gabinetto del dottor Caligari di Wiene. In tutte le arti – nel teatro nella poesia nella pittura nella musica nella letteratura… – vi fu in quegli anni un fervore di ribellione e di novità, e nacquero gruppi, tendenze, manifesti. Buñuel e Dalì furono tra i più radicali degli avanguardisti del tempo, insieme ad Antonin Artaud, attore e regista e teorico del “teatro della crudeltà” (su cui torneremo con un prossimo omaggio a quel grande e alle sue idee, oggi trascurate o abbandonate dal teatro che osa dirsi ancora nuovo ed è più che vecchio da molti lustri, in Italia e altrove). Ricordiamo l’anniversario del Cane andaluso – novant’anni da oggi, e ancora fa fremere la sua scena più famosa, più crudele, più provocatoria, più “aperta”, quella dell’occhio tagliato da un rasoio su cui tanti hanno nel tempo discettato – per ricordare un’epoca irripetibile. Ma le avanguardie, ricordiamolo, ebbero una seconda grande stagione negli anni cinquanta con il grande fenomeno delle nouvelles vagues, in cinema e in altre arti, che preannunciò le rivolte giovanili degli anni sessanta e settanta in tutto il mondo o quasi. Riproponiamo dunque per ricordare un’epoca di ribellione culturale e non solo, e di manifesti, raggruppamenti, riviste, oggi inimmaginabile nel solipsismo, del narcisismo universale dei giovani artisti, le poesie surrealiste di Luis Buñuel, che fu grande nella vita e nell’arte. Esse vennero tradotte per “Linea d’ombra” da Lino Miccichè, critico e organizzatore culturale d’area socialista. L’inconscio continua ad avere le sue ragioni, contro la presunta razionalità borghese. E ne ha a maggior ragione la rivolta, in tempi di bieco conformismo, anche e soprattutto tra i giovani artisti schiavi del loro narcisismo e dei miti fasulli del successo. E questo vale forse, oggi e ieri e sempre, soprattutto per la poesia. (g. f.)

Uccello d’angoscia

Dormiva fra i miei occhi un plesiosauro
mentre un lume s’incendiava di musica
e nel vicolo echeggiava una passione di Tristano e Isotta.
Il tuo corpo aderiva al mio
come una mano aderisce a ciò che vuol nascondere;
scorticata
mi esibivi i tuoi muscoli lignei
e i mazzetti di lussuria
che potevano farsi con le tue vene.
Veniva dal cielo un galoppo di bisonti
fra i nostri petti che vibravano come foglie d’un giardino;
tutti i dialoghi d’amore si assomigliano,
tutti hanno deliranti consonanze,
ma il petto oppresso
da una musica di secolari memorie;
poi la preghiera viene e il vento,
il vento che intesse suoni immersi
in una sanguigna dolcezza,
in carnosi ululati.
Quali aneliti, quali desideri di mari convulsi
trasformati in nichel,
o in un canto universale di ciò che potè essere tragico
nasceranno, gli uccelli delle nostre bocche congiunte,
mentre la morte ci entra dentro dai piedi?
Tesa come un ponte di baci di pietra giunse l’una.
Le due volarono con le mani incrociate sul petto.
Le tre s’udivano Più remote della morte.
Le quattro tremavano ormai di alba.
Le cinque tracciavano col compasso il cerchio trasmittente
del giorno.
Alle sei si sentirono le caprette delle Alpi
portate dai monaci all’altare.

Baccanale

Montone da 125 pesetas,
copiosamente riccio, docile come il ventre
della donna da 150 pesetas;
i pani che come il povero
possono impastarsi di questo ventre
e cuocersi con fuoco di pollici.
Quando incrociamo i pollici per formare un aspo
si rinnova il martirio di San Bartolomeo
che, come poi si seppe, era un demonio
o un fauno
che si burlava della croce.
Come morì se lo mangiarono alcune formiche d’oro,
di polpa di mora,
di culo di baiadera.
San Bartolomeo e il fauno danzavano
quando le pietre uscivano scagliate dalla terra
come baci lanciati con la punta delle dita.
Dalla tomba di San Bartolomeo esce una lama di bronzo
per ogni bacio che potei e non volli rubare.

Redentrice

Mi trovavo nel giardino nevoso di un convento. Da un porticato vicino mi fissava con curiosità un monaco di San Benedetto che teneva legato a una catena un gran mastino rosso. Sentii l’impressione che il frate voleva aizzarmelo contro, per cui, pieno di paura, mi misi a danzare sulla neve. Dapprima dolcemente. Poi, man mano che cresceva l’odio negli occhi del mio spettatore, con furia, come un pazzo, come un indemoniato. Il sangue mi montava alla testa accecandomi gli occhi di rosso, di un rosso uguale a quello del mastino. Finì che il frate sparì e la neve prese a sciogliersi. Il carnivoro rosso era svanito in un immenso campo di papaveri. Attraverso le spighe, bagnata da una luminosità primaverile, veniva ora, vestita di bianco, mia sorella, portandomi a mani levate una colomba d’amore. Era mezzogiorno in punto, il momento in cui tutti i sacerdoti della terra alzano l’ostia sui campi di grano.
Accolsi mia sorella con le braccia spalancate a croce, pienamente liberato, in un silenzio sacro e bianco come un’ostia.

Odore di santità

Qualcuno mi dette la spinta fatale. Presi a scivolare a una velocità vertiginosa lungo un vertiginoso scivolo. Con un’accelerazione matematica. Interplanetaria. Irrigidito a 45°, con la sensazione di essermi mutato in uno di quei mulinelli messi in moto dalle stelle che cadono a un milione di giri al secondo. Tutto voragine, giri, sibili, gridi, frecciate, stomaco in gola, urrà di moltitudine, gloria, sospensione, paura, freddo.
Ora mi schianto! Ora mi schianto!
Ma non giungeva mai la fine della caduta. Mi sentivo sempre più sfrenato, sdrucciolo nello sdrucciolo.
Giri di trottola di infinità di grandezza.
Abbassamento di colonna di termometro.
Freddo di milioni di stelle che mi perforano il naso.
La gravitazione era talmente esagerata che mi misi a ridere.
Olé! olé – gridava la moltitudine a tratti più inferocita.
I secoli divenivano secondi in quella Pista rigata come un mauser.
Quando ormai disperavo di incontrare requie avvenne una terribile esplosione, come quando il pianeta saturno scoppia in un tram affollato.
Sentii immediatamente un languore equatoriale. Un manto d’ermellino amorosamente posto sulle spalle. Un acquietarsi di tutte le mie viscere, fino a quel momento attanagliate di paura. Una sonnolenza. Una mano o un’ala che si posava sulla mia fronte. E una voce d’eternità che diceva: “Ora puoi morire”.
E sentii l’arrivo della morte, della mia morte, che era come il primo sorriso di un bambino.

Educazione e intervento sociale

Gli empori solidali e il futuro del volontariato

di Stefano Trasatti

C’è un futuro per il volontariato italiano? La domanda non è scandalosa, se si è disposti a ragionare oltre lo strato di retorica che avvolge questo “fenomeno”. Chi lo studia con serietà non manca infatti di segnalarne vari segnali di crisi. In primo luogo l’incidenza dei volontari sul totale della popolazione è ancora molto bassa (l’Italia è diciassettesima in Europa, con il 12% rispetto a una media del 19,3). Il nostro volontariato presenta inoltre una dirigenza sempre più vecchia, in tutti i sensi, e con sempre meno presa sulla determinazione delle politiche pubbliche. La sua capacità di attrarre i giovani è poi decisamente scarsa: i ragazzi preferiscono impegni occasionali e “utili” (anche per se stessi) e sono spesso terrorizzati dalla solenne, generica e quasi esclusiva affiliazione che molte associazioni richiedono loro.

Infine, il volontariato registra un gradimento sociale in netto calo, specie dopo le campagne degli ultimi anni contro chi accoglie i migranti, campagne generatrici di diffidenza e ostilità verso chi pratichi una qualsiasi forma di aiuto non profit (“chissà che interessi ci sono dietro… è tutto un giro di soldi…”).

Eppure non tutto va così male. Altri segnali lasciano intuire che non siano esauriti gli anticorpi che da sempre hanno caratterizzato questo mondo, evitandone l’appiattimento e rinnovandone la forza anticipatrice. Si fa strada un volontariato più “moderno”, disposto a mettere in discussione le proprie visioni e ad assumersi qualche sfida. Lo abbiamo osservato nel primo Rapporto sugli empori solidali in Italia, appena realizzato da Caritas Italiana e da CSVnet, l’associazione dei Centri di servizio per il volontariato.

Sperimentati alla fine degli anni novanta tra il Veneto e la Liguria, divenuti un modello dal 2008 grazie anche a don Luigi Di Liegro, che aprì a Roma il primo della Caritas presto seguito da Prato e Pescara, gli empori sono letteralmente esplosi negli ultimi quattro anni: a dicembre 2018 erano 178, tre quarti dei quali aperti dal 2015 in poi; e almeno altri 20 saranno inaugurati quest’anno.

Gli empori sono rivolti a persone e famiglie in temporanea difficoltà economica, e sono definiti tali quando corrispondono al seguente identikit: 1) hanno l’aspetto e il funzionamento di negozi o piccoli supermercati; 2) distribuiscono gratuitamente beni di prima necessità (alimentari, ma anche per l’igiene e l’infanzia), resi disponibili da donazioni o acquisti, che si possono scegliere liberamente e “pagare” con tessere a punti o simili; 3) sia i beni che i beneficiari sono individuati grazie a una rete territoriale di vari soggetti privati e pubblici: imprese, cittadini, associazioni e parrocchie per l’approvvigionamento; centri d’ascolto e servizi comunali per verificare le condizioni di indigenza; 4) accanto al sostegno materiale propongono, direttamente o indirettamente, servizi di orientamento al lavoro, formazione (anche sull’uso del denaro) e inclusione sociale (terapia familiare, assistenza legale ecc).

Rispetto alla domanda iniziale, i motivi di interesse emersi dall’indagine sono numerosi. Anzitutto nella maggioranza dei casi gli empori sono l’evoluzione della vecchia (e ancora diffusa) distribuzione delle “borse-spesa”. Vuol dire che sempre più si cerca di restituire dignità ai destinatari, cancellando le file umilianti e restituendo a essi il diritto di scegliere i prodotti di cui hanno veramente bisogno. Rispetto al tradizionale approccio caritatevole è una evoluzione culturale non da poco: rappresenta il riconoscimento del “povero” come persona che può risollevarsi dalle difficoltà, che mantiene le sue abilità, che ha ancora il diritto di avere dei gusti, di essere trattato come un normale consumatore, e anche di rifiutare un prodotto se non gli piace.
Secondo motivo: gli empori sono una grande storia di volontariato. Tra chi li gestisce sono pochissimi gli operatori retribuiti, per altro presenti in meno della metà degli esercizi. Ogni giorno ci lavorano invece a titolo gratuito più di 3.700 persone. Un “volontariato competente”, come lo definisce l’indagine, che ha accettato di misurarsi anche con gli adempimenti propri della gestione di un negozio – dagli standard igienici all’arredamento, dal controllo della filiera a quello del magazzino – e con l’impegno non facile di far coincidere la funzione di “semplice commesso” con quella di operatore sociale: un operatore che sa andare oltre la pacca sulla spalla e accetta la delicata responsabilità di entrare nella vita delle persone.

Terzo motivo: per la loro stessa necessità di poggiarsi su un’organizzazione semiprofessionale, o quantomeno non precaria, gli empori sono un osservatorio prezioso sull’evoluzione di alcune dinamiche dell’impoverimento. I beneficiari di queste strutture sono stati finora 99 mila famiglie, per un totale di 325 mila persone (56% italiani) dall’età media molto bassa: solo il 6% aveva più di 65 anni, il 27% meno di 15; pochissimi i senza tetto. Insomma un target di soggetti generalmente giovani e potenzialmente in grado di superare il loro stato di povertà temporanea (per questo l’accesso ai negozi è di norma limitato ad alcuni mesi): una fetta di società importante, ma difficile da studiare proprio perché in rapido movimento. Grazie a quel volontariato competente, gli empori potrebbero fornire quasi in tempo reale indicazioni sia sulle possibilità di uscire dalle difficoltà grazie all’aiuto di una comunità solidale, sia sui pericoli di scivolare nella povertà cronica.

Quarto motivo: se a promuovere (o co-promuovere) più della metà degli empori sono le Caritas, in quasi tutti si registra il protagonismo di realtà associative di ogni genere (600 in totale) e comunali (più di 300). Reti vere, composte da soggetti che hanno linguaggi diversi ma che sono disponibili a incontrarsi su un progetto comune. Reti molto visibili sul territorio (gli empori godono di una certa curiosità da parte dei mezzi di informazione), dietro le quali si legge la capacità per nulla scontata di superare gelosie, resistenze e burocrazie.

Collegato a questo aspetto c’è infine il tema dell’imitazione: molti responsabili degli empori dichiarano di essere andati a “imparare” da altri che li avevano aperti prima di loro, anche in regioni lontane. È un modo di operare che è sempre stato presente nel terzo settore, ma prevalentemente all’interno di singole reti o matrici ideali: ci si copia, cioè, guardando i propri simili, spesso dentro una sana competizione. Qui invece sembra di notare l’umiltà di apprendere da chi ha già applicato un modello di intervento efficace, da qualunque storia di impegno sociale esso provenga, unita alla fantasia nell’adattarlo al contesto locale (su questo la ricerca fornisce alcuni spunti da approfondire).

Il futuro del volontariato in Italia è dunque negli empori solidali? È presto per dirlo, considerati la loro diffusione recente, la disomogeneità ancora forte di dimensioni e consolidamento, nonché alcuni interrogativi sulla sostenibilità economica. Ma di certo quel futuro è nella competenza: nel sapersi misurare senza pregiudizi con le complessità di vicende personali pesanti; nel non delegare più le questioni “tecniche”; nel saper ancora leggere prima delle istituzioni i cambiamenti sociali. E nel saper andare oltre l’autoreferenzialità e la calda sicurezza che basti avere “un grande cuore”.

Per leggere il rapporto integrale, l’elenco con le storie degli empori e il comunicato di sintesi: https://bit.ly/2SKEByV.

Educazione e intervento sociale

Racconti romani

di Roberto Viviani (Baobab)

Se la città non mette mano all’opera di giustizia, come un ubriaco assisterà al suo declino.

(Don Roberto Sardelli e i ragazzi e le ragazze della scuola 725)

Prima di tutto, gli ultimi fatti: a Piazzale Spadolini (entrata est della Stazione Tiburtina a Roma) martedì 26 marzo, dodici persone di diversa nazionalità sono state caricate a forza dentro i blindati dalla polizia e portate all’ufficio immigrazione della questura di Roma, a Tor Cervara.

Due sono le colpe che accomunano queste due persone: essere stranieri ed essere poveri.

In quello che è successo la mattina del 26 marzo, però, c’è un’aggravante. I ragazzi portati in questura a via Patini, infatti, la notte precedente, dormivano tutti dentro la stazione per quella che viene chiamata dal Campidoglio “Emergenza gelo”. Tra le 5 alle 6, come da protocollo, sono stati fatti uscire dalla stazione. Cos’altro fare alle 6 di mattina se non cercare di dormire ancora un po’?

Questo è stato evidentemente un comportamento inaccettabile per la polizia che, arrivata con un numero spropositato di agenti, li ha svegliati e ha preteso che li seguissero. Per chi ha provato a protestare, sono scattate le manette e l’accompagnamento coatto.

I 12 ragazzi sono stati poi tutti rilasciati dagli uffici della questura; accettare l’ospitalità del comune ha avuto per loro il prezzo di passare l’ennesima giornata chiusi nell’ufficio immigrazione.

Tutto questo è successo, per l’ennesima volta, nel silenzio totale del Campidoglio. Nessun impeto, nessuna richiesta di chiarimento, nessuna nota pubblica. Come se fosse naturale offrire ospitalità a chi ne ha bisogno per poi consegnarlo alla Polizia.

Come Baobab Experience ci siamo ripromessi che mai ci abitueremo alla barbarie di questi rastrellamenti. Ne abbiamo visti tanti, troppi, ma mai li considereremo come qualcosa di dovuto, “un normale controllo” o qualsiasi altro nome le istituzioni vogliano dargli.

Da tempo abbiamo perso la speranza che il comune di Roma possa rendersi conto di quello che sta succedendo: troppi i tavoli aperti dall’Assessorato alle politiche sociali finiti in un rincorrersi di chiacchiere, troppo pavide le persone che hanno ruoli di responsabilità, totalmente assente la lungimiranza sul futuro della città.

Roma oggi è una città che sta sprofondando nel fossato che si sta costruendo da sola. Pare non accorgersene perché troppo impegnata a guardarsi l’ombelico, senza mai alzare gli occhi in alto per vedere quanto è alto l’argine che la sta allontanando dalla realtà.

Tutto ciò fa ancora più rabbia perché Roma sta continuando a dimostrare quanto siano forti, indefesse e consapevoli le forze sociali al suo interno. In tutta la città, un brulicare di passione, tenta di costruire una città migliore, il più delle volte senza mezzi, auto-organizzandosi, spendendo forze e tempo. Baobab Experience è una di queste realtà che oggi si trova, suo malgrado, a operare a Piazzale Spadolini.

Piazzale Spadolini, a oggi, è un deserto postmoderno: uscendo dalla stazione Tiburtina si incontra una distesa di cemento, un parcheggio sotterraneo nuovo e mai aperto, e la pensilina dell’unico bus che passa da lì. A fare ombra sul piazzale c’è l’immensa struttura della BNL che ha trasferito qui i suoi uffici da quasi due anni.

In questo deserto, contrapposto alla Babilonia che brulica davanti all’entrata principale della stazione, noi, attiviste e attivisti di Baobab Experience cerchiamo di portare avanti la nostra idea di convivenza dentro la capitale. Una capitale che, oltre a rifiutare la propria storia piena di migranti in arrivo e migranti in partenza, sembra pure voler rifiutare la sua geografia.

Quotidianamente ci rechiamo in questo angolo di città dimenticato per fornire assistenza legale, medica, pasti, vestiti, corsi di lingua, attività culturali e sportive, informazione e per svolgere assemblee. A dire il vero, da quando non c’è più il campo informale, è difficile anche portare avanti una reale esperienza di convivenza. La maggior parte delle forze sono spese per garantire che a uomini e donne che arrivano in città, siano garantiti i loro diritti umani fondamentali.

Quotidianamente ci scontriamo con testimonianze drammatiche, con esseri umani che difendono in tutti i modi la loro dignità e chiedono quel rispetto che viene negato loro.

Negli ultimi mesi abbiamo visto aumentare gli effetti nefasti della legge Salvini su sicurezza e immigrazione. Il giorno dopo il rastrellamento del 26 marzo, ad esempio, nella prima mattinata è arrivata una donna nigeriana, cacciata dal centro di accoglienza in cui era perché non ha potuto rinnovare la protezione umanitaria di cui era in possesso.

In quel deserto di Piazzale Spadolini, lei ha potuto trovare ancora donne e uomini pronte e pronti a supportarla; a darle le informazioni utili affinché lei possa combattere per i suoi diritti e prendere una decisione sul suo futuro.

Allo stesso modo, a Piazzale Spadolini, testimoniamo la crudeltà e l’incompetenza dei legislatori europei, incontrando sempre più persone sottoposte al regolamento di Dublino, ossia rimandati in Italia dopo aver trascorso un periodo (che va dai 6 mesi fino ai 3 anni) in un altro stato europeo.

È difficile immaginare cosa deve essere arrivare a destinazione ed essere poi rimandati indietro, dopo un viaggio durato anche 2 anni; scappando da miseria, guerra e dittature; sfuggendo alla morte nel deserto, ai trafficanti, alle carceri libiche; sopportando torture fisiche, psicologiche e sessuali; scampando la morte nel Mediterraneo.

Pensare di aver finalmente pagato il conto con un destino beffardo, che ti ha fatto nascere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Potersi togliere finalmente le scarpe e pensare “sono arrivato”, pronto a ricominciare un’altra vita.

E poi scoprire che il continente in cui ti trovi ha ratificato un regolamento per cui poco importa quello che hai passato: qualcuno decide per te dove dovrai stare.

Non è difficile immaginarlo, è impossibile.

Così come è impossibile accettare l’arroganza di chi straparla, sentenzia, provoca e gioca con il corpo e la psiche di queste persone, non conoscendo nulla delle loro storie.

Questo è quello di cui siamo testimoni. Tutto quello che sembra lontano, che sembra essere riferito solo a numeri, notizie da cliccare e diatribe tra politici, noi lo vediamo sulla pelle delle persone. La testimonianza è quindi un onere cui non possiamo rifuggire, ma non basta. In primis dobbiamo fornire strumenti e la solidarietà alle persone che subiscono ingiustizie. In questo non c’è nulla di strano, fa parte della natura umana da sempre. In seguito, dobbiamo essere in grado di ricostruire le cause che hanno portato a queste singole ingiustizie, cercare di comprenderne i macroprocessi e, in ultimo, provare a fermarli.

Iniziando dal contesto locale, è evidente che la nostra città ha un grosso problema con le forze dell’ordine. Attenzione, non si tratta di un’accusa verso qualche comportamento fuori dall’ordinario o di qualche abuso di ufficio. Si tratta piuttosto di una questione di ripartizione dei poteri, di tenuta democratica, di governo dello spazio comune.

Attualmente le questioni sociali rilevanti, a Roma, sono prese in carico dalla questura e dalla prefettura che, come è plausibile, non hanno interesse a trovare una soluzione a lungo termine o in qualche modo diversa da quella repressiva.

Come si è arrivati a questo punto, proprio con una giunta che diceva di voler aprire il Campidoglio per farne partecipi cittadine e cittadini?

Governare Roma non è certo facile e le responsabilità sono sicuramente ripartibili a più livelli. Ma chi ha scelto di svolgere un ruolo, chi si è preso l’impegno e ha avuto il mandato rispetto a certe promesse, deve sentirsi addosso tutte le ingiustizie che continuano ad accadere in città.

Sgomberi, daspo urbani, episodi di discriminazione razziale da parte della pubblica amministrazione: chi siede in Campidoglio non ha forse chiaro quelli che saranno i frutti a lungo termine di queste azioni.

Tante sono le cose a cui mettere mano, la prima sull’agenda, però, dovrebbe essere quella di abbattere la differenza tra ricchi e poveri in questa città. Oggi, viaggiare dai quartieri del centro e da quelli residenziali fino alla periferia est di Roma, vuol dire attraversare dei pianeti che non sembrano nemmeno appartenere alla stessa galassia. Dal lusso sfrenato, in pochi chilometri, si arriva alla mancanza di un tetto, del cibo, di assistenza sanitaria.

Come è possibile sentirsi parte della polis, di una comunità impegnata a costruire e vivere uno spazio comune? Come si può essere parte attiva di un’installazione al Maxxi, della festa del cinema, di un concerto ai fori imperiali se si è costretti ad affrontare la mancanza dei servizi sociali, l’accanimento contro il proprio stato di povertà e addirittura la criminalizzazione degli atti di solidarietà?

A questo si aggiunge un imbarbarimento sociale diffuso, guidato dall’attuale rappresentanza politica. Nello specifico, sui mezzi della capitale si continuano a registrare identificazioni e perquisizione solo ai danni di persone dalla pelle di colore scuro, atti di razzismo da parte degli altri passeggeri e, ancor più inquietante, l’indifferenza di chi assiste a tutto ciò. Su queste pratiche stanno tentando di puntare un faro l’associazione legale Alterego-Fabbrica dei Diritti e la rete Restiamo umani, invitando a denunciare pubblicamente ciò che si subisce o ciò a cui si assiste.

Ovviamente la situazione romana non rappresenta un unicum nel paese, né tantomeno in Europa. Questo vale sia in termini di repressione istituzionale verso il povero e lo straniero, sia in termini di forze sociali che, con pochi mezzi a disposizione, provano a difendere e contrattaccare.

In tante e in tanti, pur non essendoci in quei tempi, non hanno dimenticato la lezione degli anni trenta e quaranta dello scorso secolo. Non considerano tutto quello che è nato dopo la seconda guerra mondiale, come la costituzione italiana o la carta dei diritti fondamentali dell’uomo, come semplici fogli anacronistici e buoni per qualche anniversario. Ricordano bene, empatizzando e attualizzando il sacrificio di donne e uomini che in diversi modi hanno contribuito affinché l’umanità ponesse delle pietre inamovibili sul suo cammino, segnasse quei punti della sua storia dai quali non si sarebbe mai potuti tornare indietro.

Di strada dobbiamo farne ancora tanta, mettere ulteriori pietre sul nostro cammino, agendo in attacco e non solo in difesa. Da questa materia grigia attuale che sembra non trovare rappresentanza, sta per nascere una nuova forza. Basta non lasciarsi spaventare dalla mancanza di punti di riferimento o da schemi passati. “Act local and act global”, parafrasando uno slogan di inizio millennio, dovrà essere il nostro mantra.