Educazione e intervento sociale

La questione senile

di Piergiorgio Giacchè

disegno di Claudia Palmarucci

 

“Questo non è un paese per giovani”, si sente dire spesso, non senza ragione ma sempre con meno convinzione. “Non c’è niente per i giovani”, era del resto un lamento altrettanto frequente, negli anni del trionfo delle discoteche e delle sale gioco. È stata e sarà ancora lunga la telenovela sulla gioventù ieri bruciata e oggi fregata, ma il pubblico anziano che la guarda – come anche il pubblico potere che la produce – mentre si commuovono, pensano al loro tornaconto. Già, perché non tornano i conti, ed è questo l’allarme vero che sta dietro le preoccupazioni e le protezioni e le valorizzazioni che si riversano sui giovani d’oggi, ahimè senza domani… “Avvenire”, inteso come giornale, qualche tempo fa aveva in prima pagina un titolo squillante – L’ultima campanella – completato da un sottotitolo freddo e calcolatore: “L’inverno demografico gela la scuola: fra 10 anni 1 milione di studenti in meno, 55mila prof di troppo!”. Ecco dove va a parare un giornale “cattolico” indeciso fra la crisi della produzione e il calo della riproduzione. Il fatto è che, in avvenire, la “questione giovanile” somiglierà sempre di più a quella dell’uovo e della gallina: i giovani sono in via di disoccupazione o in via di sparizione? E quale delle due vie preoccupa di più un “paese per vecchi” come il nostro? “Francamente se ne infischiano”, direbbero gli anziani telespettatori se fossero sinceri come il protagonista di Via col vento, giacché il futuro dei giovani in fondo è “affar loro”: sono così abili in informatica e felici in connessione e veloci in emigrazione… Ma poi, esauriti i complimenti e gli auguri di “largo ai giovani”, tutti avvertono che nella stretta presente fra la mancanza di lavoro e la penuria di nascite, si nasconde una “questione senile” grande come una casa, anzi è tutta la casa che c’è…

poco di buono

Cosa intendere oggi per poesia

di Durs Grünbein. Incontro con Davide Minotti

 

Partiamo da qui. Lo scorso 13 marzo Durs Grünbein è stato ospite al Kulturpalast di Dresda insieme allo scrittore Uwe Tellkamp per un incontro che ha generato molte polemiche. Muovendo da posizioni ideologiche opposte, i due sono stati invitati a parlare di libertà d’informazione, politiche sociali e immigrazione. Parliamo del contesto di riferimento, dell’umore dell’opinione pubblica tedesca su questi temi.

Una larga parte della società tedesca mette in discussione il senso della propria libertà: molti pensano che la libera opinione sia in pericolo perché controllata dai media. Ci sono addirittura teorie del complotto, secondo le quali i canali di informazione farebbero circolare false notizie. La tesi alla base di queste critiche è che un sistema di potere agisce sottotraccia per manipolare le opinioni dei cittadini. Queste tesi mi hanno colpito, ma non convinto. Penso infatti che la libertà d’opinione non sia in pericolo. Vedo però chiaramente che questa società e la sua stessa democrazia sono in crisi sotto molti aspetti. Una profonda crisi economica, culturale e politica, a cui si è arrivati per mezzo di un’estenuate guerra d’opinione: un conflitto che porta di nuovo al successo gli estremismi sia di destra che di sinistra e indebolisce il centro. Ci sono quindi delle forze che desiderano questa spaccatura a livello sociale e si attivano affinché diventi sempre più profonda, come nel caso dei comizi della destra populista a Dresda. So bene che è un problema diffuso dappertutto nel mondo occidentale, anche in Italia. Eppure mi ha sorpreso che esista una parte disagiata della società, che si interroga sul valore effettivo della libertà d’opinione o addirittura evita di informarsi. Il rischio è che questa incertezza generi nuove contrapposizioni. Non parlo della vecchia dicotomia tra sinistra e destra, ma piuttosto delle contraddizioni tra poteri locali e globali. Le proteste di Dresda sono la manifestazione locale di un fenomeno più grande, radicalizzato ormai in tutta Europa: come in Austria, dove la protesta è diventata lotta identitaria a difesa della patria e del regionalismo, in contrapposizione alla vastità del mondo, a quel processo imprevedibile che è la globalizzazione. La mia predisposizione, quella del cosmopolita o forse del pensatore di sinistra, mi porta a difendere questi mondi nel momento in cui vengono attaccati.

Che genere di attacchi? E chi sono le vittime?

Negli ultimi vent’anni il capitalismo è diventato più aggressivo in maniera quasi impercettibile. Il tanto celebrato progresso dei nuovi media, delle economie alternative e della sharing economy non ha fatto altro che accrescere la forza del capitalismo, la cui aggressività si è estesa a tutti i livelli della vita privata, persino all’intimità. A pagarne le conseguenze sono i cittadini, sempre più a disagio e confusi, ma sono stati loro che hanno alimentato questo meccanismo in quanto consumatori. È come ritrovarsi con una malattia auto-infetta e prendersela con le proprie immunodeficienze. Dunque il capitalismo è dappertutto, agevolato da un impoverimento generale e dalla feroce distribuzione delle ricchezze. L’immagine che fa da sfondo è quella degli ultimi miliardari che hanno ormai soverchiato gli ultimi milionari. Sembra uno scherzo, ma più o meno è questo il processo: sono rimasti un paio di miliardari e non c’è più niente nel mezzo, nessuna forma di produzione alternativa. Sono queste le conseguenze storiche del capitalismo, soprattutto nel nord-est europeo. I governi occidentali appoggiano infatti i grandi modelli capitalistici, tant’è che si sente spesso parlare di salvataggio dell’industria pesante, di quella automobilistica o di altre grosse attività. In stallo rimangono sempre i settori minori, quelli che stanno nel mezzo, come i servizi al cittadino. Questo è lo scenario di riferimento, che ha comportato una profonda insicurezza e un forte squilibrio a livello locale, come in Sassonia.

pianeta

La pace in Irlanda vent’anni dopo

di Riccardo Michelucci

foto di Giuseppe Milo

 

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” In un’Irlanda del Nord che celebra il ventennale dell’Accordo di pace del 1998, questi versi della famosa poesia Act of Union, scritta negli anni settanta dal futuro premio Nobel Seamus Heaney, suonano oggi quasi profetici. Questo importante anniversario poteva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che riuscì a porre fine al più lungo conflitto europeo del dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement che si sono svolte a Belfast nell’aprile scorso sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere seriamente i pilastri fondamentali di quell’accordo.

Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.

poco di buono

Madri e figlie

di Roberta Mazzanti

disegno di Mariana Chiesa

 

“Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginati, il sogno alla storia”, scrive Annie Ernaux ne Gli anni (L’orma, 2015). Astuta e seducente trappola quella operata dalla memoria, che popola la nostra esistenza di fantasmi accanto agli esseri in carne e ossa, li sovrappone gli uni agli altri e carica gli oggetti più banali di una potenza incomprensibile a chi non sia coinvolto in quel circuito affettivo.

In Una donna (L’orma, 2018), il libro in cui Annie Ernaux viene a patti con la vita e la morte di sua madre, uno degli oggetti così circonfusi di memoria e desiderio è un “piccolo spazzacamino savoiardo, souvenir di Annecy”; è una delle poche cose, raccolte in un sacchetto di plastica, che le sopravvivono nel reparto di lunga degenza dove finisce i suoi giorni e ci raccontano di un gusto, di una provenienza sociale.

Ernaux ha sempre la capacità di illuminare il dettaglio pregnante e di evocare, per mezzo di materialità banali e al tempo stesso intensamente personali, il carattere e la storia di una persona. Sua madre, la vediamo e la comprendiamo anche per i colori e le fogge dei vestiti che porta dall’infanzia fino alla vecchiaia, per i gesti “semplici e precisi” che compie sul corpo del marito morto, ben diversi dai gesti confusi, inutili e strazianti per la figlia che la osserva – “voleva cucire a ogni costo, attaccando tra loro foulard e fazzoletti con punti sbilenchi” – che tenta quando perde la memoria. La demenza senile la svia e la svuota, trasformandola in un essere “che non aveva più niente di suo”, tanto diversa dalla persona ambiziosa e fiera, forte sino alla violenza, che era stata fino a pochi anni prima. Sgomenta, la figlia vede che la donna bella, esuberante e sgargiante che l’aveva messa al mondo sta sul letto di morte come “una piccola mummia”; non prova sollievo pensando che “era meglio che fosse morta”, anzi le è insopportabile, pochi giorni dopo, il pensiero che l’assale: “Non sarà mai più in nessun luogo al mondo”.

pianeta

Gaza. Ultima chiamata per la libertà

di Cecilia Dalla Negra

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 

L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante”
Mahmoud Darwish

All’epoca, lo chiamarono “Piano per il disimpegno”. Era l’agosto del 2005, e l’allora primo ministro Ariel Sharon ordinava il ritiro unilaterale di 21 colonie israeliane dalla Striscia di Gaza, occupata militarmente nel 1967 in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. E’ probabilmente da qui che occorre ripartire per comprendere cosa siano stati questi 13 anni a Gaza, di cui 11 in condizione di assedio totale. Da quando quel “falco”, salito agli onori delle cronache militari per il pugno duro sempre utilizzato contro i palestinesi, considerato tra i responsabili del massacro di Sabra e Chatila del 1982, decideva che gli oltre 7.000 coloni di Gaza, protetti da altrettanti militari, andavano portati altrove. Un destino diverso rispetto ad altri territori occupati quello riservato ad un frammento sulla mappa che, di lì a poco, sarebbe divenuto la più grande prigione a cielo aperto del mondo. I giornali, in quell’agosto, titolarono usando parole entusiaste. Si parlò di “gesto di coraggio”; di volontà, da parte della leadership israeliana, di avviare quel tanto atteso ritiro dai territori illegalmente occupati, tornando ad un tavolo di trattative rimasto sospeso nella storia. In tanti parlarono di “inizio della pace”. In pochi riconobbero che si trattava, piuttosto, dell’inizio della fine per la Striscia di Gaza.