la poesia

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

di Bertolt Brecht

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

le donne nelle cartolerie dei sobborghi

comprano i libri di scuola e i quaderni per i loro bambini.

Disperate cavano i loro ultimi soldi

dai borsellini logori, lamentando

che il sapere sia così caro. E dire che non hanno

la minima idea di quanto sia cattivo il sapere

destinato ai loro bambini.

visioni di infanzie

Family Hotel. Cattive pratiche del turismo per bambini

Tempo d’estate: anticipiamo dal numero di settembre degli Asini, questo articolo del giornalista e critico di teatro Alex Giuzio, esperto di politiche delle coste italiane dell’Adriatico, una osservazione da vicino delle cattive pratiche del turismo per bambini sulla riviera vacanziera. Contributi come questo possono aiutarci a costruire una piccola pedagogia di resistenza come cercheremo di fare sul prossimo numero. Abbonati per non perdere neanche un fascicolo della rivista. (La foto, pubblicitaria, è presa da internet)

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di Alex Giuzio

Il marketing del turismo lo ha capito appieno: per convincere le famiglie ad andare in vacanza al mare, occorre corteggiare i genitori puntando sul loro grande amore e la più bruciante preoccupazione: i loro figli. Villaggi attrezzati con ogni tipo di gioco gonfiabile e plastico, team di animatori che programmano le attività dei bambini dal mattino alla sera, assenza di qualsiasi pericolo naturale che possa far scorticare la pelle dei piccini: se la città costiera offre queste garanzie di base ed è supportata da attività pubblicitarie che le valorizzano, le famiglie la scelgono a colpo sicuro per trascorrere le loro due settimane agostane di ferie. In questo senso si è specializzata soprattutto la riviera romagnola, diventata negli ultimi decenni un’unica grande megalopoli in riva al mare che ogni anno attrae migliaia di famiglie italiane nei suoi parchi di divertimento, nel suo mare basso e privo di onde, nella sua sabbia fine e morbida e nei suoi alberghi-villaggi che possono intrattenere i bambini per tutto il giorno, sgravando i genitori del fardello per permettere loro di spalmarsi a vicenda le creme abbronzanti e di restare stesi sotto il sole dalle 8 alle 20 senza far nulla, eccetto sopportare qualche sporadico schiamazzo e i più invadenti megafoni dei “fonospiaggia” che chiamano le truppe di piccoli all’ordine e sparano la loro dose quotidiana di pubblicità radiofonica locale. È un certo modo di fare impresa turistica, quello di cui stiamo parlando, attento alle famiglie non per incontrare davvero le loro esigenze, ma solo per approfittare di un nuovo business, dove il problema principale sta in ciò che i bambini sono costretti a fare una volta arrivati al mare, e cioè nelle attività prive di stimoli che servono a tenerli in uno stato di quiete di cui il marketing stesso approfitta per coltivare la loro anima di consumatori passivi sin da piccoli. Senza che i genitori se ne rendano conto.

il libro

Un’opinione sui “Buoni”

di Anna Bravo

illustrazione di Sandra Dieckmann

illustrazione di Sandra Dieckmann

 

Davvero si può rispondere alla severità di Rastello verso un pessimo esempio di associazione non profit con l’argomento che siamo tutti un impasto di pulsioni opposte, e chi sono io per giudicare? tutti pedine di un’eterna partita tra il bene e il male con il potere come deus ex machina?
Alcuni recensori hanno pensato di sì, e guadagnato ascolto nell’opinione pubblica. A me pare di no. Raccontando scorci di vita di una vasta e influente organizzazione, I Buoni (Chiarelettere 2014) affronta il bene, il male, il potere nelle forme molto terrene e specifiche che assumono oggi, in una fase in cui i bisogni crescono e crescono gli aventi diritto, mentre lo Stato delega troppa parte dei suoi compiti di accoglienza e cura a una rete di enti privati detti “di utilità sociale”. I Buoni chiama in causa il qui e ora, non Dostoevskij, anche se lo si trova in esergo e in qualche tentazione didascalica.
La narrazione parte dal sottosuolo di una città dell’est Europa, dai bambini e ragazzi che vivono nei cunicoli delle fogne inalando colla e contagiandosi di Aids, pestandosi, aiutandosi. Prosegue a Torino, presso l’associazione “In punta di piedi” (detta “I piedi”) dove la ragazza esteuropea Aza viene accolta e poi cooptata nello staff che circonda il leader don Silvano. Di qui si snodano la seconda e terza parte del romanzo.

maestri

Ricordo di Bianca Guidetti Serra

Nella foto Bianca Guidetti Serra

Nella foto Bianca Guidetti Serra

Stamattina all’età di 95 anni è morta Bianca Guidetti Serra, partigiana e avvocato. La vogliamo ricordare con una recensione delle sue memorie di Goffredo Fofi, pubblicata da “Internazionale” (numero 798, 5 giugno 2009) e con l’introduzione e l’incipit di Contro l’ergastolo. Il processo della banda Cavallero (Edizioni dell’Asino 2010)

Bianca Guidetti Serra  ha alle spalle una lunga, eccezionale storia di battaglie vinte e perse. Partigiana comunista, vicina ad Ada Gobetti e amica di Primo Levi, militante del Pci nel dopoguerra e avvocato in molti dei più importanti processi politici fino agli anni novanta. Ha difeso partigiani, operai del nord e contadini del sud in rivolta, poi il movimento studentesco, i diritti operai nei lunghi processi contro la Fiat, la libertà di parola e di stampa. E si è anche battuta contro le “fabbriche della morte” e dell’inquinamento. Uscita dal Pci dopo l’invasione dell’Ungheria (1956), ha difeso con fermezza i delinquenti comuni (e molte donne), si è occupata delle leggi sull’adozione e, lineare nella sua morale politica, è stata ricusata dalle Br nel processo in cui rappresentava una vecchia comunista che vi era coinvolta. Amica di Nuto Revelli, ha seguito il suo esempio raccogliendo le biografie delle militanti di sinistra (Compagne, Einaudi), ha militato con Amnesty International ed è stata senatrice indipendente. Il suo libro Bianca la rossa (con Santina Mobiglia, Einaudi 2009) è molto diverso dalle autobiografie dei vecchi burocrati di partito, perché molto diversa dalla loro è la sua vita, raccontata forse con troppo pudore. Peccato per il titolo, sciocco, voluto dall’editore.

 

Il testo di Bianca Guidetti Serra compreso in questo quaderno è tratto da un volume più ampio di scritti dal titolo Storie di giustizia, ingiustizia e galera pubblicato da Linea d’ombra nel 1994. Sono testi che hanno a che fare con l’attività professionale di avvocato di Bianca Guidetti Serra, svolta sempre con il massimo di impegno civile e di coinvolgimento sociale ed etico, con senso i responsabilità e consapevolezza del ruolo “pubblico” che anche una professione privata comporta. Nella premessa al volume appena citato, Bianca Guidetti Serra ha scritto: “La mia vita individuale è stata strettamente intrecciata con il mestiere o, forse meglio, il mestiere mi ha sovente coinvolto personalmente. Temo non sia stato il modo giusto di fare l’avvocato. Molti sostengono infatti che è necessario un netto distacco tra l’intervento del difensore e chi lo richiede. Per me non è stato così. È prevalso l’interesse per i fatti, i fatti-reato, ma intesi come comportamenti di uomini e di donne che si dibattevano tra giustizia, ingiustizia, galera. Con analogo interesse ho considerato sovente il processo come strumento per la difesa di questioni di principio, spinta indiretta alla conquista di riforme”. Bianca Guidetti Serra – oltre che avvocato – è stata una protagonista della storia sociale, politica e civile del nostro paese: assistente sociale di fabbrica, partigiana, consigliere comunale e parlamentare, impegnata in tante battaglie civili e per il rispetto della giustizia, come nel famoso processo sulle schedature politiche della Fiat a danno dei lavoratori dello stabilimento torinese. Il racconto della vicenda giudiziaria della banda Cavallero – che dal 1958 al
1967 si rese protagonista di ventitré rapine, cinque omicidi e ventuno tentati omicidi – consente a Bianca Guidetti Serra di illuminarci sulla realtà contraddittoria del processo penale, sul ruolo non rieducativo del carcere e sulla disumanità di una condanna come quella dell’ergastolo. Ed è proprio con un documento, Perché no all’ergastolo, che l’autrice conclude il racconto di questa drammati ca vicenda giudiziaria. In Italia nel 1981 si è votato, su proposta dai radicali, un referendum per l’abolizione dell’ergastolo a cui solo il 22% ha dato il suo consenso. Se si votasse oggi, probabilmente, quella percentuale  scenderebbe ulteriormente e se si votasse per l’introduzione della pena di morte si rischierebbe di vedere la maggioranza degli italiani schierata a favore. Attraverso il racconto della vicenda giudiziaria della banda Cavallero, il testo di Bianca Guidetti Serra è un preciso atto d’accusa contro l’ergastolo. Non è un caso che oltre al documento Perchè no all’ergastolo Bianca Guidetti Serra chiude il libro del 1994 con una scheda tecnica (che oggi andrebbe riattualizzata) sugli articoli di legge riguardanti  l’ergastolo che prevedono una serie di ulteriori pene come la decadenza dalla potestà dei genitori, l’interdizione legale, l’impossibilità di fare testamento. Grazie alla legge Gozzini e ad altri provvedimenti in questi ultimi anni la situazione è migliorata, ma – nonostante alcune risoluzioni parlamentari che impegnavano le Camere ad abrogare l’ergastolo – il carecere a vita nel nostro ordinamento è ancora in vigore. Il testo di Bianca Guidetti Serra (il titolo originale è La banda Cavallero all’ergastolo) è quindi una preziosa testimonianza a favore di una giustizia al servizio degli uomini e delle donne ispirata a un senso di civiltà e di diritto e che dà alla pena un compito rieducativo e non vendicativo. Rileggere la vicenda della banda Cavallero, attraverso il ricordo della Guidetti Serra è assolutamente fondamentale per capire quanta strada ci resta ancora da fare per abrogare “una pena disumana che, sopprimendo per sempre la libertà di un uomo, ne nega automaticamente l’umanità”. E quanta strada ci resta da fare per rimettere l’umanità, i diritti e la giustizia, al centro di una società che rischia di incattivirsi sempre più contro gli immigrati, i rom, i gay, le minoranze. Si tratta di una strada lunga che, come ci insegna Bianca Guidetti Serra, è necessario continuare a percorrere con intelligenza e ostinazione.

 

visioni

Il paese delle meraviglie

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di Alice Rohrwacher

 

Le meraviglie è un film che racconta della campagna, dell’amore un po’ bizzarro tra un padre e le sue figlie, di figli maschi mancati, di animali e fate che abitano nella televisione. è un film che è accaduto dopo il Sessantotto. è un film dove si parla in viterbese ma quando ci si arrabbia si risponde in francese e tedesco. è anche una fiaba. 

Il paesaggio
Arriva sempre il momento in cui qualcuno ti chiede da dove vieni. Vorrei tanto rispondere con una sola parola, come “Roma!”, “Milano!”, ma invece mi ritrovo a spiegare che vengo da una zona di confine tra Umbria, Lazio e Toscana, là dove le identità sono tutte sfaldate, in campagna. Forse il mio interlocutore conosce quei luoghi? Ma certo, mi dice, certo: sono stato a Civita la scorsa domenica e mi è sembrato di vivere nel medioevo per una giornata.
Ecco, questo è stato il primo istinto che mi ha spinto a lavorare su Le meraviglie: il disagio che si pensi alla campagna, o ai piccoli paesi che la costellano, come luoghi “puri”, fuori dal tempo, e quindi fruibili, perché non possono mai mutare. Ma visti dal di dentro (o forse visti lateralmente), quei luoghi non sono così, e la purezza è solo una prigione a cui si sono consegnati per avere in cambio un pasto caldo al giorno.
In Italia oggi si parla della campagna solo per raccontarne la distruzione e l’imminente rovina, o per usarla come sfondo romantico e innocente di storie che poco la riguardano. Eppure quello che sta avvenendo nel paesaggio italiano è un cambiamento molto più profondo e doloroso.
La lunga lotta per la terra, quel teatro millenario di scontri tra proprietari e lavoratori, non si è risolta, si è solo allontanata, sbiadita. Il campo di battaglia è stato lasciato libero e sono arrivati gli sciacalli. Prima hanno dato fuoco a tutto quello che incontravano sul cammino, poi hanno arraffato quei pochi spazi di risulta rimasti più o meno intatti, e li hanno trasformati in uno strabiliante parco tematico per rassicurare le nostre domeniche. Una specie di museo all’aria aperta.
Vivere nel medioevo per una giornata: ecco la politica territoriale che è stata portata avanti negli ultimi vent’anni, con metodo.
Prima si è cercato di distruggere tutto ciò che era cultura – le piazze, le siepi, le biblioteche e i piccoli cinema, i teatri di provincia, i circoli e tutti i luoghi di ritrovo e di scambio – per poi trasformare in cultura tutto quello che restava, tutto quello che era innocuo: il mangiare (a bocca piena si parla meno) e il passato remoto (che pericolo ci può essere nel teatro etrusco?).
All’improvviso tutti si sono ricordati di avere UNA tradizione, e si sono dedicati a quella con tutte le loro forze. Ma la tradizione non si può estrapolare, è fatta di strati, e spesso è solo l’ultima manifestazione di un processo di mutamento. Non è piatta, è come un pozzo. Non si può salvare e proteggere solo uno strato.
Insomma, ho iniziato a girare nella mia regione, a incontrare contadini, imprenditori agricoli, paesani. Ho iniziato a chiedermi: se venissero gli extraterrestri, cosa capirebbero di questo posto? Può essere la sagra l’unica cosa che resta di un paese quasi completamente agricolo? Cosa significa abitare in questo paesaggio, esserne parte, arginare la commercializzazione da un lato e le difficoltà ambientali dall’altro? Esiste un immagine che può sintetizzare tutto questo?

La famiglia, nonostante tutto
Per poter trovare un’immagine pura, abbiamo bisogno di un punto di vista, che deve necessariamente essere ibrido. E di una casa, naturalmente. E di una famiglia che ci è andata ad abitare.
La casa che abbiamo scelto per il film c’era da prima, c’è sempre stata. è una casa dove ci sono delle parti antichissime e delle parti più recenti, perché nessuno l’ha mai ristrutturata secondo lo stile di un’unica epoca. Fino a poco tempo fa vivere così era normale: si entrava a fare parte di una storia che ci precedeva, che non si poteva controllare fino in fondo. Gli spifferi venivano riparati con della gommapiuma, le mattonelle sostituite là dove necessario, ma ci si adattava a un mondo già esistente. Solo le ultime generazioni hanno desiderato dare un unico piano di interpretazione del luogo dove si abita, antico o moderno che sia.
Non è stato semplice trovare la casa in cui girare il film: tutti i luoghi che vedevamo erano o distrutti dalle intemperie, o troppo ristrutturati. In macchina con noi, durante questi pellegrinaggi, avevamo il bellissimo libro di Roberto Innocenti Casa del tempo, che in qualche modo ci ha guidato.
La famiglia della nostra storia invece non c’era da prima, non appartiene a quella regione, e neanche sapeva all’inizio di essere una famiglia. Sono persone che sono arrivate in campagna per una scelta politica, perché nelle città non c’era più posto, e anni di manifestazioni sono stati soffocati dalla violenza e dalla delusione. Così hanno letto dei libri, hanno imparato a fare l’orto su dei manuali, hanno cercato parecchio e hanno combattuto le stagioni in solitudine. Sono tutti “ex” qualcosa, con lingue diverse, passati lontani ma ideali comuni.
Io ne ho conosciute molte di famiglie così, in Italia ma anche in Francia, in Grecia. Piccoli sistemi sganciati dal resto, con regole autonome e una vita parallela a quella che leggiamo sui giornali. Ma non è una vita semplice: bisogna lavorare tanto, ed è difficile sopravvivere senza il conforto di appartenere a un movimento. Non si è dei veri contadini perché non si viene dalla terra, ma non ci si può neanche definire cittadini perché si sono tagliati i ponti con le città, non si è hippies perché ci si spacca la schiena dalla mattina alla sera, ma non si è neanche imprenditori agricoli perché ci si rifiuta di usare tecniche più produttive di coltivazione, in nome di una vita sana. Non essendoci un movimento, una definizione con cui ci si possa chiamare da fuori, ecco che resta solo una parola: famiglia. Proprio quella che nel Sessantotto tanti volevano spaccare, ora è la loro arca di Noè, è il loro unico riparo. Loro sono una famiglia.
La famiglia delle Meraviglie è formata da Wolfgang, il padre che viene da un paese del nord, forse dal Belgio o dalla Germania, e Angelica, la madre italiana. Hanno quattro bambine: Gelsomina, la primogenita, Marinella, Caterina e Luna. Hanno un orto, un’ospite fissa, Cocò, pecore e api. Cosa ci fanno lì?
La risposta è quasi imbarazzante ma è vera: vogliono proteggere le bambine. Da qualcosa che sanno, che hanno visto, perché tutto è sfacelo e distruzione e corruzione, e solo la campagna ti può salvare. Solo restando uniti. Le loro intenzioni sono sincere, anche se a volte si esprimono in maniera rabbiosa. Ma come spiegarlo a Gelsomina, la primogenita, la principessa ereditaria, l’amore del babbo? Lei vorrebbe una vita più semplice, più abbinata e serena, una famiglia con meno ideali e più saggezza come quella delle sue amiche. Wolfgang sente che la figlia in cui ripone tutto, quella figlia che è più brava di lui a lavorare con le api, che è solida e responsabile, le sta sfuggendo. Ma se le bambine se ne vogliono andare – a Milano? in Florida? –  allora che senso ha tutta questa fatica?

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