Educazione e intervento sociale

Educare e resistere in Trentino

di Paola Pasqualin

incontro con Valerio Rigo e Gabriele Vitello

In un momento storico che è segnato dalla intolleranza e dalla costruzione di nuovi muri, fisici e mentali, la scuola pubblica rappresenta, nonostante i suoi tanti difetti, uno spazio nel quale le diversità possono convivere pacificamente. È probabilmente questo il motivo degli attacchi subiti di recente da alcuni insegnanti, da nord a sud del Paese. Nel mese di maggio, a Palermo, la professoressa Rosa Maria Dell’Aria è stata sospesa dall’Ufficio scolastico provinciale per non aver vigilato sui suoi studenti, che, in una videoproiezione, hanno accostato le leggi razziali del ’38 al recente decreto sicurezza. Alcuni mesi prima, si è verificato a Trento un fatto che non ha avuto la stessa risonanza mediatica, ma che presenta molte analogie con quanto è successo a Palermo. Poche settimane dopo il suo insediamento nel Consiglio provinciale, la consigliera leghista Katia Rossato ha accusato i bambini stranieri di un quartiere alla periferia di Trento di occupare i parchi gioco che spetterebbero ai bambini italiani. Il criterio del “prima gli italiani” va applicato con coerenza, fino in fondo. Gli alunni della scuola elementare del quartiere la pensano però diversamente. Nella loro canzone intitolata L’altalena (trovate il video a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=zU8PcGM1j5U), hanno espresso il desiderio di giocare tutti insieme, al di là di quelle differenze che solo per gli adulti costituiscono un problema. I loro insegnanti sono stati accusati di strumentalizzazione.
Abbiamo voluto chiedere alla dirigente della loro scuola (l’I.C. Trento 6), la professoressa Paola Pasqualin, di raccontarci questa storia, perché ci sembra l’ennesima dimostrazione che la scuola oggi è chiamata a difendere dei valori e dei diritti che fino a poco tempo fa venivano considerati scontati.

Il potere di una canzone
Vorrei cominciare mettendo in ordine i fatti. Il mio istituto comprende diversi plessi, uno dei quali si trova nel quartiere Vela, alla periferia ovest della città, dall’altra parte dell’Adige. Fino a qualche anno fa, era un contesto abbastanza favorevole: complessità minime, gente autoctona eccetera. Negli ultimi anni, a Vela sono stati costruiti nuovi appartamenti in parte legati all’edilizia popolare, e c’è stato quindi un notevole incremento di bambini stranieri. Adesso siamo su percentuali uguali a quelle della città. Vela non era abituata (anche se, va detto, non abbiamo mai rilevato nessun segnale di disagio o di intolleranza da parte delle famiglie). Inoltre, hanno aperto il centro per mamme e bambini rifugiati gestito dalla Croce Rossa e, di conseguenza, sono sopraggiunte delle complessità che hanno obbligato la scuola a rivedere il proprio approccio, il proprio metodo e le proprie progettualità. Se aumentano i bambini stranieri si devono rivedere i progetti di plesso, se non altro quelli che coinvolgono tutti gli alunni.
Da qui, dall’ascolto dei nuovi bisogni del territorio, è nata l’idea dell’Altalena. Molti hanno stabilito una relazione di causa-effetto tra la canzone e l’intervento della consigliera Katia Rossato che diceva che il parco pubblico era utilizzato solo dai bambini stranieri e non più da quelli italiani. Ma è una semplificazione forzata. La canzone – mi viene da dire – è un’opera d’arte e nasce con quel testo dal maestro Alessio Zeni, stimolato da tutto quello che è successo in questo periodo, non solo dalle dichiarazioni della consigliera.
Noi sapevamo, facendo questo lavoro, di muoverci su un terreno non solido e per alcuni aspetti minato, ma abbiamo deciso di andare avanti e di fare tutti i passaggi che si fanno per avviare un progetto all’interno della scuola. Il progetto è stato approvato quindi dagli organi collegiali: consiglio d’istituto, collegio docenti, eccetera. Ho visto il prodotto (la canzone), ed era veramente di qualità. Dopo essermi confrontata con i maestri, ho fatto un comunicato stampa – come faccio sempre quando i progetti sono particolarmente curati e belli. Abbiamo presentato per la prima volta il video della canzone alla festicciola di Natale che facciamo tutti gli anni e in quel momento è esplosa la bomba. La cosa è andata a finire sui giornali che hanno raccontato i fatti secondo un meccanismo di causa-effetto: “consigliera dice che… scuola risponde…”. Come se avessimo fatto tutto per rispondere alla consigliera.
Ma non è tutto. Sui giornali l’assessore Mirko Bisesti ci ha accusato di strumentalizzare gli alunni e ha dichiarato di voler aprire un’indagine. Io a oggi non ho mai sentito l’assessore. Dopo le vacanze di Natale, ho chiamato l’assessorato e ho parlato con il suo segretario per chiedere un colloquio, ma non sono stata richiamata. Sono stata contattata invece dal responsabile del servizio istruzione che ha cercato di giustificare l’operato dell’assessore. Nel frattempo, il video della canzone è diventato virale, suscitando commenti incontrollati sui giornali e sui social. Nel giro di qualche giorno siamo usciti su “Il Fatto quotidiano”, “Famiglia Cristiana”, “Avvenire” e “Repubblica”. La situazione ci è completamente sfuggita di mano. Io venivo contattata dai giornalisti, ma facevo sempre le solite dichiarazioni, cioè che il progetto nasce dai bisogni del territorio e risponde a delle emergenze della nostra società e del contesto specifico della scuola. Noi – io e i miei insegnanti – abbiamo cercato di non scendere sul terreno dello scontro ideologico. Siamo usciti pubblicamente con una voce sola, ricevendo anche il sostegno da parte dei genitori.
Ci hanno accusato di aver strumentalizzato i bambini, ma io credo che sia avvenuto il contrario: è stata tutta una strumentalizzazione da parte della politica; l’ho dichiarato anche sui giornali successivamente. I bambini hanno fatto un progetto di qualità, che poteva diventare un’occasione per confrontarsi su un tema importante.
Successivamente, ci è arrivata da parte del dipartimento una richiesta di informazioni a seguito di un’interrogazione fatta in consiglio provinciale dal Movimento 5 Stelle. Io ho fornito tutte le informazioni relative al progetto: le delibere, i costi, eccetera. Ho inviato il materiale, ma non ho avuto poi nessun riscontro. Abbiamo ricevuto però tantissimi messaggi di solidarietà da famiglie, da genitori vicini e anche lontanissimi, da riviste di ogni genere. Siamo stati inoltre contattati da decine e decine di scuole che ci hanno chiesto a volte solo la canzone, altre volte proprio l’intero progetto che comprendeva la realizzazione di un calendario sui diritti umani.

Chi ha paura di Bianca Pitzorno?
In Trentino, a partire dal 2010 è stato attivato un progetto di educazione alla relazione di genere, basato su attività formative realizzate con genitori, insegnanti e studenti per prevenire violenza e discriminazioni. Questi corsi hanno coinvolto nel tempo decine di scuole, tra cui la nostra, ricevendo molti riscontri positivi. All’inizio di quest’anno però il neoassessore Bisesti ha deciso di bloccarli, dicendo che avrebbe condotto degli accertamenti per verificarne i contenuti. La preoccupazione per il diffondersi di una presunta “ideologia gender” ha finito per prendere di mira persino un racconto di Bianca Pitzorno, Extraterrestre alla pari, adottato in alcune scuole primarie del nostro istituto. Un libro scritto nientemeno che nel 1979! E che in realtà non aveva nulla a che fare con il progetto dei corsi di educazione al genere, perché questi ultimi sono rivolti esclusivamente alle scuole secondarie.
Anche in questo caso, abbiamo reagito in modo forte contro questa ingerenza della politica. Io sono un’integralista dell’autonomia, nel senso che per me è proprio una questione di vita o di morte. In Trentino, la terra dell’autonomia, che io debba dire queste cose è proprio un paradosso. Allora, se l’autonomia ha un senso, noi dobbiamo sentirci liberi di portare avanti tutti quei progetti educativi che riteniamo necessari. L’autonomia o è un’autonomia pedagogica o non è. A fronte dei tentennamenti da parte della Provincia, io e un gruppo di dirigenti e insegnanti dell’Università abbiamo deciso comunque di organizzare autonomamente un convegno sul genere, aperto a tutti. L’unica cosa che non abbiamo fatto è l’esperienza in classe con gli alunni, che però io sono convinta che tutti i docenti abbiano portata avanti in autonomia. Del resto, chi è venuto al convegno ha capito che l’educazione al genere deve essere affrontata in modo trasversale, fuori dai recinti disciplinari. Non è che noi dobbiamo istituire la disciplina “Pari opportunità” o “Questioni di genere”. Dev’essere una cosa trasversale che passa anche attraverso l’adozione dei libri di testo, l’attenzione del docente e il modo in cui vengono selezionati i contenuti delle lezioni.
Sul libro della Pitzorno, ho organizzato un incontro con i genitori che è andato benissimo. In quella occasione ho proposto loro di leggere il libro insieme, se volevano. Ma ho anche specificato che le maestre avrebbero continuato a leggerlo con i bambini. Per scegliere un libro di testo, non serve l’autorizzazione delle famiglie: se si vuole leggere l’Iliade o l’Odissea, si deve chiedere il permesso?
In tutti questi mesi non ho mai ricevuto una sola lettera di contestazione da parte dei genitori, non una riga. Né rispetto al libro, né sui percorsi sul genere né, tantomeno, sul progetto della canzone dell’altalena. Questo perché, se si spiega e si racconta quello che viene fatto, le famiglie capiscono e apprezzano il lavoro degli insegnanti. C’è voluto un bel po’ di tempo per far nascere questa sinergia con le famiglie ma ne è valsa la pena.

Che fare
Oggi credo che il compito della scuola non sia quello di nascondersi sotto i banchi, di difendersi dalle minacce del mondo esterno, ma al contrario di fare informazione e formazione anche fuori, nella società. Non dobbiamo avere paura. I princìpi fondanti della Costituzione ci tutelano. In questo momento noi dobbiamo testimoniare che le cose che facciamo qui dentro, le facciamo perché dobbiamo farle. Dobbiamo tenere ferme quelle poche certezze che ci garantiscono il ruolo, l’autonomia e il senso di far scuola.
Oggi c’è bisogno di cambiare strategia. Le scuole della città dove ci sono alte percentuali di stranieri devono dimostrare che i bambini sanno stare tra di loro anche se sono tutti diversi. Ed è dimostrabile, perché il colore della pelle è un problema degli adulti, non dei bambini.
Per questo, secondo me, la grande sfida è il lavoro con i genitori. Su questo punto, però, bisogna trovare nuove strategie. Gli incontri formativi e i convegni non bastano, perché vengono solo quelli che condividono già i tuoi valori e le tue idee. Noi insegnanti dobbiamo cercare dei modi diversi, più autentici e meno ridondanti, di porci con le famiglie. Bisogna raccontare ai genitori quello che si fa in classe, far capire loro che sei competente rispetto a quello che si sta facendo. Noi diamo per scontato che le famiglie sappiano un sacco di cose che in realtà non possono sapere; così si fanno i loro film immaginando, ad esempio, che una classe vada male perchè ha tanti alunni stranieri. Falso! Però purtroppo tanti docenti rimandano questo. Prima delle udienze coi genitori, dico sempre ai miei insegnanti: non rompete le scatole dicendo “classe difficile”! Cosa vuol dire classe difficile? Dimmi piuttosto cosa stai facendo, su cosa stai lavorando eccetera.
Per cambiare le cose, è necessario inserire esperienze nuove nella scuola. Faccio un esempio: noi abbiamo all’interno del nostro istituto un plesso di scuola primaria dove è stata avviata una sperimentazione Montessori. Io non sono un’integralista Montessori, però sono convinta che questa presenza porti un pensiero nuovo del quale abbiamo sicuramente bisogno.
Un altro esempio sono i laboratori aperti ai genitori. Una maestra di una delle nostre scuole primarie di Trento sta portando avanti un progetto con un gruppo di mamme straniere: un corso di lingua italiana per aiutarle a seguire le attività scolastiche dei loro bambini (saper leggere i compiti sul diario, le comunicazioni scolastiche, eccetera). Gli incontri si tengono solo una volta a settimana, però grazie a essi la scuola entra davvero in relazione con le famiglie, fa passare dei messaggi non soltanto ai diretti interessati, ma anche a tutti gli altri genitori.
Si possono inoltre invitare le mamme e i papà a scuola a fare gli osservatori. Le maestre dell’indirizzo Montessori lo fanno già, ma non sono le sole. È un’opportunità per mettersi in discussione, per coinvolgere le famiglie, fargli vedere che cosa facciamo, far vedere com’è il loro bambino nella sua vita quotidiana a scuola. Bisogna trovare davvero forme diverse di relazione per costruire quel rapporto di fiducia che è necessario e che oggi, a differenza di vent’anni fa, non abbiamo più in automatico.

Educazione e intervento sociale

Scuola: un futuro molto inquietante

di Franco Lorenzoni

La vicenda della sospensione della professoressa Dell’Aria a Palermo è un ottimo specchio per guardare a ciò che sta accadendo nelle scuole e, soprattutto, cosa potrà accadere. Riassumendo, a Palermo c’è una professoressa che fa il suo dovere e propone agli allievi dell’Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III di celebrare il giorno della memoria preparando materiali che ne ricerchino e rinnovino il senso. Un gruppo di ragazzi compone un power point assemblando immagini e testi e lo presenta in aula magna il 27 gennaio. Nel documento si mettono a confronto le prime pagine dei giornali del 1938, che annunciavano l’entusiasta adesione dell’Italia alle politiche razziste che portarono a espellere dalle scuole studenti e professori ebrei, con le attuali norme del decreto sicurezza voluto dal ministro Salvini, che limita drasticamente la protezione umanitaria ed esclude dal diritto di asilo la maggior parte dei migranti giunti in Italia. Uno studente di destra fotografa la slide del paragone tra razzismi di ieri e di oggi e la posta sui social. L’immagine si diffonde rapidamente in rete e approda al ministero dell’Istruzione guidato dal leghista Bussetti, un personaggio d’inarrivabile pochezza. Dal Miur parte una sollecitazione alla Direzione regionale della Sicilia ma il Direttore regionale, in procinto di lasciare l’incarico, se ne lava le mani e spedisce l’appunto al dottor Marco Anello, che presidia le scuole palermitane.
Qui la vicenda si impregna degli umori del tempo e si fa concitata. Il dottor Anello, infatti, trovandosi in via provvisoria a dirigere l’ufficio scolastico provinciale di Palermo e simpatizzando per carattere con i potenti di turno, pensa che l’affare fa al caso suo. È infatti in gara per diventare direttore dell’Ufficio scolastico regionale e ritiene, come molti di questi tempi dentro uffici e ministeri, che la via più rapida per accelerare la propria carriera, stia nel mostrarsi il più cattivo possibile imitando il muso duro del capitano leghista. Decide dunque di punire in modo esagerato ed esemplare la professoressa con 15 giorni di sospensione e conseguente riduzione dello stipendio, accusandola di “omessa vigilanza”. Il provvedimento, che sconcerta persino molti colleghi del suo Ufficio, allarga l’ambito di applicazione di una norma generalmente usata per sancire la mancata vigilanza dei ragazzi durante le attività sportive, i momenti di riposo o le gite scolastiche. Fiutando l’aria che tira il dottor Anello si spinge oltre, forza la norma e, dopo avere condotto una sbrigativa inchiesta all’interno dell’Istituto tecnico, condanna la professoressa per non avere sottoposto i lavori dei ragazzi a una censura preventiva.
Il problema è che Rosa Maria Dell’Aria è donna pacata, con alle spalle 40 anni di insegnamento, stimata da colleghe e colleghi per il rigore del suo impegno. E così sotto la sua scuola, il 17 maggio si riuniscono centinaia di docenti e cittadini convocati, se pur in orari diversi, da un larghissimo fronte che va dai sindacati confederali ai Cobas, alle tante associazioni della società civile palermitana. “È la ferita più grande della mia vita professionale, il cui unico scopo è sempre stato quello di formare cittadini consapevoli”, dichiara la professoressa, avvilita dalla sospensione, sconcertata da tanta esposizione mediatica e parzialmente rinfrancata dallo straordinario sostegno ricevuto da mezza Italia. Insomma, all’apparenza sembra un autogol, tanto che nei giorni che precedono le elezioni europee il ministro dell’Istruzione e Salvini decidono di fare un passo indietro e incontrano la professoressa Dell’Aria a Palermo. Ma a osservare meglio le cose, l’impresa del dottor Anello inaugura un futuro inquietante che rischia di modificare molte cose all’interno dei delicati equilibri che reggono le scuole. È certo, infatti, che nel prossimo anno saranno tanti i dirigenti scolastici pavidi che, mascherandosi dietro la fitta nebbia della burocrazia imperante, si opporranno esplicitamente o consiglieranno vivamente di rinunciare a percorsi didattici che rendano espliciti i legami tra crescita culturale e impegno sociale, dunque politico. Tanti saranno i docenti che decideranno di non trattare in classe i temi più scottanti e, soprattutto, limiteranno il socializzare e mostrare in pubblico le ricerche fatte in classe, perché l’autocensura è sempre la più efficace delle forme di controllo.
Va detto esplicitamente fin d’ora, con tutte le energie di cui siamo capaci, che mettere la Storia al centro di ogni apprendimento è più che mai necessario oggi. Che la scuola ha il dovere di aprirsi alla società che la circonda confrontando e mettendo in attrito ciò che si scopre quando l’educazione è cosa viva con ciò che si copre e si nasconde e si falsifica nella società e nei media vecchi e nuovi. Che frequentare il tempo pieno è più che mai necessario perché occuparci del passato e preoccuparci del futuro è l’unico modo di sfuggire alla dittatura del presente e ai troppi sguardi corti o complici che circondano ragazze e ragazzi e tutti noi. Greta Thunberg, col suo radicalismo senza mediazioni, ha portato molti studenti anche in Italia ad accorgersi che “l’unica cosa da fare è svegliarci e cambiare”. Di fronte a questo movimento, allo stato nascente e al crescere della consapevolezza tra i più giovani dei rischi gravissimi che corrono gli equilibri del pianeta credo che noi insegnanti non possiamo restare a guardare. Dobbiamo davvero ripensare anche noi in modo radicale ai contenuti del nostro insegnamento in ogni disciplina, domandandoci quanto siamo capaci di offrire strumenti perché ragazze e ragazzi si sentano liberi di pensare in lungo, pensare in grande, pensare lentamente soffermandosi sui problemi e cimentandosi ad affrontare grandi questioni vitali di cui nessuno ha soluzioni pronte. Il fascismo storico nacque fondandosi sull’intimidazione. Ciò che è accaduto a Palermo rappresenta una potente intimidazione i cui veleni sono a rilascio lento. Chi ci tiene a preservare la possibilità che la pratica della democrazia innervi la relazione educativa, è importante che sappia che l’opposizione a ogni intimidazione è possibile solo assumendoci pienamente la responsabilità in modo capillare e tenace.

Educazione e intervento sociale

Sulla famiglia dopo Verona

di Antonella Soldo

“Le donne che abortiscono sono assassine che non possono trovare alcune felicità. Queste cannibali hanno bisogno di essere cancellate dalla faccia della terra” (Dmitrij Smirnov, presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità della Chiesa ortodossa russa).
“L’omosessualità è degradante per la natura umana. Essere gay distrugge il senso stesso dell’essere umani” (Brian Brown, presidente dell’Organizzazione internazionale per la famiglia)
“Il preservativo è una trappola, esportata in Africa per soffocare la vita” (Theresa Okafor, presidente della Foundation for african cultural heritage)
“L’unico modo di far fronte al declino demografico è fare in modo che le donne ungheresi abbiano più figli, e non accogliere i migranti” (Katalin Novák, segretario di stato e ministro per la famiglia ungherese)
Queste sono solo alcune tra delle citazioni – verificate – degli ospiti di spicco del Congresso mondiale delle famiglie che hanno cominciato a circolare nelle settimane precedenti l’evento di Verona (svoltosi dal 29 al 31 marzo scorsi). Pochi enunciati, ma già sufficienti a rendere l’idea di che cosa fosse in gioco e a suscitare, di conseguenza, polemica nel dibattito pubblico. Ciononostante bisognava seguire il consiglio del ministro della Famiglia, Fontana, il quale invitava a non “giudicare senza conoscere”. I tre giorni di lavori si possono riascoltare sul sito di Radio Radicale.
Ci vuole poco a rendersi conto che, sebbene sia forte la tentazione di liquidare il raduno come un’iniziativa folkloristica di qualche nostalgico, il tutto avviene non solo in una cornice istituzionale ma con il sostegno di una robusta rete internazionale. L’operazione italiana si inserisce in un piano di lavoro comune delle organizzazioni delle destre estreme di tutto il mondo. Il Congresso mondiale delle famiglie, infatti, fa capo all’associazione International organization for the families, con presidente il Brian Brown di cui sopra. Secondo un’inchiesta della Human rights campaign, il bilancio annuale dell’organizzazione ammonterebbe a circa 216 milioni di dollari, denaro che permette a questa di realizzare centinaia di eventi ogni anno. Una parte dei finanziamenti arriverebbe dalle chiese evangeliche americane, ma il principale sponsor di questo soggetto sarebbe la Russia di Vladimir Putin.
A Verona è stato proprio Brian Brown a pronunciare uno dei discorsi di apertura. Tre minuti, tutti incentrati su un unico evocativo principio: “l’elementare verità e bellezza della famiglia”. Il triangolo madre-padre-figlio che attraversa la storia dell’uomo dalla sua origine e che accomuna persone di diversi paesi, culture e religioni. La necessità di essere “soldati morali” e difendere l’equazione tra umanità e famiglia: “essere umani vuol dire essere familiari”. Ad Antonio Brandi, presidente del XIII Congresso mondiale, si deve l’iniziativa che ha portato alla tappa italiana di questo appuntamento. Il suo intervento segue uno schema per così dire classico e ripreso anche da altri oratori: quello di una sorta di argomentazione scientifica a favore della famiglia naturale. “Vi è un dato scientifico ineludibile: la famiglia garantisce ad adulti e bambini il maggior benessere. Tutti gli indicatori di prosperità sono superiori nelle famiglie tradizionali rispetto alle altre forme di convivenze: meno violenza sulle donne, migliore salute e migliore salute mentale, disoccupazione meno frequente, maggior rendimento scolastico e tassi inferiori di criminalità nei figli, redditi più alti”. Brandi agita in una mano lo studio americano dal quale trae i suoi argomenti. Studio che certamente ignora alcuni parametri italiani: come per esempio quello che una grande quota di donne non lavora o lavora meno o ha un reddito inferiore. O ancora, che c’è un alto tasso di violenza nelle storie di separazione: per l’Eures sette omicidi su dieci avvengono in famiglia, la metà nei primi tre mesi dalla fine della relazione.
L’attesissima Theresa Okafor, invece, sembra essere l’unica tra gli ospiti a non utilizzare alcun espediente retorico per smussare le sue tesi. Il suo intervento è il più schietto e ripercorre, senza aggiustamenti, tutto l’armamentario del conservatorismo radicale di cui è fiera esponente. Secondo la Okafor la famiglia e il matrimonio vivrebbero uno dei più feroci attacchi della storia. E ciò soprattutto in Europa e in quei paesi occidentali che vogliono importare anche in Africa i propri princìpi di progresso. Princìpi che, a ben vedere, sarebbero di decrescita. Il continente africano si trova in uno stato di prosperità e crescita demografica proprio perché ancora immune da alcuni dei mali che colpiscono l’Occidente, come la promiscuità sessuale. Le lobby omosessuali cercano di corrompere le istituzioni, ma promuovere pratiche sessuali “radicalizzate” avrebbe come sola conseguenza un aumento delle malattie sessualmente trasmissibili. “È opinione medica che gli uomini che fanno sesso con altri uomini quando hanno il cancro vengono affetti da una forma più aggressiva di cancro”. Ancora, per Okafor malattie diffuse in Occidente come clamidia e gonorrea hanno un’incidenza nettamente inferiore in Africa proprio perché il continente è al riparo dalla promiscuità. Infine, la Okafor punta il dito contro la “mentalità contraccettiva” che aprirebbe a quello che chiama un “circolo vizioso”: laddove le persone usano contraccettivi entrano nella mentalità dell’aborto. Se i genitori sono disponibili a rinunciare ai figli quando non conviene, i figli assimilano questo sentimento di rifiuto. E quando non conviene più tenere i genitori, magari perché anziani e malati, i figli li rifiutano e considerano il ricorso all’eutanasia. Il tutto sostenuto con tanto di slide e grafici di supporto.
Ma, in definitiva, è l’intervento di Katalin Novák, ministro della Famiglia ungherese, a dare la misura della portata delle possibilità di un movimento conservatore in Europa e nel mondo. La Novak, c’è poco da fare, è efficacissima. La sua immagine è perfetta: quella di una donna giovane, ferma, che padroneggia i temi, e rivendica il proprio conservatorismo facendolo sembrare qualcosa di nuovo. E usando argomenti robusti. La ministra si definisce prima che come parlamentare o responsabile di uno dei dicasteri chiave di Viktor Orbán, come madre: “non sono genitore uno o genitore due. Sono la madre dei miei tre figli”. Più della retorica (“combattiamo per i nostri diritti ma diamo via il nostro privilegio di dare alla luce allattare e crescere un figlio”) contano i fatti. E i fatti sono i provvedimenti già approvati che elenca: le modifiche introdotte nella nuova costituzione del 2011 che definisce il matrimonio solo come unione tra uomo e donna e sancisce l’inizio della vita dal momento del suo concepimento. O ancora, tutte le misure a sostegno delle famiglie: 35mila euro per chi si sposa, 35mila euro per chi compra o costruisce casa (contributi che vanno restituiti pian piano tre anni dopo la nascita dei primi due figli e che diventano a fondo perduto se nasce un terzo figlio), le agevolazioni fiscali rapportate al numero di figli, l’esenzione fiscale a vita per le donne che mettono al mondo quattro figli. “L’Europa si sta suicidando lentamente, rinunciando ai valori cristiani e non aiutando i giovani ad avere famiglie. Invece di aiutare la nostra gente ad avere figli e famiglie si vuole che importiamo migranti”. In Ungheria è stata messa in moto una macchina potentissima di cui la Novak è un ingranaggio fondamentale.
Al suo confronto, l’intervento di Matteo Salvini, che prende la parola proprio dopo di lei, è debole e pieno di retorica. Per sostenere gli stessi princìpi – addirittura con le stesse parole: “io sono un padre non genitore uno o due” – deve ricorrere agli strumenti base della sua propaganda. Dall’estremismo islamico “per cui la donna vale meno di zero” alla “lotta alla droga” nelle scuole dove, sostiene, “abbiamo sequestrato chili e chili di droga” (Ndr, il progetto Scuole sicure, costato 2,5 milioni di euro in sei mesi, ha impegnato circa 3.200 agenti delle forze dell’ordine per blitz nelle scuole e ha portato al sequestro di circa 5kg di sostanze. Quantità che corrisponde allo 0,003% dei sequestri di sostanze effettuati ogni anno in Italia).
Il fatto che gli argomenti del conservatorismo nostrano, da Salvini a Pillon, appaiano ancora fiacchi non è sufficiente a farci tirare un sospiro di sollievo e a sentirci al riparo dalle sue minacce. Quello che preoccupa, infatti, è proprio il legame con una fortissima rete internazionale, che potrebbe far fare il “salto di qualità” ai suoi epigoni italiani. Il legame cioè con quelli che negli Stati Uniti riescono a mettere in discussione, ormai in tre stati, le leggi sull’aborto, e con quelli che in Ungheria smantellano lo stato di diritto limitando le libertà individuali, di parola e di stampa, e mettendo in discussione l’indipendenza della magistratura. Infatti, quando un governo pretende di mettere le mani sui corpi degli individui, di disciplinarne la sessualità, la riproduzione, l’intimità e persino l’amore, quello che si annuncia è un rischio diretto per la democrazia.
Quando un governo pretende di esercitare se stesso come potere vengono messe in discussione le garanzie fondamentali non solo delle minoranze, ma di tutti i cittadini. È per questo che il raduno convocato a Verona non è stato una manifestazione come un’altra, ma rappresenta una tappa di un pericoloso disegno eversivo. Eversivo rispetto ai diritti e alle conquiste democratiche faticosamente ottenute con lunghe lotte nella storia della nostra Repubblica. A rendere più tangibile questa minaccia c’era il fatto che un tale evento ha ricevuto una cornice istituzionale. Poco importa la rocambolesca revoca del logo di Palazzo Chigi: a Verona c’era mezzo governo, tre ministri (Matteo Salvini, Lorenzo Fontana, Marco Bussetti), due presidenti di Regione (Luca Zaia e Attilio Fontana), vari parlamentari (da Simone Pillon a Giorgia Meloni) e il sindaco di Verona, Federico Sboarina, che invece il logo del Comune lo ha lasciato sull’evento. E che lo ha ospitato nella cornice più prestigiosa della città, quella del Palazzo della Gran Guardia. E c’è mancato poco che vi prendesse parte anche il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo.
Tutto ciò conferma la preoccupazione che le idee e i principi retrogradi e liberticidi propagandati dagli ospiti della kermesse di Verona sono entrati a pieno titolo nel dibattito pubblico e istituzionale. Piano piano stiamo assistendo al farsi meno timide le uscite di chi, da posizioni di governo apicali a quelle più basse, avanza un racconto nuovo – ma tanto vecchio – sulle donne, sulle persone omosessuali, sulle famiglie. Così se Lorenzo Fontana esordisce nel suo dicastero dicendo “Perché, esistono le famiglie arcobaleno?”, dall’altra parte un assessore a Castiglione delle Stiviere gli fa eco “le donne nascono fertili o inutili”.
Nel mezzo c’è un volantino della Lega di Crotone che elogia il ruolo naturale delle donne di cura della casa e della famiglia come augurio per l’8 marzo, una levata di scudi da ogni direzione su uno slogan come “Dio, Patria e Famiglia”, e una miriade di episodi piccoli e grandi di discriminazioni che emergono con sempre meno ritegno. E che ormai, messi insieme, non sono più episodi scollegati, ma manifestazioni di un’unica potente ondata conservatrice: omofoba, misogina e razzista.
Nel 1977 Christopher Lasch scrive Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio, un testo di difesa dell’istituzione e dei valori della famiglia tradizionale. Le femministe americane del tempo lo massacrarono, liquidando la sua come una finzione nostalgica: la famiglia tradizionale non era mai stata così idilliaca, soprattutto per le donne. Lasch poteva solo essere un esponente del patriarcato, un reazionario difensore dell’autorità maschile. In realtà quella di Lasch era piuttosto una critica al sistema produttivo: nella sua analisi il passaggio dalla produzione familiare alla produzione di massa inaugurava un nuovo mondo, senza cuore, di fronte al quale l’ideologia della famiglia come rifugio avrebbe potuto rappresentare una risposta. Infatti, in quanto principale agenzia di “socializzazione”, la famiglia riproduce modelli culturali nell’individuo: impartisce norme etiche, fornisce al bambino le sue prime istruzioni sulle regole sociali prevalenti, e plasma profondamente il suo carattere. Ma se, da una parte, le famiglie sono il mezzo attraverso il quale le società formano personalità, dall’altra la struttura e le dinamiche della famiglia si modificano in risposta al cambiamento sociale. I cambiamenti nella vita economica e politica, come l’ascesa del capitalismo e dello stato-nazione, “si riverberano nell’essere interiore dell’individuo”. Per rafforzare la famiglia, occorre dunque riconsiderare la divisione del lavoro, il che significa rivalutare la produttività, l’efficienza e la crescita, e persino sfidare la distribuzione del potere economico e della ricchezza.
La sua era una richiesta di ristrutturazione del lavoro, piuttosto che il perseguimento di un “carrierismo” che con l’equa distribuzione di quote di uomini e donne, di bianchi e neri, sarebbe stato utile solo all’obiettivo della gestione di una società “tossica”. Che cosa è ancora utile e interessante recuperare da quell’analisi? Il fatto che oggi i difensori della famiglia naturale, coincidono con i difensori di un certo tipo di organizzazione della società e del lavoro. Sono le élite minacciate dalla crisi economica, e sono i maschi bianchi arrabbiati – archetipo dei sostenitori di Donald Trump – emarginati dalla globalizzazione, come ad esempio gli operai che hanno perso il lavoro nell’America di mezzo. Frustrati dal sentirsi minacciati nel proprio status dalle donne – concorrenti sul lavoro come mai prima nella storia – e dalle nuove generazioni.
Tornando a Verona, in definitiva, l’operazione in atto si inserisce in una sorta di processo di controllo e “normalizzazione”: una normalizzazione di tutti i concetti che hanno a che fare con l’idea di famiglia, di intimità di unione e di amore stesso. E in un tentativo di criminalizzare e vietare ogni tipo di unione che non sia quella consacrata tra uomo e donna, con figli. Il messaggio è che tutte le unioni al di fuori di questa siano da impedire con ogni mezzo. Ma una famiglia siffatta, lungi dall’essere un rifugio è una trappola. E allora bisognerà ricordarsi di Shakespeare, che a Verona ambienta Romeo e Giulietta: “ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente”. L’alternativa dei diritti e delle libertà e dell’intangibilità di ogni tipo d’amore e scelta individuale indica una forza che scardina. Ma è proprio questa forza che occorre oggi difendere.

Educazione e intervento sociale

La cultura della sicurezza

di  Valentina Calderone

Il termine circolare può avere vari significati. Rimanda alla forma del cerchio, alla circonferenza e al moto, in maniera figurata riguarda un certo tipo di ragionamento in cui si torna immancabilmente al punto di partenza. Infine, “circolare” può indicare un atto interno della pubblica amministrazione attraverso il quale si determinano le linee di indirizzo in specifiche materie e si impartiscono direttive di vario genere. Partiamo da qui, da tre recenti circolari della prefetta di Firenze, Laura Lega. Nella città guidata dal rieletto sindaco Dem Dario Nardella, la solerzia con la quale si è inteso applicare una serie di dispositivi in materia di sicurezza e controllo può essere definita quasi di avanguardia. Guidati dal faro del “decoro”, grazie al quale tutto è ormai consentito, gli amministratori di Firenze si sono prodigati in una varietà di provvedimenti davvero notevoli sotto molti punti di vista. Le tre circolari hanno un elemento in comune: sono rivolte ai gestori dei centri di accoglienza per stranieri cui viene ordinato di disciplinare la vita e il comportamento delle persone ospitate. Scendendo più nel dettaglio, il primo provvedimento istituisce una sorta di coprifuoco per cui gli accolti devono rientrare nel centro ogni sera alle 20 e rimanerci fino alle 8 di mattina, pena la decadenza dell’accoglienza. L’eccezione è consentita previa richiesta di un “permesso orario”, elargito dalla prefettura, per effettuare attività come scuola di italiano, sport e volontariato. Nella seconda missiva si guarda con estrema preoccupazione ad “articoli di stampa, locale e nazionale, che denunciano il ripetersi di consegne da parte dei corrieri di pacchi acquistati online dai richiedenti asilo”, il sospetto è che all’interno di questi pacchi ci siano beni troppo costosi per poter essere comprati da chi usufruisce dell’accoglienza a spese dello Stato. Ai responsabili dei centri, sempre più guardiani e sempre meno coadiutori di processi di inclusione, viene imposto di aprire ogni scatola consegnata e valutare attentamente se il loro contenuto non sia prova, o almeno indizio, di una capacità economica maggiore di quella dichiarata. Evidentemente le indagini svolte dagli zelanti cronisti – curioso come la prefettura ne sia stata così influenzata – hanno a tal punto colpito nel segno da avere prevalenza sull’articolo 15 della Costituzione in cui si enuncia la libertà e la segretezza della corrispondenza. In ultimo, la fantastica trilogia si chiude con la circolare in cui i gestori dei centri sono chiamati ad “acquisire a verbale chiarimenti dagli ospiti circa le modalità di acquisizione dei velocipedi” – non facciamo facile ironia, pare un vocabolo da burocrati dell’Ottocento, ma è quello utilizzato nel codice stradale – che potrebbero, manco a dirlo, essere stati acquisiti illegalmente.
Il termine “circolare”, però, riguarda anche l’idea del movimento: dal sangue che scorre nelle nostre vene, alle merci che acquistiamo fino alla mobilità degli esseri umani. Proprio su quest’ultima accezione vale la pena indugiare e non tanto per affrontare la questione nella sua dimensione globale, ma per calarla nel piccolo di ciò che avviene nelle nostre città. Una sperimentazione iniziata molti anni fa, sotto traccia e senza che quasi ce ne accorgessimo, è riuscita ora a espandersi e a manifestare tutta la sua potenzialità e potenza.
Facciamo qualche passo indietro. L’attenzione rivolta a questa idea di vivibilità cittadina, in cui molti comportamenti non rilevanti penalmente, ma identificati come disturbanti e molesti, vengono sanzionati, si insinua con il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il suo “pacchetto sicurezza”. In quel provvedimento, del 2009, vennero attribuiti poteri speciali ai sindaci, alcuni dei quali hanno potuto finalmente dar libero sfogo alle loro più nascoste fantasie arrivando a impedire gli zoccoli di legno per strada (troppo rumorosi), i gelati al parco (troppo appiccicosi), la seduta di più di due persone sulla stessa panchina (troppi e troppo vicini).
Prima ancora di questo però, nel nostro ordinamento venne introdotto il Daspo, acronimo di Divieto di accedere a manifestazioni sportive, pensato e perfezionato negli anni per fronteggiare disordini durante le partite di calcio, utilizzato per impedire ai tifosi dai comportamenti identificati come violenti di recarsi allo stadio, anche in assenza di una condanna penale per i fatti loro addebitati. Questa limitazione della libertà di un gruppo ben specifico, gli ultras, non destò scandalo e oggi possiamo dire di averla sottovalutata. Quello strumento, infatti, ha rappresentato l’apripista all’introduzione del cosiddetto ‘daspo urbano’ inserito nel decreto sicurezza firmato dal ministro dell’Interno Marco Minniti nel 2017. Dopo anni siamo arrivati – era ora! – a un governo di centro-sinistra con l’intuizione di quanto il daspo, ossia la possibilità di allontanare gli indesiderabili da alcuni luoghi della città, possa rappresentare una misura efficace per levarci di torno, a noi cittadini inappuntabili, coloro che disturbano e disgustano.
Per legge, non saremo più costretti a soffermare il nostro sguardo sul senza tetto che dorme in stazione, sullo straniero che siede sulla panchina del giardino dove portiamo il cane, sulla donna con i bambini piccoli attaccati al collo che chiede l’elemosina. Quell’umanità inutile, improduttiva, fastidiosa, potrà essere rimossa grazie a una previsione normativa e, se non proprio eliminata fisicamente, si spera almeno tenuta lontana abbastanza da non doverla incontrare, e ricordare, mai più. È Firenze, ancora una volta, a vincere la menzione speciale. La prefetta Laura Lega emette un’ordinanza in cui 17 aree della città diventano zone rosse, inaccessibili a chi sia stato anche solo denunciato per reati contro la persona, o legati alle sostanze stupefacenti e al commercio abusivo. Anticipando il provvedimento con cui l’attuale ministro dell’Interno sprona i prefetti a emettere ordinanze nel caso in cui i sindaci non siano abbastanza solerti da utilizzare i poteri straordinari loro conferiti, i risultati nel capoluogo toscano non hanno tardato ad arrivare: una donna con vecchi precedenti per lesioni è stata allontanata dalle pensiline degli autobus davanti alla stazione di Santa Maria Novella. La mesta giustificazione della signora – stavo andando al lavoro – pare non abbia scalfito l’intenzione di applicare la disposizione prefettizia. Possiamo solo immaginare il sollievo della cittadinanza tutta per la buona riuscita dell’operazione, anche se forse la pacchia è finita: il Tar Toscana ha annullato il provvedimento prefettizio sulle zone rosse a causa dell’“irragionevole automaticità tra la denuncia per determinati reati e l’essere responsabile di ‘comportamenti incompatibili con la vocazione e la destinazione’ di determinate aree”.
E qui si inserisce il terzo decreto sicurezza, approvato da pochi mesi, in cui tra i vari articoli – i più conosciuti riguardano l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e altre disposizioni relative all’immigrazione e al sistema di accoglienza – troviamo anche un aumento delle pene per chi occupa stabili inutilizzati a scopo abitativo e la reintroduzione del reato di blocco stradale, precedentemente depenalizzato. Solo per fare un esempio, il blocco stradale si è rivelato utile strumento di rivendicazione sindacale, e qualcuno forse ricorderà Abd Elsalam Ahmed Eldanf, operaio della logistica investito e ucciso nel 2016 durante un picchetto a Piacenza, mentre manifestava contro le precarie condizioni di lavoro dei suoi colleghi. Entrambe queste previsioni sono utili per provare a mettere in connessione i diversi elementi, unire i puntini insomma, per non lasciarli strisciare da soli come piccoli batteri all’apparenza inoffensivi, salvo accorgerci troppo tardi che ci stanno portando alla cancrena.
Ma prima ancora dell’ultimo decreto sicurezza, andiamo al 2014 e a un articolo, il numero 5, inserito nel piano casa conosciuto come decreto Renzi-Lupi. Recita così: “Lotta all’occupazione abusiva di immobili. Chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo”.
In un paese come l’Italia in cui si stima che un milione e 600mila famiglie vivano in condizioni di disagio abitativo, anziché governare seriamente il fenomeno e programmare soluzioni ci si affida alla “lotta” contro le occupazioni: non si può avere la residenza, non possono essere allacciate le utenze, si inaspriscono le pene per chi occupa un immobile e si consente il ricorso alle intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche da parte della magistratura. Al grido di “la proprietà privata è sacra!”, l’attuale ministro dell’Interno sta aggiungendo altri tasselli a quella che è evidentemente un’idea del mondo sempre più diffusa: non è la povertà a dover scomparire, sono i poveri a doverlo fare.
Ma, colpo di scena, i poveri non si smaterializzano a colpi di tweet o con un pugno di circolari, e pare evidente come il sommarsi di provvedimenti legislativi, l’introduzione di nuovi reati che criminalizzano il bisogno come l’accattonaggio molesto, fino ad arrivare a ordinanze e disposizioni varie, stiano costruendo una geometria di atti con più o meno forza di legge aventi un unico scopo: rendere invisibili persone che per necessità, scelta o natura – condizioni economiche, comportamento, provenienza – possono arrecarci un qualche supposto pregiudizio.
In questo slittamento per cui, come scrive Didier Fassin nel suo saggio Punire. Una passione contemporanea, il castigo diventa esso stesso problema e minaccia anziché soluzione, ci troviamo a dover affrontare la questione nel suo duplice – e ambivalente – aspetto: da una parte l’esacerbata sensibilità collettiva verso la devianza e gli atti di illegalità, diventati intollerabili anche quando collegati a un reale bisogno, e dall’altra la concentrazione dell’azione pubblica intorno ai temi della sicurezza che, lungi dal promuovere processi culturali che favoriscano la tolleranza, fomentano e anticipano le inquietudini dei cittadini. La strada del consenso elettorale è lastricata della minuziosa, certosina, pervicace costruzione e legittimazione di paure che nemmeno immaginavamo di provare. Ma la circolarità di questo ragionamento non può prescindere dal modo in cui viene utilizzato il braccio armato di questo impianto, senza il quale non sarebbe possibile applicare gli ordini dettati da questa massa di fonti giuridiche così diverse tra loro.
E visto che non tutte le circolari vengono per nuocere, ritorniamo a una di queste per chiudere il nostro circolo vizioso. Nel gennaio del 2014 l’Arma generale dei carabinieri emetteva un dettagliato documento da diramare a tutti gli operatori con le linee di intervento da seguire nei confronti di chi fosse fermato in stato di alterazione psicofisica “al fine di ridurre al minimo i rischi per l’incolumità delle persone”. Estremo rilievo era dato alle modalità con cui scongiurare i “rischi derivanti da prolungate colluttazioni o da immobilizzazioni protratte, specie se a terra in posizione prona” e si specificava di evitare “in ogni caso posture che comportino qualsiasi forma di compressione toracica”, la quale “può costituire causa di asfissia posturale”. Il comando dell’Arma aveva individuato un problema, evidentemente, e aveva provato a porvi rimedio fornendo delle istruzioni operative puntuali e articolate. Peccato che, due mesi dopo, Riccardo Magherini muoia proprio durante un fermo operato da quattro carabinieri, proprio nelle stesse modalità censurate da quella circolare. Dopo la condanna nei primi due gradi di giudizio, la Cassazione ha di recente assolto gli agenti, l’Arma dei carabinieri ha abrogato la circolare, e riflettere nel nostro paese sulle modalità di gestione dell’ordine pubblico da parte delle forze dell’ordine pare impresa disperata. Dai tre giorni di Casal Bruciato in cui un ingente schieramento di forze di polizia ha protetto un gruppuscolo di Casa Pound in presidio permanete contro la legittima assegnazione di una casa popolare a una famiglia di origine rom bosniaca, passando per le ridicole requisizioni degli striscioni in occasione dei comizi del leader della Lega o il sequestro dei telefonini di chi ha osato esprimere il proprio dissenso, arriviamo fino all’account ufficiale della Polizia di Stato che twitta contro il giornalista Roberto Saviano. Il nostro è il Paese in cui si approva a maggioranza un emendamento per introdurre le telecamere negli asili e nelle case di cura, ma in cui non si può parlare di videosorveglianza nelle caserme, il Paese in cui si emettono nei confronti di migliaia di attivisti fogli di via e misure di sorveglianza speciale in assenza di condanne penali, ma in cui è blasfemia nominare l’introduzione dei numeri identificativi sulle divise degli agenti.
Come il giornalista inerme picchiato dalla polizia a Genova, come la dipendente comunale sotto procedimento disciplinare per avere urlato contro le forze dell’ordine schierate a Casalecchio di Reno, come la professoressa sanzionata per omessa vigilanza delle opinioni dei suoi studenti a Palermo, come i due sindacalisti attivi nella difesa dei lavoratori migranti destinatari di un foglio di via dalla città di Prato, come la donna romena militante dei movimenti per il diritto all’abitare cui è stato notificato un provvedimento di espulsione per “mancata integrazione” a Roma, come i tre giudici vittime di una attacco senza precedenti per aver emesso altrettante sentenze in cui vengono ristabiliti dei fondamentali principi democratici in contrapposizione ad alcune previsioni fortemente volute da questo Governo.
Davvero possiamo sentirci protetti dal pensiero che no, non tocca noi? Noi che non siamo rom, africani, senza casa, disoccupati, precari, giornalisti, sindacalisti, impiegati comunali, magistrati, insegnanti? Per questo è pericoloso separare questi episodi gli uni dagli altri, recepirli come dei pezzi disgiunti senza alcuna connessione. È invece alla loro circolarità che dovremmo guardare, a come passo passo, uno dopo l’altro, si mettono in fila e formano la linea che si congiunge in una circonferenza che ci avvolge, ci rinchiude, ci imprigiona. In questo cerchio, piaccia o no, ci siamo dentro indistintamente. Anche chi pensa di avere il potere di fare le regole, ma allo stesso tempo di poterne star fuori.

pianeta

Come Facebook ha distrutto la democrazia

di Carole Cadwalladr

Riproponiamo per i nostri lettori il discorso integrale di Carole Cadwalladr, cronista dell’“Observer”, al Ted di Vancouver il 21 aprile 2019.

Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata con lo choc di scoprire che stavamo davvero lasciando l’Unione Europea, il mio direttore al quotidiano “The Observer”, mi ha chiesto di tornare nel Galles meridionale, dove sono cresciuta, e scrivere un reportage. E così sono arrivata in una città chiamata Ebbw Vale.
Eccola (mostra la cartina geografica). È nelle valli del Galles meridionale, che è un posto abbastanza speciale. Aveva questa sorta di cultura di classe operaia benestante, ed è celebre per i cori di  voci maschili gallesi, il rugby e il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne è rimasta devastata. Ci sono tornata perché al referendum della Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “Leave”. Il 62% delle persone qui ha votato per lasciare l’Unione Europea. E io volevo capire perché.
Quando sono arrivata sono rimasta subito sorpresa perché l’ultima volta che era stata a ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa). E ora è così. (mostra altre foto). Questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline che è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea. E questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di rigenerazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione, tutti progetti finanziati dall’Unione Europea. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti della Ue in Galles.
Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono davvero resa conto quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo che mi ha detto di aver votato per il Leave, perché l’Unione Europea non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.
Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.
Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutta quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto, quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello che ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.
Questo referendum avrà un profondo effetto per sempre sulla Gran Bretagna, lo sta già avendo: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone, se ne sono già andati a causa della Brexit. Ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi investitori.
Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. Ed ogni volta, lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati fatti su Facebook.
Questo è accaduto perché nel Regno Unito noi abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano letteralmente in giro con carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo venne votata una legge che lo vieta e mette dei limiti. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum infatti si è svolta soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.
Noi non abbiamo idea delle dimensioni, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale, e questo sta nei referti della polizia. E con questi soldi illegali, “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (si vede un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Unione Europea. Non c’è nemmeno una discussione in corso nella Ue. E la gran parte di noi, non ha mai visto questi annunci perché non eravamo il target scelto. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.
Forse a questo punto potreste pensare, “in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia”. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazione deciso dall’1% dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.

C’era un altro gruppo, che era guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla sua destra è Trump. E anche questo gruppo, “Leave Eu”, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei referti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto), è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, l’equivalente del Fbi, perché la commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi. E anche solo se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima dei due massicci rilasci di informazioni riservate da parte di Wikileaks, entrambi favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legate. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.
Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto il reato di instillare l’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”).
Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è come una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.
Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wylie. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytica è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, e che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.
E quando eravamo al giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata.
Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dei della Silicon Valley… Mark Zuckerberg…. E Sheryl Sandberg, e Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del Galles meridionale era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.
La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità.
Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. Se lo faceste vi risponderei: “Buona fortuna, allora”. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia – diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.
Il nostro Parlamento è stato il primo al mondo a provare a chiamarvi e a rispondere delle vostre azioni, ma ha fallito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche, in questa foto nove parlamenti, nove Stati, sono rappresentati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle loro domande.
Quello che sembrate ignorare è che questa storia è più grande di voi. È più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il Leave o il Remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.
E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo.
La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio?
La storia delle valli del Galles meridionale è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo.