pedagogia e profezia

Fisher, Montesano, Siti: tre libri di testo e di contesto

di Piergiorgio Giacchè

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disegno di Mazatl

 

Smarrimento

Ci sono stati anni in cui ci si è sentiti tutti protagonisti del mondo e interpreti del proprio tempo?

Forse sì e forse no: forse è stato davvero un capitolo della Storia (molti dicono, il “capitolo finale”), o forse è solo uno scherzo della memoria che ancora consola i più vecchi e intanto produce nei giovani l’inspiegabile nostalgia di epoche che non hanno vissuto… Certo è che oggi, al contrario, si avverte un generale smarrimento, dovuto anche al fatto che i libri di scienza sociale e politica e culturale non spiegano il presente e non preparano il futuro, cioè non sono più “all’altezza dei tempi”… E se non fosse il Tempo ma lo Spazio quello in cui ci si sente “smarriti”? Se non fosse la angosciosa mancanza di futuro o la scarsa memoria del passato a farci sentire persi, ma il non sapere più dove ci si trova a vivere e dove si può operare? Quel Dove che – a scuola – viene prima del Quando, se si vuole rimodulare un Come e perfino ripensare al Perché…

La globalizzazione è una parola porta di cui si è persa la chiave: è un panorama che si finge infinito mentre ci chiude dentro come in prigione. Ieri la globalizzazione la si sventolava come bandiera dell’apertura e della conquista, mentre oggi sembra il fondale di un’ultima scena, dove si viaggia da fermi e ci si veste da turisti ma non ci si sente più esploratori. Intanto, al suo interno o nel suo abisso, i localismi sono rifugi inevitabili ma anche intercambiabili, dove si moltiplicano le ridicole sagre dell’identità e le false frontiere della cittadinanza… Lo smarrimento allora si raddoppia tra Local e Global, obbligandoci a uno strabismo necessario ma pericoloso, che raddoppia e intanto mortifica ogni “punto di vista”. Il Contesto non c’è più, ovvero ce n’è troppo: non offre più sponde contro cui esercitare la critica o entro le quali restaurare un’etica, cioè le coordinate elementari della bussola di chi vuole restare con i piedi per terra, invece di arrendersi al “dolce naufragare” dei naviganti in internet o dei poeti da twitter…

pianeta

Il duro Messico di López Obrador

di Lucia Capuzzi

murale di Sego

 

Dodici anni fa, esperti e media si affrettavano a dichiarare il “decesso politico” di Andrés Manuel López Obrador. Non avevano fatto i conti, però, con l’essenza surrealista del Messico, per citare André Breton. Oltre 4mila giorni dopo, l’eterno candidato, reduce da due batoste consecutive, ha conquistato il “trono dell’aquila”, come lo scrittore Carlos Fuentes chiamava la poltrona presidenziale. E l’ha fatto con il 53 per cento dei voti, divenendo il leader più votato nella storia del Paese, nonché il primo esponente della sinistra a ottenere tale carica, tanto che alcuni analisti hanno parlato di “quarta rivoluzione”, dopo l’indipendenza dall’impero spagnolo, la riforma di fine Ottocento e l’insurrezione del 1910. E, in effetti, Amlo – come lo chiamano i messicani – ha incentrato la propria campagna sul cambiamento. Una necessità più che una scelta politica. Il Paese è giunto al punto-limite.

Due terzi del territorio nazionale e interi pezzi di istituzioni sono in mano al crimine organizzato. Trecentomila morti, 40mila desaparecidos e decine di migliaia di sfollati interni è il bilancio – sempre incompleto – del conflitto invisibile in cui si dibatte. E che è cominciato proprio con la “prima sconfitta” di López Obrador. Allora – era il 2006 – il rivale conservatore Felipe Calderón si impose per un soffio, mezzo punto percentuale. Amlo non riconobbe i risultati e diede vita a un’ostinata protesta, terminata mesi dopo in un nulla di fatto. Proprio la necessità di legittimarsi, però – sostengono vari esperti – avrebbe spinto Calderón a dichiarare la sua “guerra alla droga”, mai menzionata prima dell’insediamento e proseguita dal successore, il liberista Enrique Peña Nieto. Una strategia dal forte effetto simbolico, fallita tragicamente nella pratica.

La lotta esclusivamente militare – attraverso il dispiegamento delle Forze armate – ai narcos si è rivelata un boomerang. In assenza di misure per arginare la corruzione dilagante e distruggere la loro rete di connivenze politiche, economiche e sociali, le mafie hanno risposto all’aggressione intensificando la violenza. Il risultato è l’attuale bagno di sangue. Secondo il noto intellettuale Jean Meyer, mai si era vista tanta violenza dalla Rivoluzione del 1910. Non solo. La campagna elettorale – la più violenta di sempre, con 133 politici assassinati prima del voto – ha fatto salire ulteriormente il livello d’allarme. È in atto un salto di qualità delle organizzazioni criminali. Queste si sono rese conto che possono lottare per il potere politico, imponendo i propri uomini all’interno delle amministrazioni.

Amlo, dunque, ha vinto perché ha saputo incarnare l’ansia di riscatto e di trasformazione generata nei messicani dalla stessa gravità della situazione. Certo, per farlo ha dovuto dismettere i panni del “Messia tropicale”, come l’aveva definito lo storico Enrique Krauze, indossati nel 2006 e di nuovo nel 2012, quando perse contro Enrique Peña Nieto, per indossare quelli del leader progressista ma pragmatico – sebbene con qualche venatura populista – più vicino alla social-democrazia che al “caudillismo” classico. Il suo modello sembra Lázaro Cárdenas – storico presidente nazionalista del dopo-Rivoluzione – piuttosto che Hugo Chávez. Capace di costruire una coalizione ampia quanto eterogenea, in cui convive la sinistra radicale e la destra evangelica ultra-conservatrice. E disposto, all’indomani del voto, a invocare la riconciliazione nazionale, in modo da ampliare ulteriormente la propria base di sostegno.

In realtà, la stessa misura del successo – sostiene il politologo Leonardo Curzio – “condanna” Amlo all’inclusività. Non solo lui ha ottenuto una vittoria dal margine inedito. Il suo partito – Movimiento de regeneración nacional (Morena) – si è guadagnata la maggioranza in Parlamento. È un tipico caso di “democrazia delegativa”, in cui i cittadini assegnano un mandato amplissimo al presidente per uscire dal tunnel. Amlo sa che la gente non gli perdonerà il fallimento. Per risolvere il “dramma Messico” dovrà, però, negoziare. All’interno come in ambito internazionale.

Il suo è un progetto ambizioso. Per liberare il Paese dalla morsa criminale, López Obrador intende mettere in atto una strategia non militare bensì sociale. Con un programma di pacificazione che include la creazione di una “commissione verità” e un sistema di giustizia speciale. Quest’ultimo, nel mettere al centro le vittime, dovrebbe prevedere meccanismi non giudiziali – ovvero pene alternative al carcere – per i cosiddetti “pesci piccoli”.

Bambini, adolescenti, contadini e anziani entrati nel circuito delle mafie – di cui sono al contempo carnefici e vittime – dovrebbero avere accesso a un tipo di giustizia riparativa, sull’esempio di quanto sperimentato in Sudafrica e, ora, in Colombia.

I media, al riguardo, hanno parlato di “amnestia per i narcos”; in realtà, i boss e loro alleati politici ed economici non godranno di alcun beneficio ma saranno giudicati in base al sistema ordinario. Al contrario, il ricorso alla giustizia riparativa per favorire il disarmo e la smobilitazione spera di sottrarre al crimine la propria base sociale. Dando alla bassa manovalanza criminale alternative al Kalashnikov, con borse di studio e corsi di formazione per quanti vi aderiranno. In aggiunta, ispirandosi all’Italia, il presidente eletto vuole presentare una legge nazionale per la confisca e il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Il tutto dovrebbe partire subito dopo l’entrata in carica, il primo dicembre. Nel frattempo, i narcos stanno approfittando del periodo di transizione per regolare quanti più conti possibili e acquisire ancor più potere. L’intermezzo, dunque, si profila quanto mai cruento, soprattutto per attivisti, giornalisti e sacerdoti, le categorie maggiormente a rischio.

La ricostruzione interna dovrà procedere, inoltre, di pari passo con una nuova linea continentale. Il Messico non è un Paese qualunque della regione: è la chiave d’accesso della porta “latina” per la Casa Bianca. Nel bene e nel male, i suoi destini sono legati all’ingombrante vicino, con cui condivide 3.200 chilometri di frontiera e un intreccio di relazioni economiche imprescindibili per entrambi. Le boutade di Donald Trump – dal muro ai “bad ombre” – hanno esasperato i messicani. E spinto López Obrador a divenire il rappresentante dell’orgoglio nazionale ferito dal tycoon. Ora, però, il neoeletto dovrà riuscire a muoversi sul sottile crinale tra la necessità di “rispondere a tono” alle provocazioni e quella di dialogare con Trump. Cosa non facile. Tanto più che i dossier aperti sono incandescenti: dalle modifiche al Trattato di libero scambio (Nafta) al nodo delle migrazioni.

Trump è un avversario imprevedibile, e Amlo dovrà riuscire a esserlo altrettanto, o, per parafrasare Carlos Fuentes – dovrà sapere creare problemi. Poiché “il Messico e l’America Latina prosperano solo se si dedicano a creare problemi”. “Il punto forte del Messico e di tutta l’America Latina – diceva il defunto scrittore – è l’incapacità di amministrare le proprie finanze. Insomma siamo importanti perché creiamo problemi agli altri”.

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poco di buono

Un libro superfluo su Sylvia Plath e Ted Hughes

di Paola Splendore

 

Sono frequenti al cinema le ricostruzioni più o meno veritiere della vita di uomini e donne famosi, di re regine e principesse, primi ministri, scrittori e artisti del passato, interpretati da attori noti e meno noti trasformati per l’occasione in cloni, a volte grotteschi, dei personaggi che incarnano. Alcuni di questi film si concentrano sulle storie d’amore per lo più burrascoso o tormentato che hanno coinvolto scrittori e artisti – vengono in mente lo scenografico La mia Africa sul rapporto tra Karen Blixen e Denys Finch-Hatton, Frida sulla coppia Frida Kahlo e Diego Rivera, e Tom & Viv sul matrimonio di T.S. Eliot e Vivienne Haigh-Wood con l’improbabile Willem Dafoe nella parte del poeta. Film che hanno vinto premi e che ci hanno perfino intrigato e commosso, soprattutto per il richiamo dei personaggi reali e per il gusto di sbirciare nell’intimità della loro vita, ma in cui l’opera creativa dei personaggi coinvolti ha scarso rilievo.

Il romanzo della scrittrice olandese Connie Palmen dal titolo criptico, Tu l’hai detto, proposto di recente da Iperborea nella traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, ricostruisce la storia del matrimonio tra due grandi poeti del secolo scorso, quello tra Sylvia Plath e Ted Hughes. Una ricostruzione che somiglia parecchio a quella del biopic diretto da Christine Jeffs, Sylvia (2003), con Gwyneth Paltrow e Daniel Craig, uscito nel 2003. Minuziosamente documentato sui diari, le lettere e le opere dei due poeti, il romanzo racconta dalla voce di Ted Hughes com’è veramente andata tra loro, a partire dall’incontro fatale a Cambridge, nel 1956, lei studentessa americana e lui giovane insegnante, la reciproca attrazione fulminea, il matrimonio precipitoso e la sua conclusione dopo sei anni con il suicidio di Sylvia. All’epoca del primo incontro, Sylvia e Ted hanno rispettivamente 23 e 25 anni, e sono ambedue concentrati su una carriera poetica tutta ancora da costruire, e che per lui – grazie anche all’intraprendenza di lei che manda instancabilmente le poesie di Ted alle redazioni di riviste e case editrici americane – esploderà al primo volume pubblicato, Il falco nella pioggia, mentre per lei si accumulano i manoscritti rifiutati.

poco di buono

Viriglio Sieni e le marionette

di Rodolfo Sacchettini

 

Prima o poi Sieni doveva incontrare Pulcinella. Anzitutto perché dopo aver sostato a lungo e assimilato la lezione di Pinocchio e della marionetta, anche solo per ragioni di prossimità, è facile subire il fascino e l’attrazione di Pulcinella, “amico di legno” del burattino di Collodi. Poi perché Pulcinella è figura così densa ed esplosiva, con mille stratificazioni culturali che, un coreografo attento agli archetipi e alle origini della natura umana non poteva certo trascurare. Soprattutto dopo il saggio Pulcinella ovvero Divertimento per li ragazzi di Giorgio Agamben (Nottetempo 2015) che ha accelerato i tempi e ha offerto una base filosofica solida a un attraversamento coreografico pluriennale. Pulcinella è per Sieni un compagno di viaggio temporaneo, o per meglio dire una figura che si sta manifestando con evidenza in questi ultimi anni, ma che in un certo senso, in maniera più o meno visibile, ha condiviso da tempo alcune sue ricerche. Pulcinella è una scoperta, rappresenta adesso una sorta di aggiunta o di epifenomeno in un pezzo ampio di cammino che abbraccia almeno Pulcinella Quartett, Il mondo salvato dai Pulcinella e il Petruška. Pulcinella arriva dopo Dolce Vita, sul racconto evangelico della passione, dopo Kore, dedicato al mito di Persefone, ispirato anch’esso a uno studio di Agamben, e dopo anche il Cantico dei cantici. Affiancare la maschera napoletana a testi sacri e scritture che sono all’origine della civiltà umana, significa affrontare Pulcinella non come personaggio della commedia dell’arte, ma come figura quasi “atemporale”, dall’origine antica e misteriosa, riscontrabile nelle atellane di Plauto e anche in remote pitture etrusche. Insomma significa correre all’indietro, assumere un atteggiamento antropologico, e veder spuntare Pulcinella perfino nella notte dei tempi.

poco di buono

Pulcinella in giro per il mondo

di Bruno Leone. Incontro con Rodolfo Sacchettini

 

Un paio di anni fa, su questa rivista, uscì una tua lunga conversazione con Stefano De Matteis. Concludevi dicendo che desideravi profondamente tornare in strada a fare le guarattelle. Ci sei tornato?

No, non ci sono tornato. La strada è diventata difficile e molto faticosa. Ho iniziato per strada nel 1979, con il mio maestro Nunzio Zampella, alla Villa Comunale di Napoli, a cappello. Tutte le domeniche per due mesi, facendo quattro o cinque spettacoli al giorno, alternandoci e usando i vecchi copioni del repertorio. Appena si montava il teatrino, attorno si raccoglieva subito un po’ di pubblico, bambini e adulti. Adesso quando monto il teatrino, il pubblico si raccoglie dopo dieci minuti o un quarto d’ora di spettacolo. Ed è strano, visto che siamo pur sempre a Napoli. Gli artisti di guarattelle non vanno più in strada, a meno che non ci sia un’occasione, una rassegna, un appuntamento preciso. Il modo di andare per strada “alla vecchia maniera” è quasi sparito. Oggi si pensa a un pubblico di passaggio. Una persona si ferma per tre o quattro minuti, poi se ne va. Mentre nel vecchio teatro di strada il pubblico si fermava minimo per mezz’ora. Il nostro lavoro ha bisogno di tempi più lunghi. Posso pensare di costruire delle scene di cinque minuti, ma la struttura di uno spettacolo deve durare almeno mezz’ora.

 

In compenso sei andato in Amazzonia…

Ho fatto due bei viaggi quest’anno, in Amazzonia e in India. In Amazzonia ero su una barca per un progetto culturale lungo un affluente del Rio delle Amazzoni. Ci fermavamo in piccole comunità indigene, molto povere. Tra i cori delle scimmie e lungo questo fiume, grande come il mare, abbiamo incontrato moltissimi bambini. Mi ha colpito il profondo rapporto con la natura, anche se lungo gli argini si trovavano pure lì buste di plastica e rifiuti. Si ha l’impressione che questa nostra civiltà stia conquistando il mondo anche negli angoli più remoti, ma la conquista costa la distruzione di vecchie tradizioni e passaggi regressivi.

 

E in India?

Ero a Mumbai e a Nuova Deli, all’interno di una rassegna. Ho fatto spettacolo anche in una scuola superiore di sordo-muti. È stato molto bello. Seguivano bene lo spettacolo e ridevano nei momenti giusti. Poi una volta io e un narratore belga siamo andati a fare spettacolo in una specie di baraccopoli. L’accoglienza è stata commovente. I bambini si erano vestiti con degli abiti eleganti, per farci festa e si presentavano come il re e la regina del posto. Però l’India non sta vivendo un buon momento, al contrario stanno emergendo fenomeni di estrema destra, partiti quasi “nazisti”. Ce n’è uno che usa lo scimmiottino induista, Hanuman, come proprio simbolo, cosa quanto mai inquietante per me, dal momento che Hanuman ha molti caratteri che richiamano Pulcinella.