il libro

Crescere nel soviet

 dettaglio della copertina di Alice Beniero

dettaglio della copertina di Alice Beniero

 

 di Claudio Campagna

Grazie a internet è possibile oggi vedere integralmente un mitico film di culto russo/ucraino del 1989 che, oltre a essere la più fedele rappresentazione dell’infanzia dentro il gulag, è oggi fonte di ispirazione per la maggior parte dei giovani registi europei che lo citano continuamente tra le loro fonti d’ispirazione. Oltre ad avere un titolo geniale, Sta’ fermo, muori e resuscita, che unisce il gioco e la tragedia dell’infanzia, credo sia l’unico film di Vitaly Kanevsky e sia stato girato con una pellicola scaduta che conferisce un involontario ma magnifico filtro siberiano (questa informazione me l’ha data Pietro Marcello, massimo esperto di pellicole di ogni titolo, e ovviamente uno tra i più interessanti nuovi autori italiani). Viene in mente quel film leggendo questo prezioso libro di Fazil’ Iskander, L’energia della vergogna - tradotto per la prima volta in italiano da Emanuela Guercetti e pubblicato da Salani – uno dei più importanti autori contemporanei russi, nato nel 1929 in Abcasia, piccola regione autonoma della Georgia sulle sponde del Mar Nero. Libro e film non condividono lo spazio, qui la provincia caucasica periferica dove vive appunto la minoranza abcasa e là la più profonda Siberia, ma il tempo del pre-sfarinamento dell’Urss, quando ancora era impensabile la fine non tanto di un impero e neanche di una cultura (perché tante resistettero all’omologazione russa, come dimostra anche la resistenza di quella abcasa con una lingua, tradizioni e usanze), ma di una profonda antropologia che è stata definita con sarcasmo dell’homo sovieticus. Libri come quello di Iskander sono infatti preziosi, forse preziosi come documenti storici, perché ci raccontano un mondo relativamente vicino, un mondo dove il controllo totalitario degli individui era giunto a una raffinazione ultra-moderna, un mondo velocemente sfaldatosi e scomparso. Non è un caso che autori come Kanevsky e Iskander siano riusciti a raccontarcelo prima del 1992, prima del crollo dell’impero sovietico, solo attraverso il pretesto della narrazione dell’infanzia, con la distanza necessaria per saper dire, scrivere e filmare la verità su quella realtà in cui erano profondamente radicati.

lo straniero

I volontari dell’ottimismo

Questo editoriale è pubblicato sul numero 170-171 de Lo straniero

di Piergiorgio Giacchè

rocchi

Illustrazione di Silvia Rocchi

È difficile e forse poco educato inserirsi in una conversazione, ma per molti motivi, fra i quali la stima e l’amicizia, non possiamo farne a meno. Ora, la stima esige una lettura attenta e l’amicizia una certa franchezza, rendendo il lavoro del lettore più ingrato di quello dello scrittore, mentre ci si infila come terzi incomodi fra le pagine di un libro che avrebbe voluto intitolarsi “questo non è un libro”. Ma poi in fondo lo è.
Marino Sinibaldi intervistato da Giorgio Zanchini racconta e riflette sulla “cultura” del suo e del nostro tempo facendone un bilancio e un presagio di uguali minime ma soddisfacenti dimensioni: Un millimetro in là (Laterza) è davvero quanto si può fare e sperare lavorando “in cultura” nella nostra epoca e società. E non si può non essere d’accordo, sia guardando al passato sia indovinando il futuro, che quel millimetro prezioso sia la ragionevole unità di misura di quanto la cultura possa e debba servire. Quale cultura ovvero come definirla resta poi un tema aperto, come appunto la cultura stessa comanda: non si può “ingabbiare il vento” e nemmeno gli antropologi ci sono riusciti, forse perché al posto e contro l’impossibile sua definizione, la cultura si apre in dilatazione e si muove in penetrazione su tutto il campo della vita sociale anzi della vita umana. C’è bisogno allora – ripete più volte Sinibaldi – di uno sguardo e un pensiero più lungo e più largo, che è poi il frutto del suo insegnamento ma anche il modo del nostro inseguimento verso e dentro di lei. La cultura e il progresso diventano così l’una la giustificazione dell’altro e l’altro il complemento dell’una: bisogna avanzare in lungo e in largo facendo della cultura il momento e lo strumento per diventare “sovrani” della nostra vita, e magari spostare anche la Storia, appena o addirittura “un millimetro in là”. 
Ma tentare il riepilogo, per di più in veduta aerea, di un libro come questo è sbagliato, e al massimo diventa una nostra brutta copia del retro-copertina. Non ci resta allora che intromettersi nel percorso e perfino interrompere il discorso, rischiando interpretazioni e giudizi affrettati, anche perché la sensazione  provata durante la lettura è stata quella di un costante fastidioso contrasto fra il “dare ragione” e il “non sentirsi d’accordo”. 
Raramente mi sono trovato insieme attratto e irritato dagli argomenti e i ragionamenti esposti: il problema sta nelle “sue” ragioni, difficili da smentire ma ancora più difficili da digerire. Ma anche questo non sarebbe un problema se Sinibaldi indossasse atteggiamenti da maître à penser; no, proprio come me e molti di noi, Marino parla e propone riflessioni da eterno studente. Si spiega senza spocchia e si offre come uno specchio, innegabilmente veritiero ma mai coincidente. Ecco, è l’immagine simile eppure sfocata, l’atteggiamento aperto ma infine diverso, le saggezze che valgono magari una per una, mentre tutte insieme suscitano una montagna di perplessità, il motivo della mia irritazione. Allora il suo libro diventa un problema mio e provo a guardarmi dentro ovvero a intervistarmi per scoprire le diversità delle mie risposte, ferma restando la validità delle sue proposte. Mi scoppia dentro una confusione da assemblea, ma non ho più la voglia né la sicumera di quel tempo e di quel modo, davvero “condiviso”. 
Eppure non si può che cominciare da lì, dalle poche pagine centrali in cui Marino racconta come e perché si diventava “di sinistra”. È  questa la parte in cui il riconoscimento è effettivo e il disaccordo si tramuta in riconoscenza. Una volta Sinibaldi ha curato un libro, a più voci, su quanto E’ difficile parlare di sé, ma qui diventa vero il contrario: le parti più facili e limpide diventano quelle in cui parla di sé, e quindi anche di un noi collettivo di cui non si deve avere nostalgia, ma nemmeno paura. Erano poi quelli gli anni in cui si scopriva la cultura, prima e più della politica, e ci si metteva a leggere, e discutere, e crescere, con quella libertà di errare e di errore che molti avranno pagato per tutti, ma che infine tutti hanno avuto a disposizione in quantità e qualità insperata.  
Dev’essere stato a quel punto, proprio quando si era uniti, che ci si è divisi. Sempre restando in speculare e affettuoso rapporto. Si dice sempre che un giorno ci si troverà a chiarire fino in fondo quel momento, ma in realtà quel giorno non verrà mai. Ecco perché l’occasione di questa Intervista sulla cultura non va lasciata cadere. “Questa non è una recensione” – voglio dire anch’io da subito – ma un intervento arbitrario e soggettivo, più basato sui sospetti del lettore che sui difetti dello scrittore, al fine di tirar fuori – per rubare il titolo del libro – quelle distanze minime eppure importanti che ci fanno sentire – fra noi -– “un millimetro in là”. Quello che mi propongo, quindi, è cogliere “di spina in spina” le distinzioni che mi paiono più allarmanti, anche se le distanze non sono poi così vistose. 

maestri

La scuola di Pasolini

 Questo articolo è stato pubblicato sul numero 2 degli Asini.

di  Massimo Raffaeli

 

Illustrazione di Miguel Angel Valdivia

Illustrazione di Miguel Angel Valdivia

 

 

 

“Io non voglio andare a nessuna scuola.

Io non ho fatto niente.

Sei tu quella che vuole mettermi in prigione”

Luis Bunuel, Los olvidados

 

 

 

Pier Paolo Pasolini non ha mai usato né sentito pronunciare l’espressione dispersione scolastica. Ma di scuola e di ragazzi persi si intendeva come forse nes­sun altro autore italiano del secolo, se è vero che in tempi e in orizzonti culturali diversi sia Andrea Zanzotto1 sia Enzo Golino2 (due fra i suoi critici mag­giori) hanno letto nella passione cognitiva e nella tensione pedagogica il filo rosso che attraversa e lega le parti dislocate della sua enorme costellazione testuale, fatta di poesia lirica e civile, di narrativa, di cinema, di giornalismo engagé.

Figlio di una maestra elementare, Pasolini conosce la scuola da studente e da insegnante: prima al Liceo “Galvani” e all’Università di Bologna (dove studia con Longhi e Calcaterra) e poi nella scuoletta di campa­gna del Friuli materno, tra il 1946 e il 1949, a Valvasone, da cui viene allontanato in seguito a denuncia per atti osceni e di libidine nei riguardi di un minore. Chi l’ha visto insegnare ci dice comunque che si tratta di un professore nato, inventivo, stimolante, socratico, in sintonia con lo squisito poeta, felibrista che viene intanto componendo il seguito delle Poesie a Casarsa. In altri termini, è un professore forse segretamente intrigato dal corpo dei propri allievi ma teso a estrarne la sostanza più segreta e delicata: cioè la sintesi linguisti­ca di soma/psiche, la progressiva consapevolezza di appartenere a una cultura millenaria, rurale e artigia­nale, la stessa che il nascente neocapitalismo (e sarà l’i­dolo polemico dell’ultimo Pasolini) comincia inesora­bilmente a cancellare.

Dopo lo scandalo, e come in un romanzo, fugge con la madre a Roma, senza mezzi economici né prospettive di lavoro. Per sopravvivere, insegna alcuni anni nella Scuola Media “Petrarca” di Ciampino. Roma gli appa­re comunque quello che è, un Friuli sottoproletario moltiplicabile al cubo, una immensa periferia levanti­na; di giorno la scuola e di notte l’inferno delle bor­gate sono l’esperienza del poeta-insegnante:

“I Lungotevere pieni di pisciatoi, il Gianicolo con le sue battone, il Porto nero di sterco e preservativi, il Ciriola con i suoi ragazzi strafottenti che si danno al primo sguardo, compongono la sua Roma del 1950, visionaria e musicale. (…) Nelle borgate c’è il popolo romano, mescolato adesso agli emigrati recenti, ma che solo pochi decenni prima era il secolare nervo centrale di Roma. La sua storia e quella delle violen­ze subite dal fascismo che lo ha sradicato dalle sue antiche sedi, Borgo Pio, Trastevere, San Lorenzo, e lo ha disperso tra la borgata Gordiani, Pietralata, il Tiburtino III, dove sopravvive con il suo antico spirito belliano”3

Gli adolescenti frequentati da Pasolini sono da un lato dei moderni adusti (corpi splendenti, quasi fuorusciti dal realismo longhiano: la linea di Giotto/Masaccio/Piero/Caravaggio) dall’altro tran­ches de vie, pezzi di natura culturalmente intatta, potenziali abitanti del Terzo Mondo:

 

appuntamenti

INSEGNANTE L2 SPECIALIZZATO

INSEGNANTE L2 SPECIALIZZATO

per richiedenti asilo, rifugiati e migranti vulnerabili

 

10 OTTOBRE 2014 / 20 FEBBRAIO 2015

Centro Interculturale Miguelim

Scuola d’italiano L2 di Asinitas Onlus

via Policastro,45 – Roma

 

La qualità dei progetti sociali si misura nella qualità del gruppo di lavoro che si mette in campo. Lavorare con persone socialmente fragili come i migranti vulnerabili, i richiedenti asilo, i rifugiati e i beneficiari di protezione internazionale (r.a.r) richiede una formazione specifica e accurata. Il corso affianca all’acquisizione di saperi teorici di base a cura di esperti nel settore, una formazione metodologica condotta in maniera esperienziale da professionisti con un forte background di lavoro sul campo. 86 ore intense di formazione, organizzate in 11 moduli tematici, che fanno leva sulla costruzione del gruppo come contesto stesso di apprendimento, affiancando alle lezioni frontali percorsi e strumenti come laboratori, studio di casi, simulazioni e role play, visite e attività sul campo in grado di favorire una formazione globale volta non solo al sapere, ma anche al saper fare e al saper essere.

Programma in sintesi:

 

MODULO I Presentazione e costruzione del gruppo (4 ore)

MODULO II Richiedenti asilo e rifugiati: i contesti d’origine (16 ore)

MODULO III A scuola con i migranti forzati (8 ore)

MODULO IV L’uso del corpo e la pedagogia dell’espressione (4 ore)

MODULO V Favole, fiabe e miti (4 ore)

MODULO VI Giocando s’impara… a mettersi in gioco (8 ore) a cura dei cemea del mezzogiorno onlus 

MODULO VII Lingua e linguaggi (28 ore)

MODULO VIII Analfabeti ed analfabetismo (8 ore)

MODULO IX Equilibri: il movimento condiviso (4 ore) a cura dei cemea del mezzogiorno onlus

MODULO X Ricerca, documentazione e comunicazione (4 ore) a cura dell’archivio delle memorie migranti

MODULO XI Chiusura e feedback (4 ore)

 

Materiali da scaricare:

PROGRAMMA

REGOLAMENTO

Modulo d’Iscrizione

LOCANDINA

 

il libro

Uomini-bestie o uomini-uomini

 

Illustrazione di Bruno Zocca

Illustrazione di Bruno Zocca

Questo articolo è un anticipazione del numero 22-23 de “Gli asini” che sarà in tutte le librerie dal 15 settembre. Abbonati subito per riceverlo in anteprima.

 

 

di Nicola Villa

“In principio erano gli animali, e i cacciatori vivevano della loro morte”. È un romanzo sorprendente sin dall’incipit, Quando eravamo prede, dello scrittore quarantenne Carlo D’Amicis (pubblicato da minimum fax). Siamo negli anni del Cerchio, un tempo e un luogo indefinito, preistorico e arcaico, al centro del quale, il Bosco, vivono i cacciatori, uomini che sopravvivono proprio grazie allo sfruttamento, all’uccisione della fauna che li circonda. Il Bosco è un luogo pericoloso, tantoché, proprio per la sopravvivenza del branco, le donne sono state relegate sugli alti pascoli, visitate ogni tanto da Toro, l’ultimo uomo rimasto fertile, capace di riprodursi, tra i cacciatori. Solo una donna si è ribellata alla regola, la Cagna, tentando con il vecchio e alcolizzato Alce di allevare Agnello, uno dei pochi giovani, nuovi nati e futuri cacciatori. Il mondo dei cacciatori vive nell’ignoranza: non si sa perché siano diventati sterili, non si sa che cosa ci sia dietro la Linea di confine e soprattutto che reale minaccia venga dalle Scimmie e Gorilla, le prime delle donne evolute, i secondi una sorta di polizia violenta e organizzata che vivono nel mondo esterno.

Siamo apparentemente negli anni del Cerchio, un tempo e un luogo indefinito, insieme preistorico e ultra-moderno, quasi all’origine e alla fine della Storia allo stesso tempo: i cacciatori possiedono, infatti, dei fucili semi-automatici browning e barattoli e bottiglie di birra che distillano da soli negli scantinati, mentre il fiume recapita dall’esterno oggetti sconosciuti e rottami che soltanto il vecchio Formica, l’unico che possiede la tecnica, sa riciclare in munizioni per i fucili.