pianeta

Tempesta in arrivo in Argentina

di Lucia Capuzzi

murale di El Marian

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Per prima cosa, scompaiono le etichette dei prezzi nei supermercati: è il cassiere a dire l’importo, in base al valore di giornata del dollaro. Nella guida non scritta alle crisi argentine, questo è il segnale di “tempesta in arrivo”. La gente lo sa. L’ha imparato con l’esperienza dei tracolli repentini accumulati dal Paese nell’ultimo mezzo secolo. Alla ricomparsa dei cartellini, al contrario, segue un sospiro di sollievo collettivo. È quanto accade in questi giorni a Buenos Aires e dintorni. Chissà quanto durerà, si domandano le persone. Almeno, per ora, però, il dollaro ha smesso di crescere e s’è assestato intorno ai 40 pesos.

Il dollaro, già. A parte gli Usa, l’Argentina è l’unica nazione in cui il biglietto verde è l’ossessione nazionale. Appena svegli, i cittadini non controllano la propria valuta, ovvero il peso, bensì le quotazioni del dollaro. Quando questo sale, i prezzi lo seguono e l’economia comincia a scricchiolare; quando impenna, la rottura s’avvicina. Il perché di tale circolo vizioso non è immediatamente comprensibile agli osservatori stranieri. “Da noi, una variazione del cambio ha un impatto immediato sui prezzi. È una peculiarità argentina che deriva dalla sua crescita irregolare” – spiega il sociologo Gabriel Puricelli del Laboratorio de políticas públicas di Buenos Aires. “Dati i continui tonfi dell’economia e relativa distruzione del valore della moneta nazionale, i cittadini hanno smesso di considerarla come una riserva. Chi può risparmia in dollari. Al minimo accenno di crisi, la maggioranza degli attori economici calcola i propri costi futuri in biglietti verdi, non in pesos. I supermercati, dunque, si precipitano ad attualizzare, cioè ad aumentare, i prezzi in base al rialzo del dollaro, anche se il costo di produzione della merce resta invariato”.

Ecco perché le recenti “montagne russe del peso” hanno cominciato a pesare non poco sulle tasche dei settori popolari, con un incremento della povertà del’1,6 per cento nel primo semestre del 2018. E la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi mesi.

Per capire come la Repubblica del Plata – terzo produttore mondiale di miele, soia, aglio e limoni, il quarto di pere, mais e carne, il quinto di mele, il settimo di mais e olii, l’ottavo di anacardi – si sia infilata nell’ennesimo vicolo cieco, è necessario fare un passo indietro al 2015 quando l’attuale presidente, il liberale Mauricio Macri, vinse le elezioni con la promessa di “rimettere i conti in ordine”. Quello precedente, guidato da Cristina Fernández de Kirchner, gli aveva lasciato un’eredità difficile, con alta inflazione – per quanto i dati ufficiali non venissero diffusi – e il deficit al 7 per cento. La gestione macrista, però, ha finito per aggravare la crisi invece che risolverla. A causa di un “eccesso di ottimismo”. O di leggerezza. Una lezione importante, anche fuori dall’America Latina.

Prima, c’è stata la liberalizzazione improvvisa del cambio peso-dollaro, appena entrato in carica Macri, che ha fatto schizzare l’inflazione al 40 per cento. Poi, s’è aggiunto il crescente indebitamento con l’estero, nella convinzione che l’inizio di un ciclo espansivo avrebbe consentito il pagamento di far fronte alle pendenze. Ciò non è accaduto. Al contrario, l’aumento dei tassi di interesse negli Usa ha prosciugato gli investimenti nei mercati emergenti.

L’Argentina, così, si è trovata a dover ricorrere al Fondo monetario internazionale, l’unico possibile finanziatore relativamente a buon mercato. E l’ha fatto non una ma due volte. La prima a giugno, per ottenere un prestito di 50 miliardi di dollari in tre anni. La seconda a fine agosto, per accelerare i pagamenti e ottenere un bonus di 7 miliardi extra.

Un’arma a doppio taglio. Per gli argentini, il ricorso al Fmi rievoca l’incubo del 2001, quando il Paese non riuscì a pagare il conto di anni e anni di debiti contratti con il beneplacito del Fondo. In cambio dell’aiuto, inoltre, Macri ha promesso un rigido piano di austerità per fare ordine nelle finanze pubbliche. Il drastico pacchetto si muove su due direttrici. Primo, tagliare il tagliabile. Dai ministeri, passati da 22 a 11, agli investimenti pubblici, dai sussidi per elettricità e trasporto, ai salari degli statali, alle assunzioni nella pubblica amministrazione. L’altro pilastro è l’aumento del gettito fiscale, ovvero delle tasse, in primis quelle sulle esportazioni, abolite sull’onda dell’ottimismo post-elettorale.

Tali misure saranno sufficienti a evitare un “corralito-bis?”. Difficile rispondere ora: a differenza del 2001, le banche sono solide. L’Argentina, dunque, potrebbe resistere alla bufera. Di certo, però, a pagare il conto della crisi, sono e saranno i settori più fragili. Una parte importante della popolazione. Al terzo dei cittadini poveri, si somma un ulteriore 10 per cento che rischia di diventarlo alla prima congiuntura negativa. Oltretutto, gli effetti maggiori delle oscillazioni del cambio sui prezzi si vedranno nel corso dei prossimi mesi – almeno 12 –, in cui si prevede una contrazione del pil del 2,4 per cento. Per gli analisti, dunque, la povertà si incrementerà di almeno 34 punti percentuali. Al contrario, per l’1 per cento più ricco della popolazione – i cui capitali sono in dollari -, la svalutazione rappresenta una straordinaria opportunità: in pratica i proventi moltiplicheranno di valore senza alcuno sforzo. Insomma, la crisi – in Argentina ma non solo – non è democratica.

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pianeta

Raqqa e Daesh, un anno dopo

di Domenico Chirico

murale di Murad Subay (Yemen)

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Raqqa era una delle due capitali dell’Isis (che chiameremo con l’acronimo arabo Daesh). Era una città di circa mezzo milione di abitanti nel cuore della Mesopotamia. Bagnata dal fiume Eufrate e circondata da terre fertili. Raqqa è stata una delle prime città a liberarsi da Assad, insorgendo contro la dittatura. Ma nel giro di poco tempo sono stati i gruppi più radicali a prendere il sopravvento, finché non è stato Daesh che ha scalzato tutti e ha reso la città una delle capitali del Califfato.

Raqqa è stata rasa al suolo, come Berlino durante la seconda guerra mondiale. La coalizione internazionale ha voluto punire il luogo da dove sono state pianificate molte battaglie e dove sono stati ideati alcuni attentati in Europa, come quelli di Parigi.

Durante la battaglia c’erano sotto le bombe solo tre ong che prestavano aiuto ai civili feriti, tra cui Un ponte per… con la Mezza Luna Kurda. Le persone fuggivano sulle due strade principali di uscita dalla città e trovavano una villa trasformata in una clinica in cui c’erano medici e infermieri pronti a stabilizzare i feriti, dare le prime cure e caricare le ambulanze per chi aveva bisogno del più vicino ospedale. Cinque ambulanze erano al fronte, pronte a evacuare i civili feriti subito. Vita e morte si avvicendavano velocemente in quei giorni. A volte si riuscivano a salvare vite umane, altre se ne constatava la fine, senza avere il tempo di pensarci. Come sempre donne, anziani e bambini erano in fuga. Dall’alto costantemente si sentivano gli spari e i bombardamenti. Un giorno un intero palazzo abitato dai pochissimi cristiani rimasti in città durante Daesh è stato evacuato. Operazione complicatissima da svolgersi durante la battaglia. Le ambulanze in prima linea portarono via 10 famiglie. Fantasmi di Raqqa salvati. Un altro giorno miliziani di Daesh travestiti da militari delle forze regolari sono arrivati alle porte della villa-ospedale da campo ed hanno aperto il fuoco contro pazienti e medici. Un famoso giornalista kurdo è morto così, mentre provava a raccontare quel pezzo di storia. Gli altri, per fortuna si salvarono. I medici che erano lì quel giorno hanno ancora gli occhi pieni di orrore.

Un anno fa Raqqa è stata liberata. Del circa mezzo milione di abitanti che vivevano in città e nell’area sono rientrate subito centomila persone. Meglio parlare di centomila anime stanche di sfollare e vivere nei campi profughi. Stanche di errare disperatamente tra un fronte e l’altro di una guerra che si trascina da 8 anni. E tutte hanno sfidato il divieto di rientrare nonostante le autorità locali avessero avvertito che Daesh aveva lasciato la città piena di mine e trappole esplosive. Così i mesi dell’autunno sono passati a ricostruire case e rifugi di fortuna e a contare le persone che saltavano sulle mine. E i medici hanno spostato la clinica dalla villa di periferia al cuore della città. Ogni giorno 300 persone, per lo più donne e bambini, sono in fila per avere cure di base che non dà più nessuno gratuitamente. Ci sono un paio di centri privati che chiedono tanti soldi e non esiste più un servizio sanitario pubblico. Ci si ammala per la guerra e ci si ammala semplicemente perché non ci sono più medici da cui andare quando se ne avrebbe bisogno. E poi molti sono fuggiti all’estero o altrove. La classe media in queste guerre è la prima ad avere possibilità e risorse per scappare. E spesso per non tornare. Così le infermiere e gli studenti di medicina vengono promossi medici sul campo. Paziente dopo paziente migliorano le loro capacità operative. Non c’è tempo per studiare e per fermarsi.

A Raqqa da mesi ogni giorno si spara. Il nuovo ordine egemonizzato da kurdi con alcuni clan arabi e protetto da americani e francesi non va bene a tutti. Alcuni gruppi sparano ogni giorno ai militari che presidiano la città. Alcuni leader politici sono stati uccisi a sangue freddo. Gli equilibri sono molto fragili e ci sono forze come i turchi e il regime di Damasco che non hanno nessun interesse a che si stabilizzi l’area. E soffiano sul fuoco. Come se i siriani non ne avessero visto già abbastanza di fuoco.

A Raqqa abbiamo aperto un ospedale il 16 Settembre. È sorto sulle macerie del vecchio complesso ospedaliero pubblico, usato da Daesh come base e raso al suolo dagli aerei americani. In uno stabile ancora parzialmente in piedi abbiamo ricostruito un intero reparto di maternità e pediatria. Perché a Raqqa continuano a nascere bambini e a crescerci. E sono centinaia, nonostante la guerra, la fame, la violenza e l’incertezza. E ogni giorno arrivano le statistiche della vita che rifiorisce. E della vita che viene strappata alla morte perché spesso un parto sicuro può salvare madri e figli.

Da qui bisogna partire per fermarsi e ragionare. In queste terre c’è stato Daesh e prima la mano violentissima della dittatura di Assad. E poi tonnellate di bombe per cancellare tutto e tutti. I giovani sono pochi, chi ancora al fronte, chi fuggito, chi sfollato in luoghi più sciuri. Mentre appunto migliaia sono i bambini. La vita rinasce ma i frutti e i segni di anni di violenza sono tutti ancora presenti.

Nella narrativa internazionale sembra invece che, finita la battaglia contro Daesh, sia finita anche l’emergenza. E invece comincia esattamente ora l’emergenza. Quella di ricostruire un tessuto di dialogo, civile, di vita comune. Quella di ridare luce alle strade e futuro alle migliaia di minori che continuano a nascere e a crescere. Su questo pochi ascoltano. Investire in cultura, educazione, sanità in Siria sembra troppo rischioso. O è troppo presto. O gli equilibri sono troppo fragili. C’è sempre un buon motivo per rimandare. Ma quando avranno diritto queste persone a ricostruirsi una vita? Solo nell’aldilà o è possibile anche per loro avere una scuola decente e non bombardata dove portare i loro figli?

Ed è qui che a Raqqa ma anche a Mosul la comunità internazionale sta venendo meno. Sta pensando che non sia urgente lavorare sulle speranze di una vita nuova e migliore. Daesh sembra sconfitto, anche se in realtà la battaglia è ancora in corso nella città di Deir el-Zor. E in realtà il fuoco cova ancora sotto la cenere. Magari ha un nome diverso ma il risultato è lo stesso. Ancora c’è violenza.

Dopo la seconda guerra mondiale il Piano Marshall permise, per sostenere il dominio delle super potenze, di far ripartire l’Europa. E anche di lavorare su alcuni dei principi base della riconciliazione e della pace: gli scambi culturali, il perdono, la lettura (più o meno) comune della storia. Non tutto ha funzionato, evidentemente. Dopo 60 anni i fantasmi del fascismo sono di nuovo alle porte, più violenti e disumani che mai. Ma in Siria nessuno sta pensando a un piano Marshall e si pensa solo al contenimento del danno. E alle bombe ancora da sganciare per poi negoziare eventuali accordi di pace tra le superpotenze che dirigono il conflitto: Russia, Iran, Israele, Stati Uniti, paesi del Golfo e altre comparse minori.

E negli occhi dei siriani a Raqqa, delle persone normali che ci vivono, invece vedi solo il desiderio di pace. Di urlare: basta! Pace e convivenza per vinti e vincitori, vittime e carnefici. I siriani più intelligenti sanno che dopo 8 anni di conflitto sono tutti vittime. Un medico mi diceva che aveva curato tanti miliziani di Daesh anche se gli avevano sparato spesso addosso e avevano perseguitato lui e la sua famiglia perché sono di una minoranza religiosa. Ma mi ha detto che era suo dovere curare e intervenire. Sempre. Era suo dovere essere umano. Non servono i milioni di un piano di aiuti. Serve poter accompagnare queste persone nella loro capacità di dialogo e nella loro voglia di ricostruire. Lì a casa loro e non in Germania da rifugiati. Molti tornerebbero subito se la guerra sulla pelle dei siriani finisse. Sembra un’utopia la pace, ma i peggiori conflitti sono finiti.

Di nostro, ora, possiamo solo continuare ad aiutare gli eserciti di professori, medici e persone comuni che stanno ripopolando Raqqa. E offrirgli spazio, ascolto e tempo per ritrovare la vita comune che cercano.

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In casa

Sotto il ponte, dentro Genova

di don Giacomo Martino
incontro con Giacomo D’Alessandro

foto di Pom’

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A Genova il 16 agosto scorso è crollato improvvisamente il Ponte Morandi, viadotto autostradale che sovrasta la val Polcevera nel quartiere di Rivarolo. 43 persone sono morte, tra chi si trovava in auto a un’ora di consueto trafficata del mattino, e chi abitava, lavorava o semplicemente passava sotto al ponte, il cui tratto crollato è precipitato su una parte di ferrovia in funzione, un’ampia parte di ferrovia dismessa e di argine del torrente Polcevera, e su alcuni dei palazzi che esistevano già quando il Ponte fu costruito, negli anni ’70. Lasciando per una volta da parte il vespaio di polemiche subito alzatosi a proposito delle colpe, delle mancanze, degli allarmi ignorati, della manutenzione carente, come anche la fiumana indigesta delle retoriche a effetto emotivo sulla città ferita che muore o si rialza, vogliamo qui raccontare scorci dell’umanità reale che questa vicenda ha coinvolto. E lo facciamo attraverso gli occhi di un prete, don Giacomo Martino, responsabile di Migrantes e delegato della Diocesi per l’emergenza Ponte Morandi.

Ero al campo parrocchiale con le famiglie, quando è successo. Mi è sembrato di rivivere l’11 settembre: lo abbiamo visto prima sui cellulari, poi abbiamo acceso una vecchia televisione con il segnale che andava e veniva. Notizie a rilento. Incredulità. Poi mi è scattata l’operatività, come ho imparato lavorando sulle navi. Ho chiamato il cardinale e ho chiesto se potevamo dare disponibilità immediata. Abbiamo offerto subito 120 posti letto, non sapendo niente, sperando contro ogni speranza che non si fosse fatto male nessuno. E onestamente, pensando a quel ponte, ci aspettavamo le peggio cose. Da varie zone circostanti mi hanno scritto amici che vedevano la nube di polvere, e non capivano cosa fosse successo. Da quando sono arrivato sul posto ho vissuto insieme le due cose: la voglia di fare e la capacità – che ho imparato nell’occasione dell’emergenza Concordia e del crollo Torre Piloti – di stare al mio posto e non fare scemenze. Bisogna saper essere “servi inutili” se occorre.

Quando poi il cardinale mi ha chiesto di seguire l’organizzazione dei funerali, primissimo pensiero sono state le famiglie. Perché ho sperimentato che esserci, essere identificabile come prete, in certe situazioni offre alle persone uno sfogo istintivo, un riferimento immediato. Ho contattato quattro amici preti e ho chiesto loro di lavorare in team per essere presenti tra le famiglie coinvolte. Non era scontato, i preti sono una razza particolare, ma abbiamo lavorato bene, senza obiezioni o divergenze, ciascuno sul pezzo.

Inizialmente le autorità volevano fare il funerale in chiesa a tutti i costi. Il cardinale ha chiesto invece che ci fosse lo spazio per mettere tutte le vittime sulla stessa fila, senza primi e secondi. Alla riunione con le istituzioni c’erano 45 persone, i referenti di qualsiasi ente, e regnava il caos. Dopo lunghe discussioni ho chiesto di ricordarci perché eravamo lì, di rendere il funerale meno faticoso possibile per le famiglie. Da quel momento, ricentrati, abbiamo lavorato fino a notte fonda dell’ultimo giorno senza perdere tempo.

A Genova le persone coinvolte da questa vicenda sono tutte. Ciascuno sente delle responsabilità dirette o indirette. Si sente toccato. Ci sono le vittime e lo strazio di una fine inaccettabile. Ci sono gli sfollati che hanno perso tutto. Questo l’ho già vissuto durante l’alluvione: sembra esagerato, ma perdere le cose di casa viene vissuta come una violazione personale enorme. Nelle cose c’è la nostra storia, esserne privati genera un forte disorientamento. Ci sono poi le persone che hanno perso definitivamente la casa, e che hanno paura di essere fregate, di essere allontanate dal proprio quartiere, di ricevere rassicurazioni per poi venire abbandonate in qualche posto che doveva essere temporaneo. Insomma, accanto ai cittadini coinvolti a diversi livelli stiamo constatando tutta una serie di incertezze, di incapacità nel capire come e dove organizzarsi, perché non esiste un’esperienza pregressa in queste cose. E poi assistiamo agli stadi dell’accettazione del lutto, dove comincia a uscire la rabbia, lo shock, i traumi, in maniera spesso incontrollata.

Giorni dopo ho chiamato uno a uno i preti che mi hanno affiancato nell’emergenza, per offrire un momento di confronto e di sfogo. È importante “soccorrere i soccorritori” per evitare che l’accumulo emotivo sia trascurato e degeneri. Quando ai funerali sono entrati i vigili del fuoco ed è partito l’applauso, guardandoli in faccia stravolti, occhi lucidi, ho sentito un’empatia fortissima. Ho visto non dei personaggi in vena di sfilate, ma dei cittadini intrisi di passione, umanità, disperazione e dedizione.

Mi sento di poter dire che per ora anche le istituzioni si sono mosse bene. Conosco di persona alcuni dirigenti che seguono la crisi e li ho visti spendersi a fondo nelle ore più drammatiche. Ho visto mettere da parte le divisioni partitiche e i confronti politici, per occuparsi della città e dei cittadini. Questo è un bel segno. Nel corso degli anni mi sono fatto l’idea che in questo genere di emergenze le misure vadano prese subito, magari poche e precise, ma subito. Quando si entra nel pantano delle responsabilità e delle cause in tribunale, è sicuro che ci rivediamo tra 20 anni, e intanto la gente rimane per strada. Ora è su questo che bisogna esigere impegno e dedicare attenzione e intelligenza: prevenire il rischio di far soffrire ulteriormente tante persone, a partire dalle più fragili e meno visibili. Per esempio pare che nel novero degli sfollati ce ne siano alcuni che non avrebbero diritto allo stesso trattamento di altri, quanto a risarcimenti, alloggio, assistenza, perché non direttamente riguardati dal crollo. È su queste casistiche nel limbo che bisogna fare attenzione a non negare supporto e attenzione. Questo ci stiamo impegnando a fare come diocesi, capire chi è ultimo tra gli ultimi, a seconda della situazione, e offrire quella mano in più dove lo Stato non dovesse arrivare.

È un lutto cittadino. Siamo ancora tra la fase dello stupore, dell’incredulità, e la fase della rabbia, le punte più dolorose, la reazione di cominciare a realizzare. Forse uno dei momenti più difficili, perché facilmente incontrollabile. La terza fase sarà quella della contrattazione, la ricerca di modi per convivere con questo lutto. Infine si diffonderà una depressione impotente ma anche la consapevolezza che non ha colpito solo me: mal comune, mezzo gaudio; potremo trovare nella solidarietà la forza per arrivare all’accettazione e alla ripresa della vita. Siamo ancora in una fase di stordimento. Io stesso abituato a muovermi per strutture da una parte all’altra della città spesso mi accorgo di fare i calcoli delle tempistiche come se ci fosse ancora il ponte. E invece non c’è più. Tutti gli spostamenti si raddoppiano. Non abbiamo ancora la consuetudine, più di un mese dopo, e in qualche modo siamo tutti vittime di questo sbigottimento. Per Genova sono momenti di grande debolezza nei quali chi governa la città deve adottare una particolare attenzione, comprensione del fenomeno e di tutte le persone coinvolte. Chi viveva sotto il ponte la propria normalità, penso ai commercianti, farà fatica. Abbiamo istituito in questi ultimi giorni un fondo per sostenere chi deve risollevare la propria attività, e ha bisogno subito di liquidità.

Tutti quelli che si muovono su Genova si stanno rendendo conto che l’economia della città era dipendente da un unico passaggio (a pagamento). Ce ne siamo accorti solo adesso che la città è spezzata in due. Questo sarà uno degli elementi di rabbia, perché non si risolverà tanto presto. Allora diventa palese che regole basilari del costruire bene, secondo criteri armonici, sicuri e vivibili, non sono mai state utilizzate. Oggi tutta una città viene stravolta, tutto il traffico cambiato, tutta la viabilità rallentata, e questo si traduce in ore di vita umana distratte, sprecate per tanti lavoratori che passeranno meno tempo con la famiglia. Tutto questo fa pensare, fa riflettere su che cosa siamo diventati, da che cosa dipendiamo, in che cosa siamo stati e siamo miopi.

Genova è una città che amo infinitamente, l’ho sempre pensata una balena spiaggiata, che purtroppo si risveglia nelle tragedie, e ricorda di essere una bella addormentata. Ha potenzialità enormi e si perde nelle chiacchiere, nei mugugni. Io vorrei che diventasse la “Zena la bella” che ci ricordava il rappresentante dei musulmani ai funerali. Abbiamo bellezza in quantità, e gente che si è scoperta ancora capace di solidarietà. Dobbiamo smettere di vivere i rapporti superficiali o virtuali. Questo crollo ci ha costretto a scendere in strada, a camminare, a singhiozzare di fronte a un ponte crollato, perché quello è anche il simbolo di tutte le chiacchiere che abbiamo fatto e che in qualche modo rende ciascuno di noi responsabile. È una città crocevia di culture, di popoli, vocata per natura all’internazionalità, ma che ancora troppo vive lasciandosi vivere. Spero che sapremo non sprecare questo momento per accorgerci che i rapporti sono più importanti, come lo è vivere la piazza, la cittadinanza, gestire le povertà, le periferie… Proprio in una periferia non gestita è successo questo. Ed è solo la cura dei deboli che fa una città forte.

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In casa

Un giornale decente in un paese indecente

di Marco Tarquinio

incontro con Goffredo Fofi

murale di The Tanster

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I cattolici e la politica

Ripensiamo agli inizi del Novecento italiano ed europeo: stavano nascendo grandi partiti popolari, come il Partito popolare e il Partito socialista, grandi forze vive che si misuravano con nazionalismi bellicisti, che si sarebbero come inabissate durante la notte incombente del fascismo e avrebbero propiziato e accompagnato il ritorno alla democrazia, anzi la sua vera e piena conquista, dopo la dittatura, una guerra di aggressione persa e una guerra di resistenza vinta. Oggi siamo in un incipit di secolo simile a quello, altrettanto drammatico ma più concitato, vittime e protagonisti di una notte della libertà e della giustizia agghindata di liberismo e libertinismo. C’è stata una secolarizzazione a molte facce che ha toccato tutti i valori fondamentali religiosi e laici che davamo per assodati, persino per intoccabili. Radici che non sono state riconosciute e che, con le lame affilate della perdita di memoria, abbiamo poco a poco sfibrato, minando le basi della civile convivenza. Ci sono dei grumi di resistenza e di pensiero, grazie a Dio e alla buona volontà di tanti. Ma c’è, soprattutto, un fenomeno che mi preoccupa moltissimo: il disgusto e il disprezzo per la politica, che si fa distanza netta e apparentemente incolmabile dall’impegno personale e comune. Conosco tante persone, cattoliche e laiche, che “lavorano” nel sociale, ma che non riescono più a concepire quest’altro impegno pubblico. Eppure loro e le loro associazioni, le loro imprese, le loro cooperative sono un giacimento di energie e di idee. C’è un vuoto che si sente… E c’è tutto un mondo di buoni cittadini, giovani e no, che rischia di prendere derive strane, di essere colonizzato da parole d’ordine distruttive o dal disimpegno o dall’illusione di costruirsi un “mondo a parte”. Temo anche un ritiro spiritualista o una militanza solo moralista. E penso che non può darsi in una stagione come questa. Credo che qualcosa di meglio debba accadere, debba esser fatto accadere. Non penso a un’opposizione sistematica e “a prescindere” agli attuali assetti di potere, ma a una vigile intelligenza delle cose e a una resistenza attiva. A più voci, più mani e più ispirazioni bisogna saper costruire, ricominciando l’umanesimo forte del “noi”, alternativa seria e buona alle democrazie illiberali, al mercato selvaggio, al cielo grigio dei valori deboli e ormai piegati all’autoreferenzialità di individui, fazioni e gruppi etnici, un cielo dove un’“io” sospettoso e repulsivo troneggia come dio.

 

Un giornale decente in un paese indecente

Fare un giornale che non segua l’“agenda di tutti gli altri” è l’obiettivo a cui tengo maggiormente. E non per stravaganza, ma per insoddisfazione dello sguardo che da cronisti esercitiamo sulla società, sui poteri, sulla gente. Quando sono arrivato a questa responsabilità qui ad “Avvenire” – ho appena compiuto il nono anno di direzione – mi sono posto l’obiettivo di fare un giornale di attualità in grado di stare nell’attualità più viva e stringente senza farsi trascinare dalla corrente dell’informazione mainstream, che ogni giorno ci colpisce e minaccia di ottunderci e di travolgerci. Questo risultato non è centrato del tutto, ma in buona parte sì. Ne sono contento e grato ai miei colleghi e all’editore che ci consente di seguire questa strada molto bella e niente affatto facile. Naturalmente, come tutti, anche con la nostra agenda diversa, dobbiamo fare i conti con le notizie “ufficiali”, ma seguiamo percorsi di indagine sulle cose importanti, serie, gravi e buone che accadono qui e ora, lontano dai riflettori, e che hanno per protagonisti donne e uomini senza cittadinanza mediatica. A chi mi chiede come si fa a fare un giornale, io rispondo che esiste un solo modo: guardando la realtà con rispetto e raccontandola con responsabilità e senza paure. Questo significa cercare di non avere uno sguardo selettivo, che escluda sistematicamente tutta una parte di quella stessa realtà. In questo momento ci sono due aspetti della realtà, che vengono troppo poco considerati: il primo la condizione dei più poveri nella nostra società, il grande fenomeno di questo tempo è l’aumento delle diseguaglianze e quindi l’immiserimento; il secondo aspetto è il disastro ecologico, che alle diseguaglianze è strettamente collegato. Infatti l’aumento delle diseguaglianze è legato a fattori ambientali, di diverso tipo, provocati dall’uomo, sia rispetto all’ambiente naturale, sia rispetto all’ambiente civile. Ci siamo illusi nel 1948 con la Carta dei diritti dell’uomo di aver dato una cornice stabile allo sviluppo umano ed economico… Non è così, come possiamo capire sempre meglio, se appena lo vogliamo. Eppure le ferite all’umanità e alla Terra vanno solo sporadicamente in prima pagina, come un rimpianto fine a se stesso che si esaurisce nel commento di giornata. Penso che invece debbano essere temi permanenti di indagine e di mobilitazione anche informativa. L’alternativa a tutto ciò c’è. Va fatta conoscere, va motivata. Molto si muove in silenzio costruendo questa alternativa in un mondo pieno di periferie vivissime e assediate e “Avvenire” cerca di dare spazio a tutti quelli – i resistenti, i resilienti – che pensano e fanno un’altra economia, un altro modo di costruire le relazioni sociali, che s’ingegnano per proporre politiche che organizzano in modo più giusto le società. Bisogna prendere atto di tutto ciò che ci incalza e ci inquieta e bisogna essere consapevoli di ciò che possiamo fare… Non dobbiamo solo subire… Fare un giornale in questo tempo, con questi due punti chiari, porta a prendere posizioni nette. Non amo prendere posizioni “contro” questo o quel leader, ma sulle scelte che costoro fanno, e che hanno conseguenze sugli altri, offro giudizi forti e chiari, sempre. Per questo non ho mai fatto una copertina come quella del “Vade retro Salvini” di “Famiglia Cristiana”, per questo faccio prime pagine a ripetizione sulla scelta sbagliata di Matteo Salvini, ministro dell’Interno e azionista di rilievo del governo pentaleghista che guida l’Italia del 2018, di fare una guerra di parole e gesti contro i poveri “migranti” e di spingere i poveri di diverse origini a una sorta di guerra civile degli scartati. Qualcuno dice che è troppo, che ci occupiamo troppo dei poveri e soprattutto ci preoccupiamo troppo di quelli che vengono da altre parti del mondo. È un’accusa senza consistenza. Ma soprattutto non è un’accusa che mi inquieta. Siamo in campagna da anni su questo, non smetteremo, non ci stancheremo.

In casa

Il “caso Brescia” e l’ipocrisia del Pd

di Marino Ruzzenenti

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Nelle ultime tornate di elezioni, in generale catastrofiche per il Partito democratico, il rinnovo dell’amministrazione al Comune di Brescia è apparso come un’eccezione, dunque un “caso virtuoso” per la rinascita della “sinistra” in Italia.

In effetti qui lo schieramento composto da Pd e Leu, nonché da numerose liste civiche, e guidato dal sindaco uscente Emilio Del Bono, si è imposto al primo turno sbaragliando la destra, in una Regione, la Lombardia, che da tempo immemorabile la stessa governa con una netta egemonia leghista.

Ripartire da Brescia” è dunque sembrato naturale al gruppo dirigente nazionale del Pd e a molti osservatori politici per tentare di ricostruire un’alternativa democratica e di sinistra all’attuale “strana” maggioranza “giallo-verde” al governo del Paese.

Può essere dunque di qualche interesse scandagliare un po’ in profondità il “caso Brescia” per verificare se questo possa rappresentare davvero un modello virtuoso utile per le sorti generali della nostra acciaccata Italia.

Innanzitutto occorre chiarire le contingenze favorevoli, del tutto fortuite, che hanno aiutato l’esito della recente tornata elettorale a Brescia: un Movimento 5 stelle strutturalmente fragile, che per di più ha presentato un candidato imbarazzante, pur brava persona, ma del tutto sconosciuta e inconsapevole delle problematiche della città; una candidata del Centrodestra, conosciuta e per questo debole, esponente di Forza Italia proprio all’indomani del crollo rovinoso e irreversibile di questa formazione, certificato dai risultati del 4 marzo. Insomma la percezione di gran parte dell’opinione pubblica è stata che non ci fosse partita, tanto è vero che la partecipazione al voto è crollata a un livello preoccupante per le tradizioni bresciane, poco sopra il 57%, pericolosamente vicina a quel 50% sotto il quale la partita sarebbe stata nulla. Sicché Del Bono vince al primo turno, ma con meno voti del secondo turno della tornata precedente, con un consenso reale rispetto agli elettori di circa il 30%.

Ma questo è comunque un aspetto secondario. È il “sistema Brescia” che fa davvero la differenza: un’economia florida, la terza area più industrializzata a livello europeo, di fatto con la piena occupazione, compresa una quota considerevole di immigrati stranieri che sorreggono interi settori, come la metallurgia, l’edilizia, l’abnorme impiantistica dei rifiuti, l’agricoltura, il turismo, oltre alla cura degli anziani. Da qui una ricchezza relativamente diffusa garantita dal “sistema”, a sua volta garantito dalla precedente amministrazione Del Bono, sostenuta, dunque, dallo stesso “sistema” con forza e convinzione anche in occasione dell’attuale rinnovo, ricevendo un riscontro positivo da quel 30% della popolazione maggiormente soddisfatto di come vanno le cose. Ovviamente in questo contesto, i cavalli di battaglia dei partiti “antisistema”, innanzitutto il reddito di cittadinanza e il contenimento drastico dei “migranti economici”, non potevano sfondare.

Il primo interrogativo da porsi è se “il sistema Brescia”, una sorta di pezzo di Germania incuneato al di qua delle Alpi, sia assimilabile all’intero Paese.

Uno sguardo a volo d’uccello lungo lo stivale ci suggerisce, ovviamente, una risposta del tutto negativa.

Ma se a tutto ciò aggiungiamo una pur sommaria analisi qualitativa dell’amministrazione Del Bono gli entusiasmi per il “modello Brescia” sono destinati a smorzarsi ancor più.

Ovviamente questa analisi qualitativa presuppone che un’alternativa democratica e di sinistra ai “giallo-verdi” al potere abbia alcuni punti fermi rispetto a quello che un tempo si chiamava “modello di sviluppo” auspicabile della società: la realizzazione di profitti e la crescita di ricchezza non sono di per sé buoni e desiderabili, a prescindere da che cosa e da come si produce, dunque non sono le priorità cui tutto subordinare; l’obiettivo principe, invece, è, come indicava Langer, la “conversione” dell’economia verso la valorizzazione di tutte le esistenze umane e la salvaguardia della natura e del vivente in generale.