lavoro

Chikù Gastronomia Cultura Tempo Libero, Scampia, Napoli

di Emma Ferulano

illustrazione di Anna Sutor

 

Raccontare Chikù vuol dire ripercorrere anni di vite e relazioni, decisioni personali e collettive, sforzi che hanno oltrepassato le singole capacità di resistenza – fisica e mentale, proiettati verso un obiettivo comune: la costruzione di uno spazio accogliente, fecondo, sostenibile e generatore di economie.

Ma anche uno spazio che fosse riconoscibile, in cui sentirsi “a casa”.

Siamo a Napoli, il regno degli imprevisti e delle incertezze, quartiere Scampia, in cui da tempo si intrecciano pratiche e riflessioni di un movimento  – sociale, culturale, locale e nazionale – che ha saputo mantenere continuità e che ha fortemente inciso sul destino del territorio e delle politiche pubbliche ad esso destinate.

Con ostinazione e passione, abbiamo immaginato e realizzato uno spazio interculturale che mette insieme italiani, rom, adulti, giovani, bambini, in una ambiziosa progettualità  che prova ad affrontare concretamente il tema del lavoro e della occupabilità.

In zone fortemente in crisi come possono essere le periferie del sud Italia, immaginare trasformazioni  radicali mettendo in campo sperimentazioni avventurose è forse l’unica possibilità per invertire una tendenza e migliorare la qualità della vita.

Si tratta della stessa ostinazione con cui da oltre trent’anni un gruppo trasversale ed esteso di persone porta avanti una lotta culturale nella periferia nord, per ribaltare stereotipi negativi e restituire dignità e possibilità di scelta a migliaia di persone intrappolate nell’immobilità sociale e in una sorta di incapacità di sognare.

Incastonato sulle rampe del polifunzionale di Scampia, sopra l’Auditorium, Chikù Gastronomia Cultura Tempo Libero si inaugura formalmente il 17 novembre 2014. In questo spazio collettivo, luogo multiforme di sperimentazione  pedagogica, interculturale, gastronomica, che piano piano sta prendendo la forma di visioni, idee e sogni che ci ispirano da tempo, accadono davvero molteplici cose.

Chikù non è solo un ristorante italo/ romanì, il primo in Italia, in cui lavorano insieme un gruppo di donne, italiane e romnì, che da sette anni preparano piatti delle rispettive tradizioni gastronomiche, contaminandole e superandole.

È anche un’opera collettiva che definisce le sue forme ancora oggi, quotidianamente, attorno a un nucleo fondante e al calore che emanano la sua cucina e le persone che lo attraversano.  

La sua nascita affonda le radici nella storia decennale dell’associazione chi rom e…chi no.

Non sapevamo esattamente come sarebbe stato il nuovo spazio, ma sapevamo di voler creare un posto che rispecchiasse quel turbine di relazioni, laboratori, incontri, convivialità, sperimentazione continua che per dieci anni aveva attraversato la baracca Scola Jungla, costruita con gli abitanti rom in un campo abusivo di Via Cupa Perillo a Scampia. L’idea di un intervento culturale, pedagogico e politico, di trasformazione degli spazi pubblici di un quartiere ai margini, è stata portata avanti con spirito utopico da un gruppo di giovani che decise di iniziare un percorso di autocostruzione e presa di coscienza con gli abitanti rom di uno dei campi non autorizzati di Via Cupa Perillo, luogo ai margini dei margini, per la realizzazione di uno spazio autogestito e autofinanziato. La baracca, chiamata dai più piccoli scola jungla poiché speravano con il nostro di arrivo di potersi liberare dalla scuola ordinaria, è diventata nel tempo uno spazio pubblico e culturale della città, luogo di incontro, confronto e crescita collettiva, in cui sperimentare e condividere pratiche pedagogiche, di politica attiva, di disobbedienza civile e organizzata. La baracca è stata definita da qualcuno un avamposto culturale, simbolo di una città aperta e accogliente, grazie alla quale cittadini gagè, non rom, da Napoli e dall’Italia, per la prima volta entrano in un campo rom e scoprono la semplicità delle relazioni con un mondo e con persone considerate fino a poco prima troppo distanti, diverse, inavvicinabili. Diventa rapidamente luogo di scambio e riflessione, di controinformazione e critica sociale, in cui accanto ai percorsi pedagogico interculturali e ai laboratori, si sviluppa un movimento che inventa modi per prendersi cura e riappropriarsi degli spazi pubblici, per discutere in maniera avanguardistica di superamento dei campi rom e di diritto all’abitare, laboratori politici che vedono la partecipazione attiva e critica delle persone.

pianeta

L’età del turismo

di Nicola De Cilia

Illustrazione di Luigi Bicco

Una visita a Oświęcim

Credo non tornerò più a Oświęcim. Oświęcim è il nome di un paese polacco, noto al mondo come Auschwitz. Ci sono stato tre volte, sempre accompagnando studenti, ma l’ultima visita mi ha lasciato un senso di amarezza e prostrazione da cui fatico a risollevarmi.

Nelle due occasioni precedenti, nonostante le mie perplessità, la visita al più noto dei lager d’Europa non mi aveva lasciato simili sensazioni. Anzi, l’ultima volta, nel 2014, avevo assistito a una sorta di epifania: il viaggio era stato preparato con gli studenti di due classi quinte in modo rigoroso, avevamo visto il film di Resnais Notte e nebbia, qualche sequenza di Shoah di Claude Lanzmann; era poi venuto uno storico a parlare di una giovane di Conegliano Veneto morta a Auschwitz. Eravamo partiti a metà febbraio, sotto un cielo grigio che ci aveva accompagnato fin dentro il campo di concentramento. Il comportamento dei ragazzi era stato ineccepibile: silenziosi e concentrati, seguivano nelle cuffie le spiegazioni delle guide; quando i diversi gruppi in cui eravamo divisi si incrociavano, gli sguardi rimanevano bassi, al massimo qualche sguardo fuggitivo, certo non ridente. A Birkenau, nella grande fabbrica dello sterminio a cielo aperto, camminavamo attraversando i resti delle baracche, sotto le nuvole che si ispessivano; le voci, come al termine di un funerale, avevano ritrovato un po’ di forza, ma non si sentiva berciare. Quel giorno, non c’erano molti visitatori, ne trovammo un gruppetto alla fine del percorso, al monumento che, tra i resti dei due forni crematori, sorge in memoria di tutte le vittime che hanno trovato la morte a Auschwitz: una collinetta di pietra e terra, con degli alberi piantati sopra. Mentre osservavo i boschi di betulle e querce che si ergono a ridosso del filo spinato, notai che il gruppetto di studenti stranieri si metteva in posa. Pensai a una foto ricordo e sibilai all’orecchio di chi mi stava vicino: “Che imbecilli!” Ma improvviso, si levò un canto a cappella, delicato, perfetto, una melodia che mi parve dolcissima. Per il breve tempo di una canzone, che sembrava sfidare il male del mondo, lì palpabile, tutto sembrò immobilizzarsi. Nulla ruppe l’incantesimo: non uno starnuto, non un commento, non un applauso. Il coro improvvisato si sciolse silenziosamente, ognuno riprese il suo percorso. Non condivisi con nessuno la profonda commozione provata; ritornati a casa, durante una lezione, ritornai su quegli attimi, ragionando con gli studenti su quella sorta di miracolo di cui eravamo stati testimoni.

il libro

Il grande libro di Montesano

di Emanuele Dattilo

illustrazione di Miguel Angel Valdivia

Per intere generazioni di lettori, le enciclopedie o le storie universali della letteratura sono state il succedaneo glorioso di un’esperienza mistica. Finalmente, qui, niente più ordini di appartenenza nazionale, né labili, imprecisi distretti cronologici. Tenere in mano uno di quei volumi universali permetteva l’ebbrezza di accarezzare con gli occhi una totalità esatta e indiscriminata, democratica: sunti dettagliati di opere dimenticate, brevi ma esaurienti biografie di Vati, minuscole fotografie in bianco e nero, con date e luoghi di decessi (a volte enunciati col brivido dell’incertezza); e infine, quegli straordinari, amabili Minori, che popolano a bizzeffe le enciclopedie universali e che ci attraggono sempre per la loro ostinata resistenza a iscriversi nel corpaccione liscio e continuo della Storia. Che dire poi se quell’universale era anche tascabile? La nostra epoca di frammentazione e scomposizione (o decomposizione) digitale, sembra aver perduto questa ebbrezza; le enciclopedie che frequentiamo quotidianamente su internet conoscono maggiori approfondimenti e collegamenti, senz’altro, ma non ambiscono più a quel sogno di totalità chiusa e compatta, rilegata, che ci appare oggi non solo lontano, ma impossibile. Il vortice inclusivo, costantemente aggiornato delle enciclopedie di internet è nemico dell’immagine della totalità, che –  come insegnano gli orientali –  si basa su un numero finito di elementi, cristallizzati entro un ordine significativo.

Il libro di Giuseppe Montesano, Lettori selvaggi, può dare, a chi lo sfogli, un simile piacere conoscitivo, ma di natura meno ingenua e adolescenziale di quello dato a chi ancora palpeggi le enciclopedie universali. Quello di Montesano, infatti, non è una enciclopedia né una vera e propria storia della letteratura, ma piuttosto l’archivio privato segreto di un lettore selvaggio. Il carattere personale, che sembrerebbe a tutta prima rappresentare il limite di questo libro, è invece il più prezioso antidoto di Montesano a una forma di lettura che, si teme, vada ora per la maggiore: la lettura autoreferenziale. Montesano legge – e scrive – per non essere più se stesso (secondo un principio che Flaubert applicava alla propria scrittura). Egli ha fatto propria la lezione di Alberto Savinio, che compilava negli anni 40 del secolo scorso uno dei suoi capolavori, pubblicato solo dopo la sua morte, la Nuova Enciclopedia, partendo proprio dalla costatazione dell’impossibilità di un sapere totale e chiuso, definitivo. Sembra un paradosso? No, proprio questa impossibilità spingeva Savinio – e Montesano, ora, insieme a lui – a ritracciare, come un agrimensore, nuove e inesplorate possibilità letterarie, partendo dalle proprie sterminate letture. Il carattere arbitrario e capriccioso delle scelte (verrebbe sempre da domandare all’autore: “e perché questo scrittore no?”), non è in nessun caso il pretesto per la compilazione di un canone personale, come quelli che sono soliti fare certi professori americani in pensione: è un ritratto della letteratura in tutte le sue estreme possibilità (anche quelle non scritte), che Montesano vuole dipingere, non un autoritratto camuffato.

urbanistica del disprezzo

Via Gandusio, partecipazione alla bolognese

della redazione bolognese de “Gli asini”

Da qualche tempo Bologna è teatro di avvenimenti a dir poco inquietanti. Sgomberi di occupazioni abitative, minacce di sgomberi di centri sociali (e non solo quelli occupati), cariche a freddo della polizia senza motivo, irruzioni della polizia in una biblioteca universitaria occupata, ordinanze restrittive nell’uso delle piazze pubbliche con relativo dispiegamento di forze, gestione autoritaria dei processi “partecipativi” che l’amministrazione comunale ha messo in campo per dare copertura “democratica” a devastanti trasformazioni urbanistiche, e altro ancora. Da ultimo, lo sgombero e la devastazione di uno storico circolo Arci (fondato nel 1947) frutto di un perverso intreccio tra il Comune e la Questura. Ciò che sta accadendo a Bologna – ne siamo convinti – non è solo un fenomeno locale, ma un “esperimento” che servirà presto da modello anche altrove. Le retoriche della partecipazione e la realtà della guerra ai poveri e agli spazi sociali spontanei si gioca infatti in molte città nel campo dell’urbanistica e delle trasformazioni del tessuto sociale.

Ecco perché abbiamo pensato di raccontare gli ultimi due episodi accaduti in città: attraverso essi è possibile cogliere il segno sia della mutazione profonda nel rapporto tra le amministrazioni locali e i cittadini sia dell’intreccio tra conflitto, repressione e cooptazione. (Gli asini)

 

Il pomeriggio di mercoledì 28 giugno al centro sociale Labas c’è, come sempre, il mercatino di Campi Aperti e il grande cortile dell’antico edificio militare (abbandonato da decenni e occupato dal 2012) è pieno di stand di piccoli agricoltori biologici, bambini, ragazzi e famiglie che attendono un po’ di fresco facendo la spesa e trascorrendo un po’ di tempo in uno dei pochi spazi di socialità gratuita, aperta a tutti e libera. Ormai una vera rarità in un centro storico sempre sterilizzato, sempre più vetrina per turisti, sempre più “centro commerciale naturale” pensato ad uso e consumo di danarosi turisti stranieri e mandrie di clienti dei saldi di fine stagione. Uno dei pochi luoghi cittadini realmente trasversali, abitualmente frequentato da studenti universitari, militanti politici, migranti e cittadini.

in evidenza

I droni militari, una minaccia volante

di Giacomo Pellini

Illustrazione di Spider

Quindici anni fa, il 4 febbraio del 2002, nei pressi della città di Khost in Afghanistan, un drone americano lanciava un missile Helfire contro tre uomini, uccidendoli. Si tratta del primo attacco effettuato da un velivolo a pilotaggio remoto. Il drone era sulle tracce di Bin Laden, ma con ogni probabilità le vittime non erano terroristi, ma uomini intenti a recuperare metallo.

Quel giorno cominciò l’epoca dei killer robot – più comunemente chiamati droni militari. Una tecnologia spesso oscura ai più – in Italia solo il 40% delle persone ne è a conoscenza – ma incrementata negli anni.

L’ultimo rapporto dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo (Iriad), dal titolo Droni militari: proliferazione o controllo? analizza proprio lo stato dell’arte degli aeromobili a pilotaggio remoto (Apr), più noti, appunto, come droni. E il focus è soprattutto sul loro uso militare: il dossier mostra come il mercato dei droni sia in continua crescita. Un affare che non è destinato ad arrestarsi: secondo l’Iriad si passerà da “un valore di 4861 milioni di dollari nel 2012 a 9801 nel 2016 – di cui 6539 nel settore militare”.

Una tecnologia che deve la propria fortuna al moltiplicarsi delle guerre “asimmetriche e a bassa intensità”. Il carattere della guerra globale implica un modus operandi completamente nuovo nei conflitti: da una parte l’uso della forza non è più confinato a un luogo specifico, ma si espande ovunque; dall’altra la mancanza di un nemico vero e proprio – sempre più spesso gli Stati si trovano a dover combattere non contro altri Stati, ma con “network internazionali o movimenti irregolari”, com’è, per l’appunto, il caso delle formazioni radicali islamiste di Al Quaeda e Stato Islamico – rende sempre più difficile l’individuazione di target veri e propri. È proprio all’indomani dell’11 settembre del 2001, quando l’Amministrazione Bush decise di inaugurare la “guerra al terrore” in risposta agli attentati di Al-Qaeda, che l’uso massiccio di droni militari è divenuto sempre più frequente da parte della prima potenza mondiale.

Dull, dirty and dangerous: sono le tre “D” che definiscono la tipologia di compiti che spetta ai droni militari, ossia “stupidi, sporchi e pericolosi”. L’uso massiccio di questa tecnologia da parte dello Zio Sam è stata motivata, da parte delle alte sfere militari,  da una parte con la narrazione della guerra a “perdite zero” e la necessità di azzerare i pericoli che corre il pilota,  spesso molto rischiosi (dangerous), in condizioni ambientali non favorevoli (dirty) e di lunga durata. Dall’altra, con la retorica del basso numero di vittime civili che gli Apr lascierebbero sul terreno, essendo macchine da guerra intelligenti che colpiscono con precisione il bersaglio legittimo – che sia questo un terrorista o un criminale.