In casa

Nell’Italia dei veleni con Marina Forti

di Maria Pace Ottieri

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Il reportage-saggio Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia (Laterza 2018), è una prima mappa, una mappa nera, criminale e mortifera dell’Italia avvelenata, otto zone tra le più inquinate del paese che Marina Forti sceglie di indagare viaggiando dal Veneto alla Sicilia, dalla Lombardia alla Sardegna.

Chi la fa da padrona è l’Ilva, onnipresente, una delle industrie che più hanno fatto e disfatto l’Italia, battezzata con l’antico nome latino dell’isola d’Elba, Ilva, l’isola del ferro, nasce a Genova nel 1905, sarà poi dell’Iri e più tardi della famiglia Riva. La troviamo a Genova-Cornigliano, Bagnoli, Porto Marghera e infine a Taranto, il quarto centro siderurgico italiano e il più grande, affacciato al Mar Piccolo e al popoloso quartiere Tamburi.

Quando negli anni Cinquanta si annunciò la costruzione dell’acciaieria, tutti la vollero. Marina Forti cita Alessandro Leogrande, che di Taranto, la sua città, ha scritto molto: “Chiesero in massa la sua edificazione la città vecchia e quella nuova, gli operai e i pescatori, i proprietari dei terreni e i mediatori politici, una borghesia da sempre apatica e una Curia da sempre supplente di altri poteri”. La sola voce a parlare di “processo barbarico di industrializzazione senza alcuna opera di difesa della terra e della città” contro l’inquinamento, e da parte di un’industria di Stato per di più, fu anni dopo Antonio Cederna, fondatore di Italia Nostra, quando vide sradicare dal terreno decine di migliaia di ulivi e di vigne e intraprendere giganteschi lavori per colmare un ampio tratto di mare su cui sarebbe sorto il raddoppio del primo complesso industriale, altri 1.500 ettari di impianti, due volte e mezza la città di Taranto. In poco più di trent’anni, dal 1960 al 1990, 30mila contadini hanno abbandonato la terra per diventare operai, il reddito pro capite è cresciuto del 274% e l’Ilva ha fatto di Taranto una delle città con il maggior benessere al Sud. Ma nei giorni di vento, scatta l’allerta wind day dell’Agenzia regionale per l’ambiente e i bambini non possono uscire di casa, enormi nuvole di polvere nero-rossa sorvolano la città. Lentamente, negli anni, si è cominciato a capire che a Taranto si muore di più, che acqua e terra sono intrisi di scarti tossici, metalli pesanti, pcb, grandi quantità di diossina, secondo uno studio europeo, l’Ilva di Taranto è la maggior fonte di diossina in Europa.

Nel 1990 il governo dichiarò la città “area a elevato rischio di crisi ambientale”, e da allora i vertici, Emilio Riva, il proprietario, e Luigi Capogrosso, il direttore, sono stati condannati più volte, un infinito processo sempre rinviato a colpi di ricorsi al Tar, fino all’arresto a Londra, di Fabio Riva, figlio di Emilio, al sequestro dei beni di famiglia e al commissariamento dell’Ilva.

Il nuovo proprietario, il gruppo franco indiano Arcelor Mittal, dovrebbe accollarsi gli immensi costi della bonifica e di tecnologie sofisticate per abbattere le emissioni ma la domanda è: “È possibile risanare l’acciaieria, farne una fabbrica compatibile con la salute di chi ci lavora e ci abita intorno?”.

Qualcuno ha risposto: in Germania, nella Ruhr, funzionano ancora acciaierie che producono senza avvelenare e dove c’erano le miniere oggi ci sono boschi, ma anche dietro agli esempi più virtuosi, vedi la Svezia che appare come uno degli stati più green, si nasconde il fatto che l’economia del paese si basa sulla produzione di automobili e prodotti abbigliamento, mobili e tecnologia usa e getta, mentre sta spostando le industrie nocive per l’ambiente nei paesi più poveri.

L’Ilva la troviamo di nuovo a Porto Marghera dove arrivò nel 1925, con una fonderia d’acciaio e un laminatoio, e infine a Bagnoli, una storia lunga quasi un secolo anche qui, prima Ilva, poi Italsider e di nuovo Ilva, 3.400 ettari in abbandono da quando nel 1991 è stato spento l’ultimo altoforno e gli impianti sono stati smontati e venduti in Cina e in India, la triste vicenda che racconta Ermanno Rea in La dismissione. Risanamento ambientale, rigenerazione urbana sono le formule che coprono il nulla di fatto, senza la bonifica la trasformazione di Bagnoli non ci sarà. Insieme all’Ilva qui c’erano l’Eternit e la Montecatini. Ma chi paga? Solo bonificare i venti ettari della “colmata”, la spiaggia che l’Ilva ha coperto con reflui di lavorazione e scorie d’altoforno, per ridare il mare agli abitanti e un parco per sport e loisir, ha costi che lo Stato non può o non vuole accollarsi.

Quello che impressiona nel libro asciutto e implacabile di Marina Forti, che allinea quasi senza commentare, la storia di questi otto luoghi, è che lo schema è ovunque lo stesso: il processo industriale di produzione e di distruzione, il paesaggio che si deforma, il lavoro contro la salute, i sindacati contro i primi timidi “ambientalisti”, spesso operai o impiegati delle stesse fabbriche che già dagli anni Settanta mettono in fila i nomi dei compagni che hanno visto ammalarsi e morire, le bonifiche che non partono, i responsabili che da tempo si sono dileguati, lo Stato che benedice ogni luogo avvelenato con la definizione: “Sito di interesse nazionale per la bonifica dall’inquinamento industriale” e poi scompare.

Dai primi del Novecento al secondo dopoguerra, contadini e pescatori hanno lasciato i campi e il mare per correre in fabbrica. Da un giorno all’altro si sono dovuti adattare a macchine sconosciute che non potevano fermarsi mai, alle dodici ore di lavoro, ai turni di notte, a un lavoro a ciclo continuo mai pensato prima. Le lotte, gli scontri, gli scioperi che hanno segnato la storia del movimento operaio italiano, contro i padroni delle nuove aziende barricati nella difesa dei propri interessi, erano per ridurre l’orario di lavoro, aumentare i salari, proteggere i minori. Nessuno presagiva che intorno alle fabbriche, nei paesi e nelle città vicine, si stava facendo terra bruciata. I rifiuti tossici solidi si bruciavano dentro buche del terreno, i liquidi si smaltivano nei canali d’irrigazione, nelle rogge, nei fiumi, perfino nel mare, il petrolchimico è stato l’asse portante dell’economia italiana fin dagli anni Trenta, del resto fino al 1976, anno della legge Merli, nessuna norma lo vietava.

I veleni sono invisibili, covano silenziosi sottoterra e nel sangue delle persone, per poi manifestarsi quando il danno è irreparabile, con uno scarto temporale che si rende complice della smemoratezza umana. L’industria, invece, dà, o meglio dava, risultati immediati: occupazione, aumento di reddito, crescita dei consumi e gli scarichi, i fumi e lo smog sembravano il male necessario per entrare nella modernità.

Così a Portoscuso, in Sardegna, i bambini respirano piombo, Brescia e la sua provincia detengono il record dei rifiuti seppelliti sottoterra e hanno sostituito l’industria in crisi con l’affare dello smaltimento dei rifiuti, (ne arrivano a tonnellate anche dalla Terra dei fuochi), a Colleferro, in Ciociaria, una moria di mucche ha rivelato un secolo di avvelenamento della Valle del fiume Sacco e le campagne, sottratte ai contadini una prima volta per costruire una grande industria di polvere da sparo, munizioni, esplosivi, bombe e cartucce per l’esercito italiano, la Bpd, poi convertita in fabbrica chimica, sono state sottratte una seconda volta con il divieto di mangiare animali, frutta e verdura dei loro orti perché avvelenati.

Secondo il principio sancito da norme europee, per il quale “chi inquina paga”, tre quarti dei procedimenti aperti per gli interventi di bonifica dei cosiddetti Siti di interesse nazionale da bonificare sono a carico dei privati che spesso si dileguano, o sono falliti e i siti restano orfani.

La popolazione più esposta alla contaminazione è sempre quella più povera e così man mano che qualche intervento risana qua e là altri se ne scoprono e se ne producono con la migrazione delle aziende, “il viaggio”, conclude Marina Forti, “potrebbe già ricominciare”.

La crescita costante connaturata al nostro sistema di produzione non può che continuare a esaurire le risorse naturali, a produrre quantità insostenibili di rifiuti e a scegliere il processo più economico, non il più lungimirante. Quando un paese è diventato abbastanza ricco, la crescita si tinge di verde e spera che i problemi ambientali saranno risolti dall’innovazione tecnologica o adottando stili di vita ecocompatibili, ma solo quelli che non minacciano i livelli di consumo correnti, naturalmente.

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poco di buono

Napoli a teatro, parole e musica

di Mimmo Borrelli
incontro con Mirella Armiero

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La Cupa (in scena al San Ferdinando di Napoli nella scorsa stagione) ha una natura solenne, è un atto cerimoniale prima ancora che teatrale. Mimmo Borrelli, drammaturgo con attitudini da sciamano e da antropologo, nutre la sua arte con gli elementi sulfurei e tellurici dei Campi Flegrei (dove è nato 39 anni fa) ed è convinto che quando si fa teatro, ma teatro vero, sul palcoscenico accada qualcosa di assai reale.

Borrelli pretende dal teatro che la rappresentazione a cui assistiamo cambi qualcosa nella nostra umanità più profonda e attinga all’idea di verità, attraverso un serrato corpo a corpo tra spettatore e attore e tra attore e autore. La Cupa è tutto questo, in una forma di discendenza assai classica innervata di comicità e di stilemi popolareschi.  Il dramma nasce dall’amore di due ragazzi (Vicienz Mussasciutto e Maria delle Papere) che appartengono a famiglie rivali. Tra stupri, suicidi, paternità negate e omicidi efferati di bambini, via via i morti diventano sempre più numerosi dei vivi e chiedono vendetta.

Partiamo da qui per parlare con il regista e drammaturgo della sua poetica e di questo suo ultimo spettacolo, che oltrepassa i confini scenici tradizionali e dimostra ancora una volta quanto sia incontenibile la drammaturgia di Mimmo Borrelli, rappresentata di volta in volta sulla spiaggia di Torregaveta all’alba o in un treno della Circumflegrea, oltre che sui palcoscenici più significativi d’Italia.

Se potessi, fuggirei dal teatro, inteso come spazio asfittico della scena all’italiana. Il teatro deve avere una funzione catartica e politica, o mette l’uomo al centro della scena e lo trasforma o è intrattenimento. Niente di male, per carità, ma è un altro mestiere rispetto al mio. La Cupa, come tutto il resto della mia produzione, è un evento identitario, rituale: mi piacerebbe rappresentarla a Bacoli, ad esempio, per un mese intero. Come un rito collettivo.

 

Come lavori sull’attore? Nel tuo teatro non  c’è spazio per l’improvvisazione, il verso scandisce la recitazione e offre una gabbia formale imprescindibile. Il risultato però non è mai ingessato o schematico, la messinscena ha una innegabile potenza emotiva.

L’attore deve mantenere un livello emotivo e formale sempre alto, ma non spontaneo; serve la codificazione. E questo è senz’altro faticoso: il mio teatro è scomodo prima di tutto per l’attore. Da quando sono approdato alla regia, nel 2009, ho considerato l’attore una macchina, mentre l’allestimento è l’ultima cosa. Ovviamente la prima cosa è il testo. Per la Cupa ho scritto 15 mila versi e ne ho messi in scena 2500. Dietro resta  un altro testo che lo spettatore non conosce. L’opera drammaturgico-letteraria è più ampia di quella drammaturgico-scenica. C’è tutta una parte antropologica che non può essere codificata, ma che deve necessariamente diventare altro. Faccio un esempio: se descrivo la camminata di qualcuno,  questo testo in scena non può essere raccontato, deve diventare un movimento, un gesto. In sostanza, nella Cupa ho dato forma alla mia idea di teatro che è una musicalità codificata e corporea, basata sull’emotività. Lo spettacolo è una sorta di pentagramma dell’emotività, lo rende forma. Non mi piace la retorica del corpo. È la parola che deve dare vita al corpo. Considero un errore certe posizioni estreme del teatro contemporaneo: quando non si sa affrontare la parola, la si distrugge con il corpo. La scoperta del corpo da parte delle avanguardie è stata meravigliosa, ma a un certo punto è diventata pura forma, manierismo.

 

Seguendo un certo filone della drammaturgia partenopea, alla parola affianchi la musica, che si inserisce nel gioco linguistico, affiancandosi ad altri ritmi, a volte onomatopeici, o alle litanie e ai versi degli animali. Dunque alla lingua si aggiunge un discorso metalinguistico o meglio paralinguistico.

Mi sento discepolo di Viviani che diceva: quando la parola raggiunge l’apice della manifestazione del personaggio, allora il personaggio canta. Così accade nella Cupa, nei momenti salienti, dalla morte del figlio al suicidio di Maria delle Papere. Antonio Della Ragione, che è in scena con noi, è l’unico polistrumentista italiano che sa seguire l’attore senza sovrastarlo. Sotto questo punto di vista il mio è un teatro totale. Come quello di Roberto De Simone. Nella drammaturgia napoletana è tutto concatenato: senza De Simone  non ci sarebbero stati Ruccello,  Moscato e forse nemmeno io. Lui però tra tutti è meno autore e più antropologo. Io sono stato a un passo dall’affrontare un provino con lui, poi accadde altro nella mia carriera e Nello Mascia mi prese nella sua compagnia. Al tempo anche De Simone era rivoluzionario, poi è diventato tradizione, maniera. Forse accadrà così anche per me. Anch’io come lui parto dalle interviste, dalla ricerca. Poi scrivo il testo, creo i versi e li inserisco nella struttura drammaturgica, attribuendoli all’uno o all’altro personaggio.

In casa

Sotto il vulcano con Maria Pace Ottieri

di Marina Forti

murale di Blu

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La quiete è illusoria, il Vesuvio potrebbe risvegliarsi da un giorno all’altro. Eppure alle sue pendici abitano oltre settecentomila persone, una successione ininterrotta di comuni, centri storici, fabbriche, zone agricole, villini, discariche, quartieri sovraffollati, una densità umana tra le più alte al mondo. È questo, osserva la scrittrice e giornalista Maria Pace Ottieri, che fa del Vesuvio il vulcano più pericoloso al mondo: non la sua natura incandescente e imprevedibile, quanto “la proliferazione abnorme di persone e di costruzioni” lungo i suoi fianchi, che farebbe di un’improvvisa evacuazione di massa un evento senza precedenti. L’ultima eruzione è stata nel 1944, i più anziani la ricordano: era l’ultimo anno della guerra, vista da Napoli fu uno spettacolo terribile e affascinante.

Insomma, come si può vivere tranquilli sotto una montagna di fuoco? Irresponsabilità, mancanza di memoria, o il proverbiale fatalismo? O forse “la percezione del rischio è schiacciata dal peso quotidiano” del vivere? “Chi vive nei paesi vesuviani crede veramente che il vulcano non scoppierà mai più?”. Con queste domande in testa, Maria Pace Ottieri è andata a esplorare la “città vesuviana”. Ne è nato Il Vesuvio universale (Einaudi 2018), un racconto appassionante in cui si intrecciano le voci di chi abita alle pendici del vulcano e le storie degli studiosi che hanno cercato di decifrarne i segni, reminiscenze letterarie ed esplorazioni archeologiche, la storia recente e quella antica. Un lungo réportage dove il protagonista è uno solo, il Vesuvio – ’a Muntagna, come è chiamato a Napoli –, ma i personaggi numerosissimi.

Ottieri si muove lungo la ferrovia Circumvesuviana, tra lo splendore decaduto di vecchi centri storici e l’affastellarsi di costruzioni abusive (unico appunto: una cartina avrebbe aiutato). Incontra ex lavoratori dell’Alfa di Pomigliano d’Arco, lo stabilimento sorto nei primi decenni del Novecento per dare uno sviluppo industriale per Napoli (un po’ come l’Ilva di Bagnoli ai bordi dell’altra caldera attiva napoletana, quella dei Campi Flegrei). Era il sogno di emanciparsi dalla povertà rurale, di trasformare migliaia di “arrotini, impagliatori, cordai, potatori, funari, stagnini, sellai, spaccalegna, lattonieri, scalpellini, venditori di sugna, di fichi e di lupini, guarnamentari, cusetori, scarpari, ferraiuoli in operai metalmeccanici”. La fabbrica in effetti ha trasformato la vita di Pomigliano, nel dopoguerra qui le ragazze andavano alle magistrali, i giovani facevano l’avviamento professionale e si sentivano diversi da quelli dei dintorni, l’Alfa Romeo era “una Milano in terra vesuviana”. Negli anni Settanta si coagula qui la protesta sindacale e politica. Nasce qui anche il collettivo degli Zezi, un po’ lavoratori e un po’ musicologi, che dopo il lavoro si dedicavano a ripescare suoni e canzoni popolari suonando la chitarra e la tammorra, il tamburo di pelle con cimbali di metallo. Qui Ottieri incontra Tonino ’O Stocco, già venditore ambulante di stoccafisso, poi operaio dell’Alfa Sud e uno dei primi Zezi, che oggi costruisce e suona tammorre. E poi Angelo De Falco, insegnante d’arte, uno dei fondatori di quest’impresa politico-musicale: “Usavamo le forme della cultura contadina per raccontare la vita degli operai”, spiega.

Pomigliano resta un luogo a sé. Ma il legame tra il Vesuvio e la cultura popolare dev’essere forte, perché l’autrice ci porta nel centro storico di Somma Vesuviana, al borgo Casamale, dove incontra Roberto De Simone, compositore, musicologo e fondatore della Nuova compagnia di canto popolare: più o meno mentre gli Zezi componevano tammurriate operaie, lui aveva scelto Somma come base di partenza per riscoprire il sostrato cristiano-magico-pagano della tradizione popolare.

Il percorso continua, le storie si sovrappongono: c’è la famiglia di Somma che importa baccalà da quando a Napoli c’era il colera, nel 1973, fino a costruire sullo stoccafisso un impero commerciale e una tradizione culinaria. E quella che negli anni Trenta a Terzigno ha fondato una banca divenuta nel dopoguerra un caposaldo del notabilato democristiano, potenti vesuviani come Giovanni Leone e Antonio Gava (la Banca Fabbrocini però è fallita quando la terza generazione della famiglia si è buttata in lussi sfrenati e affari poco raccomandabili). Oggi a Terzigno troviamo la capitale dei cinesi vesuviani – quelli che negli anni Ottanta hanno creato il “pronto moda”, le fabbrichette che “riescono a evadere ordini di tremila capi da un giorno all’altro”.

Con l’autrice attraversiamo comuni dominati dalle famiglie della camorra e dall’abusivismo edilizio. Scopriamo che più di metà del territorio vesuviano è tuttora agricolo e fertilissimo, produce albicocche, mele annurche e uno speciale pomodoro pendulo. Ma i coltivatori qui si sentono diffamati e danneggiati dall’etichetta di “terra dei fuochi”, che allude a una terra contaminata da decenni di discariche abusive. I rifiuti però sono reali, anche qui sulle pendici del vulcano le discariche sono ormai un’attività illecita tra le più redditizie: vecchie cave di pietra lavica e perfino antiche ville romane in abbandono sono state riempite di rifiuti.

Ancora, incontriamo il virtuoso dei fuochi d’artificio che gira il mondo con i suoi segreti (intorno al Vesuvio si addensa il maggior numero di fabbriche e laboratori artigianali di pirotecnia), e il maestro di boxe che nella sua palestra, nel quartiere più difficile di Torre Annunziata, ha allevato molti campioni d’Italia. A Ercolano, in un appartamento confiscato a un boss della camorra, troviamo gli studi di Radio Siani, intitolata al giornalista ucciso dalla camorra nel 1985, appena ventisienne. Vaghiamo tra il “mercato delle pezze” di Resina, i ricordi dei contrabbandieri di sigarette, gli armatori decaduti di Torre del Greco. Scopriamo gli scavi dell’antica Ercolano accanto a “un unico fronte di case che sembrano rovine”.

L’autrice annota, ascolta, partecipa; senza mai cadere nell’esotico o nel pittoresco restituisce una storia e un senso a ciò che potrebbe sembrare uno sgraziato accumulo di miserie umane (“riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno non è l’inferno”, scrive citando l’Italo Calvino delle Città invisibili).

Su tutto domina il vulcano, che ha affascinato generazioni di scienziati, letterati, pittori. E visitatori: le guide turistiche di metà Ottocento si diffondono sullo “spettacolo magico” del Vesuvio; la più famosa dell’epoca, la Baedeker, descrive l’eruzione del 1872 come un fatto consueto del luogo. Oggi i vulcanologi si chiedono se la prossima eruzione non assomiglierà piuttosto a quella del 1631, la più violenta della storia moderna, seconda solo a quella che nel 79 d.C. sommerse Pompei ed Ercolano. E se il Vesuvio manderà sufficenti segnali di preavviso, se i piani della protezione civile saranno adeguati: immaginate settecentomila persone in fuga in un unico colossale ingorgo, inseguite da cenere e lapilli. Domande senza risposta, sembra dire Ottieri: “Il vulcano allena i suoi abitanti a vivere in una vacillante realtà sempre sull’orlo della dissolvenza”.

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In casa

Il mare ci sommergerà

di Alex Giuzio

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Dobbiamo abituarci all’idea che le località costiere italiane diventeranno inabitabili nel giro di pochi anni. Lo dimostrano le mareggiate avvenute tra il 28 e il 30 ottobre lungo tutti i litorali della penisola: episodi catastrofici senza precedenti, che hanno distrutto centinaia di edifici in prima linea sul mare, lasciando scenari del tutto analoghi a quelli di un terremoto. Il porto di Rapallo non esiste più, abbattuto e sommerso con le quasi quattrocento imbarcazioni che vi erano ormeggiate e che sono state spinte fino alla strada oppure trascinate e affondate al largo; la spiaggia di Fregene sud è scomparsa in tutti i suoi 80 metri di lunghezza e manca poco perché il mare arrivi alle case; lungo i lidi nord di Ravenna si è formato un impressionante gradino alto un metro e mezzo dovuto alla sabbia portata via; la secolare pineta litoranea del Parco della Sterpaia a Piombino conta centinaia di alberi abbattuti dalle onde che hanno persino superato le dune costiere, quelle naturali barriere antierosione ora diventate insufficienti a respingere le onde, per la prima volta nella storia. E si tratta solo di esempi di un cataclisma che non ha risparmiato nessuna area costiera d’Italia. La Liguria, in particolare, è stata la regione più devastata: raffiche di vento fino a 180 km/h hanno alimentato onde alte più di sei metri che hanno abbattuto stabilimenti balneari e ristoranti sul mare, demolito strade e binari ferroviari, invaso persino i centri abitati.

Eppure giornali e tv hanno dato poco spazio a tale calamità diffusa, più interessati a spettacolarizzare gli eventi mediatici (l’acqua alta a Venezia, la tromba d’aria a Terracina) che a interrogarsi sulle cause profonde delle onde marine che negli ultimi dieci anni, con sempre maggiore violenza e lungo tutta la penisola, si sono mangiate centinaia di metri di spiaggia a vista d’occhio. Tali mutazioni sono frutto dei cambiamenti climatici di causa antropica – lo scioglimento dei ghiacci polari e il conseguente innalzamento dei mari dovuti al riscaldamento globale, la subsidenza dei territori costieri causata all’eccessiva cementificazione e all’estrazione di idrocarburi sottocosta, i fenomeni temporaleschi sempre più estremi per l’eccessivo accumulo di energia nell’atmosfera terrestre – e dunque ci richiamano all’immediata necessità di interrompere lo sfruttamento della natura e rinunciare a molti dei nostri comfort per cambiare direzione. Ma l’umanità intera continua a non voler affrontare queste riflessioni, a partire dalle grandi associazioni ambientaliste, impegnate solo a creare consenso scagliandosi contro i facili nemici mediatici (i gasdotti, gli inceneritori, le fabbriche e tutto ciò che in generale non richiede il sacrificio del singolo individuo) anziché fare battaglie radicali e davvero utili a salvare il pianeta (come il vegetarianesimo o l’abbandono totale della plastica e delle automobili, tasti che nessuno tocca perché implicano che l’intera umanità cambi le proprie abitudini).

È per questo che il mare resta nell’opinione pubblica una piacevole destinazione in cui trascorrere le vacanze estive, e non una fonte di grande preoccupazione per la velocità con cui sta avanzando, a dispetto degli allarmi che la scienza lancia ormai da anni e che continuano a essere ignorati, persino dai cittadini che vivono sulla costa per tutto l’anno e che si rendono conto da vicino del problema. I fenomeni marosi ed erosivi continuano infatti a essere trattati come eventi eccezionali a cui si ripara ricostruendo gli edifici distrutti (per farli abbattere da altre onde), recuperando la sabbia al largo con le draghe e spianandola di nuovo a riva con le ruspe (per farla rimangiare alla successiva mareggiata), innalzando scogliere protettive davanti alle spiagge più fragili (per spostare il problema di qualche chilometro). A preoccuparsene – e non potrebbero fare altrimenti – sono peraltro solo gli amministratori locali, mentre il governo nazionale resta in silenzio su qualsiasi questione ambientalista.

La forza del mare non si può fermare e il cambiamento è già in parte irreversibile. Di questo passo le onde, anziché distruggere gli edifici turistici in riva al mare, li scavalcheranno direttamente per sommergere i centri abitati in prima linea delle località balneari. Ma per attenuare i danni e almeno tentare di cambiare direzione, il consiglio dei ministri deve agire subito: a livello generale, adottando una politica di conversione totale alle energie pulite e rinnovabili; e nello specifico, redigendo un piano straordinario per la difesa della costa italiana che stanzi ingenti risorse per la costruzione di opere di difesa strutturali e a basso impatto ambientale, fermando al contempo la subsidenza del suolo costiero tramite il blocco immediato sia dell’estrazione di petrolio e gas metano dal mare, sia della costruzione di qualsiasi grande edificio sulla costa.

Purtroppo dubitiamo che queste siano tra le priorità dei gialloverdi, ma un vero “governo del cambiamento”, per poter definirsi tale, deve ammettere che finora l’umanità ha sbagliato: il dissesto idrogeologico e lo sfacelo dell’ambiente costiero sono colpa di una gestione poco lungimirante e di uno sciagurato sfruttamento delle risorse naturali avvenuti negli ultimi cinquant’anni, che hanno violentato i 7.500 km di coste italiane nonché inquinato le acque, oggi sporche e prive di vita. Solo da questa consapevolezza è possibile ripartire, facendo molti passi indietro non per prendere la rincorsa, bensì per imboccare un’altra strada.

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In casa

Papa Francesco e l’opposizione “americana”

di Iacopo Scaramuzzi

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Si installerà in Ciociaria l’accademia del sovranismo reazionario mondiale, e più precisamente nella Certosa di Trisulti. Per capire come un’abbazia milleduecentesca che sorge tra le querce del frusinate possa diventare il pensatoio del trumpismo transnazionale, per trovare il filo di questa storia, bisogna fare qualche passo indietro.

Bruxelles, 2004. Silvio Berlusconi sceglie come candidato alla Commissione europea Rocco Buttiglione. Il quale, nel corso delle audizioni all’europarlamento, inciampa nella polemica: “Come cattolico considero l’omosessualità un peccato, ma non un crimine”. Le eurodeputate tedesche e olandesi “si accasciano sui banchi”, è la cronaca del “Corriere della Sera” dell’epoca, socialisti verdi e sinistra si impuntano, la commissione parlamentare boccia Buttiglione. Poco importa che il parere, in realtà, non sia vincolante, che basterebbe spostare Buttiglione in un’altra casella della Commissione e tutto si risolverebbe, se non fosse che Berlusconi, che ha più di un problema con la giustizia, vuole a tutti i costi quel posto, commissario alla Giustizia e agli Affari interni, anche a costo di sacrificare il suo ministro… L’incidente è troppo ghiotto per la galassia conservatrice, che lo presenta come una guerra di religione tra la massoneria secolarista e i buoni valori antichi, l’ultimo assalto alle radici cristiane del vecchio continente.

Tra i corridoi dell’eurocamera si muove un giovane assistente parlamentare, Benjamin Harnwell: lavora per il deputato britannico conservatore Nirj Deva, ma nel 2010 decide di lasciare la piovosa Strasburgo e trasferirsi a Roma per lavorare a tempo pieno in una fondazione cattolica, Dignitatis humanae institute, con agganci nei settori più conservatori del Vaticano. Come “padre fondatore” ritroviamo Rocco Buttiglione, presidente del comitato consultivo è il cardinale statunitense Raymond Leo Burke.

Burke è un ultras del cattolicesimo a stelle e strisce. A Saint Louis nega la comunione a John Kerry perché questi sostiene la libertà delle donne di abortire. Amante di paramenti liturgici fastosi e messe in latino, viene a Roma chiamato da Benedetto xvi, ma bacchetta duramente il papa tedesco quando egli ammette, in via beninteso del tutto teorica, l’uso eccezionalissimo del preservativo se una prostituta (nel testo originale tedesco, in realtà, “un prostituto”), ha contratto l’aids. Vive l’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio come un funerale. La cordiale antipatia è ricambiata. Papa Francesco prima lo fa fuori dalla Curia romana (dacché era prefetto della Segnatura apostolica lo nomina al ruolo onorifico di cardinale patrono dell’ordine di Malta), poi lo solleva, di fatto, anche da questo incarico: quando la colonna anglofona dell’ordine di Malta scatena l’assalto al gruppo tedesco, reo di avere finanziato un progetto nel terzo mondo dove viene distribuito il preservativo (sempre quello), Jorge Mario Bergoglio interviene e commissaria la vecchia guardia. Il “cavaliere” britannico Henry Sire si vendica scrivendo un libro al vetriolo, sotto lo pseudonimo di Marcantonio Colonna, intitolato The dictator Pope, il papa dittatore, mentre sui muri di Roma compaiono di notte manifesti con un Bergoglio imbronciato, accusato di avere “decapitato l’ordine di Malta”, e lo sberleffo: “A Francè, ma n’do sta la tua misericordia?”.

Ma torniamo al Dignitatis humanae institute. Nel 2014, ben prima che Donald Trump lo chiami alla Casa Bianca, l’Istituto invita Steve Bannon, che in un lungo collegamento Skype dagli Stati Uniti espone la sua visione del mondo: il “sanguinoso conflitto” necessario per preservare l’Occidente giudaico-cristiano, un’islamofobia che trascolora nel suprematismo bianco, la denuncia del “capitalismo clientelare” di Washington e della finanza globale nell’era Obama-Clinton, un misto di diffidenza e ammirazione per la “cleptocrazia” putiniana, l’emergere di un tea party globale, la sintonia con i movimenti europei di destra. Passeranno gli anni, Bannon andrà alla Casa Bianca, poi il forastico Trump lo caccerà, e negli ultimi mesi lo ritroviamo aggirarsi in Italia, compagnone di Matteo Salvini, gran tifoso del governo giallo-verde, ospite d’onore alla kermesse di Giorgia Meloni. E promotore di un movimento sovranista transnazionale – The Movement – che, in vista delle elezioni della prossima primavera al Parlamento europeo (di nuovo Bruxelles), metta insieme Salvini (unico politico italiano a coltivare da anni un cordiale rapporto con il cardinale Burke) e Marine Le Pen, l’olandese Wilders e l’ungherese Orban.

Quest’impresa ha bisogno anche di una sua fucina. Ed ecco che spunta la Certosa di Trisulti. A inizio 2018 il ministero dei Beni culturali cerca privati a cui assegnare in concessione storici edifici tanto preziosi quanto esosi da manutenere: tra di essi l’antica abbazia del comune di Collepardo ormai abbandonata dai monaci, come sempre più spesso capita per i monasteri di tutta Europa svuotati dal calo di vocazioni. Si fa avanti il danaroso Dignitatis humanae institute e sbaraglia la concorrenza. Qui avrà casa un’“accademia per l’occidente giudeo-cristiano”, corsi pro life, lezioni di formazione destinate ai futuri quadri della galassia populista “per promuovere diversi progetti che dovrebbero dare un decisivo contributo alla difesa di quel che si soleva chiamare Cristianità”, ha spiegato alla Reuters il cardinale Burke, che sarà uno dei docenti insieme a Steve Bannon. Se ci fosse qualche dubbio, il Dignitatis humanae institute, ha spiegato Harnwell al giornale “Ciociaria oggi”, “è nato durante il pontificato di papa Benedetto xvi, ma forse è più vicina al carisma di papa Wojtyła”. Francesco non viene neppure citato.