urbanistica del disprezzo

Bologna e il nulla che avanza. Note sulle politiche cittadine e urbane

di Lorenzo Betti e Piergiorgio Barbetta

Il muro di Acer a difesa di Xm24 il giorno dopo lo sgombero

Sabato 29 giugno, un imponente corteo di circa diecimila persone sfila per le strade di Bologna. Manifesta contro “Il Nulla che avanza”, citazione da “La storia infinita” utilizzata dagli attivisti di Xm24 negli ultimi mesi di mobilitazioni in difesa dello spazio autogestito di via Fioravanti 24 nel quartiere della Bolognina. Rivendica i locali concessi nel 2002 dall’allora sindaco Guazzaloca, grazie all’azione della piattaforma Contropiani, che dalla fine degli anni ’90 aveva raccolto la maggior parte dei gruppi e collettivi del movimento bolognese. Guazzaloca, il primo e ultimo sindaco di centrodestra, dice la falsissima coscienza cittadina, dimenticando che le politiche dei sindaci di centrosinistra che sono seguite non sono state meno reazionarie – dalle insensate lotte ai graffiti (salvo poi metterli nel museo), ai tornelli che ora impediscono l’accesso ai bagni universitari, passando per una stagione di sgomberi selvaggi. Dal 2002 hanno trovato casa a Xm associazioni, collettivi, ciclofficine, scuole di italiano con migranti, sportelli medici e legali, laboratori di hacking, fiere dell’editoria indipendente, mercati biologici, concerti e altro ancora. Progetti e attività accomunate da una spontaneità vivace e creativa, capace di interloquire col territorio e di far stare assieme pezzi diversi di città e di movimento.

Poco più di un mese dopo, martedì 6 agosto, Xm24 viene sgomberato. Nonostante le numerose manifestazioni e la solidarietà espressa a livello locale, nazionale ed europeo, arriva la ruspa. Salvini la rivendica subito (è il giorno seguente all’approvazione del decreto sicurezza bis), il sindaco Merola si arrampica sugli specchi, definendo lo sgombero ruspamunito “una liberazione dell’immobile”, fatta in maniera “equilibrata e coerente”. Nonostante la giornata di resistenza creativa e nonviolenta (fuochi d’artificio per avvisare la cittadinanza di quello che stava per succedere, “sirenette” asserragliate in piscina, “piccioni” sui trabattelli, sui tessuti aerei, sul tetto), il Nulla doveva avanzare e gli attivisti e i cittadini di Bologna e della Bolognina hanno perso in poche ore uno spazio di frontiera che per quasi vent’anni è stato in grado (con tutte le difficoltà e le contraddizioni di esperienze come questa) di elaborare e sperimentare forme autentiche di partecipazione. Uno spazio aperto, plurale e conflittuale in un quartiere dove al contrario si sperimentano da anni solo sterili discorsi sulla legalità e sul decoro.

L’Xm circondato dalla polizia. All’interno la resistenza delle “sirenette” in piscina e degli attivisti sul tetto

Circondato dalla “Trilogia Navile” (mastodontico e fallimentare progetto urbanistico lasciato incompiuto da privati e amministrazione comunale), dall’imponente scheletro di una futura “Casa di Quartiere”, dal futuro “Student Hotel” per studenti e turisti benestanti (edificio che per anni ha ospitato l’“Ex Telecom”: una delle occupazioni abitative più grandi e interessanti d’Italia), dalla stazione Centrale di Bologna (Alta Velocità compresa), dalle accecanti vetrate degli uffici Comunali progettati da Cucinella e dal quartiere tra i più densamente abitati e popolari della città, Xm24 era un luogo di frontiera e sperimentazione anche per l’area cittadina in cui si trovava.

La “questione Xm” è iniziata immediatamente dopo l’elezione di Virginio Merola a sindaco: la nuova amministrazione, la prima dopo il commissariamento, decide di riprendere immediatamente il discorso legalitario ereditato dalla lezione di Cofferati. Inizia una lunga stagione di sgomberi di centri sociali e culturali: Bartleby, Atlantide (stabile ancora inutilizzato e murato a più di 4 anni dallo sgombero), Labàs (grande caserma che, a due anni dallo sgombero, non ha ancora nessuna progettualità concreta) e il Laboratorio Crash. Sono gli stessi anni che la questione abitativa scoppia in città e gli sgomberi raggiungono così anche le grandi occupazioni abitative come l’“Ex Telecom”. Uno stabile occupato che, dopo aver dato casa a un centinaio di famiglie in grave emergenza abitativa e aver fatto rivivere per il quartiere e la città un enorme edificio abbandonato da anni, una volta violentemente sgomberato e murato, è stato venduto e ha iniziato lentamente la sua trasformazione in “Student Hotel” “per viaggiatori, cittadini del mondo, studenti e freelance”.

Il Nulla avanza da anni nelle politiche cittadine, cercando di creare un nuovo quartiere fatto di parcheggi, “Finger Food Festival”, residenze per classi medio-alte, strade e rotonde dove poter sfrecciare solitari con la propria auto. Parallelamente le attività economiche che riescono ad aprire e insediarsi con più facilità in quartiere sono centri scommesse e bar con sale slot.

In un’intervista su “Repubblica” dell’8 agosto, il presidente del quartiere Navile Daniele Ara (in organico al Partito democratico bolognese), cercando di mettere in contrapposizione le attività di Xm24 con altre realtà del territorio, rivendica orgogliosamente piccole attività di rigenerazione urbana che diverse associazioni di cittadini hanno stimolato nella zona (il Dopolavoro ferroviario –DLF, il mercato Albani, il parco della Zucca). Come anche lo stesso Ara sa bene però, molte di queste attività e progettualità sono nate e sono cresciute a Xm24 per poi prendere altre strade in quartiere e oltre. D’altro lato raramente l’amministrazione bolognese è riuscita in questi anni ad avere un’influenza sostanziale e positiva nella vita della Bolognina (se non per facilitare gli investimenti di grandi capitali di privati che stanno trasformando le aree ex-industriali in aree residenziali per classi medio-alte con discount e centri commerciali a portata di mano). Per quel che riguarda progettazioni sociali e culturali ha dato al massimo il beneplacito ad attività svolte dall’associazionismo più o meno di base.

Sullo sfondo dello sgombero, cantieri fermi da mesi: “Casa di Quartiere” (e in lontananza, gli uffici del Comune)

Durante le trattative che hanno precedute allo sgombero, l’assemblea di Xm24 aveva accettato anche di liberare l’immobile di via Fioravanti per trasferirsi in altri immobili pubblici e non utilizzati presenti in Bolognina. Tra le proposte fatte, c’era la Caserme Sani, una delle aree verdi più importanti in quartiere. L’area è abbandonata da una ventina d’anni e le alte mura ex militari la difendono dal poter essere vissuta dai residenti della zona che riescono solo a immaginare le potenzialità del suo contenuto. Il Dopolavoro ferroviario, di cui tanto il Presidente Ara va fiero, è un rudere racchiuso anch’esso da alti cancelli e reso accessibile solamente dalla forza di volontà di alcuni privati che, con fatica, organizzano eventi culturali e sportivi.

È chiaro che la scelta è stata quella di eliminare uno spazio scomodo. A fine luglio, in consiglio comunale, si è votata in tutta fretta una modifica al bilancio che prevedesse due milioni di euro per costruire un co-housing nello stesso edificio di Xm24. Finalmente, con un abile operazione di social washing dopo tante idee e tentativi il Comune è riuscito una scappatoia legittima per sgomberare Xm. Ci provavano dal 2012, quando la giunta aveva presentato il progetto di una rotonda per decongestionare l’affollato incrocio tra l’arteria di via Fioravanti e l’asse via Gobetti-via Bolognese. Il posto più ovvio dove costruirla era, secondo l’amministrazione, esattamente lo spazio dell’ex mercato. La prima idea di demolizione del centro sociale intendeva semplicemente tirarne giù una parte per farci una rotonda. Una serie di iniziative accomunate dallo slogan “La realtà non è rotonda”, tra le quali anche la presentazione di un progetto urbanistico alternativo e il famoso dipinto dello street-artist Blu, aveva sventato la distruzione di parte dell’edificio e ottenuto una convenzione triennale con il Comune. Nel giugno 2016 è scaduta la convenzione e il Comune ha più volte manifestato la volontà di riottenere il posto, aprendo le dighe alla più destrorsa retorica della legalità: la Bolognina è un quartiere degradato, Xm contribuisce al degrado (“non è compatibile con la realtà del quartiere” dicevano i pasdaran dello sgombero, smentiti dalla solidarietà espressa da molti residenti) e allora mettiamo al suo posto una bella caserma dei Carabinieri. Infine, dopo la caserma è stata la volta della “Casa della letteratura”, idea osteggiata perfino da molti intellettuali cittadini.

Oggi il Comune sembra aver preso una decisione. Prova a dar mostra di un volto buono e comprensivo del potere, se non altro perché si rende conto che il centro sociale ha ricevuto affetto e solidarietà da parte di un grosso pezzo di città. E all’ex mercato l’attività socio-culturale libera, spontanea e creativa deve lasciare spazio a una vaga idea di intervento sociale. Parola di sindaco: “abbiamo in progetto di realizzare un cohousing nell’ambito di un massiccio piano di costruzione di alloggi pubblici in un’area dove […] l’edilizia privata ha incontrato tante difficoltà, che come Comune abbiamo provato a arginare anticipando il privato per ultimare almeno gli interventi pubblici”.

Basta poco a capire quanta efficacia in più avrebbe un piano di edilizia sociale vera, che utilizzi piuttosto quei palazzi incompiuti, vuoti o invenduti che circondano l’area, evidentemente più capienti e adatti all’uso abitativo di quanto non sia l’Xm. Ma il valore è troppo alto e non si può certo sprecare tutto quel bendidio per dar casa a dei poveracci! Valore “privato” che lo stesso Comune ha contribuito a creare, coprendo gli oneri delle spese di urbanizzazione non pagate dalle varie ditte che si sono succedute nelle costruzioni dell’incompiuta “Trilogia Navile”.
La stessa amministrazione che ha sgomberato centinaia di occupazioni abitative, si rende improvvisamente conto dell’emergenza abitativa che attanaglia Bologna e decide di costruire un cohousing proprio a Xm, con decine e decine di spazi pubblici dismessi e in stato di abbandono: è evidente che la trovata serviva più che altro a dare una tinta di legittimità a uno sgombero culturalmente e politicamente irragionevole.

Non si ricordano negli ultimi anni investimenti così importanti e rapidi in Bolognina se non quelli che si sono tradotti in cantieri fermi per lunghissimi periodi. L’obiettivo non può certo essere far partire un cantiere il 6 di agosto, come maldestramente Acer cerca di far credere affiggendo sull’immobile la notifica di inizio lavori. Notifica che aggiunge, se possibile, due ulteriori note di ridicolo alla faccenda: viene affissa con nastro adesivo targato “Scout” – la nota marca di abbigliamento – e la data di inizio lavori viene fissata il giorno stesso dello sgombero. L’intenzione è chiara: fare terra bruciata di 17 anni di esperienza urbana e sociale realmente partecipata e per questo incontrollabile.

L’immagine del presidente di Acer e del suo vice che appaiono sul “Resto del Carlino” dell’’8 agosto con in mano il progetto per le future residenze e che dal momento dello sgombero gestiscono l’edificio, svelano che ad oggi non vi è nessun progetto definitivo e questo ci lascia immaginare l’ennesimo vuoto creato in Bolognina per chissà quanti anni. Nominare poveri, disabili ed anziani (in co-housing?) è una coperta troppo corta per coprire un’idea di “immaginazione civica” effimera e confusa, che tanto il sindaco Merola quanto la sua giunta portano avanti in città. Svuotare Xm24 “da cose e persone” è diventato così l’unico denominatore comune sul quale il governo del Partito Democratico bolognese è riuscito a trovare un accordo.

Le parole di Lepore (assessore all’immaginazione civica, patrimonio, cultura, etc.), nel suo post sui social del 10 di agosto dove associa l’immagine dei detriti prodotti dalle distruzioni di parte dell’edificio da parte della ruspa alle scarse condizioni igieniche e di sicurezza in cui si trovava Xm al momento dello sgombero ci lasciano immaginare lo spessore del dibattito con cui la giunta continua e continuerà a seguire la questione.

L’amministrazione di Bologna voleva la testa di Xm24 e l’ha avuta. Due milioni di euro per la testa di Xm24? Per lasciare un altro vuoto in Bolognina per chi sa quanti anni? Non era più urgente aprire spazi pubblici alla città, costruire vera edilizia sociale già in progetto e ferma da anni, finanziare e stabilizzare attività culturali e sociali sul territorio? Evidentemente no. Il Nulla doveva avanzare e l’amministrazione di Bologna ci ha investito con solerzia e a piene mani.

Solamente a sgombero avvenuto e dopo 12 ore di resistenza da parte degli attivisti e delle attiviste, l’assessore Lepore ha dovuto firmare l’impegno di trovare in Bolognina un nuovo spazio a tutte le attività di Xm24 “quanto prima e non oltre il 15 novembre”. L’accordo firmato dalle parti richiama esplicitamente le proposte fatte dal collettivo cinque giorni prima dello sgombero, ennesima dimostrazione di quanto fosse simbolicamente indispensabile uno sgombero violento e la distruzione fisica di quell’edifico e di quello che simboleggiava.

La trattativa, cominciata nelle settimane precedenti, è avvenuta in questura ed è stata promossa direttamente dal questore. Nella Bologna degli anni ‘10 il questore diventa mediatore, il PD tiene la linea dura e pura della legalità e la questura diventa luogo di discussione e dibattito politico. La politica della destra, per inciso, non solo a Bologna, è portata avanti da un PD messo in scacco economicamente da grandi investitori e dilaniato politicamente dalle sue correnti: la vicenda Xm è solo una delle tante, che simboleggia e in qualche modo conclude un’opera sistematica di smantellamento delle esperienze sociali in favore di una partecipazione finta e spoliticizzante, fatta in nome del decoro, della sicurezza e del buoncostume, che allontana giovani e meno giovani dalla politica e utilizza una democratica e legalitaria ruspa per abbattere gli anticorpi sociali, culturali e politici all’attuale deriva populista.

Sullo sfono dello sgombero, cantieri fermi da anni: “Trilogia Navile”

Educazione e intervento sociale

Troppa sanità, troppe differenze

di Roberto Landolfi

La questione minorile si connota per essere il vero e proprio fiume carsico del sistema penale italiano. Periodicamente, di fronte a fatti di cronaca eclatanti che hanno come protagonisti minori (ad esempio, il caso di Erika ed Omar), si innescano le retoriche punitiviste. I minorenni diventano il parametro del deterioramento del tessuto sociale italiano, che sarebbe troppo lassista e permissivo coi giovani. Eppure, malgrado i tentativi frequenti di eliminare il sistema giudiziario minorile italiano, l’ultimo dei quali risale al 2017, la diga di protezione dei minori dall’ondata di legge e ordine che è culminata recentemente con l’approvazione del provvedimento che amplia le prerogative della legittima difesa, sembra essere ancora solida.

Dal punto di vista storico, l’Italia è stato uno degli ultimi Stati occidentali a dotarsi di un sistema giudiziario minorile. Risale al 1934, sotto il regime fascista, l’istituzione di Tribunali e Carceri Minorili. L’arretratezza economica, l’unità nazionale tardiva, la presenza capillare della Chiesa cattolica nel sociale, ha fatto sì che la questione minorile venisse strutturata da un regime autoritario, che pure è stato ben attento a non sconfinare nel territorio della famiglia e della Chiesa, le istituzioni cardini della società italiana per lungo tempo. Quest’ultima, con la sua rete di istituti per minori, per lungo tempo ha supplito alla mancanza di un sistema di protezione sociale articolato a livello nazionale, per esempio assorbendo i figli “in eccesso” di famiglie numerose e bisognose, e rinfoltendo così le schiere del clero. Soltanto a partire dalla riforma del diritto di famiglia, realizzata nel 1977, si è sviluppato un servizio sociale territoriale che ha potuto prendere in carico i minori. Nel 1988 è stato approvato il Dpr 448, che disciplina il funzionamento del sistema giudiziario minorile.

L’apparato giudiziario e penale minorile italiano attuale, quindi, presenta alcune lacune che derivano sia dalla temporalità, in quanto è stato approvato nel 1988, non tenendo conto delle migrazioni, sia dal contesto sociale e politico, per esempio dai tagli alla spesa pubblica. Presenta altresì alcune peculiarità che lo rendono apprezzabile anche in contesti internazionali. Negli Istituti penali minorili (Ipm) italiani, la presenza media di minori detenuti, si aggira attorno a 500 unità, di fronte a una cifra doppia presente nelle Secure Homes inglesi. Inoltre, la legislazione italiana prevede un’età minima di imputabilità (doli incapax) di 14 anni, di fronte ai 10 di Inghilterra e Galles, ai 13 di Francia e Spagna, ai 7 anni dell’Irlanda (anche se prima dei 13 anni, di fatto, i minori irlandesi finiscono di rado tra le maglie della giustizia). Di conseguenza, si evita ai minori un ingresso precoce all’interno del circuito giudiziario, da cui spesso si attivano quei processi di criminalizzazione che condizionano negativamente i percorsi individuali.

I minori compresi tra i 14 e i 18 anni di età, qualora vengano colti in flagranza di reato, vengono trattenuti fino a 96 ore all’interno dei Centri di Prima Accoglienza, dove vengono a contatto con personale del Servizio sociale minorile (Ssm). Gli operatori del Ssm redigono un rapporto riguardante l’età, il sesso, la nazionalità, il grado di istruzione, le condizioni familiari della persona fermata. Sulla base di queste informazioni, filtrate dalla presenza di precedenti penali e dalla gravità dei reati, i magistrati inquirenti dispongono l’affidamento alle famiglie, dietro alcune specifiche ordinanze da seguire: frequenza della scuola, lavoro o corso di formazione, proibizione a frequentare certi luoghi. Altrimenti, il minore viene collocato presso l’Ipm del territorio di competenza. Già a questo livello, si riscontra una differenziazione tra i minori che provengono da un contesto socio-familiare che gli operatori minorili giudicano stabile, e quelli che invece denotano situazioni problematiche. Se la frequenza di una scuola, di un impiego, di una famiglia stabile, sono caratteristiche che molti minori italiani posseggono, non sempre si può dire lo stesso dei giovani migranti.

La presenza di minori non accompagnati nel circuito penale è un dato di fatto, e la carenza di risorse finanziare e residenziali fa sì che siano poco comuni i casi di minori stranieri non accompagnati che non vengano destinati a un percorso esterno alla detenzione prima del processo. In alcune realtà, come a Parma, in anni recenti, si è tentata la strada dell’affido omo-culturale. I minori non accompagnati, in questo percorso, vengono affidati a famiglie della loro stessa nazionalità, e avviati a percorsi di integrazione. Questo tipo di intervento, ancorché ricco di spunti positivi, soffre della differenza di punti di vista a livello di amministrazioni locali, nonché della ricettività a livello familiare, scolastico e produttivo nelle diverse realtà.

Nel caso dei minori rom e sinti, la situazione si connota in tutta la sua gravità. Innanzitutto, perché è più alta la presenza delle minorenni, rispetto alle loro coetanee italiane. Se soltanto il 10% dei minori che transitano nei Cpa è di sesso femminile, questa percentuale triplica quando si tratta di ragazze minorenni di origine sinti o rom. Alla base della sovra-rappresentazione di rom e sinti nel sistema penale minorile, che si riproduce anche all’interno degli Ipm, quindi dopo il processo, troviamo una diffidenza reciproca tra le due parti. Da un lato, gli operatori minorili spesso considerano come criminogeno un contesto caratterizzato dal nomadismo, dalla residenza nei campi nomadi, da famiglie che a volte sono recalcitranti a mandare i ragazzi a scuola e tollerano il loro impiego nelle attività illegali. Dall’altro lato, qualora sussistessero le condizioni per una diversione dei minori rom e sinti, spesso sono le stesse famiglie dei ragazzi a rifiutare questa prospettiva, e a preferire la detenzione dei loro figli a una prospettiva di integrazione. Dietro questa posizione delle famiglie rom e sinti, si può scorgere la diffidenza verso il sistema scolastico e assistenziale, giudicati come affetti da pregiudizi verso le culture nomadi e animati da intenti assimilatori e di controllo. La presenza di mediatori culturali, l’attivazione di progetti di inclusione, rappresentano risorse residuali, che fanno i conti sia con gli squilibri territoriali di cui soffre l’Italia, sia coi tagli alla spesa pubblica degli ultimi anni, che hanno scarnificato le risorse necessarie a gestire questo aspetto della questione minorile.

La produzione della devianza minorile italiana, tuttavia, si connota anche per gli squilibri territoriali. Al Sud, per esempio, le presenze all’interno dei Cpa e degli Ipm riguardano anche una parte consistenti di minori italiani. La debolezza del tessuto economico, la presenza di organizzazioni criminali (seppure, come vedremo, in modo differente per zona), fa sì che i minori che si affacciano all’interno del circuito penale minorile siano anche italiani che soffrono di carenze familiari, educative e residenziali. Inoltre, se nelle aree centro-settentrionali i minori italiani che commettono reati che giustifichino la detenzione prima del processo, come spaccio di stupefacenti e rapine, costituiscono un numero relativamente limitato, al Sud casi del genere sono frequenti.

La combinazione della tipologia del reato con la situazione socio-ambientale, influenza l’esito del processo. L’ordinamento prevede di comminare, in alternativa alla condanna detentiva, tre specifici istituti giudiziari: l’irrilevanza del fatto, il perdono giudiziale, la messa alla prova. Il primo provvedimento, riguarda i cosiddetti reati “bagatellari”, come possono essere il furto in un supermercato o il consumo occasionale di cannabinoidi. L’irrilevanza del fatto prevede che il reato non venga trascritto nel casellario, in conseguenza di una prognosi favorevole rispetto alla crescita del minore formulata dagli assistenti sociali del Ssm. Di solito si applica ai minori di età compresa tra i 14 e i 16 anni, per cui si formula una prognosi che equipara il reato commesso come un incidente di percorso. Lo stesso criterio di solito ispira l’irrogazione del perdono giudiziale, che costituisce il tipo di sentenza più comune presso i tribunali minorili italiani. A differenza dell’irrilevanza del fatto, questa misura, prevede la menzione nel casellario fino al compimento dei 18 anni di età, e riguarda la commissione di reati che destano maggiore allarme, come potrebbero essere le lesioni o una rapina. In entrambi i casi, tuttavia, la presenza di un contesto familiare giudicato stabile dagli operatori, la frequenza di una scuola o il possesso di un’occupazione, ma anche la “collaborazione” del minore, che viene valutata sulla base del suo rispetto delle ordinanze del giudice prima e durante il processo, determinano l’esito della vicenda giudiziaria. I minori stranieri, rom, sinti e meridionali, in questo contesto, si trovano spesso svantaggiati. Nel caso di migranti e nomadi, l’atteggiamento collaborativo non viene compreso nel suo significato, oppure non viene accettato per diffidenza. La carenza di risorse economiche ed educative, invece, penalizza anche i minori italiani dei ceti marginali o meridionali. Di conseguenza, per quanto riguarda questi ultimi, reati che potrebbero essere sanzionati con il perdono giudiziale, vengono trattati attraverso l’uso della risorsa penale.

Il terzo provvedimento che i tribunali minorili possono irrogare, è quello della messa alla prova. Si tratta di una misura che viene adottata in casi particolarmente gravi, come l’omicidio, lo spaccio di stupefacenti, la prostituzione, l’associazione per delinquere. Consiste nella sospensione del processo, e nella sottoposizione del minore reo a un periodo di prova che va da sei mesi a tre anni, durante il quale il giovane viene costantemente monitorato dai servizi sociali e dai magistrati, e sottoposto a misure quali psicoterapie, svolgimento di attività di volontariato, compimento degli studi, frequenza di corsi di formazione oppure collocamento in comunità, ricerca e mantenimento di un’occupazione. L’esito della prova estingue il processo. Anche nel caso della messa alla prova, forse più che nel caso dell’irrilevanza del fatto e del perdono giudiziale, la disponibilità da parte del giovane di un’ampia e robusta rete relazionale, amicale e parentale, svolge un ruolo cruciale sia per usufruire della misura, sia per approdare all’esito positivo che estingue il reato. Di conseguenza, sono i giovani italiani che vivono in un contesto familiare stabile, o che risiedono in un territorio che dispone di un robusto tessuto produttivo-associativo, a essere più spesso messi alla prova. Spesso le istituzioni dell’associazionismo e del volontariato accettano di svolgere il ruolo di vera e propria famiglia, per consentire ai minori provenienti da contesti disagiati, in particolare quelli di origine straniera, di usufruire del provvedimento. Anche qui, tuttavia, queste realtà debbono fare i conti con le risorse a loro disposizione, che pregiudica la possibilità per la messa alla prova di essere applicata a una fascia più ampia di minori. I giovani che usufruiscono di questa misura, dunque, sono in maggioranza schiacciante italiani, residenti nel Centro-Nord, collocati in contesti familiari stabili. In realtà, in alcuni contesti, come quello siciliano, si è notata una differenza sostanziale nell’irrogazione dei provvedimenti da parte dei tribunali minorili di Palermo e Catania. Se nel capoluogo le messe alla prova sono più alte e le condanne sono relativamente basse, nella città etnea si registra un numero più alto di condanne e una certa recalcitranza a concedere la messa alla prova da parte degli operatori minorili. Questa differenza può essere letta in relazione alla differente configurazione delle organizzazioni criminali. La mafia palermitana, che ha la tendenza a controllare in modo più capillare il territorio, potrebbe incoraggiare un maggiore atteggiamento collaborativo da parte dei minori che finiscono nel circuito penale. Viceversa, a Catania, dove le organizzazioni criminali denotano una connotazione “gangsteristica”, che integra anche i minori, l’atteggiamento collaborativo è minore, provocando una maggiore rigidità da parte del tribunale minorile locale.

Negli ultimi anni, a partire dai tribunali di Torino e Bari, anche in Italia si è sperimentata la mediazione penale, una misura che prevede l’ulteriore allontanamento del minore dal circuito penale. Consiste nell’incontro volontario tra il reo e la vittima, attraverso l’opera di un facilitatore che li conduce alla riconciliazione. Una applicazione estesa di tale misura, oltre a ridurre l’immissione di un numero elevato di minori nel circuito penale, avrebbe anche l’effetto di ricucire il tessuto sociale. Tuttavia, oltre che con la carenza di risorse, deve fare i conti con il punitivismo diffuso, che non sempre comporta l’accettazione, da parte delle vittime, di una riconciliazione con chi ha arrecato loro danno. Anzi, nel contesto attuale, appare altamente improbabile.

Per concludere, il sistema minorile italiano avrebbe bisogno di maggiori risorse per applicare anche ai giovani rom, sinti, migranti e meridionali le misure di cui beneficiano più spesso i loro coetanei italiani e settentrionali. Avrebbe quindi bisogno di governi non inclini ai tagli. E di una società che si fida di più di se stessa, e che non ammette la vendetta e la rappresaglia. In altre parole, di un altro Paese…

Educazione e intervento sociale

Famiglia, patria e residenza. Il sistema minorile italiano

di Vincenzo Scalia

La questione minorile si connota per essere il vero e proprio fiume carsico del sistema penale italiano. Periodicamente, di fronte a fatti di cronaca eclatanti che hanno come protagonisti minori (ad esempio, il caso di Erika ed Omar), si innescano le retoriche punitiviste. I minorenni diventano il parametro del deterioramento del tessuto sociale italiano, che sarebbe troppo lassista e permissivo coi giovani. Eppure, malgrado i tentativi frequenti di eliminare il sistema giudiziario minorile italiano, l’ultimo dei quali risale al 2017, la diga di protezione dei minori dall’ondata di legge e ordine che è culminata recentemente con l’approvazione del provvedimento che amplia le prerogative della legittima difesa, sembra essere ancora solida.

Dal punto di vista storico, l’Italia è stato uno degli ultimi Stati occidentali a dotarsi di un sistema giudiziario minorile. Risale al 1934, sotto il regime fascista, l’istituzione di Tribunali e Carceri Minorili. L’arretratezza economica, l’unità nazionale tardiva, la presenza capillare della Chiesa cattolica nel sociale, ha fatto sì che la questione minorile venisse strutturata da un regime autoritario, che pure è stato ben attento a non sconfinare nel territorio della famiglia e della Chiesa, le istituzioni cardini della società italiana per lungo tempo. Quest’ultima, con la sua rete di istituti per minori, per lungo tempo ha supplito alla mancanza di un sistema di protezione sociale articolato a livello nazionale, per esempio assorbendo i figli “in eccesso” di famiglie numerose e bisognose, e rinfoltendo così le schiere del clero. Soltanto a partire dalla riforma del diritto di famiglia, realizzata nel 1977, si è sviluppato un servizio sociale territoriale che ha potuto prendere in carico i minori. Nel 1988 è stato approvato il Dpr 448, che disciplina il funzionamento del sistema giudiziario minorile.

L’apparato giudiziario e penale minorile italiano attuale, quindi, presenta alcune lacune che derivano sia dalla temporalità, in quanto è stato approvato nel 1988, non tenendo conto delle migrazioni, sia dal contesto sociale e politico, per esempio dai tagli alla spesa pubblica. Presenta altresì alcune peculiarità che lo rendono apprezzabile anche in contesti internazionali. Negli Istituti penali minorili (Ipm) italiani, la presenza media di minori detenuti, si aggira attorno a 500 unità, di fronte a una cifra doppia presente nelle Secure Homes inglesi. Inoltre, la legislazione italiana prevede un’età minima di imputabilità (doli incapax) di 14 anni, di fronte ai 10 di Inghilterra e Galles, ai 13 di Francia e Spagna, ai 7 anni dell’Irlanda (anche se prima dei 13 anni, di fatto, i minori irlandesi finiscono di rado tra le maglie della giustizia). Di conseguenza, si evita ai minori un ingresso precoce all’interno del circuito giudiziario, da cui spesso si attivano quei processi di criminalizzazione che condizionano negativamente i percorsi individuali.

I minori compresi tra i 14 e i 18 anni di età, qualora vengano colti in flagranza di reato, vengono trattenuti fino a 96 ore all’interno dei Centri di Prima Accoglienza, dove vengono a contatto con personale del Servizio sociale minorile (Ssm). Gli operatori del Ssm redigono un rapporto riguardante l’età, il sesso, la nazionalità, il grado di istruzione, le condizioni familiari della persona fermata. Sulla base di queste informazioni, filtrate dalla presenza di precedenti penali e dalla gravità dei reati, i magistrati inquirenti dispongono l’affidamento alle famiglie, dietro alcune specifiche ordinanze da seguire: frequenza della scuola, lavoro o corso di formazione, proibizione a frequentare certi luoghi. Altrimenti, il minore viene collocato presso l’Ipm del territorio di competenza. Già a questo livello, si riscontra una differenziazione tra i minori che provengono da un contesto socio-familiare che gli operatori minorili giudicano stabile, e quelli che invece denotano situazioni problematiche. Se la frequenza di una scuola, di un impiego, di una famiglia stabile, sono caratteristiche che molti minori italiani posseggono, non sempre si può dire lo stesso dei giovani migranti.

La presenza di minori non accompagnati nel circuito penale è un dato di fatto, e la carenza di risorse finanziare e residenziali fa sì che siano poco comuni i casi di minori stranieri non accompagnati che non vengano destinati a un percorso esterno alla detenzione prima del processo. In alcune realtà, come a Parma, in anni recenti, si è tentata la strada dell’affido omo-culturale. I minori non accompagnati, in questo percorso, vengono affidati a famiglie della loro stessa nazionalità, e avviati a percorsi di integrazione. Questo tipo di intervento, ancorché ricco di spunti positivi, soffre della differenza di punti di vista a livello di amministrazioni locali, nonché della ricettività a livello familiare, scolastico e produttivo nelle diverse realtà.

Nel caso dei minori rom e sinti, la situazione si connota in tutta la sua gravità. Innanzitutto, perché è più alta la presenza delle minorenni, rispetto alle loro coetanee italiane. Se soltanto il 10% dei minori che transitano nei Cpa è di sesso femminile, questa percentuale triplica quando si tratta di ragazze minorenni di origine sinti o rom. Alla base della sovra-rappresentazione di rom e sinti nel sistema penale minorile, che si riproduce anche all’interno degli Ipm, quindi dopo il processo, troviamo una diffidenza reciproca tra le due parti. Da un lato, gli operatori minorili spesso considerano come criminogeno un contesto caratterizzato dal nomadismo, dalla residenza nei campi nomadi, da famiglie che a volte sono recalcitranti a mandare i ragazzi a scuola e tollerano il loro impiego nelle attività illegali. Dall’altro lato, qualora sussistessero le condizioni per una diversione dei minori rom e sinti, spesso sono le stesse famiglie dei ragazzi a rifiutare questa prospettiva, e a preferire la detenzione dei loro figli a una prospettiva di integrazione. Dietro questa posizione delle famiglie rom e sinti, si può scorgere la diffidenza verso il sistema scolastico e assistenziale, giudicati come affetti da pregiudizi verso le culture nomadi e animati da intenti assimilatori e di controllo. La presenza di mediatori culturali, l’attivazione di progetti di inclusione, rappresentano risorse residuali, che fanno i conti sia con gli squilibri territoriali di cui soffre l’Italia, sia coi tagli alla spesa pubblica degli ultimi anni, che hanno scarnificato le risorse necessarie a gestire questo aspetto della questione minorile.

La produzione della devianza minorile italiana, tuttavia, si connota anche per gli squilibri territoriali. Al Sud, per esempio, le presenze all’interno dei Cpa e degli Ipm riguardano anche una parte consistenti di minori italiani. La debolezza del tessuto economico, la presenza di organizzazioni criminali (seppure, come vedremo, in modo differente per zona), fa sì che i minori che si affacciano all’interno del circuito penale minorile siano anche italiani che soffrono di carenze familiari, educative e residenziali. Inoltre, se nelle aree centro-settentrionali i minori italiani che commettono reati che giustifichino la detenzione prima del processo, come spaccio di stupefacenti e rapine, costituiscono un numero relativamente limitato, al Sud casi del genere sono frequenti.

La combinazione della tipologia del reato con la situazione socio-ambientale, influenza l’esito del processo. L’ordinamento prevede di comminare, in alternativa alla condanna detentiva, tre specifici istituti giudiziari: l’irrilevanza del fatto, il perdono giudiziale, la messa alla prova. Il primo provvedimento, riguarda i cosiddetti reati “bagatellari”, come possono essere il furto in un supermercato o il consumo occasionale di cannabinoidi. L’irrilevanza del fatto prevede che il reato non venga trascritto nel casellario, in conseguenza di una prognosi favorevole rispetto alla crescita del minore formulata dagli assistenti sociali del Ssm. Di solito si applica ai minori di età compresa tra i 14 e i 16 anni, per cui si formula una prognosi che equipara il reato commesso come un incidente di percorso. Lo stesso criterio di solito ispira l’irrogazione del perdono giudiziale, che costituisce il tipo di sentenza più comune presso i tribunali minorili italiani. A differenza dell’irrilevanza del fatto, questa misura, prevede la menzione nel casellario fino al compimento dei 18 anni di età, e riguarda la commissione di reati che destano maggiore allarme, come potrebbero essere le lesioni o una rapina. In entrambi i casi, tuttavia, la presenza di un contesto familiare giudicato stabile dagli operatori, la frequenza di una scuola o il possesso di un’occupazione, ma anche la “collaborazione” del minore, che viene valutata sulla base del suo rispetto delle ordinanze del giudice prima e durante il processo, determinano l’esito della vicenda giudiziaria. I minori stranieri, rom, sinti e meridionali, in questo contesto, si trovano spesso svantaggiati. Nel caso di migranti e nomadi, l’atteggiamento collaborativo non viene compreso nel suo significato, oppure non viene accettato per diffidenza. La carenza di risorse economiche ed educative, invece, penalizza anche i minori italiani dei ceti marginali o meridionali. Di conseguenza, per quanto riguarda questi ultimi, reati che potrebbero essere sanzionati con il perdono giudiziale, vengono trattati attraverso l’uso della risorsa penale.

Il terzo provvedimento che i tribunali minorili possono irrogare, è quello della messa alla prova. Si tratta di una misura che viene adottata in casi particolarmente gravi, come l’omicidio, lo spaccio di stupefacenti, la prostituzione, l’associazione per delinquere. Consiste nella sospensione del processo, e nella sottoposizione del minore reo a un periodo di prova che va da sei mesi a tre anni, durante il quale il giovane viene costantemente monitorato dai servizi sociali e dai magistrati, e sottoposto a misure quali psicoterapie, svolgimento di attività di volontariato, compimento degli studi, frequenza di corsi di formazione oppure collocamento in comunità, ricerca e mantenimento di un’occupazione. L’esito della prova estingue il processo. Anche nel caso della messa alla prova, forse più che nel caso dell’irrilevanza del fatto e del perdono giudiziale, la disponibilità da parte del giovane di un’ampia e robusta rete relazionale, amicale e parentale, svolge un ruolo cruciale sia per usufruire della misura, sia per approdare all’esito positivo che estingue il reato. Di conseguenza, sono i giovani italiani che vivono in un contesto familiare stabile, o che risiedono in un territorio che dispone di un robusto tessuto produttivo-associativo, a essere più spesso messi alla prova. Spesso le istituzioni dell’associazionismo e del volontariato accettano di svolgere il ruolo di vera e propria famiglia, per consentire ai minori provenienti da contesti disagiati, in particolare quelli di origine straniera, di usufruire del provvedimento. Anche qui, tuttavia, queste realtà debbono fare i conti con le risorse a loro disposizione, che pregiudica la possibilità per la messa alla prova di essere applicata a una fascia più ampia di minori. I giovani che usufruiscono di questa misura, dunque, sono in maggioranza schiacciante italiani, residenti nel Centro-Nord, collocati in contesti familiari stabili. In realtà, in alcuni contesti, come quello siciliano, si è notata una differenza sostanziale nell’irrogazione dei provvedimenti da parte dei tribunali minorili di Palermo e Catania. Se nel capoluogo le messe alla prova sono più alte e le condanne sono relativamente basse, nella città etnea si registra un numero più alto di condanne e una certa recalcitranza a concedere la messa alla prova da parte degli operatori minorili. Questa differenza può essere letta in relazione alla differente configurazione delle organizzazioni criminali. La mafia palermitana, che ha la tendenza a controllare in modo più capillare il territorio, potrebbe incoraggiare un maggiore atteggiamento collaborativo da parte dei minori che finiscono nel circuito penale. Viceversa, a Catania, dove le organizzazioni criminali denotano una connotazione “gangsteristica”, che integra anche i minori, l’atteggiamento collaborativo è minore, provocando una maggiore rigidità da parte del tribunale minorile locale.

Negli ultimi anni, a partire dai tribunali di Torino e Bari, anche in Italia si è sperimentata la mediazione penale, una misura che prevede l’ulteriore allontanamento del minore dal circuito penale. Consiste nell’incontro volontario tra il reo e la vittima, attraverso l’opera di un facilitatore che li conduce alla riconciliazione. Una applicazione estesa di tale misura, oltre a ridurre l’immissione di un numero elevato di minori nel circuito penale, avrebbe anche l’effetto di ricucire il tessuto sociale. Tuttavia, oltre che con la carenza di risorse, deve fare i conti con il punitivismo diffuso, che non sempre comporta l’accettazione, da parte delle vittime, di una riconciliazione con chi ha arrecato loro danno. Anzi, nel contesto attuale, appare altamente improbabile.

Per concludere, il sistema minorile italiano avrebbe bisogno di maggiori risorse per applicare anche ai giovani rom, sinti, migranti e meridionali le misure di cui beneficiano più spesso i loro coetanei italiani e settentrionali. Avrebbe quindi bisogno di governi non inclini ai tagli. E di una società che si fida di più di se stessa, e che non ammette la vendetta e la rappresaglia. In altre parole, di un altro Paese…

Educazione e intervento sociale

Capire e imparare con Christopher Lasch

di Vittorio Giacopini

Nei prossimi numeri di “Gli asini” ritorneremo spesso sull’opera di Lasch che consideriamo tra le poche essenziali a capire come siamo cambiati, come sia cambiato il mondo, come niente sia più come ieri. Capire per agire…

Verso la fine, ormai ai ferri corti, un po’ con tutti, preferiva andare diritto al bersaglio, provocare. Magari non era nella sua natura, ma doveva farlo. A neanche sessant’anni, con un paio di capolavori all’attivo, e ancora molto da dire, e da studiare, Christopher Lasch stava diventando la bestia nera di un sacco di gente. Femministe, studiosi e politici liberal, repubblicani libertari, figli dei fiori ormai decisamente attempati, e comunque garantiti, ben sistemati, scrittori e attivisti “neri”, acrobati del Nasdaq e mangiatori di fuoco di Wall Street, svariate “minoranze”: come la metti la metti, ce l’avevano su con lui per varie ragioni. D’altronde, era anche una questione personale, cioè di vita o di morte. Il cancro, che credeva di aver sconfitto, era tornato, e non si voleva curare. Dopo aver smontato la ‘cultura del narcisismo’ e i guasti della mentalità turistico-terapeutica tipicamente americane, ossia globali, non voleva cascarci pure lui, come un farlocco. “Ci sono destini peggiori della morte” aveva scritto in quegli anni quel genio di Kurt Vonnegut, e Lasch era più d’accordo, ci mancherebbe. Al medico che lo seguiva scriverà un’ultima lettera al vetriolo, quasi un testamento: “disprezzo a tal punto quest’attaccamento alla vita, alla pura sopravvivenza, che sembra così profondamente incistato nell’anima americana…”.

Era un tema molto suo, caratteristico. In La cultura del narcisismo (il suo capolavoro, uno dei libri più geniali della critica sociale del Novecento) aveva messo alle strette esattamente questa tendenza ottusa e autocomisseratoria alla pura self-preservation, cioè al vivere inseguendo bisogni e pulsioni da poco, stimoli fiacchi. Sia chiaro: non era un moralista, ma era sempre appassionato, e poi era lucido. Ai “narcisi” postmoderni non rimproverava chissà quale ipertrofia dell’ego, piuttosto il contrario, perché il nodo per lui non era tanto l’individualismo ma proprio l’insussistenza ridicola di questi “Io” garruli e autocompiaciuti, drammaticamente senza personalità, e senza carattere. Una nazione e una cultura di “minimal self”, di borghesi davvero piccoli-piccoli, e di vittimisti: così gli era apparsa l’America, negli anni settanta. Neanche venti anni dopo – cioè dopo Reagan e la New Age – le cose avevano preso una piega peggiore, che temeva vincente, irrimediabile. Nei primi anni novanta – adesso che era malato, ma tutt’altro che domo – sentiva di dover tornare a occuparsi di politica, direttamente (anche per questo, rifiutava la chemioterapia: non aveva tempo di ripiegarsi su sé stesso, di rimbambirsi). Potevano accusarlo di essere un reazionario, ma lui se ne infischiava alla grande, aveva fretta. Così, alla fine, nell’America di Clinton (muore nel ’94, è l’anno di Pulp Fiction e di Forrest Gump, tanto per capirsi) il rinomato sociologo che aveva analizzato le avventure e le disavventure del “nuovo radicalismo” americano, e i temi della famiglia e del narcisismo, per quanto malandato ritorna in prima linea, scende in trincea.

La ribellione delle élite, il suo ultimo j’accuse, anche questo riproposto da Neri Pozza, è un libro durissimo, e la sua sola profezia (tutta sbagliata). Alle critiche, alle polemiche e agli ostracismi d’altronde era assuefatto, figurarsi se poteva turbarsi adesso, proprio impensabile. Quando negli anni settanta (in Rifugio in un mondo senza cuore), alla faccia di Donald Laing e di tutta la nuova psichiatria, aveva difeso l’istituzione e (orrore!) i valori della famiglia tradizionale le femministe l’avevano fatto a pezzi, e ne aveva riso. Figurarsi adesso, che stava morendo. L’America (e la democrazia) – per metterla molto in sintesi – sono state tradite dalle élite, e dalla sinistra: e il libro insiste su questo, con gelida furia. Lasch – come capita alle persone miti – diventa implacabile. La vecchia lamentala conservatrice sulla “rivolta delle masse” viene rivoltata come un calzino, e attualizzata. Il guaio, oggi, sono le élite, chi ci governa, e la “cultura” che le sostiene e le orienta, un’accozzaglia patetica di sentimentalismo beota ossessionato dall’autostima, e di vittimismo. “Le nuove élite sono in rivolta contro la middle America… quanti ambiscono a entrare nella nuova aristocrazia intellettuale tendono ad ammassarsi sue due coste, voltando le spalle al cuore del paese… Il multiculturalismo, d’altronde, si adatta loro alla perfezione, contribuendo a definire la piacevole immagine di una sorta di bazar globale in cui cucina esotica, modi esotici di vestire, musica esotica ed esotici costumi tribali possono venire assaporati indiscriminatamente, senza problemi e senza impegno… La loro è essenzialmente una visione turistica del mondo”.

Era indubbiamente sarcastico, e esasperato. Nello scollamento tra élite e popolo, Lasch vedeva uno snodo epocale e un micidiale agente di distruzione, e di irrilevanza. La sua non era una critica politica-politica ma di portata più ampia, sconsolatissima. Il guasto, temeva, riguarda sia le scelte governative sia la vita quotidiana, sia la vita activa sia la vita della mente, e non c’era scampo. Queste élite falsamente cosmopolite e turiste (per caso) in patria, queste classi dirigenti fissate con l’esotico, i crucci dell’autostima, il politicamente corretto, e naturalmente il denaro, il Capitale, hanno corrotto ogni cosa: il contagio è in atto. Il ‘male’ dilaga sin nelle ‘vene dell’America’ e, in tempi di globalizzazione, in tutto il mondo. È un gioco di specchi: le élite si barricano nei loro ‘consumi vistosi’ e l’America si trasforma, anzi svanisce. Nel suo paese, Lasch vedeva ormai soltanto una “parodia di comunità” e nei dogmi in rovina della sinistra, una rovina. Il liberalismo americano, borbotta Lasch, è “ossessionato dai diritti delle donne e delle minoranze, dai diritti dei gay e dal diritto all’aborto, dal bisogno di cancellare i modi di dire offensivi. “Il politicamente corretto”, insite ancora, “è diventato un’esperienza dell’alterità”, ma “a senso unico”: “i figli del privilegio” sono invitati a studiare le culture altre ma “i neri, gli ispanici e le altre minoranze sono dispensati dall’esperienza dell’alterità nelle opere dei maschi bianchi occidentali”. Il risultato finale è un paradosso: “un’insidiosa duplcità di criteri, travestita da tolleranza, finisce con il negare a quella minoranze il frutto della vittoria che hanno raggiunto a prezzo di tante lotte, cioè l’accesso alla cultura mondiale”.

Che fosse una profezia, pare scontato, che nel vaticinio ci fosse un possibile rimedio è da vedere. A questa deriva, Lasch nei suoi ultimi anni opponeva un toccasana che la storia ha mostrato quasi inservibile, comunque dubbio. Per Lasch la cura era un vero ‘populismo’, repubblicano. Forse però il ‘popolo’ è sparito o ha introiettato quei temi tipici delle élite, stemperandoli nel rancore, o in un macero di invidia e emulazione. Indovina indovinello: cosa direbbe oggi Lasch di un Donald Trump e della sua ghenga? Eppure anche “the Donald” non fa che continuare a ripeterlo, allo sfinimento: io sono con la “middle America”, contro le élite. A volte gli anni passano e passano invano. La critica ancora libertaria e radicale di Christopher Lasch si è mutata nel ringhio rancido e un po’ isterico di Breitbart News. Il “populismo” ha vinto, ma è un vero affare?

pianeta

Disimparare il dato. Colonialismo di ieri e di oggi

di Bonaventure Soh Bejeng Ndikung

incontro con Maria Pace Ottieri

Bonaventure Soh Bejeng Ndikung, nato a Yaoundé, Camerun, è il fondatore e curatore di Savvy contemporary, un laboratorio d’idee che ha sede negli scantinati di un ex crematorio nel quartiere di Wedding, a Berlino. Dottorato in biotecnologie mediche in Germania prima di occuparsi d’arte, figlio spirituale del filosofo del postcolonialismo Achille Mbembe, dal 2008 Bonaventure Ndikung, con l’aiuto della curatrice Elena Agudio, e di trentaquattro persone di tutto il mondo, porta l’arte e la filosofia dell’Africa, dell’Asia e dei Caraibi a confronto con l’arte occidentale. Spazio di discussione, esposizione, luogo di convivialità dove si mangia e si beve, Savvy si appella al “potere cosmogenico degli artisti” per decolonizzare le menti, ridefinire il concetto di ospitalità, sperimentare la società del futuro.

Alla fine del 2019, a Berlino, aprirà l’Humboldt Forum, un immenso centro culturale nel cuore della città, che vedrà riunite le collezioni d’arte del Museo Etnologico e del Museo di Arte Asiatica. Ospitato da un edificio del XV°secolo, un ex-castello prussiano, è uno dei progetti tedeschi, per non dire europei più discussi e osteggiati. Lei è stato una delle voci più presenti nel dibattito, ce ne può spiegare le ragioni?

È interessante che lei cominci con la questione dell’Humboldt Forum. È proprio uno dei progetti europei più ambiziosi e nello stesso tempo più problematico. In generale, penso che stia prendendo troppo spazio e che sottragga l’ attenzione da persone e istituzioni che stanno svolgendo un buon lavoro critico. Detto questo, vorrei sottolineare un certo numero di ragioni del perché ho espresso le mie critiche all’Humboldt Forum, come è stato concepito fino a oggi. A questo proposito ho scritto un saggio dal titolo Those Who Are Dead Are Not Ever Gone – On the Maintenance of Supremacy, the Ethnological Museum and the Intricacies of the Humboldt Forum, pubblicato l’anno scorso sulla rivista “South As A State Of Mind”. La prima ragione è la matrice coloniale. L’Humboldt Forum appartiene a una genealogia di progetti coloniali che discende direttamente dal Museum für Völkerkunde Berlin-Dahlem, fondato nel 1873 e aperto nel 1886, solo un anno dopo l’infame Conferenza di Berlino sul Congo del 1884-1885 che portò alla spartizione del continente africano. L’eredità coloniale non può essere sottovalutata e bisogna farci i conti. La decisione di spostare la collezione di arte, manufatti, resti umani e altro – in gran parte acquisiti con i mezzi più discutibili dalle ex-colonie – dal museo di Dalhem all’Humboldt Forum che è la rievocazione di un castello prussiano, è un ulteriore sforzo per rievocare la stessa impresa coloniale. Come saprà, il Brandeburgo-Prussia è stato attivo nella tratta degli schiavi transatlantica, con la vendita di un numero stimato tra i 15mila e i 24mila africani negli anni tra il 1680 e il 1717. È dunque difficile interpretare in altro modo il gesto di ricostruire il castello prussiano per piazzarci le vestigia coloniali se non come gesto di potere. In secondo luogo, la mancanza di trasparenza. La nota critica d’arte Bénédicte Savoy, circa un anno fa, è uscita dal comitato scientifico dell’Humboldt Forum per la frustrazione, dopo aver sollevato serie accuse nei confronti della Prussian Cultural Heritage Foundation e dell’ Humboldt Forum sulla mancanza di ricerche circa la provenienza degli oggetti, la scarsa trasparenza, le prove scientifiche inadeguate, l’irresponsabilità. C’è ancora un’incredibile mancanza di informazioni sulla provenienza delle opere d’arte e anche la questione della restituzione resta nell’ombra. Come scrisse Richard Kandt, residente dell’Impero Tedesco in Ruanda, a Felix von Luschan, capo del dipartimento africano del Museo reale di Etnologia, il Königliches Museum für Völkerkunde, di Berlino, nel 1897, sulla provenienza degli “oggetti” del museo: “È particolarmente difficile procurare un oggetto senza impiegare almeno una qualche forza. Credo che metà del vostra museo consista di oggetti rubati”. La realtà del 1897 è la stessa del 2018.

Terzo punto, la cancellazione. Il castello Hohenzollern, fondato nel 1443, demolito dopo la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito nel 1973 come Palazzo della repubblica in cui si riuniva la camera del popolo della DDR, dopo la caduta del muro fu chiuso e dal 1998 al 2008 demolito gradualmente per far spazio alla ricostruzione dell’Humboldt Forum. Dopo la caduta del muro e la riunificazione della Germania, la Germania dell’ovest ha sostanzialmente usurpato e cercato di sostituirsi completamente alla Germania dell’est. Sono stati fatti tutti gli sforzi possibili per spazzare via un sistema definito arretrato e per favorire un sistema democratico capitalista adatto al 21° secolo. L’Humboldt Forum rappresenta dunque anche la cancellazione della Ddr.

Quarto punto: la dissonanza cognitiva in rapporto a che cosa significhino oggetti e soggetti. Dopo secoli di oggettificazione di altri esseri umani come strumenti, risorse e forza lavoro che ha permesso la schiavitù, il colonialismo i musei e altre istituzioni scientifiche sembrano aver realizzato che è/era improprio, immorale, illegale avere usato così altri esseri umani. Ma quello che molti musei e istituzioni occidentali che ospitano cosiddetti “oggetti” del non-Occidente non sanno, o non hanno ancora riconosciuto, è che in gran parte i cosiddetti “oggetti” non sono mai stati e non saranno mai oggetti. L’oggettivazione di questi esseri rituali e spirituali, vettori storici ed entità culturali va di pari passo con la deumanizzazione e oggettivazione di umani del non-Occidente. Vale a dire che se lo scheletro è stato liberato dalla sua natura di oggetto, è tempo che i cosiddetti “oggetti” siano liberati dalle catene dell’ oggettivazione in cui sono stati tenuti fin da quando furono portati via dalle loro società come prigionieri, proprio come gli esseri umani come schiavi. Comprendere i cosiddetti “oggetti” come soggetti esige uno spostamento radicale dall’interpretazione occidentale della soggettività, dall’idea di persona e comunità, così come esige un drastico spostamento dall’interpretazione occidentale di arte, autorialità e società, e naturalmente una riconfigurazione profonda di che cosa significhi essere umano.

Quinto punto: la santificazione di Humboldt. Che Humboldt fosse un genio è probabilmente un fatto indiscutibile, attraverso i suoi vividi scritti ha aperto i lettori europei alle realtà della schiavitù e del colonialismo nel Nuovo Mondo. Ma è stato implicato in molti modi (in)direttamente nell’impresa coloniale. Solo due esempi: è noto che quando nel 1804 Humboldt arrivò negli Stati Uniti, incontrò il presidente Jefferson e altri uomini politici e diede loro preziose informazioni sulle colonie spagnole che aveva appena esplorato, grazie alle quali gli Stati Uniti poterono colonizzare quello che è oggi il Texas. Mentre disse agli americani che la schiavitù era una “disgrazia” e l’oppressione sui nativi americani una “macchia” sulla nazione, Humboldt non ritenne necessario applicare la stessa enfasi a Jefferson.

Come è successo con l’arrivo di immigrati e rifugiati in Europa, il dibattito intorno ai musei etnologici ha ridisegnato le linee tra “noi” e “loro”. In entrambi i contesti, le nozioni di differenza e le domande su chi e che cosa può essere definito come “occidentale” o “europeo” riappaiono. È perciò pertinente e urgente chiedersi: che cosa costituisce o può costituire un comune “noi”? Chi è incluso o escluso da questo comune denominatore e su quali basi ?

Nel processo di definizione di un “noi” collettivo si ripone meno enfasi su ciò che unisce che su ciò che separa. Ora quello che complica è che la nozione del “noi” potrebbe in realtà abbracciare l’idea di umano e umanità. Ma poiché i cosiddetti “altri” fanno parte degli emarginati dalla storia e non sono mai stati visti come umanità, non contano in questo “noi”. In Anthropos and Humanitas: Two Western Concepts of Human Being il filosofo giapponese Nishitani Osamu scrive che “anthropos” di etimologia greca e “ humanitas ” di etimologia latina, non si distinguono solo fra loro per ragioni pratiche, ma anche perché gli umani che possiedono la civiltà sono humanitas e mai anthropos. Scrive Osamu, che “esiste un’inestricabile e fondamentalmente asimmetrica relazione tra i due. Quest’asimmetria svolge una funzione sistemica legata al regime dello stesso moderno “sapere”, una funzione che costituisce il “doppio standard” del moderno sapere umano o umanistico”. In altre parole, l’“anthropos” non può sfuggire lo status di oggetto del sapere antropologico, mentre l’humanitas non è mai definita dalla mancanza, ma anzi esprime se stessa come il soggetto di ogni conoscenza, vale a dire i musei etnografici appartengono all’anthropos, mentre i musei neutrali e civilizzati all’humanitas.

Ora è chiaro che la costruzione di un “altro” diventa uno strumento indispensabile ai programmi economici capitalisti. Gli “altri” o i “loro” sono i lavoratori, gli stranieri, i rifugiati, le donne, i neri, ecc, tutti coloro il cui lavoro è necessario a mantenere i privilegi di coloro che sono al potere. O tutti quelli che sono stati deprivati della loro umanità primaria, così che coloro che chiamano loro stessi “noi” possano essere umani. Tracciare la linea del noi e degli altri nel museo comincia con cosa/chi è considerato un soggetto e cosa/chi un oggetto. E lo stesso avviene nella società. Quando lei mi domanda “che cosa costituisce o può costituire un “noi” comune? Chi è incluso e chi escluso da questo comune denominatore e su che basi?”, mi piacerebbe rispondere dicendo che il denominatore comune è il fatto che siamo tutti terrestri. Animati o inanimati, abbiamo i nostri ruoli e le nostre responsabilità che dobbiamo assumerci. La questione al nocciolo è come coabiteremo? Come vivremo insieme in questo pianeta? In Poetica delle relazioni, Edouard Glissant scrive che le relazioni sono fatte di differenze. Dobbiamo vivere insieme, non malgrado le nostre differenze, ma in virtù delle nostre differenze. Il mondo è talmente connesso e le azioni di A su B è probabile che tornino indietro in una forma o in un’altra come un boomerang. Se gli Usa appesantiscono le sanzioni sul Venezuela a loro vantaggio economico, ciò porterà a una maggiore destabilizzazione della regione, più miseria umana in Venezuela, più afflusso di rifugiati negli Stati Uniti. Se Paul Biya, il presidente del Camerun, e le sue truppe continuano la repressione su artisti, giornalisti, intellettuali e oppositori, come hanno fatto per gran parte dei trentasei anni al potere, senza essere messi in discussione dai cosiddetti poteri dell’Occidente, un numero crescente di persone lascerà il Paese per venire in Europa. Se le grandi barche europee continueranno a pescare nelle acque al largo della costa atlantica dell’Africa Occidentale, sottraendo agli abitanti la possibilità di mantenere le loro famiglie con la pesca, allora la gente salirà sulle barche, anche se non sa nuotare, per cercare di venire in Europa. L’Occidente è una costruzione coloniale e capitalista che ha bisogno di costruire il non-Occidente come forza lavoro. Oggi diventa sempre più evidente che le migliaia di persone nelle barche a cui non è permesso entrare in Italia sono considerate non umane. D’altra parte, se ci fosse una barca alla deriva nel Mediterraneo con 100 cani e gatti randagi, senza acqua né cibo, puoi bene immaginare quanti italiani e europei scenderebbero in strada a protestare.

Disimparare i nostri privilegi è un passaggio decisivo per costruire una relazione etica con l’ “altro” ed è necessario a promuovere idee nuove. Decolonizzare le menti, ridefinire il concetto di ospitalità, sperimentare la società del futuro sono tra i compiti che si dà Savvy, il laboratorio di idee che lei ha fondato nel 2009 nel quartiere Wedding di Berlino. Ci può raccontare qualche progetto?

Il modo in cui ho capito la proposta di Gayatri Spivak di Unlearning One’s Privileges As One’s Loss è che indipendentemente dai nostri privilegi in termine di razza, classe, nazionalità o genere e dai vantaggi che ce ne possono venire, essere confinati in questi spazi di privilegio ci impedisce o può impedirci di assorbire un certo tipo di sapere altro dagli esclusi. Credo sia uno spostamento sociale ed epistemico importante, come a dire che nonostante i nostri privilegi non siamo equipaggiati socialmente e cognitivamente a capire l’ “altro” che abbiamo creato.

Qualche anno fa a Savvy contemporary abbiamo messo in piedi un grosso progetto di conferenze e performance dal titolo “Disimparare il dato”, il cui scopo era di riflettere sui nostri insostenibili privilegi ed esercitare la pratica di disimpararli. È un processo cruciale e imprime il ritmo delle relazioni nelle società. Purtroppo la nozione di disimparare come la si intende nei discorsi di certe istituzioni oggi può essere facilmente fraintesa come una distruzione di conoscenze. Ma non è in nessun modo quello che io sostengo, piuttosto una necessaria “Auseinandersetzung”, discussione, con i nostri privilegi, riconoscendo i limiti della nostra stessa episteme, interrogando e capovolgendo la singolarità e la superiorità di concetti che abbiamo ereditato, come quello di stato-nazione, cittadinanza, umanità. Alla fine del progetto ho scritto che “disimparare non è dimenticare, non è cancellare o spazzare via. È scrivere in modo più consapevole e scrivere in modo nuovo, è commentare e mettere in discussione. È mettere delle nuove note a piè di pagina a vecchie narrazioni. È spazzare via la polvere, tagliare l’erba , lanciare la moneta e svegliare gli spiriti. Disimparare è guardare nello specchio e vedere il mondo, invece di un concetto di universalismo che pretende un’ egemonia della conoscenza.” Questo è al centro di quello che facciamo a Savvy contemporary.

Per via del nostro background e delle realtà del mondo oggi, pensiamo ovviamente in modo costante a ciò che significa oggi essere ospitali, coesistere in questo mondo.

L’anno scorso abbiamo fatto una mostra collettiva e conferenze, performance, proiezioni di film dal titolo “A chi appartiene la terra che ho illuminato?” , curata dalla mia collega Elena Agudio. Abbiamo invitato artisti e pensatori di varie discipline a riflettere con noi su quello che Jacques Derrida ha chiamato il patto tra ospitalità e ostilità, in cui, secondo il filosofo, c’è sempre una venatura di ostilità nell’ospitalità, “un’essenziale ‘autolimitazione’ costruita all’interno dell’idea di ospitalità che preserva la distanza tra se stessi e lo straniero, tra il possedere la propria proprietà e l’invitare l’altro a casa propria”. C’è una forte relazione tra quello che io possiedo e che l’altro non possiede. È chiaro che se possiedo uno smartphone, devo essere consapevole dei bambini, degli uomini e delle donne che a stento hanno una vita perché estraggono il coltan in Congo. Se vogliamo avere due macchine a testa, dobbiamo sapere che cosa questo produce nell’ambiente e del fatto che per produrre petrolio a buon mercato, gli Stati Uniti dovranno creare le condizioni per accedere a quello della Libia o del Venezuela.

Ci può raccontare dell’interessante progetto Colonial Neighbours e di come i berlinesi vi hanno partecipato?

Colonial Neighbours è uno dei progetti chiave di Savvy contemporary, diretto dalla mia collega Lynhan Balatbat e dal suo team di ricercatori che lavorano sulla storia coloniale tedesca. Il capitolo sull’eredità della Germania coloniale è troppo spesso dimenticato e manca completamente nel curriculum scolastico e nei discorsi culturali.

Il punto di partenza di questo progetto di Savvy contemporary è stato un incontro che ho avuto con un politico tedesco che si occupava di cultura nel 2011. In quest’incontro mi chiese “Lei da dove viene?”, una domanda che di solito non apprezzo poiché spesso è un modo camuffato per dirti che non sei autoctono. Ho risposto che sono nato in Camerun e con mia sorpresa il politico ha replicato: “Una colonia francese…” e io a mia volta: “una colonia tedesca”. E di nuovo, con mio grande stupore, lui: “La Germania non ha avuto colonie a lungo”. Quello che mi ha infastidito non è stato il fatto che un funzionario di livello relativamente alto non conoscesse la storia coloniale del suo Paese, ma che oltre trent’ anni di colonizzazione tedesca in Camerun sia considerato un periodo breve, mi è sembrato spaventoso. Il colonialismo è violento. È uno stupro, e niente è peggio di uno stupro veloce.

Da questo episodio è nato il progetto Colonial Neighbours. Ho pensato che avevamo bisogno di un modo per capire noi stessi attraverso le nostre storie intrecciate. Ero convinto che la storia del colonialismo tedesco fosse così presente da non essere vista, come recita il detto “vor lauter Bäumen den Wald nicht mehr zu sehen”, non riuscire a distinguere gli alberi dal bosco. Andando in giro per Berlino o per la Germania si leggono nomi di strade che commemorano figure coloniali; ci sono espressioni, parole, insulti in tedesco che conservano quest’eredità coloniale, nella cultura pop, nella pubblicità, nella vita quotidiana. Benché la storia coloniale sembri assente nella memoria collettiva, io e i miei colleghi eravamo convinti che ci fosse un processo attivo di negazione e di silenziamento di questa storia. Abbiamo lanciato degli appelli alle persone perché si guardassero intorno, nelle soffitte e nelle cantine, e cercassero qualsiasi cosa legata al colonialismo: oggetti (album di fotografie, francobolli, diari) o prodotti commerciali (bottiglie di birra, scatole di caffè) o altre tracce della storia come parole, canzoni, modi di dire, racconti orali, una varietà di materiali, contestualizzati poi attraverso interviste che ora servono da intermediari per il racconto delle storie intrecciate della Germania, con il continente africano, la Cina e le regioni colonizzate nel Pacifico. Il progetto Colonial Neighbours come archivio offre un luogo di documentazione per queste storie silenziate e testimonia che quello che Anibal Quijano chiama la “colonialità del potere” esiste e si manifesta tutti i giorni. Invitiamo artisti e studiosi a interagire con l’archivio e quindi ad attivarlo e a esserne attivati come dice Lynhan Balatbat.

Il fenomeno della migrazione a cui assistiamo da trent’anni a questa parte in Europa può essere considerato il capitolo contemporaneo del colonialismo? Da una parte immigrati e rifugiati tornano come spettri a reclamare tutto quello che è stato loro rubato, dall’altra il loro disperato e rischioso viaggio si può vedere come l’ennesima trappola coloniale in cui è caduto il loro immaginario.

Il colonialismo è una bestia a molte teste e veleni che si rigenerano incessantemente. Non appena si pensa che gli sia stata tagliata la testa, rigenera un altro tipo di testa che non può essere distrutta con le stesse armi che hanno distrutto la vecchia testa. È un’impresa che costantemente si ridefinisce per servire i fini del progetto capitalista. Come Kwame Nkruma nsottolineò nell’introduzione a Neo-Colonialisms. The Last Stage of Imperialism: “al posto del colonialismo come principale strumento dell’imperialismo abbiamo oggi il neocolonialismo, la cui essenza è che lo stato che vi è soggetto, è teoricamente indipendente … In realtà il suo sistema economico e dunque la sua politica è diretta dall’esterno. I metodi e i modi di questa direzione possono assumere varie forme. Per esempio, in un caso estremo le truppe del potere imperiale possono presidiare il territorio dello stato neocoloniale e controllare il suo governo.” Credo che questa dichiarazione di Nkrumah dica tutto sui nostri tempi. Il colonialismo non appartiene al passato, ma esiste come un continuum di varie strutture che si possono chiamare neocolonialismo. Lei ha ragione nel dire che lo spostamento umano a cui assistiamo all’interno del continente africano e fuori, attraverso i mezzi più inumani, sia direttamente e indirettamente legato alle violenze coloniali del passato e del presente. E vediamo la stessa cosa accadere in Asia e nelle Americhe. In Venezuela i poteri occidentali, gli Stati Uniti in particolare, stanno facendo tutto il possibile per mandare via Maduro, dopo aver piegato il paese con le sanzioni, aver affamato il popolo venezuelano e averlo messo a forza contro la persona al potere. È la stessa strategia usata in Zimbabwe e in Iran e in molti altri stati, la strategia che portò agli omicidi di Patrice Lumumba e Thomas Sankara. Ma quello che è cambiato negli ultimi trent’ anni è che si è verificato un radicale collasso delle distanze tra qui e lì. Sono lontani i giorni in cui una nazione europea poteva fare un colpo di stato in un paese remoto o smaltire i suoi rifiuti tossici sulle sue spiagge, o solo vendere armi a qualche dittatore perché le usasse contro il suo popolo, senza avere ripercussioni. Dopo che gli occidentali hanno sostenuto l’uccisione di Gheddafi in Libia, nel 2011, abbiamo visto un’incredibile ondata di persone da tutta l’Africa e dal Medio Oriente lasciare i loro paesi e venire in Europa come rifugiati. Questo collasso delle distanze, questa prossimità di causa ed effetto è quello a cui assistiamo da trent’anni a questa parte e in modo più drammatico dal 2015.

Le persone chiamate rifugiati vengono a riprendersi ciò che è stato loro rubato, non solo in termini di risorse, ma anche di dignità e vengono anche per reimmaginare e riformulare il presente e il futuro del mondo. Quando vediamo lo spostamento a destra dell’Europa e la diffusione di un protofascismo e di sentimenti anti –migranti propugnati da tipi come Salvini, ci dobbiamo chiedere perché queste persone devono lasciare i loro paesi. C’è un incredibile ignoranza o non volontà di capire le radici dei problemi di quelle società. Quanto alla questione delle trappole, oserei dire che chi mette queste trappole, nella speranza che gli africani ci cadano, finirà per caderci dentro. Il mondo africano come lo conosciamo oggi o l’africanizzazione del mondo è un risultato di quelle trappole. Gli africani sopravviveranno dovunque, nonostante le più terribili condizioni di schiavitù, colonialismo e neo colonialismo, e riveleranno al mondo le fratture e gli errori dei sistemi economici capitalisti neoliberisti.

Ha la sensazione che le nuove generazioni planetarie, e gli artisti tra loro, siano consapevoli della necessità di andare oltre il paradigma degli stati nazione, verso una democrazia del molteplice, del comune, che appartiene a ognuno come terrestre?

Devo dire che sta diventando sempre più evidente il fallimento del modello dello stato nazione. La disfatta che vediamo con la Brexit ne è una prova lampante, ma ci sono molti altri esempi e lo spostamento all’estrema destra in India, Polonia, Ungheria, Stati Uniti, Brasile ne è un’ulteriore prova. Quando certe piante stanno morendo, raccolgono le loro ultime energie e fanno qualche fiore, l’ultimo sforzo per esibire la loro bellezza. È l’ultimo respiro dello stato-nazione. Sono convinto che gli artisti svolgeranno un ruolo importante nell’immaginare un modello per le società del futuro che dovrà essere costruito sulla nozione di beni comuni. Dobbiamo guardare ai modelli comunitari delle società indigene per immaginare il pianeta futuro in cui esseri animati e inanimati contribuiscano e vengano rispettati allo stesso modo. Come abbiamo visto negli Stati Uniti, in Brasile, in India, in Italia, anche il concetto di democrazia dovrà essere reimmaginato nella direzione di un modello più umano e che tenga conto dell’ambiente. Verso la fine del suo saggio scritto per illustrare il progetto “Geografie dell’immaginazione”, la mia collega Antonia Alampi scrive : “come possiamo noi, intesi come umanità, trovare un senso di appartenenza che incoraggi e ci porti ad abbracciare tutte le condizioni presenti nel mondo, anche oltre le specie umane e verso la terra come una cosa unica. Come ci possiamo impegnare in quello che Angela Davis chiama “appartenenza planetaria”?” È su questa nota che vorrei concludere, perché è in questa direzione che dobbiamo andare.