storie

Overload. Storia di uno spettacolo

di Daniele Villa (Sotterraneo)

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Il teatro, si sa, fatica sempre di più a girare. Che in gergo vuol dire: fatica a fare repliche in diverse città per un periodo prolungato. Che in parole povere significa: fatica a produrre economie di sostentamento sufficienti per i teatranti. Ma significa anche (ed è il problema più profondo): fatica a incontrare il pubblico, i pubblici, persone diverse per età, estrazione sociale, background e consumi culturali. Diciamocelo: il teatro è economicamente oneroso – persone fisiche che si spostano lungo centinaia di chilometri e allestiscono un palco per eseguire un pezzo di 6090 minuti davanti a poche centinaia di spettatori –, e per questo non sempre è possibile farlo accadere. L’era digitale però ci offre strumenti per far sì che gli spettacoli possano arrivare in ogni angolo del continente almeno sotto forma di eco: foto di scena, trailer video e/o video integrali, recensioni della critica con tanto di commenti degli spettatori, dirette streaming eccetera.

Qui proviamo a farlo con un medium antico come la scrittura.

Ma andiamo per gradi. Anzitutto: cos’è Overload?

Uno spettacolo di teatro di ricerca di una compagnia indipendente che si chiama Sotterraneo.

Il tema dello spettacolo è essenzialmente l’ATTENZIONE.

Per introdurre le opere in teatro si usa il cosiddetto “programma di sala”, che in qualche modo anticipa al pubblico temi e forme toccati dallo spettacolo.

Noi Sotterraneo di solito facciamo due programmi di sala. Vediamoli.

Programma di sala “artistico” (ovvero quello che non si capisce bene di cosa parla lo spettacolo ma deve farlo sembrare interessante):

1 paragrafo. 199 parole. 1282 caratteri. Tempo previsto 110’’. Riesci a leggere questo testo senza interruzioni? L’attenzione è una forma d’alienazione: il punto è saper scegliere in cosa alienarsi. Per questo sembriamo sempre tutti persi a cercare qualcosa, anche quando compiamo solo pochi gesti impercettibili attaccati a piccole bolle luminose e non si capisce chi ascolta e chi parla, chi lavora e chi si diverte, chi trova davvero qualcosa e chi è solo confuso. Sei arrivato fin qui senza spostare lo sguardo? Davvero? E non è insopportabile questo sforzo di fare una cosa soltanto alla volta? Guardati attorno: quante altre cose attirano la tua attenzione? Ora guardati dall’alto: riesci a vederti? Le superfici dei territori più densamente abitati della Terra sono coperte da una fitta nebbia di messaggi, immagini e suoni in cui le persone si muovono, interagiscono, dormono. A volte si alzano rumori più intensi, che la nebbia riassorbe subito mentre lampeggia e risuona. Visto da qui il pianeta sembra semplicemente troppo rumoroso e distratto per riuscire a sopravvivere – persino i ghiacciai si sciolgono troppo lentamente perché qualcuno presti attenzione alla cosa. Torniamo al suolo e guardiamoci da vicino: stiamo tutti mutando… in qualcosa di molto, molto veloce.

Si capiva? A noi piace che a comunicare prima dello spettacolo sia una suggestione, invece che una spiegazione. Però, per quelli un po’ più pragmatici di noi prepariamo anche il secondo programma:

Programma di sala “analitico” (una sorta di comunicato stampa):

Fra distrazioni di massa e mutazioni digitali, ci muoviamo immersi in un ambiente aumentato dai media. Sovrastimolati dalle informazioni, viviamo in uno stato di allerta continua che gli antichi conoscevano solo in battaglia. Il rumore di fondo cresce in tutto il pianeta. Non dovremmo forse fare più silenzio e prestare più attenzione? Overload mette in scena lo scrittore americano David Foster Wallace nell’atto di pronunciare un discorso, che assume presto la struttura di un ipertesto dove link improvvisi innescano possibili azioni e immagini, creando una rincorsa continua a contenuti extra che solo il pubblico decide se attivare o meno. Il discorso di Wallace rischia di non compiersi mai, frantumato da un sistema di salti superficiali e interruzioni molto simile alla nostra esperienza quotidiana: è possibile usare questo stato confusionale per una riflessione sull’ecologia dell’attenzione?

Bene.

Ora dovreste sapere almeno di cosa parla Overload. Il passo successivo è provare a raccontarlo…

A te che non hai visto Overload ma che vorresti vederlo e forse un giorno ci riuscirai: allarme spoiler. Nel testo che segue molti dei passaggi dello spettacolo sono rivelati in modo esplicito.

A te che non hai visto Overload e però pensi che non riuscirai mai a vederlo: questo racconto, sommato a quanto trovi online, rappresenta forse un surrogato accettabile della visione.

A te che hai già visto Overload: questi sono appunti con cui ripercorrerlo (se ti va) e aiutarti a conservarne il ricordo (sempre se ti va).

A te che non hai visto Overload e che neanche ti interessa vederlo in futuro: questo riassunto potrebbe tornarti utile per mostrarti competente in materia pur senza aver visto lo spettacolo nel caso (improbabile) in cui ti venissi a trovare in una conversazione un po’ intellettuale che ha per oggetto gli spettacoli di ricerca della nuova scena teatrale italiana.

Partiamo.

Overload comincia così: un performer entra in scena con addosso una felpa blu e dei calzoncini corti e dice…

Io sono uno scrittore. Sono americano. Nordamericano. Stati Uniti. Porto gli occhiali. Ho giocato a tennis e ho scritto di tennis. Forse però queste informazioni non sono sufficienti. Sono morto nel 2008 – il che ovviamente vuol dire che io non sono davvero chi dico di essere ma vi chiedo di fare tutti finta che io lo sia… è anche per questo che parlo in italiano, così possiamo capirci meglio. Per la precisione sono morto suicida… anche se questo fra gli scrittori non restringe molto il campo. Un’altra informazione: indosso quasi sempre una bandana. Mi piace dire che la indosso perché ho la sensazione che i troppi pensieri mi facciano esplodere la testa, ma in realtà è perché sudo continuamente. Alcuni pensano che sia una trovata di marketing, per risultare più iconografico… ma se fosse vero forse a questo punto qualcuno di voi avrebbe capito chi sono… Se qualcuno pensa di aver capito chi sono può dire il mio nome a voce alta? Va bene, direi che è il momento di uscire da questo silenzio imbarazzante: sono David Foster Wallace… e magari non mi avete neanche mai sentito nominare. In effetti non sono così famoso… anzi, come vedete è solo l’insieme delle informazioni di cui disponiamo che definisce la nostra percezione della realtà. Ed è proprio di questo che vorrei parlarvi stasera, vorrei parlarvi della possibilità di una vita reale nell’era della saturazione delle informazioni… O più semplicemente vorrei raccontarvi di una giornata di settembre di qualche anno fa, in cui mi sveglio e ho in testa questa storiella: “Ci sono due giovani pesci rossi che nuotano…” – tra l’altro non so se sapevate che i pesci rossi hanno una soglia d’attenzione di 10 secondi, ma studi recenti dimostrano che le nuove tecnologie hanno ridotto la soglia d’attenzione umana a 9 secondi… cosa stavo dicendo?

A questo punto del discorso, un secondo performer entra in scena e illustra il meccanismo di base dello spettacolo:

Benvenuti a Overload. Nel corso dello spettacolo vedrete comparire dei segnali come questo (espone un cartello con sopra una freccia): si tratta di collegamenti che attivano dei contenuti nascosti, che verranno sempre introdotti da questo suono (suono reverse). Ogni volta che vedrete uno di questi segnali avrete dieci secondi di tempo per decidere se continuare ad ascoltare David Foster Wallace oppure visualizzare altri contenuti. Per attivarli basterà che uno solo di voi si alzi in piedi, per non attivarli basterà che restiate tutti seduti. Cominciamo con un esempio semplice…

Wallace ricomincia a parlare, introducendo il suo celebre discorso Questa è l’acqua, che costituisce un riferimento metaforico costante di tutto lo spettacolo.

Dunque, dicevo: “Ci sono due giovani pesci rossi che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che li saluta e poi dice: Buongiorno ragazzi. Com’è oggi l’acqua? I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede: ma che diavolo è l’acqua?”

Sulla parola “acqua”, il performer con in mano il cartello offre una “catena” di contenuti nascosti. Se anche un solo spettatore si alza, altri due performer irrompono sulla scena: una reporter che descrive lo scenario di un’alluvione con un forte rumore di temporale; un pescatore che attraversa lo spazio con una canna in tensione sotto un suono scrosciante di fiume. Queste immagini si disattivano dopo pochi secondi e noi torniamo ad ascoltare Wallace, che nel frattempo ha continuato a raccontarci della sua giornata di settembre: naturalmente ci siamo persi tutto quello che ha detto…

un discorso po’ retorico forse ma che ho fatto in modo sincero. Il fatto è che senza che io lo sapessi qualcuno ha registrato il mio intervento e l’ha messo online e così questo discorso di appena 20 minuti è diventato una delle mie cose più famose e citate, tanto da farmi sembrare una specie di guru che vuole illuminare dei neolaureati sul loro futuro – io: un ex-alcolizzato, depresso cronico, con tendenze ossessivo-compulsive e dipendenza da psicofarmaci. Farmaci, appunto: mi sveglio e prendo la mia pasticche di Nardil. Nell’ultimo periodo avevo provato a sospendere gli antidepressivi. Mia moglie non era d’accordo e l’aveva chiarito dicendomi: vabbè, male che vada se ti ammazzi divento la Yoko Ono della letteratura… Poi ho ricominciato. E insomma mi alzo dal letto, mentre lei si rigira ancora nelle coperte – Karen, si chiama mia moglie – e mi metto a fare meditazione. È una cosa che faccio da diverso tempo ormai, da quando mi hanno detto che nel mio discorso al college sui pesci e l’acqua c’era dentro molto Zen senza che io ne sapessi nulla di Zen… quindi mi sono un po’ informato, perché la meditazione in teoria potrebbe aiutarmi a rallentare il lavorio della mia testa. Il problema è che non ricordo bene i mantra da pronunciare: garaom, faraom, raom… e oltretutto lo faccio seduto sulla tazza del cesso perché è l’unico posto in cui riesco ad assumere la corretta postura spinale, ma al tempo stesso avverto che c’è qualcosa di simbolicamente sbagliato che mi impedisce di silenziare davvero la mente… – il punto è: quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso, e la scrittura può al massimo tratteggiarne una piccolissima parte e io non riesco a stare dietro a tutta questa velocità. Mentre credo che se uno riuscisse a prestare attenzione alla cosa più mortalmente noiosa e poi a superare la noia, allora arriverebbero delle vere e proprie ondate di beatitudine, come acqua dopo giorni nel deserto. Mentre sono in bagno mia moglie si alza e dice che dobbiamo andare al mare, dice che mi farà bene e praticamente mi impone di andare a vestirmi. E io mi vesto, così come mi vedete ora – cioè come sempre… i miei studenti del Pomona College hanno persino istituito la giornata “Tutti vestiti come il Professor Wallace” e una volta al mese si presentano in aula vestiti così, che è una presa per il culo, ma anche una cosa tenera, no? Mia moglie mi trascina in macchina e si mette alla guida, capisco chiaramente che vuole allontanarmi per qualche ora da casa e dal lavoro. Sto scrivendo il nuovo libro. È un libro sulla noia, appunto. Si chiama Il re pallido e voglio che sia profondissimo e difficilissimo e ci dev’essere qualcosa di grande che minaccia di avverarsi tutto il tempo ma non si avvera mai… la verità è che non riesco ad andare avanti, tutto quello che scrivo mi fa schifo e ho paura di scrivere qualcosa che si discosti anche solo un po’ dalla perfezione… – il problema col perfezionismo però è che se vuoi essere davvero fedele alla tua idea di perfezione non farai mai nulla, perché qualunque cosa farai significherà sacrificare l’idea meravigliosa che hai nella tua testa, al cospetto della merda inaccettabile che ti è venuta fuori…

In questo preciso momento un performer offre una nuova catena di contenuti. Se anche un solo spettatore si alza in piedi, questi sono i contenuti che vengono attivati: un performer “vestito da Re di Svezia” entra in scena e premia Wallace col Nobel; una performer entra indossando un abito e una fascia da Miss Universe; un altro performer entra vestito da pilota di Formula 1 e festeggia la vittoria di un Gran Premio; un performer vestito da motociclista irrompe sul parco sbattendo al suolo come se si fosse verificato un incidente stradale. Non abbiamo idea di cosa Wallace abbia detto nel frattempo, ma ora non possiamo non tornare ad ascoltarlo…

Ecco, non ho mai detto questa cosa così, a un pubblico, ma mi piace come avete reagito nel sentirla, quindi grazie. Dov’ero rimasto? Karen capisce subito la situazione e dice che è ok, nessun problema, non andiamo al mare e propone di andare almeno a pranzo fuori. Siamo dalle parti della sua galleria d’arte – ah, scusate, forse non ve l’ho detto: mia moglie è una pittrice, una splendida pittrice. La sua galleria si chiama Beautiful Crap, Bella Merda, nome che ho sempre amato e che mi ha anche ispirato un racconto su un artista visivo geniale, dotato di una tale capacità di produrre capolavori da arrivare a defecarli. Il racconto si chiama Il canale del dolore – non perché voglio che lo leggiate, solo come informazione. A un certo punto Karen entra nel parcheggio di un centro commerciale, dice che vuole farmi un regalo e mi chiede di aspettarla lì fuori. E quindi io sto lì, fermo, nel parcheggio. La gente entra e esce coi carrelli. C’è una musichetta terribile nella filodiffusione. C’è un agente della sicurezza che mi guarda e temo venga a chiedermi che cazzo sto facendo. Che cazzo sto facendo? Sto pensando. Sto pensando che in questo momento dovrei essere a lavorare su Il re pallido, voglio che sia un libro che si leggerà anche fra mille anni, un libro che faccia palpitare le teste come i cuori. Qualcosa che metterebbero sulle sonde Voyager, avete presente?

Ricordate il motociclista che si era schiantato al suolo? Mentre gli altri uscivano, lui è rimasto lì, steso a terra, durante le parole dello scrittore. In questo momento si rialza e… sicuramente avete capito cosa fa. Se anche un solo spettatore si alza, tutto il cast irrompe in una danza hip-hop accompagnata da Still DRE, un bellissimo pezzo rap di Dr. Dre e Snoop Doggy Dogg. Di nuovo perdiamo Wallace… questo meccanismo governa più o meno tutto lo spettacolo e raccontarlo integralmente richiederebbe molto testo, più testo di quello che effettivamente è stato scritto per lo spettacolo. Le cose che succedono (o che possono succedere) sono le più disparate: un giocatore di football che travolge Wallace, due tenniste che giocano una partita, un Babbo Natale che attraversa il palco, un uomo-pesce che balla un lento con una spettatrice, due polli giganti che combattono, un talk-show con lo stesso Wallace protagonista, un lancio di verdure dal pubblico contro gli attori, a un certo punto compare persino Stephen King, un graffito di Banksy, una donna incinta cui si rompono la acque… insomma, di tutto. C’è solo una “pancia” più o meno a metà spettacolo in cui abbiamo lasciato un po’ di tempo a Wallace per dilungarsi senza interruzioni nei suoi pensieri e nel racconto della sua giornata, e quello che dice è più o meno questo…

Karen dice che ha pensato a un posto dove andare a mangiare, è un po’ lontano ma è ancora presto e potremmo andarci a piedi. E quindi eccoci a braccetto lungo un viale alberato californiano. Camminiamo in silenzio per un po’. A un certo punto lei mi chiede a cosa penso. A tutto, dico. Allora mi propone di pensare insieme. E insieme pensiamo a dove potremmo arrivare camminando, a quanto ci vorrebbe ad attraversare l’intero stato a piedi fino al confine. Così ci viene da pensare insieme alle storie di lunghi cammini e pellegrinaggi: Malcolm X alla Mecca, Marina Abramovic e Ulay che si incontrano sulla muraglia cinese o Werner Herzog che quando gli dicono che la sua amica Lotte Eisner sta morendo cammina da Monaco a Parigi per allungarle la vita. Si mette uno zaino in spalla, un videocamera per filmare tutto, e parte. Attraversa il centro Europa, mangia pochissimo e male, dorme pochissimo e male. È uno degli inverni più rigidi del secolo. La natura è del tutto indifferente al suo cammino, che procede tra paesaggi industriali e campi remoti, finché arriva nella stanza di Lotte. Posa lo zaino. Si distende accanto a lei e le dice: tu non puoi morire. E Lotte non muore: vivrà per altri nove anni, lavorando fino all’ultimo giorno… Ah: la storia sulla soglia d’attenzione di 10 secondi dei pesci rossi è una stronzata che gira su internet: è impossibile misurare l’attenzione di un pesce rosso così come è ovviamente impossibile che un pesce rosso si domandi cos’è l’acqua…

Per la verità, qui, una performer ricompare a offrire un contenuto nascosto ma Wallace la ferma – nell’unico momento di contrapposizione diretta fra lo scrittore e il meccanismo. E dice queste parole, che sono prese in parte dal suo capolavoro Infinite Jest

No, aspetta un momento, fammi finire questo punto: cos’è l’acqua è una domanda umana. Ma voi saprete la risposta solo quando sarete morti e lascerete il guscio del vostro corpo e verrete catapultati oltre i ventilatori e gli annaffiatoi e le palizzate di vetro della Convessità Terrestre a una velocità disperata e tutti i mondi infinitamente densi e mutevoli dentro di voi diventeranno esprimibili e griderete un richiamo alle armi chiaro e cristallino in tutte le lingue del mondo perché finalmente capirete cosa cazzo è l’acqua… ora puoi offrire il contenuto nascosto.

E di solito lo perdiamo di nuovo, per poi ritrovarlo e riperderlo più volte, fino alla sua ultima apparizione in cui dialoga con un’altra performer:

Performer Ti faccio un’ultima domanda David: la tua giornata di settembre come finisce?

Wallace Riordino i materiali del nuovo libro e li lascio su un tavolo. Scrivo una lettera di due pagine a mia moglie. Scendo in garage e mi impicco.

BUIO.

Lo spettacolo sembra finito. E invece torniamo in luce: i cinque performer (sì, in tutto erano in 5 e sudano parecchio per coprire tutti i ruoli possibili dello spettacolo), spogliati di ogni filtro, costume, posa, raccontano cosa accade dopo la replica: salgono in auto per tornare a casa, parlano fra di loro, mettono una musica, cercano il tragitto sul navigatore, che indica un viaggio di 5 ore. È molto tardi, come capita di solito quando si fa spettacolo la sera, poi si smontano le scene, si impacchettano tutti – proprio tutti – i props e si carica il furgone. Sono tutti molto stanchi. Piove. Ci sono banchi di nebbia lungo l’autostrada. C’è chi pensa a vuoto, chi dorme, chi cerca una musica con l’autoradio per tenersi sveglio. È stata una lunga giornata. Ci sta, un momento di DISATTENZIONE.

Ghost track.

A te che davvero non hai intuito il finale oppure a te che forse adesso hai un po’ voglia di vedere Overload, nei prossimi mesi saremo a Napoli, Parma, Arzignano (VI), Rimini, Cecina (LI), Brescia, Urbino, Asti, Milano… nonostante le difficoltà, i teatranti ce la mettono tutta per continuare a girare. Che in gergo vuol dire: senza l’attenzione del pubblico non si dà teatro.

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poco di buono

Roma di Cuarón, un falso bel film

di Scout Tafoya
Traduzione di Giovanni Esposito

Pablo Delgado

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Posso dirvi il momento in cui Roma si è rivelato essere un libero abbandono alle inclinazioni dell’autore, la posa liberal adottata da un regista la cui produzione incostante ha contribuito a creare l’indifendibile mito del suo genio. La scena racconta una gita al cinema, la scorciatoia preferita da ogni regista per evocare il magico e coinvolgente potere del mezzo cinematografico, risparmiandosi la fatica di dover mettere in scena da sé quello stesso potere.

Roma è l’ultimo film di Alfonso Cuarón, il cui lavoro precedente comprende Y tu mamá también (2001), I figli degli uomini (2006) e l’elefantiaco ma vacuo Gravity (2013). È apparentemente incentrato sulla domestica che tirò su Cuarón e i suoi fratelli, ma questo film lungo 2 ore e 15 minuti non è davvero su di lei, per niente. È un film su Toño, Paco e Pepe, i tre ragazzini a cui lei deve badare. In secondo luogo è un film su Cleo, la mamma dei ragazzi Sofía e la loro sorella Sofi, create dal nulla per controbilanciare il carattere profondamente maschile del film.

Il film mostra la propria natura – e il suo vero oggetto – verso la metà, quando Cleo va a vedere Abbandonati nello spazio (1969), il film fantascientifico girato da John Sturges con grande attenzione per i dettagli tenici del viaggio spaziale, in un monumentale cinema del centro di Città del Messico. Uno dei ragazzi scorge suo padre con la sua amante e non la prende bene. Cleo raggruppa i ragazzi, dopo di che vediamo qualche secondo di Abbandonati nello spazio. Il film occupa l’intera inquadratura. Non vediamo Cleo durante la proiezione, e neanche i ragazzi a dirla tutta. Sono solo pochi secondi di un altro film, nell’originale a colori, reso in bianco e nero dall’obiettivo di Cuarón. Queste immagini tratte da Abbandonati nello spazio servono a spiegarci la liaison di Cuarón con i film ad alto budget, la slitta Rosebud che ci dice che sì, questo giovane ragazzo una volta diventato uomo dirigerà Gravity per fare i conti con la sua infanzia difficile. Cuarón crede nel suo stesso mito.

Roma è un errore colossale, una serie di calcoli errati frutto di una hybris fuori controllo e di un orribile classismo, il tipo di film che trascina giù con sé il resto dell’opera del regista. Questo è un film che fai quando i tuoi amici non si sentono più a proprio agio a porti domande. È un film fatto per tranquillizzare le classi dominanti: scodinzolante nel suo elogio del potere, trova la propria conclusione in un vicolo cieco che raffigura una vera e propria divinizzazione della servitù, mostrandoci la santa domestica salire verso il cielo, inevitabilmente legata al proprio lavoro, con le braccia completamente cariche di vestiti sporchi. Ogni cosa è secondaria rispetto all’imbellettatura delle dinamiche tra ricchi e poveri. Su questo punto il film è spesso e fin dal principio eloquente, iniziando con l’immagine di Cleo che lava i piatti lasciati dalla famiglia sul pavimento del soggiorno, per poi fermarsi a riposare le ginocchia su un cuscino a guardare la tv con Sofía e i ragazzi. Uno dei ragazzi (non sviluppano mai una personalità; che uno di loro da grande diventerà un artista famoso è una motivazione sufficiente per farci preoccupare per tutti loro) mette il suo braccio attorno a lei. In questo modo, il film cela la natura fondamentalmente economica del rapporto con Cleo sotto il velo dei legami familiari. Che Cleo faccia “parte della famiglia” è un messaggio che ci viene rifilato con la stessa spontaneità con cui si rifila una mancia del 9% a un fattorino. La famiglia le vuole bene e la rispetta, fino a quando non la rispetta più – come quando Sofía trova la causa del suo imminente divorzio nel rifiuto di Cleo di pulire il pavimento dai resti lasciati dal cane. Cuaròn fa scorrere il carrello lungo un’interminabile serie di escrementi per mostrare quanto sia umiliante il compito – ma necessario, ovviamente. Chi altri lo svolgerebbe?

Cleo e Adela, l’altra componente della servitù domestica, sono mixtecos, appartenenti a una popolazione indigena messicana che conta meno di un milione di persone. I fidanzati di Cleo e Adela sono poveri e vivono in quartieri periferici sporchi e degradati, dove, il film sembra fortemente presupporre, vivrebbero anche Cleo e Adela, non fosse per i loro ricchi datori di lavoro. Il fidanzato di Cleo, Fermín, la mette incinta per poi abbandonarla ed entrare in una milizia sostenuta dal governo, finalizzata a contrastare le proteste che sono seguite al massacro di Tlatelolco del 1968 – nel quale centinaia di studenti furono uccisi, mentre partecipavano a una manifestazione contro le Olimpiadi e le azioni portate avanti dai militari per danneggiare i sindacati. Fermín rappresenta la crudeltà e la facile arrendevolezza dei mixtecos più poveri, dalle quali Cleo si salva pulendo cessi per i più ricchi. Le capita di assistere a un allenamento di Fermín, durante il quale un muscoloso ciarlatano esegue una prova di forza per gli allievi. L’unica in una folla di uomini, Cleo riesce a replicare correttamente i suoi movimenti. Lei è speciale, vedete, è diversa dal resto di quei miserabili morti di fame e per questo sembra meritare di essere salvata dalla povertà.

Per questo film Cuarón ha fatto anche da direttore della fotografia, utilizzando principalmente due tecniche: fa scorrere il carrello lateralmente per mostrare la dinamicità e l’imprevedibilità della vita di Cleo quando si muove per le strade o pulisce la casa, mentre fa girare la telecamera su sé stessa per esibire l’opulenza delle case che Cleo pulisce o visita. Non utilizza la seconda tecnica nell’angusta stanza che Cleo condivide con Adela, non trovandoci qui alcuna allegra confusione. Non prova curiosità per la sua stretta stanza, come non la prova per il resto della sua vita, che inizia e finisce come un mistero. È molto più interessato ai rituali delle persone fatue e abbienti. In modo appropriato, la composizione delle sue inquadrature è caratterizzata dallo spreco, muri bianchi che occupano metà dell’inquadratura, la profondità di campo mai fissa ma sempre troppo scarsa, che rende indistinto quello che è stato probabilmente un lavoro di scenografia e produzione molto accurato, il bianco e nero feticistico suggerisce deboli ma facili paragoni con l’opera di Fellini. Ma non non fatevi convincere dai continui accenni a Fellini. Il suo Roma del 1972 è un album di fotografie dell’infanzia che offre una critica del machismo fuori controllo visto come un segnale del sorgere del fascismo. Il film di Cuarón non può trattenersi dal compiacersi della sua idea di ricchi cinici e insensibili. Se critica il libertinaggio del padre è per come l’affare extra-matrimoniale lo fece sentire da bambino – non come fece sentire sua madre e certamente non come fece sentire Cleo, con la quale il patriarca a malapena interagisce.

Il film raggiunge il climax quando Fermín e gli altri controrivoluzionari attaccano un gruppo di studenti il giorno in cui Cleo e la madre di Sofía sono uscite per acquistare una culla. Fermín punta una pistola a Cleo, provocando la rottura delle acque, a cui seguirà un aborto spontaneo. Più tardi, tra le lacrime, Cleo confessa a Sofía che in ogni caso non voleva il bambino. Certo che no: avrebbe potuto distogliere la sua attenzione dai suoi datori di lavoro. Cuarón evidentemente crede di aver mostrato al suo pubblico un contro-mito, spiegando quanto fosse importante la sua povera tata per il suo complicato nucleo familiare. Quello che ha fatto in realtà è stato rimettere in scena la vita di lei come una vita di felice servitù. In questo modo, Roma perpetua una perfida fantasia che dura da secoli, secondo la quale alcune persone sono fatte per servire proprio come altre per essere servite.

Cuarón non è mai stato propriamente un regista impegnato (nè in I figli degli uomini nè in La piccola principessa (1995), due film “white savior” (il cliché dell’eroe redentore immancabilmente bianco), mentre il suo adattamento di Paradiso perduto (1998) è pura pornografia della ricchezza priva di alcun sotto-testo), ma ha dissimulato la propria ignoranza attraverso una sorta di empatia generalizzata. I figli degli uomini è, sulla carta, una storia pro-immigrazione sul salvataggio dei bambini più sfortunati dalla rete di un governo male amministrato, ma la trama ruota intorno al sacrificio apolitico di una giovane madre che preferirebbe morire, portando con sé il bambino che ancora tiene in pancia, piuttosto che prendere pubblicamente una posizione politica. Y tu mamá también si lascia dietro la povertà e gli abusi della polizia partendo per un road trip borghese per mostrare da che cosa il privilegio di classe ti renda libero di preoccuparti.

Alla resa dei conti, Roma è un tradimento del candore di quel film, se non del suo messaggio politico.

Cuarón attraverso i suoi film suggerisce senza troppo entusiasmo che ognuno merita di ricevere un giusto trattamento dalla vita, senza aver deciso che cosa secondo lui sia giusto. Cuarón si preoccupa delle persone solo se dimostrano di essere di più di quello che le circostanze in cui si trovano farebbero pensare, come quando si scopre che l’eroe della sua prima commedia, Sólo con tu pareja (1991), non ha veramente l’Aids e perciò nel momento più drammatico film rinuncia al suicidio. E se avesse contratto davvero la malattia che uccide tuttora ogni anno migliaia di messicani impoveriti? Be’, è una buona cosa che non sia il suo caso. Roma non riesce nemmeno a estendere la sua falsa empatia ad Adela, l’altra domestica della casa, che non ottiene nessuna allegorica ascesa al cielo per le sue fatiche, nessun abbraccio conciliatorio, nessun accesso alla confidenza di qualcuno, nessun invito a un pomeriggio di shopping, nessuna prova della propria unicità. È soltanto una povera donna che pulisce la casa, un elemento del set, non del cast. Non fa “parte della famiglia” e nessun genio dagli occhi luccicanti e malato di nostalgia farebbe mai un film su di lei.

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Da Kiev a Macerata, tra badanti e professori

di Sara Honegger

Osvaldo Licini

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Si svolge in due luoghi e più tempi, La lettrice di Čechov (Nottetempo 2018), grazie al quale incontriamo Nina e la sua creatrice, Giulia Corsalini: un romanzo molto bello di cui si fa fatica a parlare, tanto si caratterizza per la misura. Misura nelle parole, nella trama, nei personaggi. Dell’autrice sappiamo essere una docente, studiosa di Leopardi, al suo primo romanzo pubblicato. Ma va da sé che altro, e tanto, deve aver scritto: non sarebbe altrimenti possibile attraversare il tempo con questa sicurezza, restituendo, in uno stile pudico quanto la sua protagonista, i pensieri e le scelte di una donna come lei appassionata di letteratura, diversamente da lei badante e migrante.

Misura e pudore sono modi che in tempi di urla, di messe in scena, di chiasso continuo, hanno vita assai grama. Così, chiunque abbia desiderio di ritrovarne il senso e il gusto non ha che da aprire il libro e lasciarsi condurre dal passo sicuro di due donne (il personaggio e la scrittrice) che hanno raggiunto l’intesa necessaria a trasportare il lettore in una vicenda di ordinaria quotidianità, svelandone la melanconica ricchezza. L’intesa fra le due è così forte che a dirci della qualità della scrittura a cui Giulia Corsalini ha ambito – o della qualità che che dovrebbe avere il discorso critico sulla letteratura – è Nina, il personaggio: “Il narratore che aspira a una prosa čechoviana cerca di trovare il ritmo e la modulazione di una scrittura malinconica e interiore, di cui in Italia non si hanno modelli ottocenteschi nella prosa, ma solo in poesia”; “c’è un nucleo vitale nel discorso sulla letteratura; tutto sta a non impantanarsi in argomentazioni sofisticate; cogliere, e far cogliere, quanto un libro sa dire della vita di ognuno e quanto può aggiungervi, attingendo alle infinite possibilità e configurazioni dell’esistenza umana”. Il dialogo che entrambe instaurano con Čechov – attenzione: mai accademico, mai pesante, mai respingente – è continuo e manifesto. Al di là di Storia noiosa e Tre anni, i racconti a cui il lettore è invitato a confrontarsi in modo diretto, il legame si stringe soprattutto nella decisione di stare dalla parte di quella narrativa che non ha a cuore le grandi trame, i personaggi in grassetto e i finali a sorpresa, tesa com’è a cogliere la tinta azzurrina che accompagna i desideri di cambiamento, di riscatto, infine di vita. E tuttavia, quella malinconia che in Čechov a volte diviene insopportabile – dopo quanti racconti si inizia a sentire freddo? – qui è stemperata da qualcosa che non sono riuscita a decifrare del tutto. In una bella intervista rilasciata ad Alessandra Montesanto (https://www.edizioninottetempo.it/media/news/files/18/le-donne-dell-ucraina-intervista-a-giulia-corsalini-d3079.pdf) Giulia Corsalini chiama questo “qualcosa” la “predisposizione alla fiducia” che caratterizza, nonostante tutto, il suo personaggio. Mi piace pensare che sia una predisposizione necessaria alle donne.

Come spesso faccio quando alla fine di un libro provo gratitudine verso chi l’ha scritto, l’ho regalato e ne ho consigliata la lettura ad altri. Sono rimasta colpita dalla diversa percezione che i diversi lettori/lettrici ne hanno tratto, in particolare l’aggettivo “straziante” usato da una giovane amica. Perché a me lo strazio, che pure c’è, è sembrato mitigato o addirittura combattuto grazie a una capacità di resistenza e di opposizione allo squallore e all’essere morituri tutta femminile. Nina, che lascia Kiev, la sua città, per venire a Macerata come badante di una anziana piuttosto sola; Nina, che si attende dalla vita “una qualche forma di riscatto”, una pausa “dal bisogno e dalla fatica” in cui è stata sempre “immersa fino al collo”; Nina, che ama disperatamente una figlia con cui non riesce a parlare, ci sorprende a ogni pagina per la capacità intatta di pensare, di leggere le situazioni, di scovare bellezza e significato. Laureatasi quando già madre – ci pare di vederla studiare la notte, nel piccolo appartamento di via Anna Achmatova, l’orecchio teso al pianto improvviso della bambina – ormai quarantenne decide, in accordo con il marito molto malato, di venire in Italia per sostenere gli studi universitari della figlia.

Come si sa, i viaggi non sono mai quel che sembrano, le ragioni che ci spingono a partire più sottili e intricate delle apparenti. Macerata le offre inaspettatamente un’occasione – insegnare Lingua e Letteratura russa all’Università – e un incontro – Giulio De Felice, il professore a cui deve l’incarico. Un’altra penna e il romanzo sarebbe stato un disastro. Ci voleva misura – e tanta sapienza dell’animo umano – per rendere credibile il desiderio, e al contempo l’impossibilità, di Nina di afferrare ciò che la sorte – fosse anche solo una “felicità crepuscolare” – sembra srotolare finalmente ai suoi piedi; ci voleva misura per stare nella mente e nella vita di una donna colta nel momento forse più difficile, quando il passato diviene più profondo del futuro e il ventaglio delle possibilità si riduce senza pietà; ci voleva misura per cogliere i silenzi e la lingua – ora bloccata dalla paura, ora sciolta da un sospirato pezzo di carta – di una giovane badante giunta da poco in Italia; e ci voleva misura per chiudere il racconto lasciando al lettore decidere quali siano le questioni capitali alle quali siamo chiamati a rispondere.

Al di là della qualità narrativa, La lettrice di Čechov è un libro importante anche per come tratta un tema piuttosto attuale, ovvero sia la vita che conducono nel nostro paese le donne che dal 2002 (così afferma l’Accademia della Crusca) chiamiamo badanti. Il rischio di cadere in una trappola ideologica era altissimo e, ancora una volta, non si può che ammirare la misura con cui Corsalini lo ha affrontato nell’ultima parte del romanzo. Su invito del professore conosciuto anni prima, Nina torna a Macerata per partecipare a un convegno su Čechov. Il viaggio la sorprende ancora. È una nuova occasione, un lampo di luce; e invece, quasi non volendo, di controvoglia, invece di andare al convegno Nina decide di aiutare Lyzaveta, la nuova badante della vecchia di cui si era occupata, a districarsi nel ginepraio dei documenti necessari a ottenere un permesso di soggiorno. Sono pagine belle e importanti perché ci aiutano, senza manifesti, senza grida, a dare un nome, un volto e dei sentimenti a quel mondo di donne che popolano il nostro paese (1 milione e 650 mila, dati Censis http://www.retecaad.it/news/274), uscite talvolta da una clandestinità che non ha mai riempito il vociare dei media, grazie alle cosiddette “sanatorie”. Donne ombra, la cui presenza esprime una decisa contro tendenza rispetto al crollo del lavoro (53% in più di posti in dieci anni, 500 mila posti in più nei prossimi dieci) di cui non si sa e non si vuole sapere purché portino avanti quel welfare parallelo che fa comodo a tutti – compresa la scrivente – e che forse proprio per questo non riempie di sdegno né i paladini della giustizia né i feroci combattenti del nuovo ordine italico.

L’accettazione di ciò che è fa di Nina – obstinata mente, la chiama uno studente – una figura drammatica e insieme luminosa. La sua scelta ci appare libera e ineluttabile: una badante a un convegno? Quando, come si è infine integrati? E dove? Verranno altri rimpianti, ma un’appassionata di Čechov lo ha già messo in conto, come il lettore ormai sa che i rimpianti potranno sempre essere mitigati dalla possibilità, di ognuno e in ogni luogo, di soffermarsi su ciò che è, svelandone una qualche triste bellezza. Il duplice viaggio di Nina ci parla anche della capacità che ha la letteratura di svolgere un’educazione sentimentale. E di questo abbiamo tutti molto bisogno. Abbiamo bisogno di scrittori che siano capaci di farci fermare, di restituisci la capacità di comprendere l’animo di una donna, la natura di un uomo, lo strazio di una giovane madre separata dal figlio, la sottile richiesta di una figlia chiusa in un ostile mutismo, il silenzio di un marito che non c’è più, riportando alla memoria fatti quotidiani, fra cui anche la morte, e ciò che li ha accompagnati.

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Houellebecq 3: Florent-Claude nell’Europa del 2019

di Nicola Lagioia

JonOne

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Di Serotonina, settimo romanzo di Michel Houellebecq, si è molto parlato prima ancora che venisse pubblicato. Contagiati dall’ansia anticipatoria che governa la stampa quotidiana, molti giornalisti culturali hanno posto con faciloneria l’accento sulle facoltà divinatorie dello scrittore francese: così come Sottomissione aveva avuto la ventura di uscire nel giorno della strage di “Charlie Hebdo”, quest’ultimo romanzo (“naturalmente scritto prima che la rivolta dei gilet gialli esplodesse!”, notavano molti recensori con logica ferrea) arriverebbe in perfetto tempismo rispetto ai recenti fatti di cronaca. In Serotonina si parla a un certo punto di una rivolta di agricoltori contro le politiche UE, ma è solo l’occasione narrativa di un discorso più vasto. In caso contrario sarebbero guai: se si dovessero giudicare gli scrittori in base alla loro capacità di fotografare in anticipo il paesaggio sociale, Philip K. Dick, George Orwell e Aldous Huxley chiuderebbero per tutti la partita prima ancora del fischio di inizio.

Serotonina è la storia di Florent-Claude Labrouste e della sua battaglia persa con la vita. Quarantasei anni, un buon impiego al Ministero dell’Agricoltura, Florent-Claude si autoesilia in provincia dopo l’ennesimo rovescio sentimentale. Qui, incapace di trarre ogni residuo beneficio dal rapporto coi suoi simili, rischia letteralmente di morire di tristezza. Il racconto della sua vita, nelle mani di Houellebecq, è in realtà un inno compassionevole (tanto più compassionevole quanto più libero da orpelli e illusioni) all’incapacità dell’uomo medio di 30non restare orribilmente schiacciato dal mondo che lo sovrasta, un mondo pulito, decoroso, liberale, privo di troppi spargimenti di sangue, ancora sufficientemente opulento, relativamente ben amministrato, in tutto simile a un incubo.

Prossimo a certi eroi imbelli della letteratura tra Otto e Novecento, a Florent-Claude manca la vita, con la differenza che il nostro universo emotivo e sociale, all’inizio del XXI secolo, è del tutto cambiato. Provo a offrire qualche spunto di riflessione, consapevole che – come per ogni bel romanzo – Serotonina contiene molte più sfumature di quelle che un piccolo testo critico può provare con successo a fissare.

1. L società in cui viviamo è brutale con chi sta ai margini. Ma tanto più si mostra inclusiva, umana, tollerante con gli integrati medi, tanto più li mette in competizione in nome di un ideale di successo irraggiungibile, pronta a divorare in questo modo le loro anime come un vampiro o un nume degno di un racconto di Lovecraft (non a caso tra gli autori preferiti di Houellebecq). Che ne è del confronto tra individuo e mondo quando il secondo ha minato in modo irreversibile il concetto di comunità e chiede ai singoli l’impossibile? È da questo che viene annichilito il protagonista di Serotonina. Per quanto Florent-Claude sia abbiente, di intelligenza e cultura lievemente superiori alla media, privo di handicap fisici o estetici, non è comunque sufficientemente ricco, bello, profondo, intelligente perché la sua epoca non lo condanni all’infelicità. La differenza rispetto al passato è l’aumento del coefficiente di difficoltà nella lotta per l’accesso a quei piaceri effimeri necessari a farci sentire, sia pure in modo falso, realizzati. Nella seconda metà del Novecento l’emancipazione economica, quella sociale, nonché la possibilità di un godimento negato alle generazioni precedenti, erano strutturati in modo da illudere i più di essere ancora spiritualmente vivi, o realizzati, o socialmente utili, o perlomeno non dei totali falliti. Dell’inganno si rendevano conto in pieno solo certi uomini eccezionali – il Roquentin di Sartre, gli arrabbiati di Osborne, gli emarginati di Burroughs e di Genet, i tanti eroi dell’esistenzialismo o del ribellismo letterario e cinematografico capaci di rendere epico il proprio fallimento, la propria sconfitta valorosa nella lotta contro l’orrore della vita moderna.

Nel XXI secolo, complice la crisi economica, ci è negata qualunque ubriacante salita nell’ascensore sociale, e – vista la distanza sempre più grande che separa il vertice della piramide da tutto il resto – il raggiungimento dei traguardi che potrebbero illuderci di essere dei privilegiati si è fatto proibitivo. Per quanti sforzi possiamo fare, non saremo mai ricchi quanto Steve Jobs, popolari quanto Cristiano Ronaldo, geniali quanto Bob Dylan, intelligenti quanto Stephen Hawking, affascinanti quanto Louis Garrel. Il problema è però che il mondo ormai, per darci l’illusione di essere felici e realizzati, ci chiede proprio questo, l’impossibile: non “semplicemente” di guadagnare il doppio del nostro vicino di casa, ma di fondare cioè come minimo la Apple, di vincere la Champions League, di avere scritto Blonde on Blonde, di avere venti milioni di follower, di spezzare centinaia di migliaia di cuori con uno sguardo o un click.

La consapevolezza dell’inganno è arrivata in definitiva all’altezza dell’uomo medio, o giusto un po’ più in su. Con la differenza che l’uomo medio (Florent-Claude, e noi lettori con lui) non ha certo la sprezzatura di un Roquentin, o l’energia selvaggia degli ragazzi di Genet. Non ha spalle sufficientemente larghe. Non è eccezionale, è normale. Concentrandosi compassionevolmente su di lui – sul genocidio della vita emotiva dell’intera classe media contemporanea – Houellebecq, campione di misantropia, presunto reazionario, si dimostra ben più democratico di tanti suoi colleghi.

2. Poco prima dell’uscita di Serotonina, Michel Houellebecq ha sollevato un piccolo vespaio scrivendo su “Harper’s Magazine” un articolo in cui, giocando molto sul paradosso, si rivolgeva al pubblico statunitense dichiarandosi un sostenitore di Donald Trump. Chi da sinistra e ancor di più dal centro ha gridato allo scandalo non ha colto il registro perfidamente semiserio di tanti passaggi (“con Trump sarete un po’ meno competitivi, ma almeno riscoprirete la gioia di vivere dentro i confini del vostro meraviglioso paese, praticando la virtù e l’onestà, condita con un po’ di infedeltà matrimoniale. Nessuno è perfetto”, per non parlare di certi lievi superamenti della linea di galleggiamento dove la presa per il culo inizia a farsi palese: “dovete accettare l’idea, cari americani: alla fine dei conti forse Donald Trump per voi è stato un male necessario. E sarete sempre benvenuti come turisti”), ma soprattutto non si è reso conto – fermandosi alla letteralità dell’intervento giornalistico, incapace di riconoscere il valore letterario di tanti suoi romanzi – che Michel Houellebecq è il più marxiano degli scrittori contemporanei. Non c’è scena, snodo narrativo, descrizione dei rapporti tra i personaggi di Serotonina che non tenga conto del rapporto tra struttura e sovrastruttura. La vicenda umana di Florent-Claude è legata a doppio filo (un filo non più invisibile di quello di un aquilone che ondeggi sotto il sole) al continuo gioco di rapporti economici che ne determinano, attraverso ogni momento di vita quotidiana, l’intera biografia.

D’accordo essere marxiani. Naturalmente però Michel Houellebecq, nato nel 1956, lo stesso anno dei “fatti d’Ungheria”, è anche un anticomunista.

3. Nello stesso articolo citato di “Harper’s Magazine”, Houellebecq si diceva fieramente contrario all’UE (“credo che noi, in Europa, non abbiamo né una lingua comune, né valori comuni, né interessi comuni; credo che, in poche parole, l’Europa non esista”), arrivando, qualche riga dopo, a definirsi addirittura nazionalista. Serotonina è piena di tipi-umani-europei da barzelletta continuamente derisi (i francesi depressi, i belgi inconsistenti, gli olandesi infidi e materialisti, gli spagnoli inutilmente vitali, i tedeschi pedofili), i quali tuttavia, messi in fila uno dietro l’altro, si rivelano pian piano i tasselli di una storia della cultura europea degli ultimi tre secoli ben più drammatica, sofferta e complessa di quanto potrebbe sembrare. A leggerla nemmeno troppo tra le righe si capisce come Houellebecq detesti la dabbenaggine del secolo dei lumi, consideri il romanticismo la vera occasione mancata del continente, il Novecento il punto di non ritorno, fino a una meravigliosa impennata sui massimi talenti letterari dei due paesi più progrediti e brillanti del nostro continente (Marcel Proust per la Francia, Thomas Mann per la Germania) i quali al tempo stesso sarebbero i vertici insuperabili della loro specialità (il romanzo) e i traditori di un pensiero ormai al collasso. Se per due geni di quella statura il massimo a cui si può aspirare è il brivido di una scopata vera o mancata (e forse meglio il suo ricordo, il ricordo di una scopata mancata) purché con un fanciullo o una fanciulla in fiore, be’, è chiaro che qualcosa è andato storto e stiamo messi male già sulla strada di Swann.

L’Europa è un continente freddo e amministrativo, una civiltà in cui ci si può riorganizzare da cima a fondo la vita in meno di una giornata, non si può più fumare in pubblico, si è così formalmente pieni di diritti (lo strombazzamento dei diritti genera un esercito di prescrizioni) da non essere più liberi di fare niente, una landa piena di istituti di credito dove i ristoranti biologici e il politicamente corretto sono la maschera sempre meno credibile per il più feroce darwinismo dello spirito che si riesca a immaginare.

4. Scriveva William Burroughs negli anni Cinquanta del Novecento che essere molto paranoici poteva semplicemente voler dire essere realisti, guardare le cose con la dovuta lucidità. Oggi – che anche la paranoia è utilizzata dal potere come strumento di consenso – si può forse dire la stessa cosa della depressione. In certi casi essere molto depressi significa essere realisti. Oppure essere depressi come Florent-Claude (essere depressi in un mondo inumano) significa essere ancora, tutto sommato, pienamente umani.

5. Dopo la tragedia, come una conseguenza, inizia il tempo del comico. Serotonina è anche un romanzo comico. Lo è al modo di Bouvard e Pécuchet, con l’infinito catalogo di You Porn al posto dell’Enciclopedia. Ma sotto la comicità da fine di un mondo, sotto il suicidio della cultura continentale, qualcosa brucia ancora. Per Michel Houellebecq il comunismo non avrebbe mai potuto salvarci spiritualmente, e cosa c’è di peggio della morte spirituale? Non può certo salvarci il capitalismo (che Houellebecq detesta più di ogni bravo socialdemocratico respirante sulla terra), e chi forse avrebbe potuto riscattarci simbolicamente in tempi relativamente recenti (i Pound? gli Eliot? gli Hamsun?) ha lasciato che il mondo scivolasse verso un altro tipo di follia.

Ma perché contemplare ancora una volta le ceneri del Novecento? Se scaviamo più a fondo (“scavare meglio” come il “fallire meglio” di Beckett) alla ricerca delle radici della cultura europea e occidentale, possiamo trovare qualcosa di ancora credibile al di là del comunismo e del fascismo, del nazionalismo e del capitalismo, qualcosa che sta prima di Freud e di Darwin, di Nietzsche e di Wagner, di Marx e, naturalmente, dell’odiato Voltaire. La prima radice. Ancora intatta, la possibilità di un’isola. Nell’ultima pagina di Serotonina c’è la più vertiginosa torsione della dottrina di un romanzo nel suo opposto che la letteratura degli ultimi anni riesca a offrire. La cosiddetta lucidità lenticolare cede il passo al mistero. L’autopsia diventa rivelazione. L’ombra del Figlio, un’altra volta ancora, si allunga oltre una porta chiusa.

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Houellebecq 2: Un romanzo depresso

di Piergiorgio Giacché

JonOne

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La Francia sembra messa meglio dell’Italia quanto a letteratura contemporanea. Forse è sempre stato così, o forse è la nostra esterofilia che è più aperta del loro sciovinismo che fa concessioni – troppe – soltanto agli americani “a Parigi”… Sta di fatto che loro pubblicano poco e scelgono male gli scrittori italiani, mentre i loro best-seller vengono e vendono bene anche da noi: in particolare i nomi e i libri di Emmanuel Carrère e di Michel Houellebecq sono anche in Italia di casa e bottega, e capita spesso di leggerli in contemporaneità per la coincidenza delle loro date di edizione. Questo, ma anche molto altro, dà l’occasione di un confronto e, ferma restando l’ammirazione per entrambi, anche di maturare una preferenza “da lettore”: questione di gusti o c’è anche una questione “morale”?

Qualche anno fa, al tempo de Il Regno e di Sottomissione, mi sono trovato a preferire l’islam fantapolitico di Houellebecq per la sua scelta morale, laica e cinica e però limpida, rispetto alla dotta lezione e contorta conversione di un Carrère che – malgrado tutto il libro – “non poteva davvero non dirsi cattolico”. La differenza e la divisione non era però una faccenda di fede ma di libertà, anzi di fantasia, perché infine Houellebecq descrivendo una Francia felicemente mussulmana non solo ha rischiato la profezia (appena uscito il suo libro, si ricorderà, sono arrivati gli attentati dell’islamismo cattivo), ma ha anteposto l’immaginazione alla dea ragione, mentre Carrère preferisce sempre il documento o il documentario all’invenzione e alla provocazione, restando prigioniero della sua intelligente riflessione da philosophe – un habitus o peggio un’abitudine che comincia a essere un insopportabile mal francese. Una seconda distinzione è quella del rapporto fra letteratura e autobiografia: troppa autobiografia prima convince ma alla fine stucca, come capita anche nel leggere e rileggere i corsi e ricorsi dei romanzi generazionali di Annie Ernaux (altra scrittrice da leggere e amare, s’intende). Così, mentre Carrère spesso si racconta e troppo spesso si confessa, Houellebecq si regala e ci regala un personaggio ogni volta diverso, da mettere in mezzo – fra l’autore e il lettore – costruito con competenza e indossato con ironia e disincanto: magari è sicuramente in linea con la sua biografia, ma il suo “io” – come gli è venuto da spiegare – resta pur sempre “un argomento”.

La spiega la si trova a metà del suo ultimo romanzo, Serotonina, in mezzo al cammino di un’ennesima nostra vita: quella di un ignavo impotente in cui di questi tempi ogni lettore onesto potrebbe davvero identificarsi, se guardasse al proprio io o argomento che – per dirla con Houellebecq – “non è mai particolarmente interessante”. Dalla stessa pagina dello stesso romanzo – ma è una coincidenza e non per pigrizia – si può rubare una citazione che riguarda e spiega anche il tema della fede ovvero della morale del personaggio e dunque dell’autore e infine di ogni onesto ignavo lettore: “Dio è uno sceneggiatore mediocre, è questa la convinzione che quasi cinquant’anni di esistenza mi hanno portato a maturare, e più in generale Dio è un mediocre, nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice…”. Ovviamente ci sono eccezioni -si aggiunge subito dopo- e c’è anche la felicità, e capita perfino di viverla per un po’, ma è ancora peggio perché diventa un ricordo malato, un peso morto nella vita morta del protagonista di un intero romanzo “depresso”.

La “serotonina” è una pillola antidepressiva, che chiaramente non funziona. Fa da titolo al libro ma non se ne parla molto, al punto da sembrare una scusa… Poi, andando avanti a fatica fra le pagine di una non-storia, si capisce a cosa serve e soprattutto a chi serve: al lettore. Il Captorix non so se è un medicinale che davvero esiste, ma è vero che cattura: lentamente e inesorabilmente lo si respira pagina dietro pagina e contamina il lettore molto di più di quanto non funzioni con il personaggio. Il trucco o il merito di Serotonina è forse tutto qui: il romanzo va assunto poco per volta per poi scoprire che non è poco, ma un’overdose che ci fa “morire di tristezza” molto prima che questa diagnosi sia svelata al protagonista; anche lui – proprio come il lettore – sempre in attesa di una soluzione che lo salvi dalla dissoluzione e che non arriva mai.

Ecco, l’ultima opera di Houellebecq non tradisce le attese ma le esaspera e ci spinge in ogni senso sino in fondo. Il filo della scrittura è meno forte del solito, ma forse questo stimola la tenacia del lettore che dunque, a corda doppia, si arrampica per pagine e pagine di impotenze sia sociali che sessuali (ma c’è differenza?), inseguendo un personaggio che, in continua e pigra fuga, alla lettera e per tutto il romanzo “non sa dove andare a nascondersi”.

Non si sa nemmeno bene da dove viene, ma solo che si occupava di formaggi e ha già smesso di lavorare: un pensionato a vita o dalla vita, ma è meglio chiamarlo retraité, (in Francia – sia detto tra parentesi – la “ritirata” non è una festa come da noi la quota cento, perché lì si festeggia piuttosto la rentrée del primo settembre, almeno quanto da noi si celebra il ferragosto), cioè un tizio che, appena alla mezza età, si è già ritirato da tutto e da tutti, e finge o addirittura spera di essere deluso. Non ha problemi economici: vive di rendita in tutti i sensi e costringe anche il lettore a fargli credito per tutta una non-storia, a tratti condita da un erotismo tanto più spinto quanto più spento.

Lo stesso Houellebecq – si suppone – aspetta che succeda qualcosa e, dopo pagine di inutili stimoli porno-postumi, gli rimette in testa il ricordo di un vero amore, lo fa andare alla ricerca di un quasi amico in costante solitario fallimento, lo rende testimone di una lotta di contadini allevatori che finisce in scontri con la polizia (una strana jacquerie armata che ancora una volta la dice lunga sull’intuito profetico di Houellebecq, visto che, all’uscita del romanzo, non erano ancora calzati e vestiti i gilet gialli!). Alla lunga, sembra che anche l’autore non sappia bene che farsene né come disfarsene, e noi lettori con lui, giacché l’inconcludenza e l’impotenza ci si appiccica come una penitenza da scontare, “senza ridere e senza piangere”.

Lo strano è che non avviene nessuna identificazione ma si diventa per così dire deuteragonisti di uno stesso annientamento, che è nell’aria come la serotonina, che non è esistenziale ma ambientale, che non è individuale ma universale o almeno occidentale. Un annichilimento che è il contrario del nichilismo, che è sempre un po’ incazzato e infine fallico. No, niente filosofia per favore, neanche quando Houellebecq tira le conclusioni per sé e per tutti, o almeno ci prova: “ecco come muore una civiltà, senza seccature, senza pericoli né drammi e con pochissimo spargimento di sangue, una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé, cosa mai poteva propormi la socialdemocrazia, evidentemente niente, solo una perpetuazione della mancanza, un invito all’oblìo.”

Infine, ma veramente all’ultima pagina, si trova qualcosa di più e forse di meglio. Non lo riveliamo a chi non l’ha letto o a chi non c’è arrivato, ma non è un lieto fine ma appena un fine che giustifica tutto quello che c’è stato in mezzo. Non una assoluzione ma appena un’accettazione della “vita morta”, che è pur sempre una vita.

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