primo piano

Ricordo di Davide De Carolis

di Giorgio Villa

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La montagna è nell’anima
spessa, nebbiosa, inaccessibile
ma quando il desiderio ci assale
saliamo per i ripidi sentieri della mente
verso la Stella Polare
verso la nostra natura di lumaca e di aquila.

 

Davide è morto, nell’incidente dell’elicottero di martedì 24 gennaio a Campo Felice, sulla montagna che tanto amava durante una operazione di soccorso in alta quota, settore in cui si era specializzato recentemente, ma la sua vita è un esempio di quello che potremmo definire civile eroismo.

Ho conosciuto Davide come un giovane laureato in psicologia, mentre svolgeva il suo tirocinio presso il Centro Diurno e la Comunità Terapeutica di via Montesanto in Roma, dove vengono seguite persone affette da gravi disturbi mentali.

Davide era uno psicologo nato, come si suole dire, ma la psicologia in quanto professione gli stava stretta dal momento che non solo amava essere utile agli altri e soprattutto a chi era in difficoltà, ma amava anche la montagna e tutto ciò che potesse valorizzarla.

Quasi da subito è cominciata la nostra frequentazione attraverso le attività del Club Alpino col quale avevamo stabilito una collaborazione. Davide aveva voluto tornare alle sue montagne, dopo una serie di esperienze di volontariato che l’avevano portato anche in Guatemala, tramite il Servizio Civile, grazie a un progetto volto al recupero dei bambini di strada. La presenza di Davide era forte e dolce a un tempo e in grado di occuparsi, sommessamente, soprattutto delle persone più emarginate.

Così per quindici anni è stato costantemente presente nel “Progetto Montagna”, dedicato ai pazienti gravi attraverso le gite mensili sull’Appennino organizzate dal Gruppo Escursionistico Montesanto. Davide ne forniva la base logistica e la guida, ne conservava le immagini fotografiche che mi spediva ogni mese e che andavano a illustrare il nostro “Calendario della Montagna”. Anche in queste occasioni Davide era sempre accanto ai nostri pazienti che avevano maggiori difficoltà.

Da qualche anno si era trasferito vicino a L’Aquila, nel paese di Santo Stefano in Sessanio di cui era diventato consigliere comunale e del quale aveva contribuito ad un recupero accurato e gentile.

Ma l’energia e il coraggio di Davide lo portavano a essere sempre sui luoghi nei quali il soccorso era più urgente, come, ad esempio, in occasione del terremoto de L’Aquila e in tutte le altre emergenze di questi ultimi dieci anni, fino alla tragedia di Rigopiano dove, scavando per una notte intera, era riuscito a portare in salvo alcuni dei sopravvissuti.

Ricordo con affetto ed emozione una giornata di pochi anni fa quando festeggiammo, a fine giugno, la conclusione del ciclo annuale di gite. La giornata era cupa e piovosa, ma l’accoglienza di Davide, della moglie Teresa e della piccola figlia Sole l’ha resa subito speciale. Davide aveva cucinato per noi e anche sotto la pioggia avevamo fatto una passeggiata al paese. Il resto della giornata l’abbiamo trascorso insieme,  parlando dei progetti futuri, coinvolgendo i nostri pazienti nella calda atmosfera della sua casa. Abbiamo portato con noi l’immagine splendida degli occhi luminosissimi della bambina e della gentilezza amorevole che Davide era in grado di stimolare in tutte le persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

panoramiche

Non abbiate paura!

di Piergiorgio Giacchè

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Non ci sono più i terremoti di una volta. Devastazioni tanto improvvise quanto inevitabili subite come fatalità e interpretate come maledizioni: letterali dis-grazie davanti alle quali il timore della natura e il timor di dio si mescolavano confusamente. Lo sgomento e l’abbandono, il lutto e la miseria dominavano poi a lungo, per i molti decenni di una storia secolare che va da Messina alla Marsica e poi al Belice e fino all’Irpinia… una storia e una geografia tutta o sempre meridionale, quindi aggravata da arretratezze e incurie che si danno ancora per scontate nel profondo sud, soprattutto quando sprofonda. Poi, dal Friuli all’Umbria e da L’Aquila a Modena i terremoti, spostandosi nello spazio e avanzando nel tempo, hanno cambiato cultura o almeno lettura: dal pigro fatalismo tradizionale si è passati a un vitalismo postmoderno, fatto di immediate e orgogliose reazioni popolari, di richieste di subitanei aiuti e di rapide ricostruzioni, di sfacciati interessi economici e invadenti interventi politici… Il terremoto – anzi, l’evento sismico – è stato studiato e sfidato come un fenomeno tellurico infine ordinario per quanto attiene al nostro Paese: qualcosa che magari non si può prevedere, ma per il quale ci si può e ci si deve preparare. Il “prima” ma anche il “dopo” terremoto attiva investimenti e produce perfino guadagni: c’è un’economia del disastro che – cinismo a parte e super partes – ha persino fatto la fortuna di terre sfortunate e spopolate. C’è stata anche una politica del soccorso e della ricostruzione che è servita a soccorrere la politica, anche se non a ricostruirla. No, non ci sono più i terremoti di una volta, quando si dava la responsabilità a dio e la colpa all’uomo; adesso il senso di colpa dovrebbe averlo la natura se avesse una coscienza, ma intanto la responsabilità è tutta degli uomini che non sanno quello che fanno o meglio non fanno quello che sanno. Si dovrebbe costruire meglio e rubare di meno affrontando un accidente che – a detta di tutti – non è più una sostanza. “Casa Italia” dovrà essere un giorno – cioè presto – galleggiante sopra le onde sismiche e fregarsene delle eruzioni vulcaniche (a proposito, quando toccherà di nuovo al Vesuvio?) e chissà anche delle meteoriti o dei marziani. Lo strano è che la destra reazionaria sognava una nuova geografia a colpi di new town da inaugurare con champagne, mentre la sinistra progressista difende la storia e si orienta verso il restauro di ogni nostro bene e presepe culturale. Così si è arrivati all’ultimo terremoto del 24 agosto e ancora in corso, che ha colpito a morte Amatrice e Arquata e Pescara del Tronto e ha ferito tutt’attorno le zone limitrofe. Il centro del Centro Italia ha tremato e fatto tremare anche gli abitanti di Roma e Perugia e Ascoli e Macerata e fino a dove le scosse si sono fatte sentire.

cultura pedagogica

Ricordo di Tullio De Mauro

di Goffredo Fofi

foto di Alessio Jacona

foto di Alessio Jacona

La sua Storia linguistica dell’Italia unita (Laterza 1963, più volte ristampato) è uno dei titoli imprescindibili della nostra cultura novecentesca, quello dove il magistero di Gramsci ha trovato il maggior equilibrio possibile tra scienza e comunicazione. Quel saggio ci ha aiutato a mettere ordine nel groviglio dei dialetti e delle lingue, delle differenze economiche e antropologiche della nostra storia e della nostra geografia, ci ha offerto un quadro che ci è parso fondamentale per le pratiche pedagogiche più oneste, e che dimostrava una singolare e inattesa vicinanza ai principi di una scienza che ancora oggi – tra le poche davvero necessarie – fa fatica ad affermarsi, la geografia umana che tiene insieme molti aspetti del sapere per dar conto della complessità del presente, delle sue molteplici componenti e radici.

Non fosse che per questo, grande dev’essere la nostra riconoscenza nei confronti di Tullio De Mauro, che ha peraltro avuto il merito di introdurre nella cultura italiana il nome di Saussure e le acquisizioni e gli approcci della grande linguistica, compresa la russa. Accademico scrupoloso, docente appassionato del suo lavoro pur nell’accettazione degli usi e costumi dell’accademia – non sempre i più adeguati ai bisogni della realtà – ha creduto fortemente, contro venti e maree, alla necessità di operare dall’interno delle istituzioni per un cambiamento della nostra società in funzione democratica e in difesa di quelle che chiamavamo un tempo le “classi subalterne”. Solo questo ci divideva da lui, noi ostinatamente “extra-parlamentari” ed “extra-istituzionali”, ma nello stesso tempo ce lo faceva considerare un amico e non uno “dell’altra parte”, perché abbiamo sempre creduto nel dialogo e nel confronto non tanto con le istituzioni quanto con la “sinistra parlamentare”, un confronto reso più difficile, e oggi concretamente impossibile, dalla  degenerazione, confusione e morte della sinistra, al cui centro è stata l’eterna ambiguità del Partito comunista e dei suoi eredi, “manifesto” compreso, avviluppata all’esistente e alle astuzie della sopravvivenza, avviluppata al tronco dello sviluppo, scambiato, come ebbe a insistere Pasolini, col progresso (e già il concetto di progresso era stato messo in discussione da tanti, noi compresi).

Educazione e ecologia

Educazione e natura, tra presente bambino e futuro possibile

di Chiara Franzil

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illustrazione di Fabian Negrin

Alla sua comparsa sulla Terra l’essere umano si è inserito all’interno di un sistema completamente costituito di natura, diventandone parte essenziale e principale interlocutore all’interno di un dialogo ambivalente, soggetto a continua evoluzione, scandito dai grandi mutamenti della storia. È proprio all’interno di questo “discorso sull’ambiente” avente preso i tratti dell’ecologia che, nei tempi più recenti, si è sviluppata l’idea della necessità di un’educazione, appunto, ambientale, secondo il concetto coniato da Stapp nel 1969, ovvero un’educazione “finalizzata a costruire una società in grado di conoscere l’ambiente biofisico e i suoi problemi, consapevole di come contribuire a risolvere questi problemi e motivata a lavorare per giungere alla soluzione dei problemi” (Stapp e al., 1969).

Negli ultimi decenni, il precario equilibrio su cui si è sempre giocata la relazione uomo-natura si è incrinato sotto la spinta delle crescenti capacità di trasformazione e di cambiamento che il primo ha potuto esercitare sulla seconda, al punto che nella conferenza delle Nazioni Unite organizzata a Stoccolma nel 1972 si è ritenuto di porre la difesa e il miglioramento dell’ambiente come obiettivo prioritario dell’umanità intera, trasportando in una dimensione regolamentata e formale una naturale appartenenza e dando così testimonianza della pervasiva logica di sradicamenti permeante l’intera società moderna – tra l’uomo e l’ambiente; tra la filiera produttiva e le esigenze reali della popolazione; tra le famiglie e il territorio, da un tessuto sociale che è comunità (Santoni, 2008). Fuori radice, esperienze comuni e abituali, “normali”, diventano qualcosa di extra – ordinario, estraneo, legato a offerte di facile consumo all’interno del sempre più vasto mercato di esperienze che caratterizza la società informazionale. Frammenti di natura si deformano in attività contraddittorie e pre-confezionate tali per cui si ricamano progetti di educazione ambientale specifici – legati alla corretta gestione dei rifiuti, al riconoscimento delle specie autoctone, agli ecosistemi – salvo poi usare bicchieri usa e getta e lasciare vuoti il giardino della scuola e il parco cittadino.

primo piano

Cattivi maestri: Rocca e IL

di Matteo Moca

 

Lucien de Rubempre, illustrazione da ”Le Illusioni perdute” di Honore de Balzac

All’interno della cattedrale costruita da Honoré de Balzac intitolata Commedia Umana, e quindi all’interno di un labirinto complesso e tortuoso composto da capolavori, personaggi memorabili e saggi pungenti, uno dei volumi maggiori dal punto di vista della narrazione e dei protagonisti è anche forse quello che oggi parla di più a chi si trova a lavorare, frequentare o osservare il mondo della cultura, ovvero quel grande recipiente dove ormai rientrano svariate professioni e molteplici declinazioni delle stesse. Si tratta di Illusioni perdute, volume che non a caso, e vedremo perché, rientra nelle cosiddette Scene di vita di provincia. La storia è il racconto del fallimento professionale ed esistenziale di Lucien Rubempré (Oscar Wilde ebbe modo di dire che la sua morte sancì «one of the greatest tragedies of my life»), un giovane ragazzo di provincia bramoso di amore ma, soprattutto, di gloria. Per trovarla, Lucien, che si porta dietro la sua immagine di uomo di provincia con tutte le sue debolezza, decide di trasferirsi a Parigi per tentare di pubblicare i suoi romanzi, ma incontra solo rifiuti o inganni degli editori. Impossibilitato ad attendere il raggiungimento della gloria tramite la composizione di una grande opera letteraria, cede alla tentazione di darsi al giornalismo, inizia a scrivere di teatro e a frequentare quel mondo corrotto dove non esistono legami amicali che oltrepassino le leggi del mercato. Lucien ha successo ma la sua ambizione lo spinge a scelte sbagliate (come ad impersonare la parte del trasformista politico, pronto sempre, davanti ad una buona offerta, a passare da una parte all’altra della barricata), finché anche quelli che sembravano suoi amici lo tradiscono e lui, solo e povero, non può che tornare nella provincia da cui era venuto. Non è un caso infatti che Balzac scriva che «il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può traversare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, come Dante, dal divino alloro di Virgilio» oppure che «se la Stampa non esistesse, bisognerebbe non inventarla; ma ormai c’è, e noi ne viviamo». Ciò che rende Lucien un personaggio grandioso è che, stretto sempre tra due fuochi, quello della mondanità e quello della letteratura, si distingue sempre per la sua malleabilità e per il suo mimetismo (esempio perfetto quando l’editore Lousteau spiega a Lucien quali sono le motivazioni, non estetiche, per stroncare un libro). All’interno di questa parabola, Balzac non fa altro, per lui che, come scrisse Proust, vita e opera erano una sola storia, tratteggiare con sagacia e in maniera pungente il mondo dell’editoria parigina dell’Ottocento. Il critico Francesco Fiorentino, ha scritto che Illusioni perdute «costituisce la prima e più terribile requisitoria romanzesca contro il potere della stampa. Ha emesso una condanna che non avrà appello», ciò che a noi qui interessa è invece un aspetto adiacente a questo, quello che permette di leggere Illusioni perdute come un romanzo che racconta, anche, l’editoria di oggi.