pianeta

“Samouini road” dopo una guerra

di Stefano Savona

disegno di Simone Massi

Samouni Road è il film di Stefano Savona e Simone Massi, le cui immagini illustrano questo numero e che è stato presentato al recentissimo festival di Cannes e ha vinto l’Oeil d’or assegnato al miglior documentario. Ringraziamo Stefano, Simone e Dario Zonta per aver potuto pubblicare questo testo e queste immagini appassionanti.

Sono arrivato a Gaza nel gennaio 2009, quando l’operazione militare israeliana era già in atto da più di due settimane, spinto dal desiderio, nel quale si mescolavano rabbia, incoscienza e non poca ignoranza e presunzione, di combattere una frustrazione. Quella di dover assistere, davanti agli schermi di una tv o di un computer, alla pretesa assurda della quasi totalità dei media occidentali di raccontare un conflitto (il più  asimmetrico dei conflitti nel quale un minuscolo territorio sotto assedio, assimilabile a un campo di rifugiati, viene attaccato militarmente senza esclusione di colpi dalla potenza occupante che per il diritto internazionale avrebbe la responsabilità di tutelarne la sicurezza) interamente dall’esterno, senza nemmeno provare a forzare il divieto d’ingresso nella Striscia di Gaza imposto militarmente dalle autorità israeliane a tutti i giornalisti e il conseguente embargo delle immagini.

Mi sono detto in maniera estremamente naive che valeva la pena di provare a entrare a Gaza dal confine egiziano perché, sapendo come in Egitto molto più che altrove, ogni regola conosca un numero infinito di eccezioni, ero convinto che se una breccia in quel confine si fosse aperta avrei trovato il modo di intrufolarmici. E così è effettivamente stato: mi sono ritrovato nell’ultima settimana di guerra ad essere uno dei pochissimi stranieri all’interno della Striscia e, solo con la mia telecamera, ho potuto filmare, montare e pubblicare giorno per giorno un diario cinematografico del conflitto, dove cercavo di raccontare con i mezzi del cinema documentario quello che accadeva intorno a me.

In casa

Gli italiani emigrano ancora

di Mimmo Perrotta

illustrazione di Armin Greder

 

Negli ultimi anni, il dibattito pubblico italiano in materia di migrazioni internazionali si è concentrato ossessivamente sulla questione della “crisi dei rifugiati” e la domanda principale di molti politici e opinion leader è stata “come impedire ai migranti di arrivare in Italia”. In misura minore, tema di dibattito è stato rappresentato dalla legge sullo ius soli e dalla cittadinanza italiana per i figli dei migranti. Anche in questo caso, le posizioni anti-immigrati hanno prevalso. Quasi completamente assente dal dibattito pubblico è stata ed è invece la questione della nuova emigrazione italiana, cresciuta in maniera importante negli anni della grande crisi economica e della recessione. Tra il 2008 e il 2017, in dieci anni, secondo l’Istat sono partite dall’Italia più di un milione e centomila persone, di cui 735mila cittadini italiani, con un saldo migratorio negativo (al netto cioè dei ritorni) di circa 415mila persone di cittadinanza italiana. Se nel 2008 partirono poco meno di 40mila cittadini italiani, con un saldo negativo di 7.500 persone, questa cifra è cresciuta costantemente fino al 2016, quando sono partiti quasi 115mila cittadini italiani, con un saldo negativo di 76mila individui. Nel 2017 c’è una leggera inversione di tendenza, ma il saldo negativo è ancora attorno alle 70mila unità. E, secondo altre fonti, il numero di partenze reali potrebbe essere molto più alto.

primo piano

Peppino Impastato, quarant’anni dopo

Quarant’anni fa, quando a Roma le losche Br lasciarono l’auto con il corpo di Moro da loro assassinato nel bagagliaio di una macchina in via Caetani, a due passi dalla sede del Pci in via Botteghe Oscure e a tre passi da quella della Dc in piazza del Gesù, a Cinisi, una bella e luminosa cittadina sul mare a due passi da Palermo e sulla strada per Punta Raisi, la mafia uccise il trentenne Peppino Impastato facendolo saltare in aria con una tremenda carica di tritolo e fingendo che stesse commettendo un attentato sulla linea ferroviaria. Furono l’ostinazione e la purezza d’idee e comportamenti dei suoi amici, e di sua madre, e di suo fratello, a stabilire definitivamente la verità, oltre le posizioni preconcette di parte della polizia, della magistratura della stampa, a fare infine condannare il capomafia Tano Badalamenti e gli esecutori del crimine. La mafia uccide quando le si dà fastidio per davvero, quando si denunciano fatti concreti e si fanno nomi precisi. Così è stato per Peppino, così fu anche, a non troppa distanza di tempo e di luogo, per Mauro Rostagno, dalle parti di Trapani. Peppino irrideva e provocava quotidianamente da una radio libera (Radio Aut) che aveva fondato insieme ai suoi amici, Mauro da una televisione. Egli si era rifugiato in Sicilia non per fuggire dalla vita pubblica dopo le radicali esperienze di lotta politica – cominciate nel Psi torinese, continuate nel movimento studentesco di Trento e in Lotta continua, negate e reinventate nelle rivendicazioni libertarie degli anni milanesi, centrate sull’invenzione di un luogo di incontro per i giovani, Macondo, che rappresentò una delle esperienze più libere e affascinanti nella crisi della politica e dei movimenti post-’68. Scendendo in Sicilia, Mauro conobbe e affascinò anche Peppino, che io non ho purtroppo conosciuto ma di cui ho saputo dai suoi amici che era un accanito lettore dei “Quaderni piacentini” e di “Ombre rosse”. Su Peppino, per chi non lo conoscesse, consiglio la visione del dvd del film di Marco Tullio Giordana I cento passi, che ricostruisce fedelmente, e con convinzione e commozione il suo breve passaggio nella vita. Di Peppino ci parla Serena Randazzo in questo numero de “Gli asini”, che idealmente gli dedichiamo, ma abbiamo voluto che a parlare fosse anche lui, con parole sue e anzi con versi suoi, presi dalla manciata di poesie che ha lasciato, pubblicate nel 1990 da Ila Palma, una piccola coraggiosa casa editrice palermitana oggi scomparsa, e riprese di recente da Navarra Editore in una plaquette che raccoglie anche foto che ritraggono Peppino, a cura dell’Associazione Impastato di Cinisi e in particolare di Guido Orlando (che ha scattato la foto qui accanto) e di Salvo Vitale. Dà il titolo al libro l’acrostico che lega i versi dedicati da Peppino a una ragazza amata, Anna: Amore Non Ne Avremo (info@navarraeditore.it) Ringraziamo di cuore editore e curatori e l’Associazione Peppino Impastato di Cinisi, e in particolare Carlo Bommarito e Giovanni Impastato. (Goffredo Fofi)

poco di buono

Ricordo di Ermanno Olmi

di Goffredo Fofi

 

Nel 1961 a Venezia tre giovani registi esordivano nel lungometraggio con tre film ammirevoli: di Pasolini Accattone, di De Seta Banditi a Orgosolo, di Olmi Il posto. Avevano per sfondo la borgata romana, il Sopramonte di Orgosolo, Milano e il suo hinterland – tre luoghi forti e rappresentativi del nostro paese nel momento di una mutazione che sarebbe stata radicale, e tanto economica che antropologica: il ritardo e l’arcaico del sottosviluppo in De Seta, la periferia di una città capitale che non è mai riuscita a diventarlo davvero in Pasolini, e il cuore stesso della modernità, la capitale lombarda,”l’Italia cinque anni prima” come recitava un famoso slogan meneghino. Attraversavamo una grande stagione del nostro cinema, tale perché lo era anche del nostro paese. De Seta fu il regista che faticò più degli altri a stabilire un percorso esemplare, e soffrì come Pasolini di una trasformazione non amata; Olmi, che era cresciuto non ai margini dello sviluppo ma nel suo stesso cuore, da giovane documentarista della Edison, seppe affrontare di petto il “nuovo mondo” senza lasciarsene traumatizzare: I fidanzati (un capolavoro, sull’arrivo dell’industria in un Sud ancora lento e arcaico e sull’incontro possibile tra Nord e Sud); la trilogia intimista di Un certo giorno, Durante l’estate e La circostanza e le numerose inchieste televisive; il canto pieno dell’Albero degli zoccoli un mondo contadino che nessuno nel nostro cinema ha saputo amare e raccontare come lui, benché in un’ottica di accettazione e non di rivolta. Poi, via via, film sempre di grande originalità e coraggio, a volte forti e indovinati (Cammina cammina, una parabola sulla Natività, su una novità da cui gli intellettuali, i magi, non vengono davvero sconvolti; Il mestiere delle armi, una lezione di storia che individua nello sviluppo della tecnica la perdita del senso dell’umano e le responsabilità del potere verso la storia; il dolente e quasi rabbioso ultimo capolavoro, Torneranno i prati, il miglior film nostro sulla Grande Guerra), a volte, invece, per un estremo addentrarsi nel regno della metafora e della poesia, mostrando incertezze più ideologiche che estetiche, ma che hanno limitato i messaggi più ambiziosi, nonostante, sempre, l’assoluta onestà e l’alta moralità del regista.

Ci sono film che tuttavia sarebbe opportuno rivedere lontani dal contesto in cui sono nati, dalle polemiche e dai rifiuti o dai dubbi contingenti (Olmi era di questo consapevole e perfino felice, detestando gli entusiasmi, i luoghi comuni di scarsa visione). Quei film dimostravano comunque la sua vitalità, un’attenzione al nuovo e al nascosto rara nel nostro cinema e nella nostra letteratura, troppo legate al visibile e all’ovvio. L’aneddoto realistico si faceva allora fiaba o parabola, “esempio” significativo e provocatorio, lezione ora palese e ora nascosta, provocazione al pensiero, alla reazione dello spettatore, e non-considerazione per ogni sua banale acquiescenza.

Ci sono film e documentari di Olmi che bisognerebbe rivedere per verificarne l’originalità o profondità ( per esempio quello su don Mazzolari “profeta della Bassa”, che la nostra televisione ci nascose, del ‘67, o l’ampio quadro documentario della Milano del 1983), ma anche i film a soggetto più spericolati e a-realistici per capirne meglio limiti e azzardi (Lunga vita alla signora o Centochiodi o Il villaggio di cartone…). E si rimpiange che la malattia gli abbia impedito di realizzare il suo “romanzo” autobiografico che conosciamo solo nella versione letteraria, Ragazzo della Bovisa.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

primo piano

Le macerie della sinistra, tra nazionalismo e neoliberismo

di Bruno Montesano

disegno di Marco Corona


Il voto delle comunali ci restituisce un paese che continua nella sua discesa a destra. La sinistra si dibatte tra prosecuzione della linea neoliberale e ripensamenti nazionalisti. Intellettuali e movimenti politici radicali non sono esenti da ciò. Così, mentre i “sovranisti” di sinistra di
Senso Comune si perdono in richiami alla patria e in tentativi maldestri di risemantizzare il linguaggio del nuovo tempo populista, il governo giallo-verde porta sempre più in là la provocazione xenofoba, negando fattualmente ogni possibilità di dare un senso altro a idee e pratiche proprie della destra peggiore. Sulla pagina Facebook di questo collettivo alfiere del populismo di sinistra, animato da diversi ricercatori universitari – spesso ance molto bravi -, recentemente è uscito un fotomontaggio caricaturale di una prima pagina di Repubblica, con cui si sostiene che il progetto dei liberal cosmopoliti sarebbe quello di svendere il paese a potenze straniere – come se le élite nazionali fossero invece una garanzia -, di sostituire diritti sociali con diritti civili – perché evidentemente si crede che i lavoratori siano tutti maschi eterosessuali bianchi – e di favorire la perdita e la sostituzione della cittadinanza nazionale con quella europea – identificata con la sottomissione diretta al potere delle odiate élite finanziarie e di Bruxelles. Nel frattempo, alcuni vecchi esponenti della sinistra e del centrosinistra riemergono dalle macerie con nuovi vessilli. Da ultimi Freccero, che dal situazionismo è passato al nazionalismo di sinistra con grande disinvoltura (sublimemente dileggiato da Alessandro dal Lago sul manifesto) e Lannuti, approdato dalla difesa dei consumatori contro il potere delle banche al cospirazionismo della destra radicale accusando le Ong di essere al soldo di Soros e del progetto di sostituzione di popolo, il c.d. Piano Kalergi di cui parlano oltre ai vari neofascisti e al pessimo Fusaro, anche alcuni grillini. Similmente, tra gli economisti il tema dell’euro ha creato gravi fratture e riassestamenti: l’economista Bagnai dal manifesto è arrivato alla Lega, che lo ha premiato con la presidenza della Commissione Finanza al Senato, e per le critiche rivolte alla moneta unica ha attirato le simpatie e il consenso di molti altri economisti “di sinistra”- a dire il vero da tempo piuttosto nazionalisti-, come Sergio Cesaratto o Stefano Fassina di LEU. Questi ultimi, in nome del contrasto dell’euro, sono disposti a chiudere un occhio sulla flat tax, arrivando all’assurdo logico per cui l’esito dell’avversione alle politiche antipopolari di Bruxelles è quello di politiche ancora più antipopolari ma determinate in sovrana autonomia. Sul lato debole della coalizione di governo, ovvero sui Cinque Stelle, oltre all’esigenza di notare con preoccupazione il grado di rischio insito in una forza al 30% incapace di avere una linea politica indipendente dalla Lega, che pur dovrebbe essere il socio di minoranza, bisogna ancora una volta criticare i troppi che hanno abboccato al nuovismo grillino – alcuni, magari, dopo esser transitati per quello renziano, in una consumistica ricerca di novità sul mercato politico. Tanti attivisti e militanti della sinistra radicale e non, dopo aver passato la primavera in compagnia del Movimento Cinque Stelle e della peggior destra nazionale contro il progetto renziano di riforma della Costituzione, oggi tacciono. Allora, la riforma fu salutata come un attentato alla democrazia, non senza alcune buone ragioni, ma con troppa disinvoltura nella lettura della fase e nella compagnia scelta, in nome della condivisione del nemico. Oggi, ci si divide tra il terrore per il mostro che si è contribuito ad evocare e il silenzio per le sciocchezze in cui si è creduto. All’interno dell’insofferenza per un orizzonte politico depoliticizzato, schiacciato sulla tecnica neoliberale, unica politica possibile per la destra come per la sinistra, da tanti il Movimento Cinque Stelle è stato visto come un’enorme forza potenzialmente emancipatrice, vagamente ambigua, ma positiva in quanto portatrice di alcune battaglie storiche della sinistra di movimento, dall’acqua alla TAV. Certo, erano molto giustizialisti e sovente spuntavano toni xenofobi e nazionalisti (dall’”antifascismo non mi compete” di Grillo, all’accostamento tra topi e migranti nel descrivere Roma, alla gestione del Baobab, fino alla famigerata espressione “taxi del mare”, usata da Di Maio). Ma questi elementi passavano in secondo piano rispetto al sogno di tirare giù dal governo il centrosinistra neoliberale, da troppo tempo al potere. Passavano in secondo piano anche gli elementi di democrazia interna, di controllo privatistico, di demagogia tecnologica. E così, anche sotto questo benevolo sguardo della sinistra più attiva, il voto di protesta contro Renzi, da sinistra, non è andato né a LEU né a Potere al popolo. Dal 4 marzo, LEU si dibatte come un animale morente in attesa di capire se nel Pd cambierà qualcosa o meno, così da potersi finalmente tornare a dividere. Mdp da un lato, Sinistra Italiana dall’altro (Possibile ha già abbandonato). Il Pd timidamente inizia ad attaccare su flat tax e xenofobia, ma sorge spontaneo chiedersi con quale coerenza ciò avvenga. Mirabile esempio della miseria della sinistra istituzionale veniva offerto da Repubblica il 5 giugno di quest’anno. La tesi del quotidiano era che i giallo-bruni vogliano quanto il Pd ha già fatto: Ape social come temperamento della Fornero, anticipatore della riforma del governo Conte, abbattimento delle tasse sulle imprese come predecessore della flat tax, Minniti come apristrada per Salvini. Quindi, qualche giorno dopo, si sono rialzati i toni e, con il caso Aquarius e l’uscita sul censimento etnico, da Calabresi a Mauro è aumentato il livello dell’attacco al governo. In questo contesto, Martina in un’intervista recente, tra alcune affermazioni condivisibili, non è riuscito a risparmiarsi di rivendicare il fatto che il Pd abbia ridotto del 80% gli sbarchi. Dal centrosinistra, non giungono autocritiche sulle aperture al nuovo corso xenofobo avviate da vent’anni. Addirittura, Livia Turco, sul manifesto non fa nessun passo indietro sulle politiche adottate precedentemente e indica nel sindacalista ivoriano dell’USB Aboubakar Soumahoro, compagno di Soumayla Sacko nella lotta per l’emancipazione delle campagne calabre dal caporalato, il modello di lotta politica e democratica da avviare. Nonostante questi avesse criticato aspramente la Bossi-Fini, tanto quanto la Turco-Napolitano.