visioni

Bar Bahar, tra la terra e il mare

di Bianca Ambrosio 

illustrazione di Mari Kanstad Johnsen

La prima di Bar Bahar è stato un evento imperdibile. Un’ora dopo che Maysaloun, la regista ha annunciato che il film sarebbe stato proiettato all’ International Film Festival di Haifa, i biglietti erano già esauriti. Molti hanno cercato di assicurarsi un posto in sala tramite vie alternative, certi che l’evento avrebbe avuto un che di memorabile. Io stessa ho fatto di tutto per partecipare e il giorno della proiezione mi sono precipitata a Haifa all’ultimo momento, dopo essere stata informata che, biglietti o meno, avrebbero fatto entrare tutti.

E infatti la sera della prima, una folla impaziente aspettava fuori da una delle sale della Cinémathèque. Insieme agli spettatori, uno dopo l’altra sono arrivati giovani che avevano tutta l’aria di essere gli interpreti del film o personaggi a cui questi ultimi si ispiravano. Avevano un fascino speciale e si distinguevano nettamente dai soliti visi più o meno noti della scena di artisti di Tel Aviv. Arrivavano con una signora presenza, un carisma singolare coronato da abbigliamenti scelti apposta per la serata di festa. Eccoli, i giovani del film di Maysaloun, protagonisti della scena underground Palestinese di Haifa. Si distinguevano persino dal microcosmo dell’Anna Loulou, bar di Yaffo frequentato da Palestinesi e Israeliani che rifiutano di identificarsi in categorie predefinite e preferiscono il limbo libero di coloro che si definiscono queer, non solo per quanto riguarda l’identità di genere, ma anche per quella etnico-politica. I ragazzi di quella sera erano diversi, e parevano avere un’identità più definita con una propria indipendenza, totalmente svincolata dall’identità degli ebrei israeliani. In quel senso, c’era qualcosa di radicale nel loro gruppo.

primo piano

L’epoca dei cretini intelligenti

di Goffredo Fofi

Illustrazione di Fabian Negrin

Fu Leonardo Sciascia a coniare, molti anni fa, la definizione di “cretini intelligenti” che sembrò valida per tanti intellettuali o aspiranti tali o sedicenti tali o banalmente tali (per collocazione professionale). Non ricordo più i termini del suo giudizio e della polemica, ma non credo ci si sbagli applicando la sua definizione a tanta gente che conosciamo o non conosciamo, a un mare di italiani vecchi e giovani; e i giovani di questo tipo sono oggi legione, a causa della scolarizzazione di massa che non si ferma più alle elementari ma va avanti per una decina o ventina d’anni successivi.

Anche se non faceva nomi, Sciascia aveva certamente in mente persone precise, ma le vedeva come punte di un iceberg, vedeva alle loro spalle una categoria, una massa. Oggi potremmo essere più precisi parlando di “cretini laureati”, ma non solo. L’ostilità di Sciascia a questi saccenti ignoranti (giusta l’antica distinzione tra i sapienti, che “sanno” perché hanno studiato, i saggi, che “sanno” perché hanno vissuto, e i saccenti, che “non sanno” ma orecchiano e sbandierano accanitamente il loro non-sapere e non-vivere entrando in rapporto con quelli come loro, con quelli noti e discussi o amati da quelli come loro) è decisamente attuale, è più attuale che mai. E ha molto a che fare, io credo, con quella degli “stupidi” coniata da Dietrich Bonhoeffer in un saggio sugli effetti del nazismo scritto pochissimo tempo prima che il nazismo lo facesse impiccare. Bonhoeffer diceva, in sostanza, che uno dei maggiori problemi del nostro tempo (parlava “dieci anni dopo” il trionfo elettorale hitleriano) era diventato quello degli “stupidi”, con i quali in futuro si era dovuto confrontarsi e sarebbe stato, in futuro, ancora più obbligato confrontarsi. Chi erano gli “stupidi” di quegli anni e dei nostri? Erano coloro che credono di pensare con la propria testa nel mentre che pensano quello che gli si fa pensare, quello che il potere li induce a pensare. Bonhoeffer parlava pensando a una dittatura, ma sembrava già prevedere una democrazia, diciamo così, totalitaria, dove non c’era più bisogno, per governare, del manganello fascista o nazista e dove invece sarebbero stati sufficienti, in regimi di relativo benessere, i mezzi di comunicazione di massa.

in evidenza

Non solo Tap

di Savino Monterisi, Piergiorgio Barbetta

illustrazione di Dadu Shin

 

La polemica creata negli ultimi mesi intorno all’espianto degli ulivi in Salento e alla costruzione del gasdotto Tap (Trans-Adriatic Pipeline) non centra il punto. Al di fuori dell’inchiesta dell’Espresso, che assume l’angolo visuale di opachi flussi economici, il dibattito si è polarizzato sull’aspetto simbolico dell’espianto degli ulivi – tipici del paesaggio e dell’ecosistema pugliese – per ora sospeso dal Tar del Lazio. Il che però offre il fianco alla critica degli innovatori: alzare un polverone per qualche migliaio di ulivi rappresenta una polemica faziosa, retrograda e incomprensibile. Gli ulivi, assicurano, verranno ripiantati al termine dei lavori: come se gli ecosistemi fossero Lego da poter ricombinare a piacimento. Inoltre, qualche ulivo non è nulla a fronte degli innegabili vantaggi della creazione di una infrastruttura del gas che ridurrebbe 1) la dipendenza dalla russa Gazprom, 2) le emissioni di inquinanti derivati del petrolio. I problemi e le criticità dell’opera però non riguardano solamente gli oliveti salentini. Né è ragionevole pensare che  il tentativo di contrastare l’egemonia russa sul mercato del gas europeo e l’implemento di infrastrutture in grado di ridurre le emissioni inquinanti, siano obiettivi raggiungibili con poche decine di chilometri di impianti in Puglia.

visioni

Arte e gommoni

di Mirella Armiero

foto di Sergey Ponomarev

Ai Wei Wei ha ricoperto con gommoni nuovi di zecca, simmetricamente disposti, l’intera facciata di Palazzo Strozzi, ottenendo un effetto di grande impatto sui visitatori della sua discussa e acclamata personale fiorentina dell’inverno appena passato. I gommoni arancioni e vuoti alludono alle disperate traversate per mare dall’Africa all’Europa: il tema dei migranti è organizzato dall’artista cinese in una forma che punta sulla serialità e su di una poetica esplicita, quasi didascalica. Proprio la ripetizione “decorativa” del segno, però, smorza in qualche modo la denuncia sociale e la bellezza dell’installazione finisce per indebolirne la drammaticità.

Dei migranti l’arte ha preso a occuparsi da qualche anno, ma il numero di opere nate intorno a questa tragedia contemporanea è ipertroficamente cresciuto negli ultimi tempi. I percorsi personali degli artisti sono naturalmente vari e differenti e non si può ancora dare una definitiva lettura del fenomeno. Eppure mi sembra che tra arte e giornalismo ci sia  una singolare permeabilità e che l’arte abbia rinunciato per molti versi alla propria capacità di mostrare una percezione più acuta e preveggente rispetto alla cronaca e naturalmente al senso comune. La tendenza estetizzante che spesso accompagna i reportage fotografici dei giornali contagia l’arte stessa e rischia nell’uno e nell’altro caso di anestetizzare lo sguardo di chi assiste al fatto e alla sua rappresentazione.

panoramiche

Bolivarismo venezuelano

di Lucia Capuzzi

illustranzione di Onze

Se – come sostiene lo scrittore Roberto Bolaño – l’America Latina è stata il “manicomio d’Europa”, il Venezuela ne è indubbiamente il reparto sfuggito alla dismissione. La “lunga crisi” di Caracas è un concentrato di nodi irrisolti, nuove istanze, equilibri geopolitici mutevoli, retorica ottocentesca in bocca a personaggi da realismo magico. Ingredienti che rendono difficile per media ed esperti del Vecchio Continente districarsi. Le letture manichee abbondano. Da una parte, i giornali conservatori e liberal – in un’insolita alleanza – dipingono il governo come l’ultima dittatura comunista e l’opposizione, frammentata in una molteplicità di 15 partiti, dai più differenti programmi e propositi, come “paladina” della libertà. Dall’altra, i media più spiccatamente di sinistra interpretano la crisi come un “deja vu” del pre-golpe cileno quando, negli anni Settanta, gli Usa alimentarono gli scioperi per indebolire l’esecutivo socialista di Unidad Popular e, poi, sostennero l’intervento feroce di Augusto Pinochet. Non sempre, tali interpretazioni vengono fatte in malafede. Del resto, lo stesso Bolaño ammetteva di aver avuto sempre un problema con il Venezuela. Per ragioni “linguistiche”. Il popolare autore cileno-messicano giocava su paradossi e assonanze tra il nome del Paese e le sue vicende storico-politiche-letterarie. Anche alla radice del “desencuentro”, cioè incomprensione, tra analisi europea – e in particolare italiana – e complessità del caos venezuelano c’è un problema terminologico.
A che cosa corrisponde il “bolivarismo”, ovvero il sistema creato da Hugo Chávez a partire dal 1999 e, alla morte di quest’ultimo, proseguito maldestramente dal successore Nicolás Maduro? Perché è arrivato al capolinea e, nonostante ciò, l’agonia fatica a trasformarsi in morte naturale?  Come mai l’opposizione – riunita nella Mesa de Unidad Democrática (Mud) – non riesce a dargli il “colpo di grazia” nonostante la gravissima crisi politica ed economica?
Dal 4 aprile, le manifestazioni contro Maduro si sono fatte quotidiane. L’opposizione è determinata ad andare avanti fino a quando il governo non convocherà nuove elezioni. Quest’ultimo non cede. Nel frattempo, decine e decine di persone sono morte a causa della mano pesante delle forze di sicurezza per sedare i cortei. A innescare la miccia della protesta è stato l’intento di Maduro, consumato dieci giorni prima, di esautorare il Parlamento, controllato dalla Mud. Il passo indietro dell’esecutivo non è bastato a far sbollire una rabbia che s’è andata accumulando in anni. Quello che si sta consumando in piazza è l’ultimo atto di un conflitto di lungo corso. Tra i due modelli “classici” della politica latinoamericana: populismo antiliberale e liberalismo antidemocratico (in cui quest’ultimo termine va inteso in un senso sostanziale più che formale). Un confronto che in Venezuela s’è acutizzato negli anni Novanta. Cioè quando la Guerra fredda – e i suoi “danni collaterali” nel Sud del mondo – era ormai archiviata, nonostante nel Continente sopravvivesse, non proprio in modo brillante, l’isola della Revolución: Cuba. Sul crinale di questo passaggio d’epoca si colloca Hugo Chávez che ne è prodotto e acceleratore.