maestri

Salvare la democrazia dai suoi limiti

di Carlo Donolo

Questo articolo, con cui ricordiamo il nostro collaboratore Carlo Donolo, è uscito sul numero 21 de “Gli asini”, di maggio-giugno 2014. 

illustrazione di Olivier Deprez

illustrazione di Olivier Deprez

 

Sono i difetti della democrazia, le sue aporie, le sue contraddizioni, come diceva Bobbio, le sue mancate promesse, che condannano la democrazia a un verosimile fallimento di fronte ai compiti di governare in modo democratico un mondo sempre più complesso e difficile. Indubbiamente da un lato siamo portati istintivamente a difendere la democrazia dai suoi avversari, d’altra parte dobbiamo anche considerare i difetti intrinseci della democrazia politica come l’abbiamo conosciuta fino adesso che sono in gran parte causa dei suoi mali. Il discorso diventa più complesso rispetto alla tradizionale letteratura scientifica in materia: da un lato la democrazia è stato giudicato come un regime abbastanza razionale, ragionevole e legittimato con tanti argomenti a suo favore, mentre dall’altro i suoi avversari l’hanno denigrata contrapponendo a essa modelli alternativi di governo della società. Vi era sempre un gioco tra  progresso e reazione, parole ormai fuori uso, ma che una volta costituivano una dicotomia. Per cui, in passato, era facile essere amici e difensori della democrazia dato che si avevano di fronte questi avversari di vario tipo, spesso ottusi e violenti. Si pensi ai totalitarismi del Novecento o anche di quelle che si possono, in generale, chiamare forze conservatrici che, anche nei momenti migliori, hanno portato avanti una visione molto limitata dei compiti del governo democratico: volevano poco stato e molto mercato oppure molta proprietà e poco intervento pubblico nell’economia, o ancora accettavano la democrazia politica, ma con delle riserve di censo e di ceto.

Guardando retrospettivamente i tempi veramente felici per il regime democratico, nei paesi occidentali, sono stati limitati nel tempo. In particolare l’Italia ha vissuto, tra il secondo dopoguerra e l’inizio degli anni ottanta, la fase di complessivo consolidamento ed espansione della democrazia, diventata senso comune di massa, pur tra tanti rischi autoritari. Ci sono i partiti di massa, il sindacalismo e altre forme di associazionismo molto diffuso, i diritti politici sono, sia pure con eccezioni, sostanzialmente riconosciuti e così i diritti civili. Gli anni settanta sono un periodo di riforme che estendono il diritto di famiglia, il sistema sanitario, lo statuto dei lavoratori. Questi aspetti sono sintomi del fatto che il modo democratico di governare diventi plausibile e anche, tutto sommato, condiviso. Scompaiono anche dalla letteratura, o finiscono proprio ai margini, argomenti antidemocratici. Inoltre con il processo di decolonizzazione, a livello mondiale, molte ex-colonie assumono la forma di governo democratica. Sembra che il modello occidentale democratico si affermi nel mondo e su questo fiorisce una letteratura su una democrazia vincente, perché soddisfa bisogni in qualche modo antropologici di libertà, di desiderio, di benessere e di autocontrollo sulle proprie vite. Gli altri regimi politici non permettono questo e sembrano sempre più improbabili. Il crollo sovietico ha confermato ancora di più questo discorso, tanto che la democrazia, ancora da definire nei suoi contenuti, sembra diventare l’unico modello possibile. Si constata che, a partire da un certo momento, praticamente tutti i regimi politici si autodefiniscono democratici perché più o meno tutti prevedono: un processo elettorale, più o meno libero, e un parlamento che concede la fiducia a un governo. Sebbene non ci siano strutture normative e la divisione dei poteri in democrazia non funzioni, ad esempio che la magistratura sia asservita al potere politico, oppure che non regga lo stato di diritto in molti paesi (cioè non ci sia reale sostanza dei processi democratici all’interno dei vari paesi, compresa l’Europa), tutto ciò non scalfisce l’immagine di un modello democratico, astratto e generico, preferibile agli altri. La democrazia, che ha questa forma essenziale, sembra essere adottata da tutti, anche nei regimi che sappiamo essere autoritari. Quindi non ci si deve ingannare su questa espansione del modello democratico che può essere un evento dovuto a un’egemonia culturale, occidentale, sul mondo globalizzato che impone a tutti di adottare delle soluzioni istituzionali formalmente identiche e non dice niente sulla sostanza di come questa democrazia effettivamente funziona.

immigrazione

Rifugiati: la grande messa in scena

di Fausto Stocco e Luigi Monti

illustrazione di Manuele Fior

illustrazione di Manuele Fior

La cosiddetta crisi dei rifugiati non è certo la partita più complessa che l’Italia si trovi a gestire in questi anni. Non certo più complessa di quella del lavoro, per dirne una. Eppure è la questione che, anche in ragione dello scollamento tra la realtà e il modo in cui la raccontiamo, tra la realtà e gli strumenti che mettiamo in campo per farvi fronte, rischia di assestare i colpi più pesanti alla fragile tenuta sociale dei nostri territori, soprattutto dei comuni di media e piccola grandezza.

Prepariamoci al peggio. A meno che non cambi in fretta qualcosa, ci aspetta un periodo di grande tensione. L’irrazionalità delle politiche di accoglienza sta arrivando a un livello tale che il punto di rottura potrebbe essere dietro l’angolo. Non è difficile immaginarsi per l’immediato futuro episodi di violenza, alienazione, imbarbarimento delle relazioni sempre più frequenti. Episodi come quello del giovane gambiano che a Venezia si è suicidato buttandosi nelle acque del Canal Grande davanti a centinaia di turisti, in parte attoniti, in parte impegnati a filmare la scena col telefonino (vicenda la cui gravità è stata palesemente censurata dai media italiani, forse anche per evitare la reazione dei connazionali del ragazzo); o come il breve sequestro degli operatori della cooperativa che gestisce il centro di accoglienza di Cona da parte di un gruppo di profughi dopo la morte di una giovane ivoriana, avvenuta all’inizio dell’anno negli squallidi bagni chimici del campo.

A pensarci bene, è un vero miracolo se in quella struttura, come in decine di altri centri di prima accoglienza di dimensioni anche più ridotte, le tensioni a cui sono sottoposte le persone ospitate non siano ancora sfociate in atti di violenza più espliciti di quelli che abbiamo visto sinora. A essere alienante non è tanto, se non in casi limite, la condizione materiale di vita imposta alle persone in accoglienza, quanto quella bolla innaturale di attesa – l’attesa della convocazione della commissione, l’attesa del permesso, l’attesa del rinnovo, l’attesa dell’appuntamento in questura, l’attesa del pocket money, l’attesa del colloquio con l’educatrice… – che costruiamo intorno a loro, destinata a durare uno o due anni, completamente svuotata di relazioni normali, di occasioni autentiche di incontro, di conflitti “necessari”. Una grande messa in scena in cui tutti, assistiti e assistenti, hanno un copione preciso da recitare, al termine del quale, al prezzo di un enorme spreco di intelligenza e umanità, non si profila alcuna parvenza di integrazione, bensì, nella maggior parte dei casi, marginalità, esclusione, disadattamento, sfruttamento e, in misura crescente, irregolarità.

i doveri dell'ospitalità

Cambiare il racconto sull’immigrazione

di Emma Bonino

illustrazione di Gianluigi Toccafondo

illustrazione di Gianluigi Toccafondo

Quello che segue è una parte dell’intervento che Emma Bonino ha tenuto a Torino, l’11 marzo scorso, al congresso del Partito democratico. Invitata per parlare della “crisi dei rifugiati”, non si può dire che la Bonino abbia pronunciato parole rivoluzionarie. Ha però espresso con molta fermezza e persuasione pensieri di buon senso che peraltro una fetta sempre più ampia del terzo settore sostiene da tempo. Sulla cittadinanza ai figli degli immigrati, sul diritto di voto agli stranieri, sul superamento delle attuali politiche dell’immigrazione, sull’impianto, ancora tutto da costruire, di una legge quadro sul diritto d’asilo esistono e circolano proposte concrete già molto avanzate. È questo uno dei temi su cui la società civile, o una parte di essa, ci sembra anni luce più avanti della politica. Speriamo che la legge di iniziativa popolare, seppur migliorabile, che i Radicali intendono promuovere ad aprile per il superamento della Bossi-Fini, incontri, coaguli e renda efficaci le tante proposte che da tempo circolano – la più strutturata è quella dell’Asgi – nel mondo dell’associazionismo e dell’intervento sociale. (Gli asini)

 

E vengo al tema che mi avete proposto, un tema certamente impopolare: la questione dei migranti, dei rifugiati e dell’Europa. Ma come diceva Marco Pannella su certe questioni bisogna avere il coraggio di essere impopolari per non diventare antipopolari nella sostanza.
Immagino che non mi abbiate invitato come esperta di questo tema. Di esperti ce n’è a decine, ma tanto non li ascoltate lo stesso. Avete esperti anche tra di voi: voglio ringraziare il sindaco Bianco, il sindaco Gori, molti rappresentanti del terzo settore che a voi fanno riferimento e che proprio su questo tema si sforzano, inutilmente, di darvi il coraggio di avere più coraggio e di dire più verità al nostro paese.

In politica, come voi sapete, ma a volte anche nella vita personale o professionale, gli interessi si scontrano spesso con i valori e lo sforzo è quello di trovare degli equilibri più o meno precari, più o meno presentabili, sapendo che interessi e valori non sempre vanno nella stessa direzione. Ebbene, se c’è un tema dove i nostri interessi coincidono con i nostri valori è esattamente il tema dell’immigrazione! Ma bisogna avere il coraggio di dirlo e di non farci turlupinare da falsità vere e proprie che ci vengono propagandate dalla mattina alla sera.

urbanistica del disprezzo

Tornelli alla bolognese

di Piergiorgio Barbetta

fumetto di Andrea Pazienza

immagine di Andrea Pazienza

A Bologna è tempo di sgomberi. La Questura, sempre con il plauso del Comune, ha messo fine a tutte le numerose occupazioni abitative, compresa quella della palazzina ex Telecom, dove quasi trecento persone avevano dato vita a una forma di autogestione. È stato sgomberato il collettivo lgbt Atlantide, cui era stato assegnato uno spazio pubblico. All’indomani dello sciopero e della grande manifestazione per l’8 marzo è stato sgomberato uno spazio comunale in disuso occupato dalla “Consultoria transfemminista queer”. È sotto minaccia di sgombero il collettivo Làbas, che da quattro anni occupa una caserma abbandonata e in procinto di essere trasformata in albergo di lusso. E il Comune ha annunciato lo sfratto di XM24, uno spazio autogestito insediato da anni – con regolare convenzione – nei locali dell’ex mercato ortofrutticolo di proprietà comunale. Nelle scorse settimane, la città ha addirittura assistito all’irruzione della polizia nella biblioteca di Lettere dell’Università, occupata da alcuni collettivi che l’avevano riaperta agli studenti dopo la chiusura stabilita dal Rettore in reazione alla rimozione dei sistemi di controllo e selezione dell’accesso che gli stessi collettivi avevano attuato il giorno prima.
In questo articolo proponiamo una ricostruzione di quest’ultimo episodio, leggendolo nel contesto più ampio della situazione che da molti anni rende critica la fruizione del cuore della zona universitaria. Torneremo presto ad occuparci di ciò che sta accadendo a Bologna e delle ragioni per cui tutto questo non riguarda solo il capoluogo emiliano. (Gli asini)

 

Il 9 febbraio scorso la biblioteca di discipline umanistiche di Bologna è stata occupata da alcuni studenti che protestavano contro l’installazione di un nuovo sistema di controllo e di accesso. Il sistema, fra le altre cose, prevede il passaggio attraverso alcuni tornelli contapersone attivabili solo strisciando un badge elettronico. La celere è entrata nell’aula studio e ha sgomberato i locali della biblioteca. Sono seguite contestazioni, scontri e reazioni sdegnate di giornali, politici, cittadini e studenti, che hanno ritenuto necessario dissociarsi – tramite una petizione online – dall’operato del Cua (uno dei gruppi contestatari) e ribadire il loro parere favorevole ai tornelli e all’intervento della polizia.

La biblioteca si trova in una zona di Bologna che concentra in sé molte criticità. A poche centinaia di metri dalle torri, attraversando Largo Respighi, dove quotidianamente posteggiano volanti di carabinieri e poliziotti, si raggiunge la facciata del Teatro comunale. Scendendo i gradini del porticato a quasi ogni passante viene offerta una bici per poche decine di euro. Le bici sono ovviamente rubate. Dall’altra parte c’è il Cicu (la biblioteca di Scienze Giuridiche) e Palazzo Paleotti, una biblioteca d’ateneo, con postazioni numerate, accessi controllati, mezz’ora di pausa massima consentita che diventa un’ora per lo stacco del pranzo. Col bel tempo la piazza si riempie: il bivacco è un’attività gradita tra la variegata popolazione, che si disseta abusivamente bevendo birra. Da anni vigono infatti ordinanze di vario tipo che vietano di vendere alcolici in vetro, con il risultato di una imponente proliferazione della vendita abusiva. Col bello e col cattivo tempo, non è difficile incontrare qualche spacciatore avvicinandosi all’imbocco di via Petroni.

primo piano

Nuovi femminismi: Non una di Meno

di Camilla VeneriIncontro con Gabriele Vitello

illustrazione di Mariana Chiesa

illustrazione di Mariana Chiesa

 

Il movimento “Ni Una Menos”(“Non Una di Meno”) nasce nel 2015 in Argentina a seguito di un appello di giornaliste, attiviste e artiste per dire basta ai femminicidi e alla violenza maschile sulle donne. Presto si diffonde in tutto il paese come spazio politico di autodeterminazione delle donne, per la costruzione di una società libera dal sessismo e dalla violenza.

Lo slogan coniato dal movimento – “se non valiamo, allora non produciamo” – evoca piani politici molto interessanti già elaborati dal femminismo degli anni Settanta. A partire da questo slogan, le donne argentine sono riuscite a dar luogo a una mobilitazione di massa che si è espressa nella forma dello sciopero, inteso come sottrazione dalle funzione produttive e riproduttive all’interno della società, ma anche come strumento che permette di rendere visibili, riconoscibili e pubblici i corpi e le vite delle donne, in una dimensione di indisponibilità e di sottrazione dai meccanismi di cattura, di dominio e di valorizzazione del capitale neoliberista. Non è una novità. In Italia e in Spagna, in ambito femminista e queer è già da dieci anni che si tenta di ragionare sulla forma dello sciopero con lo stesso obiettivo: evidenziare il ruolo delle donne all’interno della società, non solo denunciandone la posizione subalterna nel mercato del lavoro, ma anche – allacciandosi al dibattito sul lavoro gratuito domestico – il ruolo nel campo della riproduzione sociale.

Il senso del nome scelto è chiaro: “Non Una di Meno”, perché nessuna dovrà più essere uccisa, sfregiata, picchiata, annichilita e isolata; “Non Una di Meno”, perché tutte insieme ci riprenderemo gli spazi, i tempi e il reddito che ci spetta. Il movimento unisce, dunque, questioni di carattere culturale a temi sociali. La lotta contro la violenza sulle donne è strettamente legata alla lotta contro il neoliberismo.