immigrazione

Sei richieste strategiche dell’Unicef per i bambini sradicati

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Segnaliamo l’uscita di un rapporto dell’Unicef sui migranti bambini non accompagnati pubblicando le “sei richieste strategiche” che il rapporto contiene. Il dossier è scaricabile gratuitamente QUI

  • Proteggere i bambini rifugiati e migranti, soprattutto quelli non accompagnati, da sfruttamento e violenza. Introdurre misure volte a rafforzare i sistemi di protezione dell’infanzia, comprendenti la formazione di operatori sociali specializzati nella tutela infantile e il lavoro con ONG e gruppi professionali. Combattere la tratta di esseri umani, non solo attraverso una più efficace applicazione delle leggi, ma anche creando maggiori opportunità di muoversi in modo sicuro e regolare e offrendo maggiore sostegno ai bambini migranti con la nomina sistematica di tutori qualificati. Offrire un accesso migliore alle informazioni riguardanti la loro situazione e la gestione dei loro casi, nonché ad assistenza legale. I governi dovrebbero altresì sviluppare un orientamento più preciso per i funzionari responsabili al momento di determinare lo status di migranti dei bambini, al fine di prevenire il ritorno di bambini e famiglie verso persecuzioni e situazioni pericolose o potenzialmente letali, usando sempre il principio del “superiore interesse del bambino” come guida nelle decisioni legislative.
  •  Porre fine alla detenzione di bambini che richiedono lo status di rifugiati o che migrano, introducendo una serie di alternative praticabili. I bambini sono particolarmente vulnerabili alla violenza fisica e psicologica. Considerato l’impatto negativo della detenzione sullo sviluppo del bambino, è necessario introdurre alternative praticabili alla detenzione ogni volta che si ha a che fare con dei bambini (o con le loro famiglie). Ecco alcuni esempi di alternative alla detenzione: obbligo di consegna del passaporto e di regolare comunicazione; garanti o depositari, che possono essere i familiari o sostenitori della comunità; accordi di affidamento e di alloggio indipendente supervisionato per i bambini non accompagnati e separati dalle famiglie, nonché registrazione obbligatoria presso le autorità.
  • Tenere unite le famiglie come modo migliore di proteggere i bambini e regolarizzarli. Sviluppare degli orientamenti politici chiari per impedire che i bambini vengano separati dai loro genitori durante i controlli di frontiera o qualunque altro procedimento di natura legale per i migranti. Gli Stati dovrebbero velocizzare le procedure e far sì che sia più facile per i bambini ricongiungersi alle proprie famiglie, comprese quelle estese, nei paesi di destinazione. Gli Stati dovrebbero perseguire tutte le misure praticabili per riunificare i bambini con le loro famiglie. I bambini nati da genitori migranti hanno bisogno di un’identità legale per il loro benessere futuro. I governi dovrebbero offrire una registrazione anagrafica e/o altri documenti d’identità per consentire ai bambini di accedere ai servizi e di non essere apolidi.
  • Fare in modo che tutti i bambini rifugiati e migranti abbiano accesso all’istruzione e offrire loro accesso all’assistenza sanitaria e ad altri servizi di qualità. È necessario un maggiore sforzo collettivo da parte dei governi, delle comunità e del settore privato per fornire a questi bambini istruzione, assistenza sanitaria, riparo, nutrizione, acqua e servizi igienico-sanitari, nonché accesso a sostegno psicosociale. Lo status di migrante di un bambino non dovrebbe mai costituire una barriera all’accesso a servizi essenziali.
  • Esercitare pressioni in favore di azioni volte ad affrontare le cause profonde dei movimenti di rifugiati e migranti su vasta scala. Affrontare le cause alla radice di conflitti, violenze e povertà estrema nei paesi d’origine, nonché le radicate discriminazioni ai danni di certi gruppi di popolazione. Tutto ciò dovrebbe comprendere un accesso sempre maggiore all’istruzione e alla protezione sociale, l’espansione di opportunità per il reddito familiare e di impiego giovanile, nonché l’agevolazione di forme di governo che diano conto del proprio operato e siano trasparenti. I governi dovrebbero facilitare il dialogo a livello comunitario e l’impegno verso una risoluzione pacifica dei conflitti, la tolleranza e una società più inclusiva, nonché prendere dei provvedimenti contro la violenza tra bande.
  • Promuovere misure per combattere la xenofobia, la discriminazione e l’emarginazione nei paesi di transito e di destinazione. Coalizioni di ONG, comunità, settore privato, gruppi religiosi e leader politici dovrebbero assumersi la responsabilità d’influenzare l’opinione pubblica per prevenire l’aumento della xenofobia e della discriminazione nei confronti dei rifugiati.

panoramiche

Se l’Europa vuole sopravvivere

di Francesco Ciafaloni

Questo articolo è uscito sul n.236 di Una città, con il titolo Convergenze e conflitti.

illustrazione di Chihoi

illustrazione di Chihoi

 

Sappiamo che se non si crea uno spazio per l’opposizione in un sistema politico il risultato sarà o a) l’eliminazione reale di ogni opposizione e la sottomissione più o meno totale, o b) la mobilitazione di una opposizione di principio contro il sistema politico – una opposizione contro l’Europa, euroscettica. E in effetti questo sviluppo sta raggiungendo anche la sfera interna ai singoli Stati perché il peso crescente della UE e i suoi effetti indiretti sulla politica interna aumentano i deficit di democrazia e limitano lo spazio per l’opposizione anche nei singoli Stati.

Peter Mair, Governare il vuoto

 

La prima bordata di executive orders e lo scontro duro, difficile da accettare, imbarazzante da vedere, con le reti e la stampa di Donald Trump e dei suoi portavoce, subito dopo l’insediamento, ha reso evidente a tutti che le aspettative ottimistiche e le valutazioni concilianti sul nuovo Presidente degli Stati Uniti sono del tutto infondate. In rapida successione sono stati confermati il blocco ai finanziamenti all’Obamacare, la costruzione del muro ai confini con il Messico, il blocco degli arrivi da sette paesi islamici in guerra, il sostegno agli insediamenti illegali di coloni israeliani in Cisgiordania, le tariffe sulle importazioni, gli oleodotti, i vantaggi per chi produce in America, la revoca dei trattati cosiddetti di libero scambio, come promesso in campagna elettorale. E si legge di trattenute sulle rimesse degli immigrati messicani o di una tassa del 20% sulle importazioni per coprire i costi del muro. Non è detto che tutto ciò che è stato firmato sia realizzabile; non è detto che i paesi colpiti, come il Messico, o l’Australia, accettino senza reagire. Almeno i paesi più forti i mezzi li hanno; spazio politico ce n’è. Non è detto che le conseguenze pratiche delle decisioni prese siano quelle previste. Certo le aziende si sono rapidamente allineate – vedi Marchionne, Apple – e non c’è una fronda visibile tra i Repubblicani, che del resto, come già ho ricordato, sono cambiati negli anni e hanno rappresentanti anche più intollerabili di Trump (vedi la “London Review of Books” n.15, 2016, Eliot Weinberger sugli undici candidati sconfitti alle primarie).

maestri

Il tempo di Anna Rossi-Doria

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di Mariuccia Salvati

Questo testo è stato letto in occasione dei funerali di Anna Rossi-Doria alla Casa internazionale delle donne il 16 febbraio 2017.

 

Siamo qui riunite nella Casa delle donne e nella sede della Società italiane delle storiche per rendere omaggio a Anna Rossi-Doria. Anna è stata forse la storica, studiosa e intellettuale, più stimata e influente nell’universo politico femminile e femminista nazionale degli anni ’70-’90. Influente in quanto studiosa e in quanto intellettuale, anche se schiva rispetto ai media. E lo era, influente, per la consapevolezza e il coraggio con cui ha condotto sempre le sue scelte. Sottolineo la parola coraggio: il coraggio di esporre, di dare un nome ai nuovi dilemmi intellettuali e filosofici, il coraggio di manifestare dubbi e non trarre conclusioni affrettate e “facili” in materia di scelte intellettuali e soprattutto morali. Il coraggio di fermarsi, a volte, di tacere, di isolarsi, come ha fatto negli ultimi anni; di cedere il passo per esempio a chi amava, Claudio Pavone, perché in lui vedeva lo storico e intellettuale in grado di farsi ascoltare da un’Italia distratta e  cambiata rispetto alle battaglie democratiche degli anni ’70-’90.

Ma per tutto questo è stata ricambiata da un affetto diffuso e profondo, dei cui segni a volte lei stessa si stupiva, assorbita com’era dai suoi nuovi compiti famigliari.

Vorrei essere capace di dare uno spessore letterario a una biografia che merita di essere ricostruita con questo talento, perché esemplare dell’Italia uscita dalla Resistenza e immersa in un processo di grande trasformazione che investe non solo gli aspetti economici ma la soggettività e la coscienza di nuovi diritti.

Anna Rossi-Doria, classe 1938, è stata una giovane donna estremamente intelligente e colta, stimata e bellissima: figlia di Manlio, cioè di una personalità protagonista dell’antifascismo e del riformismo del dopoguerra, studentessa brillante, era destinata quasi naturalmente agli studi e alla carriera universitaria. Se ciò non è avvenuto, almeno per qualche anno, la ragione si deve alla scelta del matrimonio e alla nascita delle figlie. Si sposò con Carlo Ginzburg, unendo due famiglie simbolo dell’antifascismo e della resistenza. È stata una scelta – il matrimonio, la maternità – di cui era fiera e felice e che, anziché frenare la sua figura intellettuale, l’ha arricchita e l’ha resa quella persona speciale, sia sul piano umano che intellettuale, che noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere.

È questo un retroterra che non va dimenticato: la sua cultura, i suoi profondi convincimenti morali, uniti alla passione per la letteratura rendevano la conversazione con lei un piacere e anche una sfida. Anna è stata una grande “maestra” e molte giovani studiose qui e in giro per l’Italia (dalla Calabria all’Emilia) possono testimoniarlo.

scuola

Un po’ stitica, per essere in seicento

di Federica Lucchesini

illustrazioni tratte da "Lemming", di Armin Greder (Else edizioni)

illustrazioni tratte da “Lemming”, di Armin Greder (Else edizioni)

Le pagine face book, la programmazione di Radio tre e svariati blog e siti di critica culturale pullulano in questi giorni di risposte e controanalisi alla Lettera aperta dei 600 docenti universitari riguardo le carenze linguistiche degli studenti italiani – un appello del “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”.

La maggior parte di questi contributi sono radicalmente critici e indignati in merito al suddetto contributo, giustamente. La povertà culturale e scientifica dell’appello, il suo classismo reazionario, la sua vecchiaia gretta sono lampanti e sono stati ben denunciati. Del resto “merito” è oggi una parola pericolosa e per chiunque stia cercando di capire l’ossessione valutativa e le nuove politiche di governamentalità suona come un allarme: “merito” copre una certa ferocia nel perseguire la distribuzione iniqua delle risorse della conoscenza. Molti dei seicento firmatari hanno potere, sicurezza e distanza da qualsiasi impegnata partecipazione intergenerazionale alla produzione e trasmissione culturale democratica. Inevitabilmente la loro lettera ha avuto eco nella comunicazione mainstream e ciò offre un buon pretesto per discutere assieme della elaborazione culturale delle grandi trasformazione sociali e per riflettere pubblicamente sulla scuola sganciati dall’urgenza dell’ultima riforma.

università

Corporazione integrata

di Giacomo Pontremoli

illustrazione di Tomi Ungerer

illustrazione di Tomi Ungerer

Il Gruppo di Firenze ha colpito ancora. Sabato 4 febbraio, “600 docenti universitari” hanno spedito alle autorità costituite della Repubblica Italiana una lettera sulla mediocrità delle competenze grammaticali dei ragazzi italiani, invocando la severità delle bocciature (traduciamo dalla avvilente prosa del testo). Tra i firmatari ci sono alcuni dei più adorabili apologeti della scuola repubblicana: Frabotta, Canfora, Della Loggia, Cacciari, Esposito, Diamanti, Mastrocola naturalmente. Si aspetta con trepidazione l’elenco completo: non dovrebbe mancare Michele Serra, deprecatore della posizione “sdraiata” (cioè innocua e amorosa) dei giovani e autore al contempo di una rubrica che si chiama “L’amaca”.

Perché un nome così ipocritamente neutro? Il “Gruppo di Firenze” è la docenza universitaria italiana: il Ceto Pedagogico. Il tono è infatti da corporazione integrata che si rivolge con servile e sbrigativa confidenza al Duca del regno. Questo ceto non tollera di ricevere gli urti sgradevoli che la quotidianità scolastica infliggerebbe (magari) a chiunque abbia scelto la scuola come terreno d’elezione per l’esercizio del proprio sadismo e narcisismo. Cercare tolleranza e curiosità in un insegnante è una contraddizione priva di senso, beninteso. E confidare in una dimissione collettiva è una speranza a doppio taglio, perché l’ulteriore tempo libero potrebbe essere dedicato alla scrittura dei loro inutili nonlibri: Cacciari un parallelepipedo cartaceo di esercizio verbale a incastro, Mastrocola un altro romanzo con animali, Esposito un’antologia di filosofi (si fa per dire).

Ma sarebbe ugualmente tempo perso obiettare con una nuova citazione dal caro Milani o con l’argomentazione che no, non è vero, la bocciatura domina, il punto è un altro… Basta. L’unica cosa rilevante che emerge dal testo è una povera miseria umana. Non c’è niente di più meschino di un esercito di adulti di potere che invochino una volontà di repressione e correzione (ciò che già è) perché temono che la loro gelosa prerogativa di umiliare e selezionare dei giovani possa suscitare qualche perplessità pratica.

Inutile anche dedicarsi a dire cosa sia la “bibliografia essenziale sulla crisi dei ruoli educativi” del loro tristissimo blog, oppure – mi voglio rovinare – quanta responsabilità abbia l’Università delle crocette nel far disimparare i ragazzi a scrivere. Per quanto mi riguarda, è ormai assai forte la tentazione di mettere definitivamente in discussione la stessa vocazione all’insegnamento, quel candore feroce e ignorante che induce chiunque a insegnare esplicitamente (!) qualcosa a qualcuno, e decidersi a occuparsi di altro: chiudere ogni scuola e cambiare aria.

I collaboratori più grandi e tranquilli dell’area asinina mi ricorderanno che tutto ciò è un errore e una trappola; ma certo. Comunque gli estensori del documento sono evidentemente stronzi e gretti in maniera speculare agli “aggressivi genitori” che cercano di intimidirli durante i consigli di classe, e sono in grado esclusivamente di provocare le zone più facili e inutili della mia immaginazione: una marea di vocaboli incomprensibili, equazioni scellerate, fogli in bianco e scarabocchi sui muri, finché l’immonda esperienza di entrare in una scuola ed essere sottoposti a esami non sia finita e finalmente si sia adulti liberi e uguali. Non so quanto questo risultato sia nelle loro intenzioni; certo come “incentivo per gli allievi a fare del proprio meglio” potrebbe effettivamente essere già qualcosa.