pianeta

Le facce gemelle di Atene

di Alexander Clapp

traduzione di Nicola Villa

 

foto di Francesco Anselmi

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 63-64 de “Gli asini”abbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

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Atene, la capitale più meridionale del continente europeo, un’inarrestabile distesa di cemento, che si estende per circa 30 km, è la casa di 4 milioni di greci e almeno mezzo milione di migranti e rifugiati. Città balcanica, ma non slava. Vicina all’Oriente, ma non musulmana. Europea, ma non si può dire di essere in Occidente. I suoi più vecchi cittadini sostengono di discendere dalle ceneri della penisola Attica; i suoi abitanti moderni provengono da tutte le parti. Sono fuggiti non solo dalle montagne e dalle catene insulari della Grecia odierna, ma dalla Grecia dei “due continenti e cinque mari” che un tempo formava il grande progetto nazionale ellenico. Atene è l’epitaffio di quel progetto, il suo culmine nel disastro. Non è “vecchia” nello stesso modo di Roma o Istanbul, dove la storia scorre ininterrottamente attraverso i secoli, il cursus di Atene è più vicino a quello di Yangon capitale della Birmania, che per secoli non è stato altro che un sonnolento villaggio di pescatori con un passato storico e un’imponente pagoda. Come centri cittadini ellenici Alessandria e Trebisonda furono più popolose fino al 1880, Smirne fino al 1900, Costantinopoli e Salonicco fino al 1920. Oggi, in netto contrasto con Roma, si possono trovare solo una manciata di edifici settecenteschi. Quasi un cittadino su due della Grecia vive nella capitale, una percentuale così fuori scala in Europa che la fa paragonare solo a Reykjavik. Atene è di gran lunga la città più popolosa dei Balcani e contiene quasi tutti gli abitanti messi insieme dall’Albania e dalla Macedonia. Eppure per la maggior parte degli stranieri l’Atene moderna non ha mai smesso di essere una nota a piè di pagina nella storia della Grecia antica. I cinque milioni di stranieri che visitano la città ogni anno vengono in gran parte ispirati dall’idea dell’Atene di Pericle, piena di poeti e oratori, dei e dee. Questa scheggia della storia della città, una mezza dozzina di decenni, è stata posta su un piedistallo e lasciata fermentare per due millenni nelle menti del Nord barbarico. Centinaia di storie della cultura popolare e del mondo accademico mettono ogni anno questo frammento di tempo sotto un fascino rinnovato, mentre le storie della moderna Atene per il lettore non greco sono rare e lontane. L’Atene di oggi è soprattutto un prodotto della Guerra fredda, quando è stata modernizzata e, allo stesso tempo, resa più visibilmente classica. Nei decenni successivi alla fine della Guerra civile greca, la stragrande maggioranza della città precedente al 1949 scomparve, cannibalizzata da due sviluppi simultanei. Prima c’è stata la costruzione a macchia d’olio di un enorme agglomerato per la classe media, per via di un maniacale boom edilizio che voleva racchiudere una enorme classe contadina, in parte proletarizzata e in parte borghesizzata, all’interno di una capitale che aveva appena fatto guerra a molti di loro. L’urbanizzazione ateniese era distintiva nei Balcani: rigorosamente anticomunista, condotta quasi esclusivamente da transazioni individuali, finanziate meno del 5% dallo Stato. Almeno un quarto delle nuove abitazioni è stato costruito illegalmente o senza autorizzazione. Questa è la megalopoli che si intravede dal finestrino dell’aereo: una distesa anonima e grigia, affamata di spazio pubblico, ricoperta di graffiti, che si estende attraverso il bacino attico in una massa frastagliata di cemento. Allo stesso tempo, apparve un’altra Atene. Immediatamente intorno all’Acropoli, la città di Pericle riemerse dal terreno. Finanziati dalle Fondazioni Ford e Rockefeller, in seguito al Piano Marshall, gli archeologi americani commercializzarono la cultura greca classica in un momento in cui, grazie al prestigio culturale sovietico, divenne sempre più importante dimostrare che la democrazia era nata in uno stato membro della Nato. L’esaltazione dell’antichità greca era un imperativo geopolitico. Questa è diventata l’Atene ideata per i turisti e che la maggior parte degli stranieri percepisce di essere la “vera” città: un parco tematico archeologico che ha eliminato gli ultimi quartieri permanenti dell’Atene turca e neoclassica. Un’area nella quale pullulano autobus turistici a due piani e negozi di oggettistica che vendono bottiglie di ouzo a forma di Tempio di Atene.

 

Bavaresi nel palazzo

I partigiani anti-ottomani che combatterono per uno stato-nazione greco negli anni venti del XIX secolo sotto la guida del Filiki Etairia sostenevano una serie di interessi, che si estendevano per migliaia di chilometri di terre in cui si parlava la lingua greca. I capi tribù delle montagne del Peloponneso e della Rumelia condussero la guerra nell’entroterra. I capitani delle isole Saroniche e dell’Egeo orientale fornirono il supporto navale. I mercanti greci di Odessa e Vienna prestarono sostegno finanziario e intellettuale alla rivoluzione. Ma furono le Grandi Potenze che pretesero la sovranità della Grecia alla Conferenza di Londra nel 1832, ordinando agli Ottomani di cedere la terra a sud di una linea immaginaria che si estende da Arta a Volos in cambio di 40 milioni di piastre. La corona greca fu consegnata a un diciannovenne principe di Wittelsbach di nome Otto. Elevato al di sopra delle fazioni greche che si erano litigate e che si erano incrociate prima che fosse ottenuta l’indipendenza, il compito di Re Otto fu quello di fungere da frangiflutti, vanificando le loro ambizioni di espansione territoriale. Suo padre, Ludovico I di Baviera, era un finanziatore filo ellenico dell’indipendenza greca che stava decorando con impazienza le facciate dei palazzi di Monaco in stile classico. A quel tempo, Atene era uno degli insediamenti minori di quella che era stata l’Europa ottomana. Il Pireo, il suo porto, era un gruppo di capanne con un nome sconosciuto. Una strada sterrata si snodava verso Atene attraverso uliveti che pullulavano di briganti. Il resto della Grecia era a malapena accessibile su strada per metà dell’anno. Nel 1787, per proteggere la città e le campagne adiacenti dal banditismo, il governatore turco Hadji Ali Haseki aveva eretto fortificazioni di mattoni di fango, all’incirca nel punto in cui le mura di Temistocle avevano un tempo protetto la città dagli spartani. Al suo interno vi era un patchwork di popoli – greci, rom, turchi, schiavi sudanesi e oratori ortodossi di un dialetto albanese chiamato arvanitika – raggruppati in trentasei quartieri. Poche case avevano fondamenta di pietra. Impolverata d’estate, fangosa d’inverno, le strade erano larghe non più di tredici piedi e non portavano nomi. “Niente libri, niente lampade, niente finestre, niente carrozze, niente giornali, niente ufficio postale”, osservò un ex preside di Harrow, Christopher Wordsworth, poco prima che i briganti gli tagliassero la gola sul monte Parnitha. L’Atene classica giaceva per la maggior parte interrata sotto il villaggio. Sul versante meridionale dell’Acropoli, un paio di antichi teatri erano stati sventrati del loro marmo. In cima a una delle poche colonne verticali del Tempio di Zeus, un monaco stilita chiedeva l’elemosina calando una corda sostenendo di non aver toccato il terreno dal secolo scorso. Sparsi sotto il pendio occidentale dell’Acropoli, dove vivevano la maggior parte degli Ateniesi, palme e minareti “coronati da grandi reti di cicogne” si estendevano sopra la città del bazar. Un mercato del pesce “rattoppato insieme a tavole e intonaco” si estendeva attraverso i corridoi di quella che un tempo era stata la biblioteca dell’imperatore Adriano, ora piena di cammelli. Incombente sopra la città, sull’Acropoli, convergevano tre millenni di storia. Le fortificazioni posate per la prima volta dai re dell’Età del Bronzo erano irti di cannoni ottomani. L’Erechtheion era un harem. Il Partenone era un camaleonte archeologico, era stato usato come basilica, una cattedrale, un mastio, una scorta di munizioni, un seminario per ragazze vergini e una moschea ancora presidiata da una guarnigione turca. “Questa non è Atene”, dichiarò Ludwig Ross, uno studioso aristocratico della Sassonia a cui i consiglieri di Re Otto avevano dato l’incarico di eliminare tutte le tracce franco-ottomane dalla città. “Questo è un orribile accumulo di rovine, una massa amorfa, di cenere e polvere”. Ma il suo degrado percepito divenne un vantaggio politico. Per quanto alta fosse la sua risonanza culturale per gli stranieri, per i greci che avevano intrapreso la guerra d’indipendenza Atene non aveva alcuna importanza strategica. I loro primi pensieri andarono verso Corinto, il fulcro geografico della terraferma, e Naufplio, il più grande porto del Peloponneso. La dichiarazione di Atene come capitale fu un primo segnale che i greci avrebbero limitato la voce in direzione dello stato. “Solo gli stranieri possono insegnare la civiltà nella sua pienezza”, ha affermato Georg Ludwig von Maurer, un professore di legge del Palatinato del Reno che arrivò nel nuovo Regno nel 1833. Atene offrì uno spazio chiaro da cui potevano essere instaurate una monarchia assoluta e una nuova amministrazione macchinosa. Legalmente, il nuovo stato sarebbe stato prussiano. Amministrativamente, sarebbe stato napoleonico, diviso in 25 cantoni, governato da reggenti nominati da Otto e trasferiti da diversi angoli del regno per rompere il regionalismo. Militarmente, sarebbe stato bavarese, equipaggiato con una compagnia di 3.500 fucilieri tedeschi che portavano con sé una banda di cavalleria dalle paludi del Meclemburgo. Nel primo decennio dell’indipendenza, migliaia di europei occidentali arrivarono per ripristinare gli strumenti della cultura e della burocrazia nella sede della loro presunta origine. Dal Tirolo arrivarono architetti, dalla Prussia gli avvocati, dalla Svezia esperti navali, da Malta uno squadrone di boia professionisti, dalla Baviera un birraio chiamato Karl Fuchs, per non parlare di un piccolo esercito di archeologi dilettanti. Gli scavi furono inizialmente affidati all’esercito bavarese; i finanziamenti per la Società Archeologica di Atene provenivano dalla vendita delle pietre di edifici Franchi e Ottomani smantellati sull’Acropoli. “I bavaresi hanno trattato la Grecia come se fosse un orto”, ha affermato un monaco greco contemporaneo. Tra i camarilli dei reggenti-consiglieri che esercitavano pressione su Re Otto (come le moderne lobby di oggi), molti erano stati figure centrali nel consolidamento post-napoleonico della Baviera di mezza generazione prima; erano tutti sudditi di Ludwig, anche se gestivano il nuovo stato. Un senato consultivo e non retribuito offriva ai greci un ruolo irrinunciabile nella gestione dei loro affari.

 

La città degli stranieri

La nuova Atene ebbe due scopi. Il primo doveva essere una testa di ponte amministrativa da cui le Grandi Potenze potevano controllare il resto della Grecia e il crollo dell’Impero ottomano, che iniziò a cento miglia a nord della città. Atene era il veicolo attraverso il quale il pashalik fumante che era il resto della Grecia sarebbe stato trasformato in uno stato europeo. Il suo primo decennio trascorse sottomettendo una serie di ribellioni regionali, con insurrezioni a Mani, Messenia, Aitoloakarnania e sulle isole di Spetses e Hydra sconfitte dalle truppe bavaresi. La Conferenza di Londra aveva concesso alle Grandi Potenze il diritto di presidiare a volontà truppe nel Regno. Ogni potere canalizzava i suoi interessi attraverso un “partito” che controllava ufficiosamente all’interno della capitale, amministrato da truppe bavaresi e da una classe statale. La sovra saturazione degli interessi avrebbe periodicamente trasformato Atene in un terreno di sosta per le più grandi dispute internazionali. Per inglesi e francesi l’ulteriore strumento di controllo era il Pireo, soggetto a blocco navale in sei diverse occasioni nel diciannovesimo secolo. Sessanta milioni di franchi in prestito, che lo stato greco ereditò alla sua nascita, non erano ancora stati pagati nel 1893, quando una marea di nuovi prestiti e debiti non pagati vennero immessi a diretto carico della riscossione delle imposte greche; nel frattempo, un esercito al di fuori del Regno prosciugò quasi la metà delle finanze dello Stato. La seconda funzione della Nuova Atene era di modernizzare i greci ri-Ellenizzandoli. Attorno all’Acropoli, un piano architettonico ideato dal bavarese Leo von Klenze ha offerto un posto d’onore a tutti i monumenti antichi, circondato a sua volta dalle istituzioni della burocrazia moderna. Re Otto si considerava un Pericle moderno, sovrintendendo a un programma di costruzione finanziato attraverso una combinazione di prestiti stranieri e donazioni, per gentile concessione dei mercanti greci di Alessandria, dell’Epiro e di Odessa. Nel 1836 fu costruita una zecca, seguita da una tipografia, un ospedale militare, un osservatorio per mappare la costa greca e una clinica oculistica per gestire la famigerata polvere della città. Settantadue chiese bizantine furono demolite per fornire pietre a un’area metropolitana che amputò Atene dal Patriarcato di Costantinopoli, ancora sotto il controllo del Sultano dopo il 1833. Una trilogia di istituzioni marmoree: l’Accademia, l’Università, la Biblioteca Nazionale, progettata dai fratelli danesi Theophil e Christian Hansen – mirava a riportare Atene alla grandezza intellettuale. Armati della descrizione della Grecia di Pausania, i cartografi tedeschi cambiarono i nomi di luoghi albanesi dei villaggi attici con quelli dei demoni classici. Le strade ateniesi portavano ora i nomi di antichi dei e eroi. L’acqua tornava a scorrere negli acquedotti, ripuliti da secoli di fango, con i quali l’imperatore Adriano aveva collegato alla città i bacini artificiali in cima al monte Lykavittos, mentre la sua cima di granito veniva saccheggiata per la costruzione di palazzi neoclassici a nord dell’Acropoli. Le nuove case erano costruite per legge con almeno due piani e finestre di vetro. I progetti architettonici provenivano da Monaco, ma la vera provenienza dell’architettura della Nuova Atene era Atene stessa: avventurandosi nella Penisola Attica negli anni ’40 del secolo scorso, gli architetti inglesi James Stuart e Nicholas Revett erano tornati con i bozzetti delle sue rovine che hanno fatto rinascere il mito della Grecia in Europa. I resti del bazar turco furono demoliti per far posto a un trio di arterie – Aiolou, Athinas, Ermou – che dirigevano il traffico pedonale da piazza Omonia ad ovest al nuovo palazzo fuori scala di Otto, ora sede del parlamento, in piazza Syntagma. “Tutti gli stranieri sono sorpresi dei grandi progressi che abbiamo fatto in poco tempo” riferì la regina Amalia a Monaco di Baviera.

il libro

L’insostenibilità della sostenibilità

di Giorgio Nebbia

Ripubblichiamo un articolo del numero 29 de “Gli asini” a firma di Giorgio Nebbia (1926-2019), scomparso quest’oggi all’età di 93 anni.

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Gli anni sessanta del Novecento sono stati anni di grandi rivoluzioni: i paesi liberatisi dal colonialismo si sono messi in testa di rivendicare prezzi più equi per le loro risorse naturali – rame, gomma, cobalto, fibre tessili, uranio, petrolio – che fino allora erano stati sfruttati dai loro colonizzatori; in tanti nel mondo avevano imparato a osservare la Terra, fotografata dai satelliti artificiali, e quella sfera nello spazio era apparsa come l’unica casa per gli esseri umani, grande ma limitata nei suoi continenti e nelle sue ricchezze; alcuni economisti avevano ironizzato sul significato del Pil mostrando che questo indicatore ufficiale della ricchezza e del benessere non è capace di tenere conto dei costi e dei dolori provocati da sempre più frequenti inquinamenti o alluvioni; alcuni sociologi avevano mostrato tutti i limiti della società dei consumi; alcuni biologi aveva denunciato che la popolazione terrestre stava crescendo troppo rapidamente rispetto alla disponibilità di cibo, di spazio, di acqua. La terribile parola, “limite”, aveva fatto la sua comparsa nel vocabolario, con grande spavento per gli economisti ufficiali, per capitalisti, imprenditori e uomini politici.

Si poteva capire che gli esponenti di una gioventù ribelle nei campus universitari cavalcassero questa insoddisfazione, che gli operai nelle fabbriche fossero insoddisfatti delle condizioni e dei pericoli del lavoro. Ma che un club proprio di intellettuali borghesi e di imprenditori e governanti si fosse messo in testa di ordinare un libro che, nel 1972, spiegava che sarebbe stato necessario porre dei “Limiti alla crescita” della popolazione, delle merci e della produzione – questo passava tutti i segni.

Tanto più che la velenosa idea fece una qualche presa nel mondo; anche nei paesi industriali, nel mondo politico, non solo nei giovani ribelli. Qualche governante considerò con attenzione la analisi dei “Limiti alla crescita”, circolò il termine austerità, in Italia rapidamente soffocato; perfino i dirigenti sovietici parlarono di “uso parsimonioso delle risorse”, per non parlare del mondo cattolico in cui circolavano inviti a minori sprechi.

Bisognava provvedere, e i rappresentanti del potere economico crearono una Commissione che elaborò un rapporto, tradotto in italiano col titolo: “Il futuro di noi tutti”, che ha lanciato su larga scala la moda della sostenibilità, definendo “ufficialmente” sostenibile lo sviluppo che consente alla nostra generazione di usare le risorse del pianeta lasciando, alle generazioni future, un patrimonio di risorse che assicuri anche a loro un uguale sviluppo. In inglese la definizione suona così: “Development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs”.

Ci sono senza dubbio problemi ambientali, di inquinamento, di impoverimento delle riserve naturali, ma la società capitalistica – questa la tesi sottintesa – è capace di assicurare lo stesso lo sviluppo economico, pur con alcune correzioni, uno sviluppo duraturo, sostenibile, appunto. Purtroppo c’è una insanabile contraddizione in termini in tale definizione: se usiamo oggi una parte delle risorse terrestri non rinnovabili, questa parte non sarà più disponibile per le generazioni future,per coloro che nasceranno fra venti o quarant’anni. Una espressione popolare americana spiega che non si può mangiare la torta e averla ancora. “Can’t eat a pie and have it”.

Inoltre c’è confusione fra sviluppo e crescita dei beni materiali, quelli appunto che si possono ottenere soltanto usando e modificando le risorse fisiche della natura. Lo “sviluppo” consiste nel diritto di avere una vita dignitosa, per le donne e per gli uomini, di disporre di abitazioni, di cibo e di acqua decenti, di avere accesso all’informazione, alla conoscenza, al lavoro e di godere il diritto della libertà.

Ancora peggio: per il principio di conservazione della massa tutte le materie estratte dalla natura, dalla biosfera, durante e dopo la trasformazione in beni materiali, in merci, alla fine “finiscono” sotto forma di scorie e rifiuti gassosi, liquidi e solidi nei corpi naturali: aria, acque, suolo. In questa circolazione quegli stessi corpi naturali da cui trarre le risorse necessarie per la vita risultano peggiorati: l’aria meno respirabile, l’acqua meno bevibile, il suolo meno fertile. Se anche una parte dei rifiuti solidi può essere trattata per trarne qualche materia ancora utilizzabile per produrre altre merci, tali merci “riciclate” sono inevitabilmente in quantità inferiore a quella dei rifiuti riciclati (altri rifiuti si formano nel riciclo) e sono di qualità peggiore delle merci originali.

Nella definizione “ufficiale” di sviluppo sostenibile si fa riferimento alla crescita dell’uso delle risorse naturali che sono, lo spiega bene l’ecologia, limitate fisicamente. Se si traggono petrolio o gas naturale dai pozzi, carbone dalle miniere, inevitabilmente se ne lascia di meno alle generazioni future; se si aumenta la produzione di cereali o di soia si lascia, inevitabilmente, un terreno impoverito di sostanze nutritive e esposto all’erosione; se si usano i fiumi come ricettacolo dei rifiuti e delle scorie delle attività umane non si può sperare e pretendere di avere acqua potabile a valle. La nostra società di mercato stabilisce che è bene, anzi obbligatorio, fare aumentare il prodotto interno lordo, cioè la quantità di denaro che ogni anno circola attraverso una economia. Ma tale indicatore aumenta soltanto se aumenta la produzione e l’uso e il consumo di automobili, di cereali, di benzina, di cemento, di scarpe, di telefoni e computer, di elettricità, carta, eccetera, tutte cose che possono essere ottenute soltanto estraendo dalle miniere o dai campi o dalle foreste risorse naturali che non saranno più disponibili alle generazioni future; tutte cose che inevitabilmente generano, come si è detto, scorie che peggiorano la qualità delle risorse naturali (acqua, aria, suolo, mare) che lasciamo alle generazioni future.

Per farla breve, le attuali regole economiche fanno sì che l’attuale società – italiana, europea, mondiale – sia intrinsecamente insostenibile. Ci stiamo prendendo in giro, con le grandi attestazioni di amore per lo sviluppo sostenibile, per la sostenibilità, in un mondo in cui le regole di base dei rapporti umani e economici sono insostenibili. E la situazione è tanto più grave in quanto le stesse regole economiche sono state assimilate dai paesi ex-socialisti e vengono puntigliosamente esportate nei paesi emergenti come Cina, India, Brasile e anche in quelli poveri del mondo.Eppure la speranza di poster continuare sulla gloriosa strada della crescita merceologica, si è diffusa non solo nella borghesia imprenditoriale, ma anche nel mondo ambientalista, quello da cui era nata la grande contestazione degli anni sessanta. E così ci sono stati volonterosi sforzi per attuare un ambientalismo scientifico, per proporre soluzioni tecnico-scientifiche “verdi”, “compatibili”, coerenti con il disegno di ipotetico sviluppo sostenibile, nella doverosa possibilità di produrre e consumare e disporre di più beni materiali.

Se le abitazioni sono strutture che divorano energia e cemento e acqua è possibile immaginare nuovi materiali da costruzione, tecniche di isolamento termico, l’inserimento di pannelli solari sui tetti, pensare e proporre città e case “sostenibili”.

È vero che i consumi di energia sotto forma di prodotti petroliferi, di carbone e gas naturale immettono nell’atmosfera crescenti quantità di gas, come l’anidride carbonica, che modificano la composizione chimica dell’atmosfera e provocano mutamenti climatici disastrosi; è vero che sarebbe ragionevole diminuire le emissioni dei gas serra, consumando di meno energia, ma di energia c’è bisogno ed ecco le proposte sostenibili di filtrare i gas dai camini delle fabbriche e delle centrali, di immettere tali gas nel sottosuolo, di sostituire le fonti fossili con quelle rinnovabili, ed ecco un proliferare di pale eoliche, di pannelli fotovoltaici, di centrali alimentate con la biomassa, magari con oli importati dai paesi tropicali, tutto grazie a provvidenziali finanziamenti pubblici, ed ecco nuove proficue fonti di affari e di crescita finanziaria, pur di far correre automobili sostenibili in congestionate città sostenibili, con grattacieli sostenibili sempre più svettanti nel cielo.

È vero che molte merci inquinano durante la produzione e durante il “consumo”, è vero che, a conti fatti, non si consuma niente, che le attività umane non fanno altro che trasformare le merci in rifiuti gassosi, liquidi e solidi – quattro chili di rifiuti per ogni chilo di merce prodotta e usata – ma anche qui – dicono – le soluzioni sostenibili non mancano. È possibile trarre elettricità e affari dal trattamento e dal riciclo dei rifiuti, è possibile utilizzare materie alternative biodegradabili e “verdi” tratte dalla biomassa vegetale in alternativa a quelle derivate dal petrolio.

Anche se, col procedere verso improbabili soluzioni sostenibili si è poi visto che si usciva da una trappola per cascare in un’altra; la produzione su larga scala di carburanti sostenibili, alternativi alla benzina, dal mais o dallo zucchero sconvolgeva l’agricoltura dei paesi poveri; l’uso di grassi vegetali per la produzione di carburanti diesel provocava la distruzione delle foreste tropicali per fare spazio a piantagioni di palma. Al punto da riconoscere che si toglieva il cibo di bocca ai paesi poveri per far correre i Suv dei paesi industriali.

Pochi numeri aiutano a mostrare la insostenibilità della sostenibilità. La produzione primaria netta – cioè il peso di materiali vegetali formati attraverso la fotosintesi (detratte le perdite per la respirazione vegetale) – è, sulle terre emerse, di circa 100 miliardi di tonnellate all’anno. Di questa ricchezza in gran parte rinnovabile, rigenerata ogni anno dai cicli della natura, per l’alimentazione umana e degli animali da allevamento e come legno e altre materie vengono prelevati circa 30 miliardi di tonnellate all’anno. Il peso del carbone, del petrolio e del gas naturale portati via ogni anno dalle viscere della Terra ammonta a oltre circa 12 miliardi di tonnellate, a cui vanno aggiunti circa 60 miliardi di tonnellate all’anno di minerali, materiali da costruzione, tutti non rinnovabili. La trasformazione di tutti i materiali, tratti dalla natura, da parte degli oltre sette miliardi di esseri umani esistenti nel 2015, e che aumentano in ragione di circa 60 milioni di persone all’anno, genera ogni anno circa 35 miliardi di tonnellate di gas anidride carbonica, oltre a miliardi di tonnellate di altri gas che finiscono nell’atmosfera alterandone la composizione chimica e accelerando i mutamenti climatici; e genera miliardi di tonnellate di sostanze organiche e inorganiche che finiscono nelle acque prelevate dai corpi naturali e restituite inquinate alla natura in ragione, nel mondo, di circa 4000 miliardi di tonnellate all’anno; e genera scorie e residui solidi che finiscono sul suolo. Una parte infine, soprattutto di minerali e metalli e rocce, resta immobilizzata nella tecnosfera – nell’universo delle cose fabbricate, edifici, macchinari, oggetti a vita media e lunga – che si dilata continuamente e irreversibilmente.

In un piccolo paese come l’Italia la sola massa dei rifiuti solidi ammonta a circa 0,2 miliardi di tonnellate all’anno, quella dei gas di rifiuto ammonta a oltre mezzo miliardo di tonnellate all’anno, la massa di acqua che entra nelle fabbriche, nelle case e nei campi e ne esce contaminata da rifiuti e agenti vari ammonta a circa 60 miliardi di tonnellate all’anno.

Volenti o nolenti, comunque di cose materiali gli esseri umani hanno bisogno, in quantità crescente anche per l’inarrestabile aumento della popolazione mondiale. Tutto quello che si può fare per attenuare la insostenibilità dovuta all’impoverimento e al peggioramento della qualità ecologica delle risorse naturali, è cominciare a chiedersi: chi ha bisogno di che cosa?

Davanti a circa 2000 milioni di abitanti della Terra che sono sazi di beni e di merci, talvolta obesi di sprechi, ci sono sulla Terra circa 3000 milioni di persone che, nei paesi di nuova industrializzazione,stanno correndo a tutta velocità nell’aumento insostenibile della produzione e del consumo di energia, di metalli, di cemento, di automobili, di apparecchiature elettroniche, e poi ci sono altri 2000 milioni di persone povere e metà di queste non dispongono di una quantità sufficiente di cibo, di acqua di buona qualità, sono povere di libertà e dignità, beni che richiedono anch’essi beni materiali, perché non si può essere liberi e non si può vivere una vita dignitosa se mancano abitazioni decenti, letti di ospedale, banchi di scuola. Una mancanza che è giusta fonte di rivendicazioni, di violenza, di pressioni migratorie verso paesi opulenti che non vogliono spartire la loro opulenza. Una mancanza che può essere sanata soltanto con la terribile e improponibile proposta di imporre ai ricchi di consumare di meno per lasciare ai poveri una maggiore frazione di beni materiali che gli consenta di avere una vita minimamente decente.

Resta la domanda: quanto a lungo può durare una società insostenibile? Da quando gli esseri umani hanno abbandonato la loro condizione di animali cacciatori e raccoglitori, in relativo equilibrio con i cicli rinnovabili e sostenibili delle risorse naturali, è cominciato un inarrestabile cammino verso l’aumento della popolazione, l’aumento dei desideri di questi nuovi animali speciali, gli umani, e, di conseguenza, il crescente impoverimento delle riserve di “beni” naturali e il peggioramento delle condizioni, della qualità, dei corpi naturali. L’insostenibilità è la punizione di cui parla la Bibbia per coloro che hanno osato mangiare il frutto della conoscenza.

È del tutto vano chiacchierare su quanto a lungo potrà durare la storia dell’uomo sulla Terra, su quanto potranno durare le riserve di petrolio o di minerali, su quanti gradi aumenterà la temperatura del pianeta o su quanti metri si solleveranno gli oceani, sul massimo numero di esseri umani che la Terra può sopportare. Nove miliardi di persone a metà del XXI secolo? Dieci o undici alla fine del XXI secolo ? Come vivranno e dove saranno questi in futuro? Finirà un giorno l’avventura degli esseri umani su questo pianeta ? Domande futili perché anche dopo la scomparsa degli esseri umani,dei nostri arroganti grattacieli e delle nostre fabbriche e centrali, e anche quando le scorie radioattive che lasciamo alle generazioni future si saranno stancate di liberare radioattività, continuerà la vita, quella si, sostenibile, a differenza delle cose umane, fino a quando il Sole anche lui, non si sarà stancato di gettare calore nello spazio. Per ora, nel brevissimo (rispetto ai tempi della natura) spazio di una o dieci o cento generazione, accontentiamoci di ammirare il mondo che ci circonda e, se possibile di rispettarne le meraviglie.

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storie

Risveglio di Daniela

di Roberto D’Alessandro

Various & Gould

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Sai che fra un’ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.
(Fabrizio De Andrè)

 

Daniela avrebbe voluto fare la maestra. Era il suo sogno di bambina.

Abitava in una casa grande, troppo grande per lei rimasta sola. Tutto in quella casa, dai mobili, ai quadri alle pareti alle tappezzerie ingiallite dava un senso di tristezza, di malinconia, segni di una storia sbagliata, finita male. Dal sogno infranto alla realtà di un oggi precipitato in un vortice di tristezza e nauseanti pensieri, con la rabbia e la voglia di attaccarsi con le unghie e coi denti a un improbabile futuro migliore.

Sì, era arrabbiata con la vita, con la sfortuna, con il continuo rammarico per quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Combatteva con quella parte di lei che la faceva sentire una donna di serie B, quella parte che pensava di non meritare altro che sfortuna, miseria, uomini sbagliati, uomini o troppo deboli o troppo forti e violenti.

Mi aveva mostrato delle foto di quando era ragazza, pettinata con i codini come usava una volta, con le amiche al mare, quanto tutto era normale, quanto tutto era ancora possibile.

Poi la droga, le storie di eroina, di sbattimenti, di compromessi, di vergogna, di morte. E lei si sentiva la morte addosso, sentiva il peso di quella malattia che come un contrappasso l’aveva colpita, l’aveva punita due volte. Nei nostri colloqui spesso sognava a occhi aperti, rincorreva immagini e pensieri che come bolle di sapone poi scomparivano nel nulla. E allora si limitava a vivere un oggi faticoso, un qui e ora, un presente che cercava di isolare come se non fosse attaccato a un passato e non fosse propedeutico a un futuro.

Cominciai a occuparmi di lei poco dopo che rimase incinta. Un evento inaspettato che riapriva per lei una speranza di essere viva per dare vita, di proiettarsi in un futuro nel prolungamento di se in un’altra persona. Quella notizia, se pur angosciante, serviva a soffocarla quella angoscia, quella fatica di vivere. Dava dopo tanto tempo un senso nuovo all’oggi. Certo, partiva da zero, solo dalla sua casa, dalla speranza di ritrovare se stessa, quella delle foto di scuola, con i codini e la faccia pulita.

Il padre del nascituro, Lorenzo, era un compagno di storie tossiche, un uomo che veniva da una storia familiare tremenda, fatta di miseria e violenza, di botte prese da un padre alcolista e condivise quotidianamente con una riga di fratellini e sorelline. Un uomo che aveva imparato dalla strada e dal carcere solo certi linguaggi. Un uomo cresciuto tanto nel fisico ma povero e anoressico nelle relazioni e nelle emozioni. Dalla vita aveva avuto solo schiaffi, paura, aveva dovuto imparare a difendersi, a mostrare la faccia dura.

Ma anche lui, per la prima volta nella sua vita, aveva il volto illuminato da una speranza, da quel senso di creazione in una storia di distruzione. Per la prima volta forse guardava la sua compagna non solo come la complice di giornate squallide da dimenticare. Ora aveva un legame nuovo, aveva la possibilità di essere padre, di aver tirato fuori da sè qualcosa di buono che lo riconciliava con il mondo. Non gli sembrava vero. Lui, proprio lui, quello che si sentiva addosso tutti i giorni l’etichetta dell’avanzo di galera, del deviante, del violento. Chissà cosa aveva acceso in cuor suo questo evento. Essere padre in un modo completamente diverso da quel padre che lui aveva avuto in sorte, oppure ripercorrere ineludibilmente quel modello che aveva assorbito sulla sua pelle fin da piccolo.

La sua era una di quelle famiglie che noi addetti ai lavori definiamo facilmente “multiproblematica”. Verrebbe da chiedersi se multiproblematici si nasce o si diventa. E potrei tradurre il tutto con lo slogan “cronaca di un disastro sociale annunciato”, ovvero l’incapacità delle istituzioni di affrontare situazioni di potenziale o conclamato disagio senza determinare a sua volta condizioni aggravanti lo stesso.

Quelle famiglie dove ci sono pochi anelli forti e tanti anelli deboli in una catena di legami difficili, ingrigiti dalla povertà materiale e dalla rabbia. Come tante delle famiglie collocate in Via Lugo, il cosiddetto Centro di Smistamento costruito nel primo dopoguerra, erano arrivati dal Sud, dalla Sicilia, con tante speranze e poche certezze. Via Lugo era stata progettata come una serie di palazzi a schiera con le porte degli appartamenti su lunghi corridoi che affiancavano tutta la facciata. Nell’intento di chi aveva ideato questa struttura senza una pianificazione seria e approfondita, essa avrebbe dovuto essere un luogo alberghiero di transito, in attesa di collocare le famiglie in abitazioni definitive. La complessità della situazione non tardò a manifestarsi e trasformò rapidamente la via in un (campo di) concentramento regolato da vincoli quasi carcerari. Le sistemazioni da provvisorie divennero a tempo indeterminato.

storie

Le cose che sto per scrivere

di Antonella Soldo

disegno di Claudia Palmarucci

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Le cose che sto per scrivere mi sono tornate in mente tutte insieme in queste settimane. Eppure ho esitato un po’ a metterle per iscritto perché so che alcune daranno dispiacere a mio padre, ché – come capita ad alcuni da queste parti – dei ricordi dei momenti di difficoltà prova un pudore estremo, quasi un senso di colpa per non aver potuto allora fare di più.

Per me non è così: ne sono orgogliosa perché, nella loro semplicità, sono state la prima educazione civica che ho ricevuto. E penso che in questo momento tutti dovrebbero rovistare nei ricordi delle proprie famiglie per ritrovare sentimenti e idee utili a ragionare al riparo dalla violenta propaganda in corso. Io e mio fratello siamo nati e cresciuti in una famiglia di giovanissimi genitori, prima disoccupati poi precari. In una terra con poco da offrire, che in quegli anni Ottanta era alle prese con la scia di scandali e di clientelismo del post terremoto dell’Irpinia. Una terra che tirava su case e paesi nuovi di zecca, mentre questi stessi si svuotavano per un’inarrestata emorragia demografica.

Dopo dieci anni di precariato in Autostrade arrivò per mio padre la telefonata di una proposta di assunzione a tempo indeterminato (era stato prima uno “stagionale” e poi un part-time). Rispose mia madre. Eravamo nella cartolibreria che avevano aperto, indebitandosi, quando non davano un centesimo alla piccola imprenditoria. Quella conversazione la ricordo parola per parola. Il tono di lei che si fa formale, ma proprio non riesce a tenere a bada l’esplosione di entusiasmo: “mio marito non è qui, ma sono certa che sarà assolutamente disponibile ad accettare la vostra proposta”. Era l’autunno del 1996. Sulle coste della nostra Puglia erano gli anni degli arrivi di migliaia di albanesi. Pochi mesi dopo, nel marzo 1997, sarebbe accaduto il fatto più drammatico di quell’esodo: l’affondamento, da parte della Marina militare italiana, della motovedetta Kater i Rades, e la morte di oltre un centinaio di profughi albanesi. Non di tutti furono ritrovati i corpi.

Noi, per festeggiare la fine del precariato di papà andammo a mangiare una pizza in un ristorante in paese. Io avevo vestiti tutti nuovi (una gonna verde mela, una maglietta di filo a righe colorate. una collanina di caucciù con un ciondolo d’argento) e i capelli tagliati (un caschetto, il mio taglio preferito). Avevo dieci anni. Oggi che, a mia volta, compio il decimo anno da precaria ma che, comunque, mi posso permettere di andare a cena fuori quando lo desidero, mi viene da sorridere a pensare alla piccola me: che si sentiva felicissima e molto mondana quella sera al “Picchio d’oro”.

Negli anni successivi, man mano che le cose andavano meglio, e potevamo permetterci piccole e grandi comodità in più, ogni volta che ci guardavamo indietro e potevamo ormai ridere ed esorcizzare i nostri vecchi timori, chiamavamo quelli passati come i nostri anni dell’Albania. L’espressione potrebbe suonare offensiva nei confronti del carico di sofferenze patite dal popolo albanese nella propria terra e nelle traversate in mare e nelle tragedie per raggiungere le nostre coste. E, a dire il vero, nella mia famiglia è abbastanza diffuso un umorismo cinico, come quello di alcune popolazioni balcaniche, capaci di fare ironia pure sulle proprie sventure. Il paragone era ovviamente sbilanciato: per quanto in difficoltà la mia famiglia non fuggiva per mare abbandonando tutto.

Tuttavia non vi era la minima intenzione di offesa: era quella una forma, certo tutta nostra, di empatia. Era sapere che cosa volesse dire “toccare terra”, tirare un sospiro di sollievo dopo l’ansia, la fatica, l’incertezza. La paura di non farcela. Era comprendere e accogliere una richiesta di aiuto perché si sapeva cosa significasse essere in difficoltà. Ai nostri occhi incollati alle immagini di quei barconi stracolmi, rimandate dai tg, associo il ricordo di una partecipazione intima, emotiva, dei miei. All’arrivo dei primi albanesi in paese, il ricordo dell’accoglienza. Di tutti. Anche di quelli che ora non ricordano più niente. Per queste ragioni oggi non posso credere che la povertà o il disagio siano motivi sufficienti a giustificare l’ondata d’odio. Perché è vero il contrario: che, cioè, i poveri capiscono i poveri, i disperati i disperati, i fragili i fragili.

Dico questo perché so che la storia della mia famiglia non è eccezionale ma estremamente ordinaria, e ci sono milioni di persone che potrebbero fare racconti simili. Ne verrebbe fuori un romanzo della nazione completamente diverso dal racconto truculento a cui siamo sottoposti.

Io so che, anche adesso, davanti al televisore c’è una famiglia che non arriva a fine mese che vede le immagini della nave Diciotti e spiega ai propri figli che loro e quei ragazzini sono sulla stessa barca. Che pure loro hanno diritto a sognare scuole di calcio e vacanze, case comode e sicure, cene in pizzeria con gli amici e abiti nuovi.

Il popolo italiano conosce e capisce. Vogliono farci credere che ci sia uno scontro tra popolo ed élite ma questo scontro non esiste. non è così. Quella in atto è una formidabile manipolazione: operata da alcune élite. Come può dirsi, appunto, lo zoccolo duro della Lega di Matteo Salvini, che risiede nelle aree più ricche e produttive del nord Italia. Tali élites si travestono da popolo per dare una legittimazione a idee e azioni antipopolari. Azioni che, al contrario, mirano proprio a “ripulire” il concetto di Popolo come soggetto politico, a renderlo puro e astratto: eliminando da esso proprio il popolo degli ultimi, degli esclusi, dei poverissimi. In questo caso, dei migranti. Dopo aver sdoganato xenofobia e il razzismo queste élites sono al governo e cercano di istituzionalizzarli, quel razzismo e quella xenofobia.

Perciò è il momento che ognuno guardi nella propria storia. Si troverebbe lì molta più verità di quella diffusa con i potenti social network finanziati dalla Russia, e rilanciata da altrettanto potenti e asserviti media. E magari si troverebbe anche il coraggio di raccontarla, quella storia e quella semplice verità, in strada a lavoro a scuola. Persino sui social. Non è molto. Ma solo cominciando a cambiare il racconto unico possiamo coltivare la speranza di cambiare la realtà sociale e politica di un paese che assume toni forme e contenuti sempre più foschi, sempre più spaventosi.

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poco di buono

Leoncillo a Verona

di Maurizio Cecchetti

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Chissà se Matisse quando cominciò a scolpire con le forbici – questo erano i suoi papiers découpé, sagome dai colori primari tagliate nella carta e incollate a formare un dipinto-scultura – aveva in mente l’esempio che Henri Bergson faceva per parlare dell’intelligenza? L’intelligenza è come le forbici del sarto che tagliano le parti di un abito partendo dalla forma intera del tessuto: il loro fine è pratico e il loro metodo fondato sulla razionalità e l’utilità. Ma, diceva Bergson, l’intelligenza non è l’unico accesso al reale, c’è una via più profonda e capace di comprendere in modo dinamico il nostro stare al mondo: è l’intuizione. Prima che vedessimo l’abito tagliato e cucito, quella stessa stoffa era parte di un tessuto intero e l’intuizione era già capace di cogliere in quel pezzo di stoffa la possibilità inespressa ma possibile. Un di più di realtà. Intuizione, lungi dall’essere sinonimo di irrazionalità, è una forma razionale che vede più in profondità, vede dentro l’oggetto e secondo una temporalità che è frutto della sintesi della percezione e della memoria che fonda la nostra coscienza. L’intuizione è “la simpatia per la quale ci trasportiamo all’interno di un oggetto”, dice Bergon, esprimendo in modo più figurato l’etimologia di quella parola stessa.

Negli ultimi anni della sua vita, Maurice Merleau-Ponty aveva accostato questo pensiero bergsoniano, e nel suo testamento filosofico, il breve saggio L’occhio e lo spirito, criticava quel razionalismo che, appunto, si presenta come “pensiero operatorio”, una razionalità che nella sua volontà analitica scompone l’oggetto e pretende di conoscerlo facendolo a pezzi su un tavolo operatorio; come aveva detto Bergson, questo metodo tende a “spazializzare” il tempo, che invece è irriducibile alla ragione che calcola, perché attraverso la memoria depositata in noi e nelle cose, impone una differenza fondamentale fra tempo esistenziale e tempo misurabile (ammesso che si possa dare una “metrica” effettiva al tempo, poiché mentre lo riduciamo in frammenti sembre più brevi esso si dilata o si comprime nella nostra esperienza sfuggendo a un controllo assoluto).

La metafora del sarto e del lembo di stoffa è simile a quella del blocco di marmo nel quale Michelangelo intuiva le forme della scultura che avrebbe ricavato sgrossando la materia e poi portandola poco alla volta alla luce nella sua presente bellezza. Il metodo di Michelangelo, non sembri irriverente o allusivo ciò che sto per dire, come “ostetrica” della forma, come mater che fa nascere ciò che la materia contiene. Testori avrebbe detto probabilmente: mater-materia. In ogni caso, non si tratta soltanto di neoplatonismo quanto dell’estasi della ragione.

Ho lungamente pensato a questo mentre alla Galleria dello Scudo di Verona mi trovavo davanti alle sculture realizzate negli ultimi anni di vita da Leoncillo Leonardi, che come ogni artista grande e anche per la felicità del suo nome, è semplicemente noto come Leoncillo. S’intitola Materia radicale questa retrospettiva che antologizza sedici sculture in terracotta con colori a smalto, e a chi abbia occhi per vedere dice l’immensa, eroica, finale, lotta con la materia che sembra rivivere il tormento dell’ultimo Michelangelo. E ultime sono, infatti, anche queste opere di Leoncillo, quasi nel presentimento di una fine precoce (morì nel 1968 a cinquantatré anni), che datano all’ultimo decennio della sua attività quando questo spoletino, schivo e forse anche troppo appartato, trova una maggiore notorietà grazie alla scoperta della sua opera da parte del collezionismo americano.

Ma non ci sarebbe bisogno di questo per poter dire che Leoncillo è uno dei maggiori scultori italiani del dopoguerra e del Novecento italiano. È proprio il rapporto esistenziale con la materia che connota e unisce la sua ricerca lungo i decenni, e tuttavia se non ci avesse lasciato le opere di quell’ultimo decennio forse potremmo confonderlo con un plasticatore di sublimi “soprammobili”, sculture da tavola o da arredo, cariche di valori lirici resi umanamente tragici dall’ideologia cui Leoncillo restò fedele sempre, quella comunista (ma senza sottomettere l’arte ai dogmi del realismo socialista); opere finite sotta la riduttiva e ingenerosa definizione longhiana di “barocchetto”, laddove invece la scultura ceramica policroma di Fontana sarebbe, come scrisse Sinisgalli, l “barocco”. Il quale Sinisgalli, su “Domus”, nel 1940 aveva parlato di due giovani dioscuri della scultura italiana, il sardo Salvatore Fancello e appunto Leoncillo, come di “enfants terribles”, dove il primo (ancora troppo misconosciuto dalla critica) aveva “un senso plastico meno ossessivo di Leoncillo”. Senso plastico, quindi forma, quindi lotta con la materia, e non simbolica espressione di contenuti dove l’ossessione produce visioni di revenant, di cauchemar o altre affezioni della mente, ovvero una poetica dell’assurdo come informale.

La vera ossessione di Leoncillo è nella sua ultimativa, oltranzista ricerca di far coincidere la propria percezione con la memoria del tempo, secondo la nota immagine bergsoniana del cono rovesciato il cui vertice incide il piano della realtà, non come propensione a tradursi in soluzione razionale e pratica di una intelligenza che vede solo ciò che può controllare, ma come punto nel quale si crea quella discontinuità del tempo che la libertà umana genera con la sua azione, nel “portarsi” dentro le cose. Ecco, l’arte è lo spazio di una libertà che nell’intuizione cerca di correggere la miopia della materia come prassi e come orizzonte, e Leoncillo ci offre una delle più potenti visioni di che cosa significhi “portarsi” dentro l’oggetto che ci chiama e resistere a ciò che vorrebbe dettarci la regola, alla sua ottusità logica.

Gli ultimi dieci anni di Leoncillo sono una rappresentazione del conatus come gesto rivelatore, apocalisse-epifania, che sembra venirci incontro nelle steli-corpi di San Sebastiano (fil rouge della sua intera opera), talvolta alti anche più della misura umana: corpi, costati, ventri che si lasciano colpire, aprire, trafiggere, ferire dalla ricerca, animale e furiosa, disperata, dell’artista, come se con le sue mani aprisse il costato di un corpo per farne uscire il suo umore vitale. Ma da quelle materie “radicali”, intese nella loro originaria protervia, sgorgano sangue, umori, pus, e il fiele di un crocifisso che diventa immagine universale del “non finito”. Non una mera questione estetica, poiché l’arte è sempre finita e non finita, ma il grido che qualcosa resiste, dura, oltre le nostre passioni distruttive. E la luce che si sprigiona da queste sculture è il testimone sacro di Leoncillo.

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