pianeta

Birmania: storia tragica di una minoranza

di Emanuele Giordana

illustrazione di Joohee Yoon

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La maggior parte delle volte le storie di confine sono drammatiche. Dove un cartografo disegna una frontiera, approfittando di un fiume, di una catena montuosa o semplicemente tracciando una linea retta su un territorio che la mappa geografica rende asettico, vivono persone e animali e si dipana la storia infinita della biodiversità. La geopolitica tiene poco in conto le persone (gli animali e la biodiversità) ed è semmai attenta alla proprietà (se è in mano a uomini potenti) o ai prodotti della terra, siano essi agricoli o fossili. Le vicende che in questi giorni hanno a che vedere con la fuga dal Myanmar verso il Bangladesh di 500mila rohingya, una minoranza musulmana che vive (o meglio viveva) nello Stato birmano del Rakhine, hanno molto a che vedere con la storia di un confine – quello tra il mondo birmano e quello bengalese – che nei secoli si è spostato, cambiando di mano e di segno in seguito a guerre, dispute, cambi della guardia al vertice dei poteri che, di volta in volta, hanno comandato su questi territori.

pianeta

Il turista nudo

di Marco D’Eramo, a cura di Fabiano Mari

illustrazione di Blutch

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L’industria di questo secolo
Si è cominciato a parlare di “industria turistica” seguendo la traccia di “industria culturale”, formula sintetica che Adorno e Horkheimer coniano per definire il prodotto culturale come oggetto standardizzato, destinato al consumo di massa. Industria culturale ha avuto da subito un’accezione tendenzialmente negativa: la cultura è storicamente una cosa elitaria e artigianale. Industria culturale era quasi un ossimoro, che però riguardava l’oggetto e non la produzione. Nel mio libro (Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo, Feltrinelli 2017)  dico che il turismo è un’industria nel senso in cui Marx e Engels parlavano di industria a Manchester, cioè nella materialità dei modi di produzione. In astratto il turismo fornisce servizi, ma è al punto-cerniera di tutte le industrie materiali più importanti: se non ci fosse il turismo sarebbe quasi scomparsa l’industria aeronautica, quindi dall’industria turistica dipende la produzione di aerei (elettrotecnica, elettronica, metallurgia avanzata); la rete delle infrastrutture spesso è stata costruirita in funzione del turismo: autostrade, porti, aeroporti; l’industria navale con le navi da crociera; l’industria automobilistica, che in buona parte deve la sua esistenza al turismo (se la gente non dovesse spostarsi in macchina per andare in vacanza probabilmente userebbe l’auto molto meno); basti pensare a tutte le residenze secondarie, tutte le case sorte sulle nostre coste e su quelle spagnole e turche, le case costruite in montagna. Tutto quest’insieme ha una materialità immane, tanto è vero che si calcola che il turismo contribuisca per l’8% circa all’inquinamento mondiale, ed è un dato in aumento. Per questo si fanno sul turismo gli stessi discorsi ipocriti che si facevano in passato sull’industria chimica: come cianciavamo dell’industria eco-compatibile, così ora auspichiamo il turismo eco-compatibile, il turismo sostenibile.

poco di buono

Cinema. Raccontare il Salento

di Piergiorgio Giacché

una scena del film La vita in comune, di Edoardo Winspeare

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C’è qualcosa nello sguardo del regista salentino Edoardo Winspeare che forse non si invidia ma che francamente si ammira. Una serenità solida e intanto un’ironia leggera con cui si aggira nel suo Territorio e si specchia nel suo Popolo: due parole corrotte, la prima dal turismo e la seconda dal populismo, ma ancora magicamente “salve” grazie agli occhi e ai film di Edoardo, da sempre girati “a chilometro zero”.

Se però lo spazio ovvero il set è sempre lo stesso, molto tempo è passato e il sentimento è cambiato anche per Winspeare: lo si è visto nascere, e poi lo si è visto crescere e adesso ha perfino preso il volo. Che si vuol dire? Che ai tempi di Pizzicata era appena un innamorato del Salento ma poi si è trasformato in amante adulto e attento e aperto fino ad arrivare In grazia di dio. Adesso, con Vita in comune, il film presentato alla Mostra di Venezia nella sezione “Orizzonti”, ha incominciato a volar via portandosi dietro discendenze ma soprattutto trascendenze salentine. Così, dall’innamoramento all’amore è salito ancora, fino a un rapporto capovolto: adesso, secondo me, è lui l’Amato ovvero l’eletto figlio di una terra che è stata invasa dalla moda, soffocata dal successo, traviata dal turismo. Oggi che in terra d’Otranto la taranta pizzica pizzica centomila persone per volta nei concertoni di mezza estate, oggi che le spiagge e le calette e perfino gli scogli sono al tutto esaurito, che le città salentine si gonfiano di soldi e di case e nelle campagne non ci sono più paesi “sperduti”… oggi davvero le storie e le scelte di Edoardo fanno insolita meraviglia e incantata critica, nel mare e nella terra di una Puglia ormai tutta da bere e mangiare e ballare…

poco di buono

Cinema. L’eredità di Rossellini

di Bernardo Bertolucci, Jonas Carpignano, Roberto De Paolis, Leonardo Di Costanzo, a cura di Emiliano Morreale

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Di Roberto Rossellini le Edizioni dell’asino hanno ripubblicato di recente Il mio dopoguerra, uno scritto bellissimo, e quest’anno fanno quarant’anni dalla morte di Rossellini. I registi italiani migliori delle ultime generazioni hanno ben presenti l’eredità e il modello rosselliniani, e credo anzi che in questo momento stiamo assistendo a un piccolo trionfo di Rossellini. Forse finalmente il cinema italiano è diventato un po’ rosselliniano; può sembrare paradossale, perché Rossellini è uno dei padri del nostro cinema, però io credo che il nostro cinema sia stato troppo poco rosselliniano. È stato tante cose, è stato zavattininano, agescarpelliano, è stato commedia all’italiana, è stato neorealismo, è stato cinema politico e declamatorio eccetera. Forse è stato perfino più rosselliniano il cinema francese dell’italiano. Il titolo che abbiamo dato a questo incontro è una frase di Prima della rivoluzione, il film di Bertolucci del 196364, “Non si può vivere senza Rossellini”, una frase detta tra il serio e il faceto da uno dei personaggi del film, che era poi Gianni Amico, lui stesso un rosselliniano di ferro. A un certo punto questo amico cinefilo del protagonista si congeda dicendo: “Vi ricordo che non si può mica vivere senza Rossellini”. Partiamo da Bernardo Bertolucci, e da questa frase. In quell’anno ’63-’64 che cos’era Rossellini per te?

Bertolucci Rossellini in Italia è stato riscoperto grazie ai “Cahiers du cinéma” dopo i film meravigliosi che aveva fatto, da Roma città aperta a Germania anno zero e poi a Francesco (che a capire meglio di tutti fu Ingrid Bergman). Rossellini io l’avevo imparato sui “Cahiers”, e avevo visto allora i film sublimi che aveva fatto, che in Italia non erano stati abbastanza apprezzati. Quando nel mio film dico “non si può vivere senza Rossellini”, nel film, mi viene in mente la prima volta che entrai nella Cinémathèque (ero stato invitato da Langlois con Prima della rivoluzione), e avevo visto lo schermo che stava sul muro di fondo della Cinémathèque, e chiesi a Langlois: “Come mai questo schermo così grande?”. E lui: “È per i film di Rossellini, per le sue inquadrature. Non si sa mai: potrebbero espandersi in basso, in alto, a destra, a sinistra!” Ma Rossellini ha ancora la capacità di mandare vibrazioni come quelle che fanno dire a Langlois che le sue inquadrature potrebbero espandersi in qualsiasi direzione e momento? Cosa ne pensano i nostri giovani registi?

poco di buono

Film italiani a Venezia

di Emiliano Morreale

particolare del poster di Nico, 1988, di Susanna Nicchiarelli

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Tanti film italiani a Vanezia, troppi. Contando anche i documentari, quasi una trentina di lungometraggi, più un buon numero di corti. Abolito anni fa il ghetto degli italiani (un tempo era la famigerata sezione “De Sica”), ci si è trovati però davanti a un numero esorbitante di titoli piccoli e grandi, dei quali una metà sarebbe forse potuta rimanere a casa. Eppure il panorama che veniva fuori dalla Mostra era tutt’altro che sconsolante, soprattutto per la varietà. Da Cannes, era venuta fuori un’immagine un po’ parziale del nostro cinema: i migliori film sembravano appartenere a una scuola ben determinata, quella del dramma sociale sulla periferia o su mondi marginali, con protagonisti adolescenti o ragazzi, girato facendo tesoro del metodo documentario, con attori spesso non professionisti: Cuori puri, L’intrusa, A Ciambra rappresentavano non solo il meglio del nostro cinema, ma anche l’ipotesi di una scuola, con i rischi eventuali dell’imitazione e della ripetizione.