Gli Asini - Rivista

Educazione e intervento sociale

  • Chi siamo
  • Rivista
  • Acquista / Abbonati
  • Chi siamo
  • Rivista
  • Acquista / Abbonati

PER GOFFREDO, UN ANNO DOPO. Goffredo, critico

12 Luglio 2026
Piergiorgio Giacchè

 

Un caso non è mai un caso. Così, l’anno scorso, mi è capitato di andare al cinema con Goffredo per l’ultima volta e forse per lui sarà anche stato l’ultimo film che ha visto: “Il Critico” di certo Anand Tucker girato nel 2023. Inutile dire che non ci è piaciuto (per tacere di Fofi che si è incazzato), ma infine la trama era quella classica del potere del critico cattivo e dei suoi tanti possibili “Crimini tra le righe”, come suona l’accattivante sottotitolo aggiunto all’edizione italiana del film.  

Roba da c’era una volta, visto che da tempo è il Critico a non esserci più. Gli hanno tolto la poltrona regale e la penna micidiale e infine la pagina di giornale… E non sarebbe stato un male, se non fosse stato sostituito e moltiplicato con i tanti siti e i troppi sitibondi che si candidano a scopritori di nuovi talenti, spesso lanciando i loro cuori oltre l’ostacolo della totale mancanza di “cultura critica”, di cui Goffredo era forse l’ultimo maestro. 

 

Goffredo era un critico, dicono Tutti, aggiungendo poi “di cinema e teatro e letteratura e davvero eccetera…”, giacché non c’è stato genere culturale e linguaggio spettacolare che Fofi abbia trascurato. Ma molti infine trascurano come questa somma faccia il totale delle due vere discipline di cui Goffredo era competente: sì, proprio la Critica e l’Etica. Due cose che non vanno di moda e anzi hanno perso il modo e il senso, e perfino la possibilità.

Goffredo Fofi predicava e praticava due “virtù”, la curiosità e la generosità, che nel suo caso diventavano estremismi e si traducevano in avidità insaziabile di conoscere e disponibilità frenetica di incontrare, orientare, aiutare. Diceva che “il suo mestiere era quello di far conoscere gli Uni agli Altri”, ma sapeva scegliere i primi uno per uno, e a ciascuno faceva conoscere quegli altri a lui consoni o adeguati.

Non voleva cioè conoscere tutto o incontrare tutti, ma seguiva la bussola che aveva orientato la sua vita fin da ragazzo, e che indicava la direzione contraria, verso il polo sud: quello degli ultimi che saranno i primi, e che non sono solo i poveri e gli infelici, ma anche gli ultimi nati: i bambini e i giovani di sempre nuove generazioni, a cui insegnare e da cui imparare (o viceversa, prima imparare perché curioso e poi semmai insegnare perché generoso).

E ancora Tutti – e perfino lui – chiamano Pedagogia quell’attitudine che invece comincia e continua come ostinata proiezione: Goffredo infatti non ha piglio magistrale o senso paterno, ma lo spirito fraterno di un sempreverde che si è sentito giovane e perfino bambino tutta la vita. Perché poi vecchi e saggi e critici si diventa, ma spettatori ingenui e incantati si nasce e si cresce “a tempo e luogo”, come è toccato a Fofi, che spesso ricorda quanto la sua piccola città e la sua epoca siano state determinanti, sia per scoprire un Modo che per poi aprirsi al Mondo… dove andarsene in giro e in cerca in continuazione. 

Un luogo isolato e perfino chiuso dove tutti nascono parenti o crescono vicini, e un tempo prima antico e tradizionale e poi finalmente nuovo e pieno di occasioni dell’avvenire e ambizioni del divenire. Un paese piccolo come Gubbio e un’epoca aperta come il Dopoguerra, che non erano in contraddizione per chi in quel luogo non perdeva tempo, e si alimentava di tutti i segni e i sogni disponibili: segni sacri in chiesa, scuola e biblioteca, e sogni profani da spiare al cinema o sfogliare in edicola o infine incontrare a teatro.

“Chi ha una certa età ed era curioso… – scrive Fofi già settantenne (1) – quella stagione ha avuto modo di viverla, di frequentarla da spettatore godendo dei suoi esiti migliori, i più solidi, i più vivi.  

È stato così, per quanto mi riguarda, per il teatro di piazza, i cantastorie e i contastorie, i giocolieri e i comici, è stato così per il teatro di burattini e di marionette, per il teatro dialettale e per l’avanspettacolo, per le compagnie di giro alla D’Origlia-Palmi e per quelle della lirica, le ultime di tradizione ottocentesca, è stato così per il fotoromanzo e per il fumetto eccetera – una fortuna di cui pochi hanno saputo approfittare da spettatori curiosi e incantati, come è stato fortunatamente il mio caso”.

Nessuna meraviglia se – fra tutti i generi culturali e linguaggi spettacolari di cui Fofi si è occupato – sia stato sempre il Teatro a farla da padrone nell’orientare i gusti e nell’influenzare un suo metodo: per dirla in latino, è in teatro che si indossa un habitus e si apprende un ethos “critico”. 

Certo, conta l’aver vissuto quelle antiche “stagioni” in cui il teatro era diffuso ed egemone come spettacolo, ma la sua influenza dura per sempre e vale per tutti, se è vero che solo a teatro si è chiamati in causa prima ancora di godere del suo effetto; se è vero cioè che la relazione tra attore e spettatore è un’esperienza formativa insostituibile e poi trasferibile in ogni altro ambito spettacolare. E Goffredo – in tutti gli ambiti da lui frequentati e criticati – si è sempre spinto e speso in stretta relazione con tutti gli artisti o attori o scrittori che gli è riuscito di incontrare, dimostrando che la competenza del critico non la si fa con l’erudizione, ma con l’attiva interazione e perfino occasionale partecipazione al processo creativo. In qualche modo si deve “essere del mestiere” per poter passare al dovere di un confronto intellettuale: le interviste e le recensioni, se proprio si devono fare, vengono dopo e valgono meno degli “incontri ravvicinati del secondo tipo”, in cui si dialoga appunto da seconda persona, che recita un suo “ruolo” nel senso teatrale del termine. 

Certo, si sono ormai succedute mille mode lontane e ignare e contrarie alla modalità relazionale del teatro; certo, in altri generi e linguaggi e contesti cambia la fruizione e la funzione di un consumo culturale invasivo e imperativo, ma – almeno per molte generazioni – non si dimentica mai l’eredità e insieme la primogenitura del teatro.

E finché e per chi questa esperienza è durata, è stata, come si dice in chiesa, “cosa buona e giusta”.  

Il caso o l’esempio di Goffredo Fofi non va forse generalizzato (anche se non è unico, ma in rara e però buona compagnia), ma dimostra che se si nasce “spettatore teatrale”, si può diventare anche “attore sodale” di una partecipazione e interlocuzione tutta soggettiva ma anche necessariamente politica. Perché poi, nei tempi e nei teatri di sempre, il Pubblico è Politico e – messo davanti ad una pubblica proposta d’arte e scelta di parte – ha il dovere (ben più che il diritto) di valutare quanto essa contribuisca alla critica della società e – se si vuole e ci si crede – alla rivoluzione della realtà.  Rivoluzione forse suona come un’esagerazione, ma per Fofi è questa la ricorrente “parola di disordine” che – almeno nei mondi e modi dell’arte – conviene adoperare, se non altro per ricordare a chi si mette in scena (o in altro luogo e linguaggio si mette all’opera) che l’attività culturale può avere un Senso alto e altro quando non si accontenta del riconoscimento di una Funzione, ma sfida – sia pure per finta – “lo stato delle cose presenti”. 

Così, a una cultura che critica la politica, deve corrispondere un’arte che nasce come critica della cultura; ed è infatti all’attore che spetta il primo e vero “atto critico” – diceva Carmelo Bene – e allo spettatore è concesso un commento o un dissenso, a patto che non faccia come quel critico parassita che si fa spazio e bello, mentre in realtà “dorme in un letto altrui”(2).

Era un estremismo e magari è diventata un anacronismo la radicalità di una politica culturale che precede e discute la cultura politica, qualunque essa sia. Ma era in effetti questa la convinzione e la lezione di quando una studentesca rivoluzione culturale pareva auspicare una “politica ridefinita”(3) – come era scritto in quegli stessi Quaderni Piacentini in cui Goffredo Fofi sconsigliava i film da non vedere e i libri da non leggere, non per atteggiarsi a critico famoso ma come umile e ultima provocazione possibile, davanti all’immensità del mercato dei consumi e della società dello spettacolo che allora sembrava di poter contestare, pur consapevoli di non poterla contrastare nemmeno un po’. 

A rileggere quegli ultimi affondi critici in negativo, si rimane adesso spiazzati per non dire pentiti: è diventato uno scandaloso reato scagliare contro un film o un libro una qualunque pietra. Oggi per chi scrive (cioè per tutti) ma anche per chi legge (di tutto) “non bocciare” – santo precetto scolastico rubato a don Milani – è diventato un dogma della religione del creativismo universale; oggi le stroncature sono rare e fatte a fini personali, anzi di personaggi; oggi l’aspirante critico sceglie di recensire soltanto “a fin di bene”, magari tra gli amici e spesso tra giovani esordienti da mettere sotto protezione e sotto scopa; oggi, la lingua critichese è farcita di complimenti e complementi filosofici, dimenticando che in cielo e in terra ci sono più brutte cose di quante Orazio ne pensi e Amleto ne dubiti. 

In conclusione, non c’è più nessun Critico che sia all’altezza della bassezza del momento in cui viviamo, e del supermercato culturale che tutti frequentiamo e soprattutto festeggiamo: “ricordati di santificare le feste” è ormai il primo comandamento predicato e amministrato da ogni Assessore alla cultura, che è oggi diventato il primo attore e il vero autore dell’Evento – definizione prima e confezione ultima di ogni progetto o prodotto o precotto di arte e cultura e di varia (e vuota) umanità.  

“L’umanità forse non merita di sopravvivere” è l’ultima sconsolata domanda a cui si approda, ma forse è quella da cui conviene partire se si è apocalittici come Goffredo Fofi. E il pessimismo non c’entra, perché il sentimento della fine determina in realtà la postura di un critico ottimista e aperto, e ancora curioso e generoso: “ogni giorno è l’ultimo, ed è appunto il giorno del giudizio”, è il presupposto di chi vive l’urgenza e la necessità di capire, incontrare, valutare  e infine criticare tutti, ma ovviamente a cominciare da sé. L’autocritica nasce prima della critica e in continuazione la ridiscute: ogni nuovo giorno il giudizio può essere confermato o sconfessato, a seconda di come cambia il testo dell’attore o la testa del lettore, e soprattutto quel contesto storico e sociale dentro (e contro) il quale ogni proposta culturale o produzione artistica deve dare il suo umile ma utile contributo.

Forse però l’Apocalisse è già arrivata, e non c’è Rivoluzione culturale che possa esorcizzare l’attuale Rivelazione di un finimondo consumista e spettacolare, globalizzato e totalitario. Forse allora non serve più alzare l’indice sui libri da non leggere e film da non vedere, perché sono ben altri i peccati mondani e mortali della attuale politica culturale, fatta di festival dissennati e disseminati su un tempo libero diventato eternità e su un luogo qualunque trasformato in location. Una situazione che – vista e visitata “all’italiana” – aggrava la diagnosi sul cattivo buon senso pubblico e politico, che vede nella cultura da vendere (e da mangiare) la sua orgogliosa riscossa identitaria e la sua invidiabile risorsa economica.

La cultura è “l’oppio del popolo”(4) è stata l’ultima accorata bestemmia di Goffredo, che fa il paio – ma fa anche i conti – con l’intima preghiera di salvare almeno il soprabito del critico, fatto di quattro note esortazioni etiche di Fofi: resistere, studiare, fare rete e… rompere i coglioni!

Ed è proprio dall’ultima che occorrerebbe ripartire, certo alla luce – capitiniana – della scelta della nonviolenza, che è poi anche non menzogna e prima di tutto non collaborazione! 

È sicuramente la collaborazione il peccato originale di chi fa il mestiere o crede al dovere del critico: non c’è più nessuno di loro (e di noi) che sfugga all’intesa con il “nemico”, che poi è spesso il coglione di turno e di potere, che è proprio quello da “rompere”. Non è la sopravvivenza che ci spinge, ma l’apparenza quella che ci inganna di più: quanti siamo coinvolti in commissioni, direzioni, consulenze o altre perfino più strette e convenienti “collaborazioni”?

Goffredo a questo proposito – e in caso di vero bisogno – proponeva di distinguere il culo dall’anima, ma la loro distanza non è poi così trascendentale: c’è in entrambi i casi un equivoco rapporto fra dolore e piacere, poiché anche l’anima bella fa spesso male… Ma infine, se il compromettersi e perfino il sottomettersi è inevitabile, ci sono comunque oscenità che vanno evitate, denunciate e perfino felicemente derise. Si dimentica o si sottovaluta, infatti, il potere di sfottere invece di piangere, mentre è proprio l’assenza di humour il sintomo di una malcelata complicità. La satira politica fa ormai solo spettacolo, ma la critica culturale avrebbe ancora un’efficacia teatrale, se tornasse a ironizzare sull’imbecillità, irridere fino al disprezzo, ridicolizzare pubblicamente almeno le iniziative più pericolose per l’anima o gli eventi più stupidi del culo…

Ognuno ha il suo Territorio di residenza (politica) e penitenza (culturale), e allora scelgo dai giornali locali un esempio comico limite – fra i tanti che sono tragici e oltre il limite – per chiudere in allegria questo tardivo colloquio con Goffredo, che è umbro come me. 

A Spoleto, l’anno scorso dal 4 al 7 dicembre si è aperta la quarta edizione di “EaT – Enogastronomia a teatro”. Dal programma di sala (da pranzo) estraggo qualche riga sul “cibo che diventa linguaggio, gesto, memoria, spettacolo”:

La città del Festival dei Due Mondi… è la casa dell’unico evento in Italia che crea un connubio originale tra cibo e cultura… Produzioni innovative e indipendenti, con cibo e vino che torneranno ad essere protagonisti, grazie ad attori, musicisti, chef, critici enogastronomici e sommelier…

Tra le novità di quest’anno ci sarà “A TAVOLA”. Lo spettacolo, che vuole mettere in scena il rito della tavola a 360 gradi, celebra il mangiare insieme come atto di comunità e la mise en place come arte dell’accoglienza… Tra ironia e poesia, il sipario si aprirà sull’atto di “mangiare insieme e apparecchiare”, un rito antico, capace di rafforzare i legami e di dare forma alla memoria collettiva. Tra le novità del 2025, inoltre, anche uno spettacolo dedicato ai bambini con “Shakespeare a colazione”!

 

NOTE

  1. G. Fofi, Il paese della sceneggiata, Medusa, Milano, 2017, cfr. p. 6. 
  2. E’ la sintesi di una frase di Léon Bloy, citata da Carmelo Bene in televisione (Mixer Cultura, 15.02.1988): “Il critico è colui che ostinatamente cerca un letto in un domicilio altrui”.
  3. C. Donolo, La politica ridefinita. Note sul movimento studentesco, “Quaderni piacentini”, n. 35, anno VII, luglio 1968.
  4. G. Fofi, L’oppio del popolo, Elèuthera, Milano, 2019.

info@gliasini.it

 

Centro di Documentazione di Pistoia

via Pertini snc, c/o Biblioteca San Giorgio – 51100 Pistoia

p.iva 01271720474 – codice destinatario KRRH6B9

IBAN: IT92 Y030 6913 8301 0000 0001 643

centrodocpistoia.it

Privacy Policy – Cookie Policy - Powered by botiq.it