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Scuole in rivolta: oggi in Spagna, domani in Italia?

Illustrazione di Beatrice Pucci
1 Giugno 2026
Marco Meotto Stefania Savoia

Mentre in Italia il dibattito sulla scuola si accende episodicamente – di recente per la riforma degli istituti tecnici –, in varie regioni della Spagna – su tutte Catalogna, Comunità Valenciana e Madrid – è in corso da settimane un’ondata di mobilitazioni che stupisce per intensità e radicalità.

Scioperi a rotazione, blocchi stradali, manifestazioni affollate e la minaccia concreta di far saltare la conclusione dell’anno scolastico.
A scatenare le proteste sono stati rinnovi contrattuali inaccettabili, ma le rivendicazioni puntano a un’idea diversa di istruzione e a restituire dignità al lavoro educativo. In Spagna i tagli all’istruzione seguiti alla crisi del 2008 non sono mai stati recuperati.
A Barcellona, a marzo, una parte dei sindacati aveva accettato un rinnovo contrattuale con aumenti giudicati insufficienti. Ma un referendum tra i lavoratori ha clamorosamente bocciato l’intesa, innescando un ciclo di proteste che non si è più fermato.
Come racconta Roger Rovira Pineda, maestro di Barcellona, ciò che ha fatto esplodere l’indignazione non è stato l’accordo in sé, ma il modo in cui è stato imposto. Il testo di marzo era circolato nei gruppi Telegram dei docenti prima della trattativa, così, quando i vertici sindacali si sono seduti al tavolo, è stato chiaro a tutti, praticamente in diretta, che fingevano di negoziare ciò che avevano già deciso. “Una stupidaggine che ha generato un malessere profondissimo”, chiarisce Rovira Pineda.

Non è un caso che, parallelamente agli scioperi, oltre 1.300 direttori scolastici catalani – l’equivalente dei nostri presidi – abbiano firmato un manifesto che nel complesso supporta le mobilitazioni. I docenti non chiedono solo più salario, ma – scrivono i presidi catalani – vorrebbero che il loro lavoro mantenesse ancora un senso. Insomma, le decisioni nel campo dell’istruzione non possono essere calate dall’alto senza consultare chi la scuola la fa ogni giorno. È una domanda di democrazia che investe il significato stesso del lavoro educativo.
Come a rispondere all’assenza di dibattito pubblico e allo svuotamento di senso delle discussioni ufficiali nei “claustros” – i collegi docenti nella penisola iberica -, in tutti gli istituti sono nati collettivi di scuola che poi confluiscono nell’Assemblea Educativa de Catalunya, che ha appoggiato un calendario di 17 giornate di sciopero tra maggio e giugno.
È proprio grazie a questo laboratorio permanente di confronto democratico che le rivendicazioni hanno superato la questione salariale, pur molto sentita, visto che i docenti catalani sono tra i meno pagati di Spagna. Sotto accusa è stato messo un intero modello di scuola, che le politiche neoliberiste hanno impoverito nelle risorse e indebolito negli obiettivi formativi.

Esempio lampante è il decreto catalano sull’inclusione del 2017: una legge di buon senso, che richiedeva a tutte le scuole di sviluppare pratiche di accoglienza per ogni tipo di differenza o diversità. Ma la Generalitat – cioè il governo locale – non ha mai stanziato le
risorse adeguate. Il risultato è che oggi mancano insegnanti di sostegno, educatori, logopedisti e figure specialistiche, oppure, dove queste figure ci sono, sono stati tagliati altri servizi come i corsi di alfabetizzazione per stranieri: si include da una parte, per escludere dall’altra. Come ha ribadito Rovira Pineda, “l’’inclusione, senza risorse, è una parola vuota”. O peggio: un peso scaricato sulle spalle di docenti lasciati soli in classi affollatissime e sempre più complesse. Anche nella vicina Comunidad Valenciana la mobilitazione è ormai permanente.

Mariona Saura Mallen, docente in un istituto di uno dei quartieri più disagiati di Valencia, ci precisa che anche in questa regione la lotta non si limita al salario, pur essendo forte la richiesta di recuperare il potere d’acquisto degli stipendi di chi lavora nella scuola.
Tra i temi di ordine pedagogico e organizzativo c’è, ad esempio, un annoso problema del numero di alunni per classe (la “ratio”), che alle superiori arriva fino a 35, pur in presenza di studenti con disabilità. I docenti valenciani chiedono che la “ratio” sia ridotta nettamente in generale, ma in particolare in presenza di allievi con bisogni educativi speciali in classe. A ciò si aggiungono infrastrutture fatiscenti: il piano edilizio regionale ha subìto tagli per il 50% dei fondi. Con l’avvicinarsi della stagione estiva nelle aule letteralmente ci si scioglie, con temperature che regolarmente superano i 30 gradi, perché solo una parte degli edifici scolastici è dotato di impianti di condizionamento.
C’è poi il sabotaggio della formazione professionale pubblica a vantaggio di enti privati, spesso ecclesiastici, i quali – grazie a una legge regionale del 2008 – possono ricevere finanziamenti pubblici.
Ultimo tema molto sentito nella mobilitazione valenciana è la richiesta di abrogare la Ley de Libertad Educativa, una legge regionale fortemente voluta dal PP e da Vox che, dietro il nome accattivante, nasconde l’intenzione di penalizzare fortemente il bilinguismo.
Secondo molti di coloro che scendono in piazza – e che vorrebbero il ritorno alle disposizioni precedenti – la legge attuale, mentre dichiara di voler garantire la “libertà di scelta” delle famiglie sulla lingua in cui far studiare i figli, nella pratica introduce un sistema di segregazione. Nelle zone a maggioranza castigliana, come la provincia di Alicante, rende quasi impossibile attivare classi in valenciano, anche quando le famiglie lo richiedono; viceversa, nelle zone dove si parla valenciano la legge in vigore permette comunque di ridurre l’insegnamento del valenciano, attivando classi in cui la lingua prevalente è il castigliano: ciò comporta che bambini della stessa scuola ma di classi diverse potrebbero non avere una lingua comune d’uso.

Dietro l’elenco delle rivendicazioni si intravede un disegno coerente a cui i docenti valenciani stanno rispondendo. In un comunicato unitario i sindacati della scuola lo hanno chiamato con il suo nome: smantellamento della scuola pubblica. La risposta non è solo difensiva, ma prefigura l’idea di una scuola “bene comune”: un sistema educativo meglio finanziato, inclusivo nei fatti e non solo sulla carta, laico e democratico, dove le famiglie non sono pensate come clienti ma come alleate. Non a caso, a Valencia come in Catalogna, i genitori sono stati invitati alle assemblee e oggi sostengono la mobilitazione. “Li abbiamo invitati alle nostre riunioni – racconta Saura Mallen – e ora ci sostengono per il miglioramento delle nostre scuole e di tutto il sistema educativo”.
Il grande ciclo di mobilitazioni è partito dopo mesi di confronto senza esito con la Consigliera dell’Educazione, Maria Ortí del PP, sul cui tavolo le richieste dei docenti giacciono da settembre. Di fronte alla rigidità del governo locale le principali organizzazioni sindacali della scuola – supportati anche da centinaia di direttori scolastici pronti a dimettersi – hanno indetto uno sciopero indefinito che è tuttora in corso e che prelude alla possibilità di non concludere l’anno scolastico, se non si tornerà al tavolo con una proposta credibile.

Infine è giusto ricordare come anche a Madrid, sin dal mese di aprile, gli educatori e le educatrici del primo ciclo della scuola dell’ infanzia ( 0-3 anni), siano in sciopero “indefinido”. Come ci racconta Irene Rodriguez, educatrice di Madrid, chi lavora nel primo ciclo della scuola dell’infanzia, viene spesso considerato “inferiore”. A questa importante parte del percorso educativo non viene data la giusta considerazione né dal punto di vista del salario e del carico di lavoro né tantomeno per quanto riguarda, anche in questo caso, “la ratio” che è ancora più determinante in classi con bambini così piccoli.
Le azioni di lotta, coordinate dalla Plataforma de Escuelas infantiles – PLEI, includono manifestazioni, festival e azioni dimostrative al grido di “Educamos no guardamos”, chiara rivendicazione della funzione emancipante di questo livello iniziale del percorso scolastico, che non può essere ridotto a semplice accudimento, come ancora crede tanta parte dell’immaginario comune.

Cosa manca in Italia per avviare una mobilitazione che parli alla società civile e non solo al corpo docente? La lezione spagnola è chiara: a Barcellona e Valencia non si sciopera per qualche punto percentuale in più in busta paga, ma per un’idea di scuola – inclusiva, democratica, pubblica – e per il diritto di costruirla con la partecipazione dal basso, con famiglie e territori, invece di subirla come imposizione che arriva dalle stanze dei palazzi del potere.
In Italia, i sindacati più rappresentativi hanno accettato in breve tempo vaghe promesse sulla riforma degli istituti tecnici, così come hanno rinnovato l’ultimo contratto nazionale senza una sola ora di sciopero. D’altra parte anche quando gli scioperi sono convocati, l’adesione qui in Italia – vuoi per la frammentazione, vuoi per la sfiducia verso le organizzazioni – è bassa e frammentata.
Gli esempi catalano, valenciano e madrileno ci mostrano invece che un’altra strada è possibile: un sindacalismo che non si accontenta di gestire l’esistente, ma usa lo sciopero con sacrificio e intelligenza per ribaltare i rapporti di forza e aiutare a costruire un’altra idea di scuola.
A Barcellona e Valencia come a Madrid stanno provando a scrivere la storia. Chissà, oggi in Spagna, domani in Italia?

* Stefania Savoia e Marco Meotto sono docenti di un Liceo di Torino. Fanno parte di Assemblea Scuola Torino, un collettivo indipendente di docenti e cittadine/i che discute, riflette e lotta affinché la scuola sia spazio soggettivante, libero, laico, democratico e aperto a tutte e tutti.

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