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Mubi Fest a Napoli: un festival nell’era dei temporary store

Foto di Daniel Guerra su Unsplash
Foto di Daniel Guerra su Unsplash
11 Luglio 2026
Armando Andria

“Chi di voi conosce già Mubi?” arringa così il pubblico (non foltissimo, a dire il vero) del cinema Filangieri la delegata di Mubi nel suo intervento d’apertura, incaricata dal palco di dare avvio al Mubi Fest, per la prima volta a Napoli (3-5 luglio), e accogliere subito dopo Valeria Golino, prima star invitata a intervenire.

In questa serata inaugurale, così come nei giorni che hanno preceduto il lancio della manifestazione, non si è fatto nessun cenno alle insidiose vicende che tengono Mubi al centro delle critiche da circa un anno, legate al sostanzioso ingresso nella sua compagine azionaria del fondo Sequoia Capital, lo stesso fondo che foraggia Kela, startup israeliana attiva nel ramo dell’intelligence e focalizzata nella realizzazione di sistemi informatici di sicurezza. Ok, probabilmente un festival non è la sede per affrontare certe questioni e quindi non ci si aspettava niente di diverso. Rimane però e anzi si intensifica il disagio, per usare un eufemismo, del pubblico più sensibile e attento, lo stesso disagio che, nel silenzio e nelle risposte insoddisfacenti dei responsabili di quello che è ormai un colosso del cinema mondiale, ha spinto decine di migliaia di utenti in tutto il mondo a disattivare i propri abbonamenti negli scorsi mesi; proprio mentre la società guidata da Efe Çakarel conosceva, probabilmente anche in virtù dell’apporto di Sequoia, una fase di notevole espansione dei suoi orizzonti distributivi e produttivi.

Ma torniamo all’attacco dell’intervento della delegata Mubi che subito appare una dichiarazione d’intenti molto chiara da parte della piattaforma, dicendo essenzialmente due cose: 1) siamo qui per vendere il marchio, 2) non abbiamo la minima idea di dove stiamo atterrando, di chi abbiamo di fronte. D’altra parte il Mubi Fest è un festival, o festa per rispettare il nome che si è dato, allestito da una società di distribuzione per promuovere il suo nome e il suo catalogo: come fosse il Warner Bros Film Festival o il Lucky Red Film Festival o il Netflix Film Festival. Tutti i film in programma nei tre giorni di manifestazione sono rigorosamente film Mubi, attualmente disponibili sulla piattaforma o fresche acquisizioni: come i film di Refn, di Karim Aïnouz, di Ira Sachs, passati qui come anteprime italiane. Anche la partecipazione di Golino e il dialogo a cui si presta in apertura dell’evento ruotano attorno al ruolo di guest-curator che Mubi le ha appena affidato: l’attrice-regista ha selezionato dieci titoli della storia del cinema di cui la piattaforma ha appena acquisito i diritti e che saranno online da settembre. Questa tre giorni napoletana è una declinazione di un format centralizzato: prima ci sono state, a partire dal 2024, Roma, Buenos Aires, Santiago, Milano, Manchester (tra le altre), a breve il testimone passerà a Chicago e Istanbul.

Ma cosa rappresenta un festival in questo scenario?

“Il massimo che può fare un festival è trattare e amare i film come si trattano e si amano le persone”, ha scritto una volta Enrico Ghezzi. E i film, al Mubi Fest napoletano, non mancano e sono ovviamente di qualità (alle opere dei registi citati sopra si aggiungano almeno L’inconnue di Arthur Harari e l’importante recupero Il nero di Giovanni Vento). Sono proiettati in alcuni casi in location suggestive, come la Villa Floridiana, che aggiungono richiamo scenografico all’operazione (con tanto di biglietto d’ingresso, va detto). Ma in che tipo di relazione sono proposti al pubblico? Non c’è nessuno strumento messo in campo come attività di mediazione e quindi valorizzazione tra loro e il pubblico, nessun nesso o linea curatoriale espressi per motivare i criteri di associazione tra un titolo e l’altro e nell’allestimento del programma. Un’assenza, questa, che non va scambiata per neutralità: ogni scelta curatoriale è un atto che si espone. Invece, in un’ottica da listino, un film vale l’altro, il punto non è la qualità o la coerenza, è che sia un film Mubi. E il criterio di selezione in fondo non è che: il timing giusto rispetto al ciclo di vita, ben più rilevante commercialmente, che il film deve avere sulla piattaforma.

Già da tempo i maggiori e più prestigiosi festival internazionali sono stati trasformati da queste logiche. Eppure ci sembra qui di assistere a un’accelerazione modellare. A partire da un contenuto indubitabilmente “alto” (Mubi è il top nella diffusione del cinema d’autore oggi), si naturalizza una narrativa invisibile secondo cui non c’è più uno spazio simbolico non mercificato da cui parlare. E così ci troviamo ad assistere alla merce culturale che si autopromuove in una forma di inedita sfrontatezza e autoreferenzialità.

Su questo festival “di nuova generazione” potrebbe farci un film Radu Jude (a proposito: uno dei “registi Mubi” che la scorsa estate, quando è uscita la vicenda Sequoia, hanno inviato una lettera aperta chiedendo alla società di rinunciare al finanziamento). Sarebbe uno di quei suoi film immaginifici e al contempo così puntuali nel cogliere dall’interno meccanismi e modalità con cui il capitalismo contemporaneo, muovendosi agilmente tra globale e locale, tra nord e sud (tra est e ovest), crea nuovi dispositivi per dare forma a una società in cui tutto è finalizzato a creare contenuti redditizi (di denaro, ma anche di follower o like). E la cultura, cinema compreso, è irrimediabilmente catturata dentro questa macchina.

In questo festival, messa in scena che debordianamente sostituisce l’esperienza reale con la sua rappresentazione promozionale, non a caso si cercheranno invano, sul sito ufficiale come in qualsiasi altro strumento di comunicazione, referenti e ideatori del progetto “Mubi Fest”: la scelta è quella di de-realizzare, abdicare ai volti e ai corpi e assecondare l’idea di un festival deterritorializzato (Napoli come Manchester, come Santiago), de-realizzato (il marchio sopra le persone), che non intrattiene alcuna relazione con la dimensione locale, alla quale è delegato esclusivamente il piano esecutivo dell’evento. Il territorio ridotto a service, altro che eccedenza da accogliere. Se il festival tradizionale, con tutti i suoi limiti, si gioca ancora sull’attrito tra un’istituzione e un contesto – un cartellone pensato per una città e un pubblico – qui l’attrito è tecnicamente rimosso: il format viaggia frictionless, come un temporary store si installa e si disinstalla, lasciando dietro di sé solo la promessa di un prossimo arrivo altrove.

Per quanti, come chi scrive, sono abituati a pensare il festival come un dispositivo di attivazione di relazioni, come un’occasione che parte dal cinema e insieme lo supera, come un corpo collettivo che si forma intorno all’evento, come luogo dove il dato ontologicamente fantasmatico del cinema si fa finalmente carne, presenza, dove i film non sono entità isolate e assolutizzate, bensì frammenti di un’esperienza comunitaria… ecco per chi prova a declinare l’invito ad “amare e trattare i film come le persone”, questo progetto di festival fa problema. E richiama la necessità di immaginare e praticare, senza indugi, nuove forme.

 

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