La puissance des mères

Fatima Ouassak, politologa e attivista francese, è co‑fondatrice del Front des mères, primo sindacato di genitori – soprattutto madri – dei quartieri popolari in Francia, e presidente della rete Classe / Genre / Race, impegnata contro le discriminazioni che colpiscono le donne discendenti dall’immigrazione post‑coloniale.
Il suo primo libro, “La puissance des mères” (La Découverte, 2020), uscirà in Italia all’inizio del 2026 per Tangerin edizioni, nella traduzione di Valeria Gennari. Nel 2024 la stessa casa editrice aveva pubblicato “Ecologia pirata. E saremo liberi”, sempre tradotto da Gennari, a cui Gli Asini ha dedicato due articoli nel numero 117. Ringraziamo la traduttrice e l’editore per averci consentito di anticipare questo estratto, tratto dai primi due paragrafi del terzo capitolo, “Élargir le champ des possibles de nos enfants”, in una versione ancora in progress.
In “La puissance des mères” Ouassak ripercorre la nascita e la crescita del Front des mères: un sindacato nato nel quartiere di Bagnolet contro politiche autoritarie, razziste e neoliberali che restringono gli spazi di partecipazione e le possibilità di sviluppo sociale per bambine, bambini e adolescenti della banlieue. Dal lavoro di ascolto nei territori alla costruzione di strategie di lotta condivise, l’organizzazione è passata da realtà locale a interlocutore politico nazionale, portando al centro ecologia, disuguaglianze scolastiche e violenze poliziesche e istituzionali.
Raccontando episodi concreti, Ouassak mette in luce l’infantilizzazione cui sono sottoposte le madri immigrate e il rifiuto delle istituzioni di riconoscerle come soggetti politici. Accanto alla denuncia, ricostruisce una genealogia di lotte che va dalle Madres de Plaza de Mayo a Les Folles de la place Vendôme.
Il punto di partenza è la rivendicazione di una scuola che non sia di “seconda scelta” e che non formi solo manodopera da sfruttare. Ma ben presto il Fronte ha allargato il raggio d’azione: dai libri di testo ai servizi sociali di quartiere, fino alla definizione delle famiglie come “spazi‑risorsa” per una politica democratica locale capace di migliorare salute e vivibilità nei quartieri popolari. Fare politica come madri significa uscire dal ruolo di vittime o di fornitrici di cure e tampone all’emergenza, e assumere consapevolmente una responsabilità sociale e politica.
Pubblichiamo qui i primi due paragrafi del capitolo Élargir le champ des possibles de nos enfants, nella traduzione di Valeria Gennari, invitando alla lettura integrale del volume quando sarà disponibile.
Il Front de mères porta avanti una lotta volta a rompere con la figura della madre-cuscinetto, tramite del sistema di riproduzione sociale. Ma come fare a declinare questo progetto politico nel calore familiare e affettivo delle nostre case? Vedremo qui che esistono alcune chiavi in materia di genitorialità che permettono di non sacrificare la salute mentale, la dignità e la felicità dei nostri figli con il pretesto di volerli mettere in sicurezza e proteggerli, alcune chiavi per ampliare il loro campo dei possibili.[1] Per una genitorialità gioiosa, benevola ed emancipatrice.
Per una genitorialità di rottura
I progetti di genitorialità promossi dalle istituzioni si rivolgono essenzialmente alle madri delle classi popolari, dato che vengono spesso attuati nel quadro delle politiche urbane e attraverso altri dispositivi dedicati ai territori cosiddetti «prioritari», in cui vivono le classi popolari. Perché non ci si interroga mai sul fatto che quando si parla di progetti di genitorialità ci si sta riferendo nello specifico ai genitori delle classi popolari? Forse questi ultimi ne avrebbero più bisogno di altri?
In ogni caso, tra i genitori delle classi popolari questi progetti godono da tempo di una pessima reputazione. Un’intera cultura popolare e urbana ha infatti identificato appieno le logiche umilianti che si portano dietro, e le seconde e le terze generazioni dell’immigrazione postcoloniale, nello specifico, non vi partecipano. Così, spesso, le uniche che si riescono a intercettare sono le donne immigrate di prima generazione, in particolare quelle che vengono qualificate come «migranti». È su di loro che si sperimentano i peggiori dispositivi, quelli che si spingono più in là nel violare la loro intimità. Perché sono le più vulnerabili e, per essere più precisi, spesso non hanno altra scelta che accettarli.
È quanto ho potuto constatare, nel 2008, nell’ambito del mio lavoro di consulente per il quale dovevo valutare progetti di «genitorialità» finanziati dalle amministrazioni pubbliche in nome della politica urbana, in particolare della prevenzione alla delinquenza – già di per sé tutto un programma associare genitorialità e prevenzione alla delinquenza. Valutavo nello specifico un laboratorio che si era costituito su base volontaria, promosso da una struttura para-istituzionale della regione di Lione. Dopo diverse settimane, non accadeva ancora nulla, le madri destinatarie non si presentavano, nonostante il partenariato con i centri socio-culturali. Segnalo allora lo scarso interesse suscitato dal laboratorio al responsabile per la «partecipazione cittadina» che lavora in un ente locale che co-finanzia l’iniziativa. Una nota a margine rispetto al lavoro di questi responsabili della «partecipazione»: esso consiste nell’interrogarsi sui motivi per i quali le persone non vogliono partecipare a dispositivi pensati senza di loro, e spesso contro di loro. Bel mestiere. Molto appagante.
Il responsabile mi sottopone allora la sua analisi: le madri che abitano il quartiere fanno parte di famiglie con una cultura tradizionale e religiosa, in cui i mariti impediscono alle donne di uscire. Poi propone un espediente alle due relatrici del laboratorio per aggirare i barbuti e trovare delle partecipanti: rimpiazzare un corso di francese, obbligatorio per quelle madri interessate a convalidare un percorso per rinnovare il permesso di soggiorno, con un laboratorio sulla genitorialità, senza avvisarle. E in effetti, una volta entrate nella sala, le donne arrivate per il corso di francese non si rifiutano di restare. Visto che ormai sono lì e hanno camminato venticinque minuti per arrivare, tanto vale!
Le due relatrici cercano di rompere il ghiaccio e fare conoscenza, ma con risultati molto timidi. Poi provano a coinvolgere le madri sui temi classici di questo genere di dispositivi. Una delle relatrici scandisce con forza quando si rivolge al gruppo delle madri. In Francia non si picchiano i bambini, ma bisogna prendersi cura di loro, i bambini non devono bighellonare per strada, devono andare a scuola. Non bisogna riprodurre ciò che si è subito, matrimonio forzato o mutilazioni genitali, perché in Francia c’è la parità fra donne e uomini, capite?
Le madri non dicono nulla. Poi l’altra relatrice parla dell’affetto dei genitori per i figli. Anche lei scandisce le parole. Qui siamo in Francia, la cultura francese è diversa dalla cultura africana, bisogna mostrare amore e affetto verso i propri figli, è molto importante. A questo punto una madre si mette a piangere. Poi un’altra, e un’altra ancora. Tutte vogliono prendere parola, ma non per parlare dei loro figli, vogliono parlare dei loro genitori, delle loro madri, dei loro nonni, fratelli e sorelle rimasti al paese.
Infatti, l’idea che si potesse insegnare loro a essere dei buoni genitori – loro che sono sopravvissute alla miseria estrema, alle guerre imperialiste, alle inondazioni causate dal cambiamento climatico, agli stupri come arma di guerra, ai campi per sfollati laggiù e a quelli per migranti in Europa, loro che sono sopravvissute al crimine contro l’umanità che si sta consumando nel Mediterraneo con i propri figli sulle spalle, quest’idea non riusciva nemmeno a raggiungere del tutto la loro coscienza di madri. Chi oserebbe insegnare a queste persone a essere madri? Chi oserebbe infantilizzarle in questo modo? Gli obiettivi più o meno espliciti del laboratorio sono talmente assurdi e indegni che queste donne non riescono nemmeno a comprenderli. Ai loro occhi, il laboratorio le rimanda inevitabilmente al loro status di «figlie di». E per un’ora parlano della nostalgia di casa, dell’esilio, delle loro famiglie laggiù. E questo le fa stare bene.
Le due relatrici sono estremamente deluse, non era quello l’obiettivo. Faccio notare, con la cautela di una consulente neutrale e professionale, che forse queste madri manifestano indirettamente una resistenza ai presupposti del laboratorio. Mi viene risposto che effettivamente queste donne resistono perché non vogliono affrontare argomenti spinosi, come le violenze sessuali all’interno della famiglia, i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali, perché nelle loro famiglie, di cultura tradizionale e religiosa, queste questioni sono tabù. Non importa cosa dicano o non dicano queste madri, vengono considerate solo da un punto di vista culturalista, questo serpente che gira in cerchio e non fa altro che mordersi la coda. Ciò che ci si aspetta da loro, in realtà, è che riconoscano che la loro cultura è arretrata, che accettino di essere civilizzate e che imparino a gestire i propri figli come richiesto dalle politiche di controllo sociale.
Anche se il rapporto delle istituzioni pubbliche con le donne immigrate di prima generazione è portato all’estremo, soprattutto perché queste ultime non hanno praticamente alcun mezzo per rifiutare e difendersi, questo tipo di dispositivo la dice lunga sul mancato riconoscimento di ciò che sono e fanno le madri in generale, e su ciò che le autorità si aspettano da loro. Per noi si tratta di rompere con una politica della genitorialità che strumentalizza il nostro ruolo di madri ai fini della riproduzione del sistema di gerarchizzazione degli individui sulla base della loro classe, genere e razza. E di dotarci dei mezzi per una genitorialità incentrata attorno alle nostre aspirazioni in quanto madri e alle aspirazioni dei nostri figli. La felicità dei nostri figli, non il mantenimento dell’ordine.
Bisogna innanzitutto ricordare che la responsabilità dei genitori nei confronti dei figli è certamente la responsabilità più nobile e totale che esista, poiché i genitori rappresentano il punto di riferimento centrale per i loro figli. Personalmente, questa responsabilità mi ha fatta crescere. Ha fatto crescere la mia fede in Dio e nell’umanità. Se il mondo non è abbastanza bello per i miei figli, bisogna impegnarsi per cambiarlo.
Il poeta arabo Gibran ha usato la metafora dell’arco per illustrare la grande e nobile responsabilità dei genitori:
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi. L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e con la sua forza vi tende affinché le sue frecce vadano rapide e lontane. [Khalil Gibran, I vostri figli in Il profeta Rizzoli, 1993]
L’Arciere simbolizza Dio, l’arco il genitore, la freccia il figlio. Ottima notizia dunque, siamo degli archi!
La prima volta che ascolto Fatiha Damiche è in una piccola sala comunale dove, nonostante l’eco e il microfono che gracchia, la sua voce roca e le sue parole puntuali mi toccano nel profondo. Lei dice, anzi scandisce, che quando l’umiliazione e l’ingiustizia toccano noi in quanto genitori non è grave, perché ci siamo abituati, ma quando colpiscono i nostri figli, allora ci fa male, non lo accettiamo, siamo pronte a tutto. Questo accade all’inizio degli anni 2000 nella regione parigina. All’epoca non avevo figli. Ma tutte le donne presenti, me compresa, eravamo madri insieme a Fatiha Damiche. Perché si trattava, quel giorno lì, della responsabilità di tutte noi, del nostro destino comune.
I genitori hanno la piena responsabilità dei loro figli. Anche quando li affidano alle istituzioni pubbliche, all’asilo, alla scuola o al centro ricreativo, non fanno altro che affidarli. I nostri figli sono una nostra responsabilità. Piena e totale. Siamo noi genitori che li affidiamo all’istituzione scolastica, e quest’ultima deve meritarsi la nostra fiducia, garantirci che i nostri figli saranno al sicuro lì dentro, trattati in modo equo e con benevolenza. Bisogna dirlo e riaffermarlo perché si ha spesso l’impressione che, nei confronti di alcuni genitori, per le istituzioni sia vero il contrario. Come se fossero le istituzioni ad affidarci i figli all’uscita di scuola, sperando che durante la serata non distruggiamo troppo il lavoro che si sono impegnate a fare con loro durante il giorno.
È abbastanza sintomatico che gli attori istituzionali che si ritengono all’avanguardia nell’educazione progressista parlino di «co-responsabilità», della necessità di coinvolgere i genitori nell’educazione, di farli entrare nella scuola. Ci viene concessa in un certo senso la grazia di avere voce in capitolo sull’educazione dei nostri figli. Il risultato è che molti genitori hanno paura di sbagliare. Si sentono spiati dalle istituzioni, nel loro mirino. Come se i loro figli non fossero i loro, ma li avessero semplicemente presi in carico.
La responsabilità nei confronti dei figli è nobile ma anche difficile da assumersi perché gravida di conseguenze. Anche se sono tanti i fattori che determinano la traiettoria personale e sociale dei figli, sono i genitori a doverne rispondere. D’altronde, è verso i genitori che si rivolgono gli sguardi inquisitori quando un bambino o un adolescente mette in atto un comportamento giudicato anormale o deviante. Per le istituzioni, con le loro ingiunzioni paradossali, i genitori sono o troppo permissivi o troppo autoritari. O troppo deboli o troppo violenti. O troppo assenti o troppo invadenti.
Da maestosi archi agli occhi di Gibran, i genitori diventano, per le istituzioni, nient’altro che un banale problema da risolvere. E per di più un problema contraddittorio. Da una parte, le istituzioni spingono i genitori a lasciare ai figli libera scelta quando si tratta, ad esempio, di ostacolare la trasmissione dell’islam o della storia delle lotte di emancipazione. Dall’altra parte, però, ritengono che i genitori siano troppo permissivi e che debbano esercitare maggiore autorità sui figli. Queste ingiunzioni paradossali hanno una funzione: incoraggiano i genitori appartenenti alle minoranze a fungere da tramite del controllo sociale per conto dello stato e delle istituzioni. La polizia si occupa di impedire che i ragazzini occupino lo spazio pubblico e, a casa, i genitori si occupano di scoraggiarli dall’uscire, dal rivendicare, dal mettere in discussione. E, per accompagnare il controllo sociale, le istituzioni si assicurano che ci sia il minor numero possibile di trasmissioni, il minor numero possibile di risorse per la resistenza a disposizione. Si tratta proprio di disarmare il bambino e di lasciarlo indifeso di fronte al sistema ingiusto che dovrà affrontare.
Questo sistema ostile e razzista ha capito perfettamente che le nostre famiglie rappresentano una risorsa fondamentale per i nostri figli: il legame che ci unisce, la trasmissione della nostra storia, della nostra memoria, delle nostre lotte, delle nostre comunità, delle nostre radici, delle nostre lingue e della nostra religione costituiscono per loro un sostegno, un ascolto, una condivisione di esperienze, una rete di mutuo aiuto, un fronte di resistenza collettiva. Il sistema razzista cerca di distruggere questa famiglia-risorsa che permetterebbe a nostri figli di resistere meglio: li spinge a rompere con la famiglia, con le culture giudicate oscurantiste, con una religione associata al fanatismo, con le famiglie giudicate violente, sessiste, malvagie, che usano i propri figli per fini oscuri. Ci esorta a lasciare che i nostri figli scelgano la loro cultura e la loro religione o, più precisamente, a lasciare che non scelgano l’islam. Ma per quale motivo dovremmo ascoltare quelli che si irritano perché non lasciamo scegliere i nostri figli, quando loro stessi danno ai propri figli nomi di imperatori romani e passano il tempo per strada a tirare per la manica il più piccolo, che si rifiuta di andare al corso di solfeggio?
Come possiamo lasciare che i nostri figli crescano senza i nostri punti di riferimento culturali e spirituali dal momento che sappiamo che, in questa società, è l’alienazione ad attendere quelli e quelle che crescono senza un solido retaggio? Come possiamo accettare che i nostri figli siano così mutilati nella loro costruzione di sé, e alienati, quando noi stessi sperimentiamo quanto sia difficile riprendersi, che un’intera vita non è sufficiente per ricostruire ciò che è stato distrutto?
[1] Si veda il video del mio intervento Parent: les clefs du possible alla Bibliothèque Nationale de France del 5 maggio 2018. Il video, realizzato da The Muslim Think Tank, è disponibile su Youtube.