Gli Asini - Rivista

Educazione e intervento sociale

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Felice Pignataro, un’arte con il popolo e dal popolo

Illustrazione di Miguel Vila
3 Novembre 2025
Mirella La Magna Stefania Petaccia

Tra gli anni ’50 e ’60, la povertà e l’abbandono portano un gran numero di abitanti napoletani a rimanere senza casa. Le famiglie sfollate, che nel dopoguerra erano vissute accampate in scuole, caserme o in altri edifici istituzionali, vengono trasferite nei rioni di periferia. Tra gli abitanti che presto diventano “illeciti”, ci sono anche lavoratori, per lo più artigiani od operai, schiacciati dal mercato cittadino e dall’aumento dei canoni di locazione. In quegli anni erano migliaia gli abitanti che si organizzavano in alloggi di fortuna, occupando impropriamente edifici abbandonati, ruderi oppure costruendo delle baracche con blocchi di cemento, con il tetto piano sul solaio fatto di lamiera ondulata e retto da travi di legno, ai cui piedi vi era terra battuta. In questi accampamenti – circa cinquanta, tra cui il campo Arar di Poggioreale, gli insediamenti di Ponte della Maddalena e Sant’Erasmo – non c’erano acqua corrente o allacci fognari, più di una baracca condivideva un contatore dell’elettricità, si viveva nell’umidità e nell’insicurezza. Qui opera Mario Borrelli, il prete degli Scugnizzi e dei Baraccati, e intorno a lui si forma un intervento sociale cristiano, che porta con sé gruppi di studenti borghesi appartenenti ad una classe acculturata o in via di formazione. Questi costruiscono vere e proprie organizzazioni di intervento autogestite al fine di scolarizzare dove le scuole non ci sono, creare azioni di controllo e cura per l’igiene e la salute, organizzare lotte per il diritto alla casa, per il lavoro e contro la precarizzazione e lo sfruttamento. Così come accade con Danilo Dolci in Sicilia, le loro azioni sono sostenute da una vocazione spirituale “serva e povera”. Con l’affluenza di giovani studenti la radice religiosa, pur rimanendo per molti un impulso originario, lascia presto il posto ad un’attenzione sociologico-politica: la povertà, l’educazione e l’abitare dovevano essere letti attraverso un’analisi politica, tale da sostenere il pensiero e di conseguenza l’azione. Si formano presto, negli anni Sessanta, comitati di abitanti il cui obiettivo è creare un’organizzazione di pressione per ottenere una casa e portare le scuole pubbliche nei quartieri dove alla maggioranza dei bambini questo diritto era negato. Come racconta Luca Rossomando ne Le fragili alleanze (Monitor Edizioni 2022), si scelse la via dell’autonomia e, in molti casi, della resistenza al tentativo di partiti come il Pci o la Dc di istituzionalizzare i movimenti appropriandosi della voce degli abitanti. Nel ’57, all’interno del piano di edilizia residenziale pubblica INA-Casa voluto da Amintore Fanfani, nasce il quartiere di Secondigliano II, a nord della città. L’assegnazione delle case è lenta, anche a causa di un clientelismo diffuso in cui si giocano interessi politici che rendono poco chiari i criteri e i tempi di assegnazione. Così vengono occupati complessi conclusi e in attesa di essere assegnati, ma anche edifici senza porte, infissi, allacci di acqua, luce e fogne. Se prima la battaglia era stata per far uscire le persone dalle baracche, in un secondo momento la mobilitazione sarà per ottenere il completamento delle case, rifiutandosi di pagare gli affitti per protesta. Intorno alle occupazioni e al conflitto che ne emergerà – fatto di scontri, sgomberi, silenzi o repressione istituzionale – volontari e residenti invece di chiedere servizi e infrastrutture alle autorità pubbliche, si organizzano in autonomia. L’uscita dalla passiva attesa delle approvazioni di leggi, dei bandi e delle delibere, ha permesso a molti di immaginare ciò che non c’era e di cui si sentiva l’urgenza. Il quartiere viene visto come il luogo per reinventare, forme alternative alle istituzioni esistenti. La scuola, ad esempio, va creata là dove manca e dove c’è ma crea disuguaglianza. La comunità si può organizzare e può, stando insieme, educare sé stessa secondo i bisogni e gli interessi dei singoli individui che ne fanno parte. Non si possono trovare soluzioni efficaci ai problemi senza l’interessamento diretto delle persone, bambini compresi.

All’interno del campo Arar di Poggioreale, Mirella La Magna insieme a Felice Pignataro trovano e occupano una baracca abbandonata e fatiscente che rimettono a posto chiamandola Scuola 128, dal numero della baracca. Nel ’69, quando i baraccati di Poggioreale si insediano nelle case popolari del rione Ises di Secondigliano, Felice e Mirella li seguono e proseguono la loro esperienza occupando uno scantinato:“Si doveva fare quello che non fa la scuola: occuparsi di quelli che stavano più indietro e non andare avanti se tutti non avevano capito”. La scuola popolare diventa dunque il luogo in cui formulare una cultura alternativa, “far nascere la coscienza e l’orgoglio di classe e la coscienza dei propri diritti, là dove non potevano nascere, tra figli di sottoproletari, disoccupati, cartonari, pescivendoli, ambulanti, macellai”. Per farlo, si sperimentano i più svariati strumenti didattici. A questa militanza Felice e Mirella dedicano la vita intera. Dentro la scuola 128 prima e nel Gridas poi, si parte dall’ascolto degli interessi e, attraverso l’arte popolare, si riscopre di essere tutti a modo proprio capaci. Si sperimenta una pedagogia dagli strumenti inconsueti: pinze, tenaglie, chiodi, seghe, martelli, mattonelle rotte, pattume, scarti di tutti i tipi. Insieme, si educa l’occhio a vedere, la mano a seguire il pensiero e il giudizio a valutare. Si creano linfografie 70×100 cm da appendere sui muri del quartiere per farli competere con i cartelloni pubblicitari; il carnevale di strada, ancora oggi una tradizione nel quartiere, con le sue costruzioni in cartapesta, invita ad uscire di casa e unirsi al coro; il Telegridas una grande tv di compensato, con un rullo di tela dipinta e illustrata, come un cantastorie, permette a chiunque di poter esprimersi sui “manigoldi che governano” e ad una tv autoprodotta si può dire quello che normalmente la comunicazione non dice. Infine, i murales, tanti, essenziali e grandi, raccolgono in immagini i desideri, le utopie e il sogno condiviso per una società più giusta.

Quando ho iniziato ad occuparmi della scuola per i baraccati, nel 1967, non avevo ancora una chiara visione politica. Lì ho incontrato Felice Pignataro e ci siamo trovati. Lui era studente, ma aveva lasciato la facoltà di architettura perché voleva farsi prete, aveva una passione religiosa molto forte. Si era iscritto a teologia, frequentandola non da seminarista ma da esterno e, grazie a questo percorso, cominciò a vedere cose del sistema che non andavano. Alla fine di quell’anno scolastico, i ragazzini che avevamo seguito nella scuola per i baraccati vennero ugualmente bocciati. Erano ragazzini che non sapevano né leggere né scrivere e nessuno glielo insegnava, perché venivano messi all’ultimo banco, non facevano i compiti e la scuola non riusciva ad essere efficace. La bocciatura ci obbligò a porci delle domande: che supporto avevamo dato? Il doposcuola creativo cos’è? Intanto era uscito Lettera a una professoressa di Don Milani, una rivoluzione grazie alla quale io e Felice abbiamo scoperto che la scuola poteva non essere buona, che forse bisognava farne un’altra.

Nel 1967, per alcuni mesi, cioè da marzo a giugno ci appoggiammo in una scuola elementare per dare vita alla Scuola creativa. L’anno dopo trovammo una baracca fatiscente, la sistemammo e iniziammo l’esperienza della Scuola 128. Dopodiché iniziammo a partecipare alle numerose manifestazioni dei Baraccati per la casa. Protestavano specialmente le donne e i bambini, perché gli uomini venivano arrestati. La rabbia sociale c’era ma non durava mai troppo. Al tempo il Concilio Vaticano II aveva ridato speranza ai cristiani, fu un evento epocale. In Università c’era la FUCI, Federazione universitaria cattolici italiani, a cui Felice era iscritto. Così, quando arrivò nella scuola per aiutare i Baraccati, arrivò con il movimento della FUCI. Io, invece, mi avvicinavo come insegnante.

L’esperienza di Mario Borrelli fu molto importante per Felice. Dopo la fine della guerra, c’era un’infinità di bambini e ragazzi buttati in mezzo alla strada che vivevano di espedienti. Per avvicinarli, Borrelli si finse a sua volta scugnizzo, orfanello, facilitato dalla faccia da ragazzino che aveva anche a trent’anni. Quando poi ne conquistò la fiducia, si svelò e fondò la Casa dello Scugnizzo. Dopo di che si mise a girare il mondo per trovare i fondi necessari a mantenere la Casa. Arrivò fino a Londra, dove incontrò un facoltoso prete inglese che si innamorò della causa e venne a Napoli, dove fondò un Collegio universitario, dando la possibilità di studiare agli studenti senza un aiuto che venivano dal sud. Fra questi c’era anche Felice, arrivato dalla Puglia a Napoli con una borsa di studio. Divenne poi direttore della Casa, con uno stipendio da quattro soldi che però gli permetteva di vivere. C’era tutta una vita in comune, anche tra ragazzi, molto importante per la condivisione culturale. Io, ad esempio, ho conosciuto De André, Jannacci o Jorge Amado tramite Felice che, a sua volta, entrava in contatto con una certa vivacità culturale all’interno della Casa. Era un periodo in cui era ancora possibile allargarsi, conoscere, uscire, spaziare.

A Poggioreale tutti i Baraccati erano iscritti nelle graduatorie per avere le case, anche dal dopoguerra, cioè da più di vent’anni. Quando tu ti iscrivi per avere una casa regolare, magari da giovane, con un compagno e dei bambini, dopo vent’anni il bambino di due anni è diventato ventiduenne, e siccome qua si sposano presto magari ha già famiglia per conto suo. Quindi, se è passato tutto questo tempo, non ti serve più una casa ma molte di più, perché le famiglie sono aumentate. Adesso a Scampia abbiamo lo stesso problema a causa dell’abbattimento delle Vele, dove dilaga il fenomeno degli scantinatisti: alcuni hanno costruito una casa nello scantinato pensando di avere più diritto quando la demolizione sarà effettiva.

A fine marzo, cominciammo questo doposcuola creativo nella scuola elementare. Iniziai ad avere i primi contatti con questo mondo a me sconosciuto perché non parlavo napoletano. A casa mia si parlava l’italiano, mamma ci teneva moltissimo alla cultura, all’educazione, mio padre era un professore di latino e greco nei licei vissuto in mezzo ai libri. Chi aveva mai avuto contatto con il popolo? Neanche nel momento di andare a scuola, perché io prendevo la funicolare, ovvero un mezzo in cui ti sedevi e stavi per i fatti tuoi, non il pullman, che è come immergersi nella folla. Il doposcuola mi ha quindi fatto incontrare una lingua e una mentalità sconosciute.

Ci chiedevamo: ma che cosa facciamo fare a questi ragazzi? Comprammo gessetti per il disegno e sacchi di argilla per manipolare, che andai a prendere in sacchi da 25 chili a Vietri, vicino Salerno, con la Cinquecento che avevo acquistato con i primi proventi della scuola. Avevo in mente di fare con i bimbi i serpentelli, i vasetti, i pupazzetti. Invece, avevo appena aperto il sacco di argilla, quando entrò un ragazzo: “Mirè, mi date nu poc d’argilla?”. Gliene diedi un bel pezzo ma poco dopo tornò: “Mirè, mi date ancora nu poc d’argilla?”. Cominciò un via vai e quando andai infine a vedere che cosa facesse con questa argilla, vidi che stava preparando i mattoni per costruire una baracca. Lì ho capito: io pensavo al vasetto con il fiorellino, che rispondeva alla mia mentalità borghese, e lui, che aveva visto fabbricare le baracche con blocchi di pomicemento, voleva riprodurre questo processo per costruirsi la casa. Esisteva nel quartiere un sistema di economia interna. Ad esempio, c’era un negozio che aveva tutto il necessario per costruirsi la baracca: blocchi di pomicemento, muraletti di legno per le intelaiature delle finestre e della porta, la lamiera da mettere sopra, qualche trave per sorreggere la copertura, la pala per sterrare nel momento in cui dovevi piazzare la baracca e per scavare il pozzo nero, perché non c’era l’allaccio fognario, che veniva svuotato dal Parulano, il contadino che utilizzava i liquami per concimare. E siccome questo campo di baracche era di fronte al cimitero di Poggioreale, in un pezzo di terra si coltivavano i fiori per le tombe. Quindi c’era anche una microeconomia.

Nel 1976 si organizzò un movimento collettivo per le case popolari, compreso Rione Traiano, dove avevano deciso di non pagare più l’affitto ma di raccogliere lo stesso i soldi e farsi i lavori in proprio. I maestri si vedevano scaraventare in classe tutti questi ragazzini provenienti da famiglie numerosissime. Partivano fiumi di bocciature, le mamme venivano convocate a scuola. La moglie di Peppino, un abitante delle Baracche, mi ha raccontato che la maestra le aveva detto che la figlia Pinuccia non ha “cervella per studià!”. In prima elementare! Ma la madre era contentissima, perché così Pinuccia badava ai fratellini, tanto che ci devi fare con questa scuola?

Nel momento in cui abbiamo iniziato a fare scuola, abbiamo dato la precedenza ai compiti. Possono essere stupidi quanto vuoi, ma si possono utilizzare per far riflettere il ragazzino, non fosse altro che sul fatto che sono stupidi. Se il compito prevedeva la scrittura di cinque pensierini, al posto di scrivere “La mamma è bella”, “la mamma cuce”, “la mamma lava”, creavamo da quella consegna qualcosa di diverso. Felice, per abituarli a tenere la penna in mano, gli dettava dei racconti inventati. In mezzo alla confusione, lui raccontava storie bellissime e loro scrivevano. Questi racconti sono stati poi raccolti nel testo Pasquale Passaguai e altri racconti della Scuola 128. Finiti i compiti c’era la lettura del giornale, Paese sera o Lotta continua, e la lettura del Vangelo – poche righe che si discutevano e si attualizzavano. Felice scriveva i riassunti delle discussioni su rotoli di carta da parati, belli grandi, e li attaccava al muro in modo da ricordare che cosa era stato detto. Fra l’altro, è stato proprio leggendo il Vangelo che Felice decise di non farsi più prete.

Con i ragazzini abbiamo letto e commentato un’infinità di libri importantissimi. Ad un certo punto cominciammo a scrivere un giornale, chiamato La zoccola, perché là era pieno di zoccole, ovvero topi. Quando i ragazzini portarono tutti trionfanti questi giornali a scuola, le maestre si offesero perché pensavano che dessimo della zoccola a loro. Con la scuola, purtroppo, non siamo mai riusciti a creare un buon ponte. Non c’era dialogo, il rapporto era orribile. E questo ha avuto delle ricadute sui ragazzini, che si sentivano controllati e giudicati.

Un’altra bellissima attività era il teatro. A volte partivamo dai personaggi. All’epoca c’erano i fustini di detersivo, dei cilindri di cartone abbastanza grandi da calare sulla testa: dopo averli dipinti e forati, diventavano le maschere del morto di fame, del carabiniere, del padre, della madre… Altre volte sceglievano un tema quotidiano, ad esempio “Il ritorno a casa del marito la sera”, e lavoravamo su quello. Venivano fuori spaccati di vita: “E che rė! Ancor nun se magna staser? …. Ma ch’ hai fatto? Te si’ appiccicate c’ ‘o monopolio? (“ma che è! Ancora non si mangia stasera?… Ma che hai fatto? Hai litigato col monopolio” per dire che la minestra era scipita, allora il sale si vendeva dal tabaccaio perché faceva parte dei valori bollati)” Una perfetta improvvisazione. Ricordo un ragazzino balbuziente che quando recitava non balbettava più. Se gli chiedevi di ripetere una scena, nel cercare di ricordare, perdeva la spontaneità dell’improvvisazione e riprendeva a balbettare. Dopo l’improvvisazione, che registravamo con i vecchi videoregistratori, scrivevamo i testi. Venivano fuori cose meravigliose: l’arte era davvero uno strumento per far capire loro che erano capaci, capaci di fare. L’idea dominante di cultura è basata su paradigmi fatti da altri. Ma chi ha deciso che la parola, ad esempio, è più importante della musica?

L’importante, nell’azione culturale e sociale, è cercare di tenere unito tutto. Noi abbiamo sempre messo insieme privato e pubblico. Nella scuola dove insegnavo, a San Giovanni, raccontavo dei baraccati, e ai baraccati raccontavo di San Giovanni. Quando sono nati i nostri figli li abbiamo messi in contatto, e i vari ragazzini aspettavano le lettere, i racconti o i disegni degli altri. Chiedevamo loro di scrivere a mezza pagina, perché non volevo mettere sotto solo una firmetta o un numerino che diceva se il compito era più o meno giusto. Per me era importante scrivere qualcosa di sensato e sotto la mezza pagina appuntavo delle osservazioni – bada bene osservazioni, non giudizi – e puntualizzazione su degli errori. Se ti sbagli cinquanta volte la “e” con la “è” nello spazio scrivo degli esempi, delle indicazioni, cercando di aiutarti a superare quella difficoltà. I miei figli sono stati coinvolti nella relazione con questi ragazzi anche grazie a questi quaderni. Quando li portavo a casa li leggevo insieme a loro. E loro hanno iniziato a usare quello spazio dei commenti per scrivere a loro volta, e così i quaderni sono diventati quaderni di corrispondenza e tutti ne abbiamo tratto vantaggio: i miei figli non erano più arrabbiati perché non mi isolavo a correggere tutti questi quaderni che i ragazzini aspettavano adesso con ansia, imparando perfino a leggere il corsivo. Il legame con uno spazio, con le persone che lo abitano e con cui abiti, è un primo passo importantissimo per immaginare e pensare a qualsiasi forma di azione sociale e culturale. Ed è importante organizzare bene prima di partire. Felice ad un certo punto lavorava nel Gridas, quindi in pratica non lavorava perché, nonostante la fatica, il suo agire quotidiano non era retribuito. Avevamo deciso che avremmo fatto con quello che avevamo, quindi con il mio unico stipendio. Tutto quello che gli occorreva, come colori, materiali, se c’era bene, altrimenti avrebbe fatto senza. “Ma com’è, tuo marito non lavora?”, mi chiedevano. “Azz, chill’ lavora molto più di me, però non è pagato”. Questa mancanza di controllo, di un tramite con l’Istituzione che sovvenziona e autorizza, è stata la nostra salvezza.

Prima di tutto, in ogni contesto ci vuole un legame personale. Lavori nella scuola? Bene, crea un legame tra la scuola e te. Negli anni ho cambiato diciotto presidi e chissà quanti colleghi, perché tutti arrivavano a San Giovanni per andare altrove, scapparsene. Questo fatto ti impedisce di legarti al territorio, di vederlo cambiare, di rimanere e legarti alle persone. Dopo il terremoto e dopo la scomparsa degli operai, ci sono state nuove costruzioni con nuovi abitanti, in quella occasione la Camorra con il terremoto ha fatto il salto di qualità aggiudicandosi tutti gli appalti del movimento terra. Con questi soldi la Camorra è riuscita a collegarsi con i grossi cartelli del Messico e della Colombia e quindi qui è arrivata droga a palate, a costo molto basso. Hanno preso Scampia e anche San Giovanni, letteralmente cacciando le persone dalle case. Quando, a seguito di una segnalazione alla polizia, hanno cercato di far rientrare a casa una vecchietta, è stata lei stessa a non volere: oggi rientro e domani mi sparano! Dunque, conoscere bene il territorio significa poterci andare dentro. Io sono andata in quello che chiamavano il Bronx per prendere qualche ragazzino che non veniva più a scuola e nessuno mi ha mai detto qualcosa o fermato. Arrivavo a scuola, vedevo che qualcuno non c’era, chiedevo: “Dove abita la famiglia tale?”, e senza paura ci andavo. Ricordo un ragazzino che non si poteva prendere in nessun modo. Andava però alla scuola calcio, e così sono andata a parlare con il mister, perché sapevo che aveva più potere di me, e abbiamo fatto un patto. Se il ragazzino non faceva i compiti, il mister non lo faceva giocare.

A prescindere dalla mia attività di insegnante, nel Gridas e anche prima con la contro-scuola, non abbiamo mai chiesto un soldo, un riconoscimento, un compromesso. Perché sapevamo che avrebbe implicato rispondere, giustificare, rendere conto e di conseguenza compromettere.

Per Felice e di conseguenza per l’arte che faceva, che fosse un pezzo di legno, un murale, qualsiasi cosa, valeva il momento in cui lo faceva e quello con cui e per cui lo faceva. Se sto dipingendo un murale con dei ragazzini, questo è il momento che vale. Se dopodomani lo distruggono, va bene lo stesso. Anzi, impareranno che ne possiamo fare un altro. Qui in casa, come vedi ci sono tante cose belle che ha costruito. Quando entrava qualcuno, lui gli diceva “Tié, te lo regalo, tu hai me!” e rideva, prendendo in giro l’attaccamento morboso ed egocentrico che spesso si ha nei confronti di ciò che si crea. L’importante è il processo. Il fatto di diffondere un’idea attraverso l’arte e la comunicazione è sempre stato importante all’interno del Gridas. E non avere soldi ti obbliga a trovare il modo più economico di fare le cose senza chiedere niente a nessuno. La cosa importante è perché si fa una cosa e soprattutto con chi. Felice aveva scoperto la linoleografia su un libro di educazione tecnica delle scuole medie. Scoprì anche che gli scarti del linoleum industriale erano economicissimi. Se leggi L’utopia sulle strade e L’utopia sui muri, la prima cosa che emerge è insegnare come fare, come approcciarsi alle tecniche, rendendole accessibili a tutti. La sua arte non era un affare privato, un affare personale. Voleva diffondere.

I riferimenti culturali e artistici di Felice erano quelli di una cultura che faceva coincidere l’arte con il politico, un’arte che ha un messaggio strettamente legato ai tempi in cui si è immersi. Quando pensava ai murales, pensava a un lavoro che doveva essere fatto rapidamente, senza fronzoli e formalismi. Era capace di dipingere un muro enorme in due giorni, perché non stava tanto a vedere il particolare, i dettagli che non servono. Era un’arte popolare, che doveva essere colta da tutti. Se lo chiamavano in una festa popolare, chiamava i giovani del posto a dipingere con lui e si decideva insieme il tema. Se lo chiamava una scuola, chiedeva alla classe che incontrava: “Di cosa vi state occupando?”, così da evitare l’ennesimo distacco. Siamo, come persone, complesse e non puoi separare il bambino che sta a casa, il bambino che sta a scuola, il bambino che sta per strada. E quindi: Che argomento trattate? L’ambiente? Ottimo. Allora parliamone prima di andare a disegnare. E mentre loro raccontavano e si confrontavano, dicevano a Felice cosa doveva disegnare. Cos’è che non va bene? “le macchine, il traffico, la sporcizia”, Ecco allora i disegni delle macchine e tutto il resto. “Cos’è che vi piace?” lo spazio, fare le capriole nell’erba… Metteva le cose cattive e quelle buone vicine, stando attento a una lettura da sinistra verso destra: le cose cattive vengono prima delle buone perché bisogna trasformare quello che non ci piace. Anche nel carnevale è stata la stessa cosa: scelto il tema, entravano in scena il negativo e il positivo. Alla fine, il negativo veniva bruciato. Ma tra questi due poli, nei murales Felice metteva sempre le persone che si danno la mano. Perché per cambiare il mondo c’è bisogno delle persone, dell’unione.

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