Hind Rajab e altri film sulla Palestina

Ci vorrebbe un nuovo Picasso, capace di sintetizzare la tragedia della Palestina in una nuova Guernica, con la stessa rabbia e dolore e forza di sintesi. Il cinema, che per certi versi sembra avere più frecce nel suo arco della pittura, finisce per restare schiavo del suo bisogno di raccontare, di cercare uno sviluppo logico per tenere insieme le immagini che ha colto e registrato. Ma è comunque al cinema (faute de mieux) che molti, sia arabi che ebrei, si sono rivolti per riuscire a far conoscere quello che sta succedendo ed è successo, cercando – curiosamente – di mescolare finzione e documentario, o comunque non affidandosi a una scrittura tradizionale, come a voler ribadire, anche a partire dalle scelte di stile, che quello che sta succedendo non si può raccontare come erano abituati a fare. Alla ricerca, appunta, di un «modello Guernica» anche per il cinema.
L’esempio che sta sotto gli occhi di tutti è quello di La voce di Hind Rajab, dove la ricostruzione si intreccia con il reperto documentale, ma vale la pena citare anche altri film che si sono confrontati con quello che sta succedendo in quelle terre, sulla scia di No Other Land dove Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal, chi ebreo chi palestinese, si sono messi insieme per documentare quello che succede praticamente ogni giorno in Cisgiordania, vincendo l’Oscar ma non trovano a tutt’oggi una distribuzione negli Stati Uniti (storia, quella della Cisgiordania strappata ai suoi abitanti naturali, al centro anche del film di finzione Tutto quello che resta di te della regista e attrice palestinese-statunitense Cherien Dabis che usa la storia di una famiglia araba di Jaffa dal 1948 a oggi per esaltare l’umanità come ultima possibile forma di resistenza).
Puntando gli occhi sulla striscia di Gaza, invece, With Hasan in Gaza (Con Hasan a Gaza) del regista e videomaker palestinese, ma trasferitosi in Germania, Kamal Aljafari vuole ricordarci come l’oggi ha radici nel passato. Il film ripropone, con minimi interventi, i nastri video che lui aveva girato nel 2001, quando cercava di ritrovare a Gaza un amico con cui aveva diviso alcuni mesi di prigionia in Israele (per ragioni politiche, ovviamente). Quello che mostra sono più o meno delle semplici registrazioni per fissare quello che vedeva fuori dal finestrino dell’auto, come degli appunti di un viaggio, a volte rallegrati dall’incontro con dei bambini che si divertono in spiaggia, a volte segnati dal dolore e dalla paura di chi deve fare i conti con una guerra che sembrava non voler finire (ed eravamo venticinque anni fa!). Nessun commento, solo il sonoro originale con l’aggiunta di qualche canzone (commovente quella che apre il film e parla del sangue che ormai scorre come acqua. E che risale agli anni Settanta!) mentre sullo schermo passano le immagini di una vita che adesso non esiste più. Ma che il confronto con l’oggi ha reso ancor più strazianti.
Abbas Fahdel invece, con Tales of the Wounded Land (Racconti di un terra ferita, anche questo come il precedente visto in concorso al festival di Locarno) documenta la distruzione che ha subito il Libano meridionale nell’ultimo anno. Per realizzarlo, lui regista di origini iraniane trasferitosi in Libano con la moglie, usa la figlia di pochi anni: la riprende in casa mentre iniziano a sentirsi i primi bombardamenti israeliani che vogliono eliminare preventivamente ogni possibile reazione di Hezbollah. E il contrasto tra l’innocenza infantile, che confonde le esplosioni con i tuoni dei temporali, e il dramma concretissimo della guerra (nella seconda parte del film, quando la famiglia torna dopo la fine dei bombardamenti, tutto è solo un panorama di macerie e desolazione), quel contrasto – dicevo – sa restituire allo spettatore la follia di essere coinvolti in una guerra senza che sia mai stata dichiarata, spettatori e prigionieri della follia di altri. Anche se le lunghe immagini finali di un funerale di «martiri» gestito da Hezbollah colora l’operazione di un’ambigua lettura politica.
Un’ambiguità che invece non esiste nel film di Kaouther Ben Hania nonostante lo scoppio di qualche polemica inutilmente pretestuosa. Premiato con il Leone d’argento (il Gran premio della giuria) all’ultimo festival di Venezia scatenando, da quello che si è saputo, profonde polemiche all’interno della giuria (l’attrice brasiliana Fernanda Torres aveva minacciato di abbandonare gli altri giurati perché voleva che al film fosse assegnato il massimo riconoscimento, un po’ com’era successa Cannes con Panahi e il suo Una storia semplice), applaudito – dicono – per 23 minuti (un record storico al Lido), il film mette subito in tavola, fin dal titolo, la sua scelta estetica (e quindi morale) che è quella di usare la vera voce registrata della piccola Hind Rajab.
Il 29 gennaio 2024, la voce di una bambina di sei anni tenne inchiodati per alcune ore al telefono i membri della Mezzaluna Rossa di Ramallah (l’equivalente della Croce Rossa), chiedendo disperatamente aiuto. All’inizio era stata la madre a chiamare: emigrata in Germania, aveva ricevuto una richiesta di aiuto dalla figlia intrappolata in un’auto con gli zii e i nipoti. Il gruppo avrebbe dovuto lasciare Gaza per fuggire dalla guerra, ma l’auto era stata crivellata di colpi (335 si scoprirà) dagli israeliani, non si sa bene perché (la solita scusa che nascondessero uomini di Hamas?), e la piccola Hind era l’unica sopravvissuta.
Il film della regista tunisina Kaouther Ben Hania ricostruisce quelle drammatiche ore usando le registrazioni autentiche delle richieste di aiuto di Hind, ma senza cercare di «imbrogliare» lo spettatore: le registrazioni hanno una loro precisa forma visiva, quella di una linea chiara che registra gli impulsi della voce su un fondo nero. Le immagini «tradizionali» servono per mostrare i membri dell’unità di soccorso, tutti interpretati da attori, che danno vita sullo schermo a quello che è successo in quelle ore: prima lo shock per la situazione che scoprivano (una bambina sopravvissuta in un’auto tra sei persone uccise), poi il tentativo di capire come aiutarla, gli sforzi per rassicurarla, le telefonate per avere il via libera dall’esercito israeliano che stava bombardando la zona e poter mandare un mezzo di soccorso, le lungaggini burocratiche, le rabbie di chi non vorrebbe aspettare. La regista non vuole nascondere la differenza tra quello che è vero e quello che è finto, pur utilizzando le registrazioni e la memoria di chi c’era per guidare i suoi attori nella ricostruzione di quelle ore.
Ben Haria aveva già fatto qualcosa di simile col suo film precedente Quattro figlie (che sarebbe da recuperare), dove la storia di una madre tunisina e delle sue quattro figlie – due in prigione in Libia per terrorismo e due invece a casa con lei – era stata raccontata affiancando ai personaggi reali (madre e figlie minori) le attrici chiamate a interpretarle, mettendo a nudo il procedimento creativo del film, le sue falsificazioni e le sue paradossali verità (le due figlie in prigione si vedevano solo in fotografia). E il dispositivo utilizzato in questo film per riconoscere al cinema un ruolo diciamo così «terapeutico» e didascalico, diventa la chiave di volta per fare del cinema uno strumento di intervento con La voce di Hind Rajab, dove non a caso in un’inquadratura si vedono gli attori che guardano in un telefonino i veri volontari che loro stanno interpretando.
Per questo, pur affrontando i nodi politici di una guerra disumana e impari, con la supremazia militare israeliana che detta legge, uccidendo e massacrando, e l’impotenza palestinese che può solo cercare di ottenere il permesso di salvare una vita, il film non prende mai la strada della facile retorica, nemmeno nel personaggio dell’esacerbato telefonista che vorrebbe fregarsene dei permessi israeliani: a fermarlo, ma soprattutto a evitare che il film prenda la strada del comizio, ci pensa il suo superiore e con lui le colleghe che cercano di non spezzare il filo di speranza grazie a cui riescono a comunicare con la piccola Hind e cercano di trasmettere un po’ di fiducia e di coraggio.
In questo modo, Ben Hania costringe lo spettatore a identificarsi con l’impotenza dei membri della Mezzaluna Rossa, noi come loro col cuore in gola seguendo su una mappa il percorso accidentato dell’ambulanza che ha finalmente ottenuto il via libera per provare a salvare la bambina.
Per questo le immagini finali, con cui il film dopo averci fatto sentire la realtà della voce ci fa vedere la realtà del massacro, con la macchina crivellata di colpi e l’ambulanza polverizzata da un carro armato a pochi metri dalla bambina, sono il modo in cui la regista ribadisce il ruolo del cinema e della sua messa in scena, capaci di intervenire nel percorso di conoscenza dello spettatore quando la finzione non può più avere la forza dirompente delle immagini reali. Affidando ogni possibile commento alla disperazione di chi si sente impotente di fronte alla crudeltà che impedisce di portare aiuto.