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Falastin Hurra!

Illustrazione di Mazen Kerbaj
29 Marzo 2024
alino Gianluca D'errico Giansandro Morelli Guido Piccoli Michele Conti

Si è svolta dal 3 gennaio al 4 febbraio di quest’anno, nella Sala del refettorio del complesso monumentale di San Domenico Maggiore a Napoli, la mostra “Falastin Hurra”, una collettiva di fumettisti e illustratori per la Palestina libera. Abbiamo visitato la mostra e intervistato i curatori. Una mostra totalmente auto-organizzata e nata, su iniziativa di un piccolissimo gruppo, dall’esigenza di aprire uno spazio, anche fisico, di confronto ed elaborazione su quanto sta succedendo in Palestina. Più di 4000 persone l’hanno visitata e, per il tempo dell’esposizione, ha accolto diversi eventi nati spontaneamente su proposta di artisti e attivisti e realizzati grazie al lavoro volontario di questi ultimi. Esiste lo spazio per un’iniziativa dal basso sulla questione Palestina? Che ruolo può avere l’arte? Come stanno reagendo gli artisti?
Questi gli interrogativi che hanno accompagnato la nostra chiacchierata con i curatori della mostra. Interrogativi aperti: non si tratta di essere d’accordo sulle risposte, ma di continuare a parlarne. Mai cada il silenzio. Incontro con Gianluca D’Errico e Michele Conti   

Perché questa mostra?

alino: La mostra nasce da una sensazione di impotenza e dalla voglia di raccontare, di rompere il muro di silenzio che si è creato su quello che impropriamente viene definito conflitto arabo-israeliano. Ho sentito molto forte, anche guardando la dinamica dei social, una forma di impotenza. Avevo iniziato a postare contenuti relativi alla Palestina quando Giansandro Morelli mi ha scritto: «Se vuoi organizzare qualcosa, io ci sto». 
Io mi occupo di fumetti e ho pensato che l’unica cosa che potessi fare fosse riprendere i tanti fumettisti che hanno parlato di Palestina. Non solo della Palestina attuale, ma della Palestina degli ultimi settant’anni, perché l’evento del 7 ottobre è parte di una storia molto più ampia, che va avanti da tanti anni. Siamo partiti dalla consapevolezza che c’era stato già il progetto di “Kufia, matite italiane per la Palestina” e avevamo chiaro che non volevamo allestire una mostra in uno spazio già connotato, un luogo in cui passano persone che sanno già di cosa si parla e sono d’accordo.

Giansandro Morelli: Una parte importante della mostra è la linea rossa che accompagna le immagini  raccontando la storia della Palestina a partire dal 1890. Abbiamo scelto di partire dal 1890, ma avremmo potuto partire anche da cento anni prima. E abbiamo deciso di non farci direttamente carico di questo racconto, ma di affidarlo a due studenti che, attraverso una  ricerca storica, hanno prodotto dei testi, poi rivisti da Guido Piccoli, molto sintetici e per tappe puntuali: dei flash sugli avvenimenti più rilevanti. 

Abbiamo trovato molto utile, anche da un punto di vista didattico, la linea rossa che accompagna le immagini raccontando la storia della Palestina. Ci sembra che la mostra abbia diverse “chiavi d’accesso”: le immagini, la dimensione storica degli avvenimenti, il passato e il presente della Palestina… I  pannelli aprono diverse finestre, la linea rossa, pur non dialogando in maniera diretta con le immagini , accompagna nella visione. 

Giansandro Morelli: Diversi insegnanti che sono venuti a visitare la mostra hanno apprezzato questo aspetto, molti ci hanno chiesto addirittura di farne un PDF per le classi.

alino: Bisogna però dire che le immagini della mostra parlano autonomamente, a prescindere dal testo. Più che di fumetti, qui si tratta di vignette e illustrazioni che, come sa chi è del mestiere, sono cose ben distinte. In ogni caso, le immagini hanno una potenza enorme. La vignetta arriva direttamente a chi guarda. Non è come un articolo che, dopo le prime  righe, puoi abbandonare. E qui sta la sua potenza. Infatti abbiamo trovato sul libro degli ospiti frasi come: «Non ci aspettavamo che il fumetto raccontasse così bene cose che cercavamo in televisione». 

Dal vostro punto di vista c’è una fetta di cittadinanza che pensa in maniera critica su quanto sta accadendo? Cosa potete dirci su questo eventuale aumento di consapevolezza e sullo scambio che avete avuto con le persone – gente di media cultura e di media umanità, come si dice – che si sono  trovate di fronte a un tema secolare, allo stesso tempo di estrema attualità e molto strumentalizzato? In altre parole la mostra, vista dal vostro punto di vista, è stata un osservatorio sulla società, sulla città?

alino: La gente è venuta con un animo curioso e una buona parte ne è uscita turbata. In questo senso sentiamo di essere arrivati a quello che volevamo ottenere, perché per noi la mostra non è stata una mossa estetica, ma politica. Conta anche il numero dei visitatori, che  abbiamo stimato in circa 4.000: un numero altissimo per una mostra non pubblicizzata e autofinanziata, forse anche un po’ censurata. 

Guido Piccoli: In generale c’è stato interesse, approfondimento. Vorrei dire poi una cosa sul silenzio mediatico riguardo quanto sta succedendo in Palestina, sul racconto a senso unico che si sta facendo. L’USIGRai, protestando per le interferenze della politica nell’informazione, dice grossomodo: noi facciamo di tutto, lavoriamo perché i fatti, soprattutto delle guerre, vengano raccontati con onestà. Ma di fatto non c’è mai stato come adesso un pensiero unico dell’informazione. Il modo in cui sta operando la maggior parte dei giornalisti è per noi scandaloso. Così come è scandaloso il continuo riferimento all’antisemitismo nei confronti di chiunque assuma una posizione critica sull’operato di Israele.  

alino: La mostra “Kufia, matite italiane per la Palestina”, del 1988, aveva una posizione più  “ecumenica”, rispondente al momento storico, al diverso contesto. La nostra, invece, si è schierata a favore della Palestina fin dalla scelta del titolo, “Falastin Hurra” (dall’hashtag più importante che gira in rete), che significa “Palestina libera”, anche se ovviamente abbiamo giocato sul suono “Urrà Palestina!” Ugualmente, per la ricerca delle immagini abbiamo fatto una scelta di campo: ci sono fumetti che raccontano la situazione arabo-palestinese-israeliana dal punto di vista degli aggrediti e noi siamo andati a cercare fumettisti palestinesi, libanesi, giordani…

Giansandro Morelli: Infatti la diversità di contesto tra la mostra “Kufia, matite italiane per la Palestina” e “Falastin Hurra” è chiara anche nelle immagini. In “Kufia” erano più dolci, per così dire: matite, pastelli, già il tratto era diverso. La mostra attuale comincia con alcune opere già presenti in “Kufia”, ma termina con altre dal tratto decisamente marcato, netto, definitivo.
Similmente, anche nei contenuti c’è una parabola che parte da un bambino che lancia una pietra durante la prima Intifada e termina con una bambina a cui è stata amputata una gamba. È un’immagine che non lascia scampo, come l’immagine del papà che esce dall’ospedale con le buste in mano. La particolarità di molti degli autori che abbiamo scelto è che riprendono “semplicemente” scene di vita quotidiana. Impressionanti scene di vita quotidiana, mi viene da dire. Ma se uno osserva bene quelle scene, quei disegni, vede le lacrime, il sangue, non solo un tratto.

È in atto un cambiamento, nell’arte ma non solo, per cui tutto diventa estetico, bello e compiacente, senza che mai si mettano in discussione gli immaginari o si esprimano posizioni critiche su determinati temi. Da questo punto di vista, nella mostra a un certo punto c’è un’evoluzione, un maggiore livello di coinvolgimento e di disillusione. 

Guido Piccoli: È vero. Per “Kufia” Crepax disegnò un arabo e un israeliano sotto a un ulivo, in armonia, e in molte di quelle tavole c’era ancora una possibilità, una speranza, una storia aperta. Nelle vignette di oggi questo non c’è più. Ad esclusione di Mohamed Sabaneh, gli autori e le autrici della mostra non vivono in Palestina e nei loro racconti, a parte questa disillusione, non c’è più il tentativo di ipotizzare un un futuro. C’è solo violenza. Mazen, ad esempio, ha deciso di pubblicare solo immagini in bianco e nero, quasi testuali, violente, dirette. Fra l’altro, nel mondo arabo l’immagine è spesso secca: è la vignetta, l’illustrazione da giornale, da quotidiano. Moltissimi degli autori producono immagini ogni giorno, sui social che glielo permettono. In questo momento l’importante è raccontare. 

Di recente, in un seminario organizzato da gli Asini, il filosofo Emanuele Dattilo ha fatto un intervento relativo a tutto il mondo social, concentrandosi sul fatto che siamo travolti da informazioni e immagini, costantemente, e di conseguenza non solo siamo anestetizzati, ma abbiamo una necessità compulsiva di esprimere opinioni, sempre prive di vero senso critico perché in fondo non abbiamo proprio il tempo di pensare, ovvero formarci un pensiero fondato. Una mostra come questa può in qualche maniera curare questa distorsione? L’immagine può avere la forza di spezzare il meccanismo social diventando fatto reale?

alino: Provo a rispondere con un paragone: nella mostra “Kufia” si puntava su autori riconosciuti come Crepax o Pazienza – fra l’altro nel suo ultimo anno di vita. Oggi bisogna aprire varchi nel pensiero unico. La cosa interessante è che se li apri in tanti vi si infilano. Abbiamo avuto richieste da molti attori e scrittori che ci hanno proposto delle attività all’interno della mostra. Pensiamo siano state richieste genuine, perché non offrivamo alcuna risonanza mediatica, visto che  i media non ci hanno considerato.

Giansandro Morelli: Abbiamo cercato di inserirci subito nelle dinamiche presenti in rete e di metterci in relazione con le realtà che tentano di sostenere la lotta palestinese – ad esempio la comunità palestinese campana e il centro Handala di Napoli, che sono molto attivi. Allo stesso tempo, la mostra è diventata un punto di riferimento, anche spaziale, per altre iniziative che nel frattempo stavano nascendo. I molti eventi non sono serviti a noi per fare soldi, ma sono stati  di riferimento per gli artisti che volevano testimoniare qualcosa. Non abbiamo chiamato noi scrittrici come Valeria Parrella o Viola Ardone:  sono venute spontaneamente a proporsi. 

Guido Piccoli: Questo dimostra una cosa anche a livello generale e politico, ovvero che quando agisci con equilibrio ma senza diplomatismo, dicendo le cose come stanno, ti rivolgi a una parte di popolazione che c’è. 

alino: La mostra mette il riflettore anche sulle contraddizioni dell’informazione mainstream. Un’immagine di Fuad Alymani lo evidenzia illustrando una donna con i morti a fianco e una telecamera che invece di riprendere lei, riprende i razzi lanciati dal Libano verso Israele. Allo stesso tempo, abbiamo inserito le immagini devastanti dei giornalisti e dei medici uccisi, un aspetto che non esiste in altri conflitti.

Una delle sezioni della mostra è il progetto su Handala…

alino: Handala, forse il  personaggio più noto di tutto il mondo arabo o comunque di tutto il mondo mediorientale, nasce da Naji al-Ali, artista e illustratore ammazzato negli anni ’90 dagli israeliani. Si tratta di un bambino visto sempre di spalle mentre osserva morti, uccisioni, bombe. Francesca Ghermandi, insieme ad altri artisti più giovani come Ivan Manuppelli e aka Hurricane, ha coinvolto 83 disegnatori italiani e ha chiesto a ciascuno di riproporre un proprio personaggio di spalle, nella posa di Handala. È un progetto che ha colpito molto ed è stato ripreso anche in Brasile e in Giappone.

Che futuro ha la mostra? Chiusa a Napoli, verrà riproposta in altre città?

Giansandro Morelli: Il genocidio in atto provoca una reazione con la quale è difficile avere a che fare: c’è fretta e necessità di dire. Non è che la mostra fermi Netanyahu, Israele o gli Stati Uniti, però ci sono città che l’hanno chiesta e il nostro sforzo sarà quello di portarla in più luoghi possibile.
C’è indubbiamente la grande problematica che riguarda la censura attorno a noi. Ma allo stesso tempo c’è una parte di popolazione che non ha rappresentanza o riferimenti politici. E a questi vorremmo rivolgerci.

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