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Satira e politica. Si comincia con il solito ’68

Illustrazione di Anke Feuchtenberger
10 Settembre 2025
Stefano Benni Goffredo Fofi

Questo testo è tratto da una lunga conversazione tra Goffredo Fofi e Stefano Benni, pubblicata nella collana dei “Quaderni dello Straniero” da Minimum Fax nel 1999 con il titolo di “Leggere, scrivere, disobbedire”. 

Allora, da dove cominciamo? 

Ma sì, dal ’68. Perché no?
D’accordo, il ’68 va bene. 

Tra le tante utopie del ’68 vanificate dalla politica c’era il grande discorso, che poi diventò solo poliziesco (o antipoli- ziesco), della controinformazione, l’utopia di avere dei propri media in grado di raccontare il mondo diversamente da come lo raccontavano la borghesia, il Potere, la sinistra storica e parlamentare. C’era una prevalenza della politica che ha condizionato tutti i meccanismi successivi, con una visione assai poco dialettica nei confronti della realtà. La politica doveva decidere tutto, essere al centro di tutto, e quindi tutto il discorso culturale, le “sovrastrutture”, contavano pochissimo. Questa assoluta centralità della politica ci ha un po’ fregato. E soltanto col ’77 che, dopo molte bastonate, si è ricominciato a parlare di cultura in senso più vario e complesso. Tu, però, sei tra i pochissimi che di cultura ha parlato sempre, come anche la rivista che io facevo allora con altri compagni, «Ombre rosse»: non c’erano solo Mao Tse Tung, la classe operaia, le lotte, gli scontri; c’era anche qualcos’altro e questo qualcos’altro erano i libri, i film, la vita quotidiana, la scuola, il servizio militare, la disciplina, l’antipsichiatria, l’erba voglio, eccetera… Tu sei stato uno dei pochi che ha lavorato da subito anche sulla letteratura. Il tuo primo libro quando uscì, a metà degli anni Settanta, nei primi anni Settanta?
Sì…

Era una raccolta di articoli pubblicati da Samonà e Savelli?
No, prima c’era stato Bar Sport… pubblicato dalla Mondadori di allora, che era molto diversa da quella di oggi.

La Mondadori travolta anche lei dai movimenti…
Se si pensa che cos’era la Mondadori venticinque anni fa e che cos’è adesso… Venticinque anni fa era una casa editrice piena di curiosità, io ero completamente sconosciuto e fui scelto da Donato Barbone.

Pubblicava Ivan Illich, pubblicava don Milani, i documenti del Maggio…
Pubblicava la Medusa. 

Ma anche libri di quella che si chiamava allora controcultura… Pubblicava, ricordo, i libri di Marcuse… Ma torniamo a te. Una delle cose che si apprezza di te è il fatto che non ti sei mai negato alla politica ma nello stesso tempo non ti sei mai fatto castrare dalla politica. Come te lo spieghi? Perché in fondo anche i tuoi modelli e amici di allora, e purtroppo anche di oggi, come Dario Fo, erano stati totalmente travolti dalla politica: tutto era in funzione della politica. Tu invece preservavi le distanze, prima di tipo umoristico, poi di tipo politico: che si entrasse nella politica, ma per altre strade, per altri modi. Prima di Tondelli, prima di Boccalone…

Ero più preparato in letteratura di quanto lo fossi in politica.
Ero politicamente abbastanza ignorante, avevo letto molto più romanzi che testi politici. Non ho avuto poi tanta fretta nell’esibire una grande preparazione poli
tica; oltretutto venivo da studi di filosofia, quindi in un primo tempo ho fatto fatica a trasformare la mia passione per la filosofia in passione per una filosofia, necessariamente, politica.
Naturalmente, mi interessava molto quella possibilità di una grande rottura, una rottura politica nella visione del mondo; però non rinunciavo a mantenere alla letteratura un ambito autonomo di guida e critica delle idee.
C’era un compagno che in assemblea mi additò al pubblico disprezzo come “il compagno che legge Eliot e Ezra Pound; io arrivavo con questi due libri, e allora questi libri erano sinonimo di reazione. Però io cercavo di spiegare che volevo leggerli, volevo capire, volevo andare in fondo, insomma, al mistero di questi scrittori.
Spiegavo che anche la politica contiene delle contraddizioni, e niente mi ha mai dato fastidio come il carattere
disgiuntivo di quella politica: la politica che seleziona le possibilità culturali, che uccide la varietà e che in qualche modo immiserisce. In fin dei conti l’esito che ha avuto la politica della sinistra istituzionale è stato uccidere per strada la grande varietà di possibilità, di comportamenti, di comprensione di linguaggi, sacrificando i discorsi innovativi e critici prima all’efficacia organizzativa di un’opposizione, poi all’ “azienda” della governabilità.
Io cercavo di confrontare la mia visione letteraria del mondo – che era fatta di una insoddisfazione
per il mondo – con quella che mi veniva proposta come un’insoddisfazione politica. In alcuni punti combaciavano, in altri punti no, in altri ancora la “visione politica” mi sembrava troppo semplificata, in altri infine era probabilmente la mia visione a essere troppo semplificata: quando affrontavo il problema del Terzo mondo, del Sud America, non potevo passare soltanto attraverso Roa Bastos, Cortázar o Borges, ma dovevo studiare.
Ed è quello che ho fatto: ho studiato molti testi politici; ma in questo “studiare” c’era forse anche un mio limite, nel senso che per me era naturale leggere testi di filosofia o romanzi, piuttosto che testi politici, per capire e per avere attenzione al mondo.
La mia testa andava in quella direzione. Chi mi ha aperto la testa, comunque, sono stati i Marcuse, i don Milani, la Rossanda, o autori come Foucault e Bateson: non certo la Quinta Relazione del Partito Comunista. E infine ho capito il Sudamerica viaggiandolo, tre volte, più che leggendo.

Una cosa mi colpisce, però: che i tuoi primi due libri siano da un lato un libro puramente apolitico, come Bar Sport – un libro di ritratti, di sketch, di umorismo puro sulla scia della grande tradizione dall’Ottocento in avanti e dall’altro lato un libro di pezzi decisamente politici, pezzi che erano già usciti sul «manifesto» o per altri giornali, pezzi di satira politica vera e propria. Nel seguito del tuo lavoro, hai fuso maggiormente questi aspetti. All’inizio li tenevi molto più distinti.

È anche questione di rendersi conto di ciò che sei capace di fare. All’inizio, io consideravo il mio umorismo come una specie di talento, di dono, con cui fai ridere la gente; e la scrittura vera e propria come qualcosa di molto più complesso. Mi sembrava – – e a volte mi sembra ancora – che una scelta di prospettiva puramente umoristica non potesse dare una visione politica complessa, non potesse
interpretare il mondo. Quindi ho dovuto fare una serie di salti, di cambiamenti, per capire quali erano tutte le possibilità “orchestrali” della mia scrittura e in quanti modi io potevo parlare della società e di quel momento politico attraverso un linguaggio umoristico. Allora era raro che questo linguaggio si misurasse con argomenti “seri”, diversamente da adesso, poiché oggi la satira abita qualsiasi inserto di giornale. Le prime volte che si affrontava la politica “seria” mediante la satira, il divertimento, lo sberleffo, era la sinistra stessa a essere perplessa.

Sì, c’era solo il mito di Fortebraccio: era l’unico esempio che veniva continuamente citato. Certo, lui ha dato un certo vigore nuovo a un genere finito nel qualunquismo, dopo vent’anni di fascismo; ma l’aspetto negativo era di essere al servizio del partito: tutti i giorni, sull’«Unità», il suo pezzetto commentava i fatti seguendo una linea prefissata, ufficiale…

Io conservo un buon ricordo di Fortebraccio. Certo, lui era il corsivista ufficiale dell’«Unità»; ma poi, quando moltissimi comici si sono messi “al servizio di” senza neanche avere il coraggio di ammetterlo, io l’ho rivalutato.
Metteva la sua spada nelle mani del partito esplicitamente, e in questo c’è una certa dignità. Adesso i comici, la satira, hanno messo la propria spada al servizio dei vari Cecchi Gori e Berlusconi, magari facendo finta di essere bizzarri, strani, trasgressivi.
Invece no, il comico può anche essere disimpegnato, ma non deve fingere neutralità o addirittura disinteresse per la politica, quando invece sceglie con cura i suoi sponsor.
Quando io ho cominciato c’era Saviane, che è stato molto importante, per me e per tanti altri, perché aveva questo suo modo coraggiosissimo, fino ai limiti dell’incoscienza, di andare a parlare di un mezzo nuovo come era allora la televisione. C’erano già alcune cose che non mi piacevano, nella televisione; però ci vuole tempo per giudicare un’invenzione. Mi sembrava che la televisione italiana avesse tante possibilità e tante insidie… Saviane è stato il primo a dire: “Guardate, ragazzi, che qui siamo già nel pieno della cialtroneria”.
Adesso è la televisione stessa che con falsa ironia denuncia le sue porcherie, si tira giù da sola le mutande: “Vedete, vi facciamo lo spettacolo e vi facciamo vedere anche quanto siamo brutti, sporchi e cattivi”. Dicendo la “verità” su se stessa, si perpetua e si perdona
.
Il motivo per cui i miei pezzi di satira si occupavano spesso di televisione era che avevo capito, proprio leggendo Saviane, che la televisione poteva costituire una delle ragioni della miseria della cultura. Ora non è che non faccia più satira, non faccio più “soltanto” satira.
A me sembra che la satira sia uno dei dieci strumenti che un umorista può suonare. Uno strumento molto divertente e molto difficile, certo; però già allora io cercavo di fare poesia comica, di fare parodie… La scrittura umoristica mi è apparsa fin dall’inizio molto complessa, molto articolata, non semplice, non schematica, non meccanica. Soprattutto polifonica. Naturalmente all’inizio ho fatto anche pezzi schematici e meccanici, perché magari mi davano solo due ore per scriverli. 

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