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Risposta ai miei critici

Illustrazione di Davide Minciaroni
8 Dicembre 2024
Enzo Traverso

In margine ai loro interventi sulla guerra di Gaza, Valentina Pisanty e Stefano Levi Della Torre dedicano alcune osservazioni critiche al mio saggio Gaza davanti alla storia, per le quali li ringrazio e alle quali sono lieto di rispondere accogliendo l’invito che mi è stato rivolto da Gli Asini. 

Vorrei dire innanzitutto che condivido molte delle loro riflessioni generali su questa guerra la cui dimensione genocida appare sempre più evidente.
Condivido la messa in guardia di Valentina Pisanty sulla necessità di distinguere tra antisionismo e antisemitismo, partendo dalla premessa che la critica della politica israeliana è legittima e che la strumentalizzazione dell’antisemitismo da parte di Israele al fine di giustificare la sua guerra è inaccettabile. Aggiungerei che questo amalgama pretestuoso rischia di avere effetti perversi e di sfociare, paradossalmente, nella legittimazione dello stesso antisemitismo.
Se denunciare un governo che sta mettendo in atto un genocidio significa essere antisemiti, non si potrà fare a meno di concludere che in fondo l’antisemitismo non è poi così orribile, che possiede forse qualche virtù. Se la memoria dell’Olocausto viene mobilitata per spiegarci che Israele ne rappresenta le vittime e che la distruzione di Gaza è la risposta necessaria a una minaccia antisemita, molti inizieranno a convincersi che l’Olocausto è un’invenzione sionista per giustificare la sua politica. L’uso dell’antisemitismo come arma decisiva contro i critici di Israele rischia di tradursi, in ultima istanza, in un regalo a chi nega l’esistenza delle camere a gas.
Ho l’impressione che governi e media occidentali stiano giocando un gioco estremamente pericoloso, facendosi complici di un’operazione che avrà la conseguenza di rilanciare davvero l’antisemitismo e mettere realmente in pericolo la vita degli ebrei.

Nel mio saggio formulo alcune ipotesi per spiegare la transizione paradossale degli antisemiti di ieri – le estreme destre post-fasciste di tutta Europa – in ardenti sostenitori di Israele.
Prima fra tutte, la sostituzione dell’antisemitismo con l’islamofobia. L’antisemitismo è stato storicamente il codice genetico dei nazionalismi europei e uno dei pilastri del fascismo, anche in Italia. Le estreme destre di oggi hanno trovato un nuovo capro espiatorio: gli immigrati e i profughi musulmani, l’islam denunciato come corpo estraneo alle nazioni, alle culture e alla “civiltà cristiana” (come un tempo erano definiti gli ebrei). Nella loro retorica, il fondamentalista islamico ha sostituito il “giudeo-bolscevico” di ieri. Xenofobia e razzismo adottano adesso una patina “filosemita” e il sostegno a Israele fa apparire Giorgia Meloni, Victor Orban e Marine Le Pen come interlocutori legittimi dei poteri forti (in primo luogo l’Unione Europea e gli Stati Uniti). Illiberali e autoritari, ma non più sovversivi e in fondo del tutto affidabili. La premessa di questa metamorfosi paradossale è il nuovo statuto degli ebrei in seno al mondo occidentale, non più un virus malefico e corruttore delle nazioni ma una minoranza rispettabile e protetta in nome dell’oppressione e delle persecuzioni sofferte nel passato.
Gli ebrei hanno varcato quella che lo storico afroamericano W.E.B. Du Bois definiva oltre un secolo fa “la linea del colore”, una linea metaforica e simbolica che fa di Israele l’incarnazione dell’Occidente in quell’oceano di oscurantismo e fondamentalismo che è il Medio Oriente. Gli ebrei rimangono oggetto di proiezioni simboliche, prima negative e oggi positive (si pensi soltanto alla “ragion di stato” tedesca), ma continuano a fissare una frontiera. Una frontiera rispetto alla quale Meloni e Netanyahu stanno dalla stessa parte. Valentina Pisanty ha probabilmente ragione di sottolineare che queste spiegazioni “sono ancora insufficienti”, ma non mi sembra ne proponga altre più convincenti.

Stefano Levi della Torre inizia il suo intervento citando Yeshayahu Leibowitz, il “filosofo iconoclasta” israeliano che all’indomani della guerra dei Sei giorni aveva previsto la “degenerazione” del proprio paese in uno stato coloniale fondato sull’esclusione e l’oppressione dei palestinesi (parlava addirittura di una politica “giudeo-nazista” nei loro confronti). Levi della Torre prosegue con parole sofferte, scrivendo che le immagini di Gaza evocano quelle di altri genocidi. Dagli spostamenti forzati dei palestinesi dentro una striscia di terra in cui vengono sistematicamente bombardati, aggiunge, “riemergono le marce della morte degli herero, degli armeni”. Questa riflessione è affiorata nella mente di molti durante l’anno trascorso.

Altre osservazioni di Levi della Torre mi sembrano invece più discutibili. Scrive ad esempio che “non è sano per uno stato di diritto convivere con uno stato di polizia coloniale imposto ad altri”. Sono d’accordo, ma in realtà si tratta dello stesso stato: questa coesistenza non è un’anomalia o una stortura ma il fondamento stesso di uno stato coloniale, esattamente come gli imperi coloniali europei del passato distinguevano tra cittadini e “sudditi” o “indigeni”. La differenza risiede nel fatto che Israele è uno stato coloniale del XXI secolo e che questa gerarchia riguarda persone che vivono nello stesso territorio. Ilan Pappe ha analizzato lucidamente questa singolarità: il sionismo politico – quello di Herzl e Netanyahu, per intenderci – è un colonialismo di sostituzione, come quelli conosciuti in America del Nord o in Australia, con la differenza che ha costruito uno stato nell’era della decolonizzazione.

Non condivido neppure le conclusioni di Levi della Torre. Dopo aver comparato la distruzione di Gaza ai genocidi del passato, egli sembra cambiare registro, descrivendo il conflitto in corso come una sorta di conflagrazione irrazionale che vedrebbe “non più due popoli di fronte, ma due apparati disumanizzati di strage”. Ne deduce una sorta di equidistanza, come se fossimo costretti a rimanere osservatori passivi di fronte a un massacro in cui, anziché esecutori e vittime, si scontrano nemici equamente responsabili. Ma in questo caso, i civili palestinesi non sono più vittime di un genocidio ma diventano vittime collaterali di una guerra nella quale i belligeranti si equivalgono.
Questa posizione mi ricorda la saggezza “antitotalitaria” di chi, durante la guerra civile spagnola o durante la Resistenza, non voleva schierarsi. Franco, Mussolini e Hitler facevano ribrezzo, ma l’anticlericalismo anarchico e lo stalinismo dei movimenti partigiani era incompatibile con i loro standard morali. Meglio tenersi fuori dalla mischia, meglio non rischiare di apparire complici dei totalitari, fondamentalisti, terroristi, ecc. 

Tutti i palestinesi vedono in Hamas una forza di resistenza, anche quelli che lo criticano e si situano agli antipodi del suo fondamentalismo religioso. Nei tunnel di Gaza, sono i combattenti di Hamas che lottano contro un esercito di occupazione e un “apparato disumanizzante di strage” incomparabilmente più potente, letale e distruttivo di tutti i loro attentati. Riconoscere questo dato oggettivo non significa sposare l’ideologia di questo movimento autoritario e fondamentalista, né giustificarne tutte le azioni, ancor meno i crimini. Nel mio saggio condanno senza esitazione l’attacco del 7 ottobre, ma la mia interpretazione differisce dalla sua.

Dietro il 7 ottobre, ossia il ritorno dei palestinesi alla lotta armata, c’è il naufragio degli accordi di Oslo, un naufragio tenacemente perseguito da tutti i governi israeliani da trent’anni a questa parte. Ridurre quel terribile attentato a un cinico tatticismo che avrebbe permesso ad Hamas, provocando “il martirio del suo stesso popolo, di farsi egemone e titolare della causa palestinese”, mi sembra oltremodo semplicistico. Possiamo definire Yahya Sinwar un criminale, ma non un volgare politicante che, come Netanyahu, fa una guerra per rimanere al governo ed evitare un processo. Semplicistico non solo perché significa rendere Hamas corresponsabile della distruzione di Gaza, ben al di là dei crimini del 7 ottobre, cadendo in una forma di equidistanza moralmente e politicamente dubbia, ma anche perché l’autorità palestinese della Cisgiordania era già completamente discreditata e aveva perduto da tempo ogni velleità egemonica.
Il cinismo con il quale Israele e i paesi arabi si stavano avviando, con l’approvazione americana, a firmare gli accordi di Abramo sacrificando i palestinesi, non era certo inferiore a quello della leadership di Hamas. Era necessario e soprattutto efficace riprendere le armi contro l’occupazione israeliana? Ne dubito, ma questa scelta spetta ai palestinesi. Ritengo che l’attentato del 7 ottobre non sia stato né necessario né efficace, anzi dannoso e riprovevole sotto ogni aspetto. Ma so anche che in un genocidio ci sono esecutori e vittime e in questo caso l’esecutore è Israele, non Hamas. E credo sia anche necessario distinguere, tra i combattenti di Hamas, quelli che affrontano i carri armati dell’IDF, i medici e infermieri che cercano di curare i palestinesi vittime dei bombardamenti in ospedali distrutti, e quelli che hanno ucciso i civili israeliani il 7 ottobre. Hamas non è soltanto un gruppo terrorista, è anche la struttura di una società civile, così come Israele non si riduce a Netanyahu e ai membri fascisti e razzisti del suo governo.

Il mio libro non “diffonde la nebbia del dubbio sulle efferatezze dell’attacco di Hamas”, che al contrario denuncia fin dalle prime pagine, ma rileva le menzogne della propaganda israeliana, in un primo tempo ampiamente riprese da governi e media occidentali, poi puntualmente smentite.
Credo che la chiarezza su queste false notizie sia la condizione per rendere credibile la condanna delle efferatezze reali compiute il 7 ottobre. Se questa chiarezza non viene fatta, “la nebbia del dubbio” sarà sempre più fitta.

Infine, Levi della Torre non condivide le mie riflessioni – in realtà formulate ben prima di me da molti intellettuali ebrei e palestinesi – sull’impossibilità oggettiva di una soluzione a due stati e sulla necessità di riscoprire il progetto di uno stato federale o binazionale in cui israeliani e palestinesi possano coesistere sullo stesso territorio come cittadini di uno stesso stato sulla base di una completa uguaglianza di diritti civili, politici e nazionali. Ebrei e palestinesi vivono compenetrati su un unico territorio nel quale due stati nazionali sovrani potrebbero nascere soltanto attraverso un processo incrociato di pulizie etniche. Questa prospettiva non mi entusiasma.
In uno stato laico binazionale la Palestina, oggi oppressa, potrebbe essere libera “dal fiume al mare”, in un territorio nel quale oggi sono liberi soltanto gli israeliani (per quanto possa essere libero un popolo che ne opprime un altro). Questo slogan, tuttavia, appare a Levi della Torre “ambiguo”, e l’idea di uno stato binazionale anacronistica, superata, fondata sull’illusione di “azzerare la storia”. Sarà, ma ho l’impressione che non sappia proporre nessuna soluzione, se non quella di deplorare il genocidio messo in atto da uno stato che si ostina a difendere contro le pretese “ambiguità” dei suoi critici.

 

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