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Educazione e intervento sociale

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Figli di un terremoto minore. Un diario flegreo

Illustrazione di Marco Corona
2 Aprile 2025
Gianluca D’Errico

1.

Silvia guarda il muro di Birba, la biblioteca per ragazzi e ragazze che da poco ha inaugurato la sua nuova sede all’interno di Villa Medusa, uno spazio sociale di comunità, totalmente auto gestito da un comitato di quartiere: una bellissima villa stile liberty, a pochi metri dal mare. Siamo a Bagnoli, propaggine occidentale della città: qui Napoli finisce, dopo c’è Pozzuoli, poi Bacoli, Monte di Procida. I quartieri cittadini più a ovest, insieme a questi pochi altri comuni della provincia, formano quello che sulle mappe viene indicato come Campi Flegrei. A Villa, come la chiamano sinteticamente gli attivisti che la animano, oltre a Birba c’è un ambulatorio medico popolare che offre alle persone la prima assistenza e i consigli per orientarsi nel disastrato mondo della sanità campana, c’è un’aula studio gestita dagli studenti flegrei, c’è uno spazio reso vivo dagli anziani della zona con pomeriggi danzanti, socialità, incontri; c’è lo sportello Reciprocamente in cui, grazie al lavoro volontario di diversi psicologi della zona, si offre sostegno e assistenza a chi vive una situazione di disagio; ma anche la riunione settimanale degli alcolisti anonimi, corsi, attività sportive, eventi, tutti decisi e gestiti collettivamente da un’assemblea periodica che somiglia ad un condominio sociale e, soprattutto, tutti gratuiti. Il tratto della gratuità è la regola centrale, politica, del posto. Mutualismo, si dice oggi.

Un’eccezione in un territorio prostituito nelle forme legali del “divertimentificio” della movida – tanti i locali sulla linea di costa, tanto il traffico nel fine settimana, tanti i disagi per i residenti, inesistenti i benefici per la comunità – e del nascente, anche qui, business dei bnb.

Silvia guarda il muro, gli occhi velati da quelle che promettono di diventare lacrime, perché vede delle crepe. La notte tra il 12 e il 13 marzo c’è stata una forte scossa di terremoto, 4.6 della scala Richter, che ha messo a dura prova persone e case. Il fenomeno è quello del bradisismo, legato al fatto che l’intera area flegrea poggia su una caldera potente e mai cheta, una storia di lunghissima durata con crisi cicliche: l’ultima di una certa entità risale agli anni ottanta del secolo scorso. La crisi che si sta vivendo adesso è cominciata già da diversi anni.

Durante l’ultima scossa, notturna e attesa – siamo in piena “ondata” sismica (nel solo mese di marzo ci sono state, contando anche quelle di lieve entità, decine scosse) – anche le mura di Villa Medusa hanno tremato. Il muro che guarda Silvia era stato stuccato e ritinteggiato da poco da una comunità variegata di genitori e bambini, insieme alle attiviste dell’Associazione Leggere per… Birba è l’unica biblioteca per ragazzi dell’intera città di Napoli.

Ora è tutto da rifare, i danni sono rilevanti, la solitudine “economica” pure: la ricostruzione, come è stato per la costruzione, sarà tutta a carico della comunità.

A queste latitudini la terra trema spesso. I tratti scientifici della faccenda, però, non sono oggetto di questo diario. Necessitano altre lenti e altre competenze: qui provo a mettere gli occhi sulle reazioni umane, della comunità locale soprattutto. È però importante dire che nei Campi Flegrei siamo di fronte ad un fenomeno la cui storicità e ciclicità (la terra ha tremato, trema e tremerà sempre) rileva, e molto, ai fini di una lettura politica dei fatti. Qui prevenzione, cura del territorio, prudenza nelle scelte di sviluppo urbanistico, messa in sicurezza dovrebbero essere le sole stelle polari di chi amministra e governa. Dappertutto dovrebbe essere così, ma in un territorio che è per sua natura vocato alla sismicità, nessuna mediazione, anche minima, con altri interessi dovrebbe essere pensata, possibile, ammessa. È così?

2.

Patrizia è elettrica. È quella che, qui da noi, si definisce, a volte come mera costatazione, più spesso per malcelato classismo, una “figlia del popolo”: scolarità tentennante, lingua affilata ed efficace, presenza scenica a nascondere malamente tutte le fragilità possibili e immaginabili (sociali, psicologiche, emotive, economiche), quelle che oggi, da sole, definiscono l’appartenenza di classe, prima, ma molto prima, della condizione lavorativa.

Bagnoli è un quartiere col buco nel cuore: dall’inizio del secolo scorso ha ospitato una delle più grandi acciaierie del paese; i caschi gialli dell’Italsider, migliaia nei tempi d’oro, insieme ai metalli plasmavano la fisionomia sociale del quartiere. I campanili delle chiese impallidivano al cospetto della sirena della fabbrica che, cadenzando i turni lavorativi (tre da otto ore, h24), scandiva anche il “tempo” e il “modo” del quartiere. E il quartiere, come in tutta la storia industriale italiana, ha assorbito dalla fabbrica dignità del lavoro e nocività del capitale; operaismo e tumori, in un impasto non districabile. La fabbrica è chiusa dagli anni Novanta del secolo scorso e l’enorme spazio che ha lasciato, ancora in attesa di bonifica definitiva, è anche vuoto sociale, politico, esistenziale. La parabola è la solita: dal lavoro vero a quello trasparente della precarietà. Emigrazione giovanile e disagio psicologico, gli ingredienti ulteriori che rendono tutto ancora più traballante. Prima e forse più impattante del sisma, da queste parti c’è un lento, silenzioso e inesorabile terremoto sociale. Sotto terra e sotto pelle.

La storia operaia, insomma, è storia lontana e il “popolo” oggi è, anche, Patrizia che, quasi come se ricordasse, dice: “I ricchi teneno ‘e sord: ‘e seconde e le terze case. Si sono messi paura, ma se la sono risolta andando via…e noi ci dobbiamo piangere il morto”. Si riferisce al fatto che anche la crisi bradisismica, a differenza di come si potrebbe pensare guardando superficialmente, non è democratica. Parafrasando Orwell potremmo dire che quando la terra trema, per qualcuno trema “un po’ di più”. Chi ha la possibilità si allontana dalla zona flegrea: case al mare, in montagna, in campagna o semplicemente si paga un albergo altrove. Ma non è solo questo: senza veri piani di messa in sicurezza dei territori, di controlli preventivi sulle case, di contributi economici efficaci, quando c’è un’emergenza e la tua casa fa crack e si indebolisce e crea insicurezza, te la devi vedere, in ultima analisi, da solo. Rimetti in sicurezza, casa e psiche, detto come lo direbbe Patrizia, “se tieni ‘e possibbilità”, i soldi. È il neoliberismo applicato alle emergenze. E nell’emergenza l’abbandono degli ultimi e dei penultimi, già feroce a terra ferma, è cristallino, palese. Il diritto all’abitare, che in altre zone della città si sostanzia anche in lotte e rivendicazioni, contro la turistificazione ad esempio, qui manco viene nominato.

Quando si parla di un terremoto ci si concentra sul fenomeno, a limite si parla dell’emergenza immediata (tende, letti, soccorsi), molto più raramente si parla del tessuto reale sul quale si è abbattuto. C’è bisogno di un lotta per dire cose che dovrebbero essere ovvie, ai limiti dell’automatismo, come “blocco degli affitti per chi viene evacuato dalla propria abitazione”, giusto per fare un esempio, ma l’elenco sarebbe lungo.

A Bagnoli ad ogni modo la macchina dei soccorsi e dell’emergenza si è attivata con una pigrizia irritante, soprattutto considerando che non siamo di fronte a fenomeni inaspettati, e non mi riferisco ai vigili del fuoco che erano a lavoro già pochi minuti dopo il boato e la scossa.
La notte tra il 12 e il 13 marzo molti si sono riversati nella parte alta del quartiere, lì dove c’è l’ex base Nato, altro guscio semivuoto del quartiere. La base Nato più importante del Sud Europa, per anni. Adesso anche l’ex base, come l’ex Italsider, è un enorme spazio in attesa, tanti gli edifici, tanti gli spazi all’aperto: alcune attività pure sono partite (l’area è gestita da Campania Welfare, fondazione della Regione Campania), ma minime rispetto alle grandi potenzialità della struttura. Gli abitanti del quartiere davano per scontato che quello sarebbe stato lo spazio deputato ad accogliere le persone in caso di emergenza, ma hanno trovato i cancelli chiusi.
Le immagini, pubblicate da diversi media, della popolazione che, sorpresa e incazzata, ha provato a forzare i cancelli (con “tafferugli verbali” come ha titolato qualche quotidiano) è una sintesi per immagini abbastanza veritiera di come le istituzioni hanno gestito le cose. Poi, nei giorni successivi, le tende sono state montate, la base aperta, ma solo dopo, appunto. E anche l’altro punto di accoglienza, su via Terracina, un’arteria che collega Bagnoli con la vicina Fuorigrotta, è stato realizzato dopo il 13 marzo…

I palazzi sgomberati, nei giorni successivi, sono diversi, 400 gli sfollati (in aumento: mentre scrivo altri controlli sono in corso…). Agli sfollati viene offerta unicamente una sistemazione in albergo, ma alcuni alberghi individuati sono in provincia a diversi chilometri di distanza dal quartiere con i disagi che ne conseguono: difficoltà nel recarsi a lavoro, ad accompagnare i bambini a scuola (un esempio: alcune sistemazioni sono state offerte a Casavatore a circa un’ora d’auto, considerando il traffico delle ore di punta…). E su questo punto l’emergenza in atto si interseca col tema del boom turistico che sta vivendo la città negli ultimi anni: “possibile” si chiedono gli abitanti “che con tutti gli alberghi in città, molti a ridosso del nostro quartiere, veniamo spostati a chilometri e chilometri di distanza?”. Gli alberghi sono pieni di turisti, non c’è posto: in maniera quasi plastica la crisi bradisismica fa esplodere anche il conflitto, non più tanto latente, tra residenti e cosiddetti city users. Qual è la priorità?

3.

Fatima Ouassak, attivista e ricercatrice francese, nel libro Per una ecologia pirata di cui abbiamo parlato molto sulla nostra rivista, elabora il concetto di vulnerabilità differenziata delle terre e dei corpi e, parlando della crisi climatica ma il discorso è generalizzabile, scrive: “La questione della vulnerabilità è centrale: gli effetti del riscaldamento globale che subiremo saranno diversi a seconda del territorio in cui viviamo […]. Ma la questione della vulnerabilità dei corpi è altrettanto fondamentale: su uno stesso territorio le persone non saranno colpite […] allo stesso modo, ma a seconda del loro stato di salute, dell’accesso all’assistenza sanitaria e ai servizi pubblici, delle altre reti di solidarietà (genitori, famiglia, colleghi, vicini di casa, più o meno abbienti e in grado di aiutare), dello spazio in cui vivere e circolare, delle vie di fuga (trasferirsi altrove, andare in campagna o all’estero)”.

Lette da Bagnoli oggi, queste parole non sembrano previsioni di ciò che accadrà, ma la cronaca di quanto sta succedendo. Al di là dell’incredibile coincidenza linguistica, Bagnolet è il nome del quartiere francese in cui la Ouassak si trova ad operare e dal quale avvia ogni sua riflessione, non è un caso che queste siano parole che partono dalla periferia.

Quando, dopo la botta del 13 marzo, i vigili del fuoco hanno cominciato a girare per le case del quartiere, hanno incontrato un posto già provato dalle continue scosse. Basta aprire la pagina web dell’INGV (l’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) dedicata ai terremoti, quella in cui ogni scossa che si avverte sul territorio nazionale viene registrata, per avere contezza dell’aspetto quantitativo della situazione: tra febbraio e marzo, per limitarsi agli ultimi due mesi, ci sono stati giorni e giorni con almeno dieci scosse nelle 24 ore; una scossa decisamente al di sopra della “norma” c’è stata a maggio 2024 (magnitudo 4.4 con uno sciame sismico di almeno 150 terremoti di lieve entità a cavallo della scossa più intensa), con danni maggiori nella vicina Pozzuoli. Ma hanno trovato un territorio provato anche, come detto, da una condizione che prescinde dalle scosse. “Ma in quella casa veramente ci abitano?” dice uno dei soccorritori.
Parlava di un impresentabile stabile che sta nell’orizzonte “normale” dei bagnolesi, nemmeno messo peggio di tanti altri, ma che ad occhi “stranieri” deve apparire ostile a qualsiasi tipo di quotidianità.

Bagnoli non è solo questo, ovviamente.
Il tessuto sociale è composito anche grazie a tanti nuovi abitanti. Qui si sono trasferiti negli ultimi decenni in diversi: sintetizzando al massimo diremmo ceto medio con scolarizzazione medio alta, attirati un po’ dal mood flegreo (vicinanza al mare e pronunciata socialità), un po’ dal miraggio della bonifica e della trasformazione in meglio dell’ex area industriale, un po’ dalla presenza di alcune scuole bagnolesi considerate di avanguardia pedagogica.
Hanno acquistato case del precario patrimonio immobiliare del quartiere, accendendo mutui importanti (perché anche la classe media non è più quella di una volta…) e adesso guardano impauriti alla terra che fa tremare le case. E insieme alle case tutto il resto.

Per Bagnoli, visti i presupposti, questa ennesima crisi poteva essere il definitivo colpo di grazia…

Non è stato così. Il quartiere, con un colpo di reni (inaspettato per chi non ci vive dentro, ma “naturale” per chi sa) ha reagito con lucidità etica e politica esemplari.

4.

“Si parte e si torna insieme: questo è il nostro motto, prima di qualsiasi rivendicazione”. Sta partendo una manifestazione da piazza Bagnoli. A Città della scienza, altra struttura del territorio, museo e aule laboratorio dedicate alle scienze, c’è un’iniziativa che vede la partecipazione di tre ministri dell’attuale governo e i manifestanti intendono arrivare nei pressi del centro congressi e portare le proprie richieste. È il 21 marzo.

A parlare al megafono è Walter, un trentenne che ti istiga all’adozione: “te ne vuo’ venì pe’ figlio a me? (vuoi diventare mio figlio?)” gli urla ironico un vecchietto. Walter è uno degli attivisti di Villa Medusa, psicologo e militante di Iskra, collettivo politico che già da settimane è mobilitato sulla questione bradisismo. Già ad inizio marzo c’era stata l’occupazione della sede della decima Municipalità di Napoli, quella che amministra Bagnoli e Fuorigrotta. Tante le assemblee, i comunicati, gli incontri con esperti. Un’esperienza che gradualmente ha assunto la forma di una assemblea auto organizzata permanente che ha progressivamente attirato e coinvolto tanti abitanti del quartiere e delle zone vicine. Ad ogni incontro sempre più gente. Prima e indipendentemente dalle istituzioni, la società ha trovato i modi e le forme per darsi un’organizzazione, individuare i pericoli, ma anche ragionare sulle possibili soluzioni…gli abitanti, in un processo orizzontale, a tratti commovente, ma lucido e consapevole hanno elaborato un documento con una serie di rivendicazioni.
La scrittura collettiva di questo documento è stata, di per sé, un miracolo. Chi ha avuto la fortuna di assistervi e partecipare si è trovato di fronte ad una “pazienza militante” fuori dal comune: capacità di mettersi in ascolto reciprocamente, tessere, tenere tutto e tutti dentro, tornare continuamente su ciascun punto, produrre sintesi. Un esempio di lavoro sociale e politico.
In estrema sintesi i punti prodotti dicono ai poteri pubblici alcune cose relative all’emergenza (adeguamento sismico degli edifici sgomberati, blocco degli affitti per gli sfollati, contributo per autonoma sistemazione per chi non accetta la sistemazione alberghiera, contributi per l’adeguamento sismico anche per gli edifici non sgomberati, piano di messa in sicurezza di tutto il territorio), ma nelle continue assemblee cominciano ad emergere anche questioni di medio termine, la più ricorrente riguarda il rapporto tra l’emergenza bradisismo e le scelte sulla bonifica e le trasformazioni urbanistiche di tutta l’ex area industriale.
Agli abitanti comincia ad apparire chiara la contraddizione tra la condizione attuale della parte “storica” del quartiere e quanto si va decidendo in merito alla bonifica: un punto in particolare è più che stridente, quello che riguarda la possibilità di nuove edificazioni. “Cemento zero o alberghi e ristoranti?” chiede qualcuno al megafono, la domanda è rivolta all’amministrazione comunale e al Governo.
La rivendicazione storica del quartiere, sull’area dell’ex Italsider, è semplice e potente al tempo stesso: parco pubblico e spiaggia libera, nessuna nuova costruzione, nessuna mediazione con gli interessi di chi vede nella grande e bellissima area (siamo di fronte al mare, accanto all’isola di Nisida, sotto la collina di Posillipo) ipotesi di investimento e profitto. “Abbiamo già dato ai padroni: lungo tutto il novecento”.

Sul punto, anche da parte della nostra rivista, bisogna tornare. Per il momento basta ricordare quanto detto in apertura rispetto alla cura del territorio: “non è possibile dire al mattino, velatamente, che ci vorrebbe una riduzione della “pressione demografica” sull’area flegrea, che, in fondo, è un territorio dove non ci si dovrebbe manco abitare e, al pomeriggio, firmare accordi che prevedono nuovo cemento e nuove costruzioni” dice un’altra voce, composta ma decisa, al megafono proprio mentre il corteo costeggia il lunghissimo muro della fabbrica.

5.

Primo piccolo epilogo

L’assemblea popolare flegrea, dopo la manifestazione del 21 marzo, è stata convocata a Palazzo Chigi. Il documento “miracoloso” è arrivato dove voleva arrivare.

Le parole da dire sono state dette. Il giorno dopo sono state sbloccate le procedure per chiedere i contributi per l’autonoma sistemazione in alternativa alle camere degli alberghi. Una piccola e molto parziale vittoria che l’assemblea “incassa”.

Gennaro, abitante pacato e attivista deciso, dice: “Da questo momento nessuno può dire che non sapeva, ma la lotta da fare è ancora lunga”.

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