A OCCHI APERTI PER INDAGARE IL CONTEMPORANEO

Se il tempo storico fosse come la crosta terrestre verrebbe da dire che oggi viviamo un momento di formazione di una grossa faglia, come se due continenti si preparassero a staccarsi definitivamente e a muoversi in direzione opposta: un passato – quello che sbrigativamente possiamo chiamare capitalistico e patriarcale – inesorabilmente passato perché ha esaurito la sua forza vitale e oramai è ossidato in un sistema inerte o, meglio, ancora molto capace di provocare danni (e chissà per quanto tempo ancora); un futuro che da più parti fa sentire la sua voce e che richiama la necessità di un mutamento radicale del nostro modo di vedere, pensare e vivere: contrappone alla tensione individualistica l’urgenza di “rifare comunità”, sostituisce con il termine “cura” quello che prima era “profitto” (evidenziando che ci sono diversi tipi di “guadagno” nei nostri comportamenti), reclama la necessità di mettere da parte la centralità del nostro ego a favore di un sentire più reticolare, dove noi siamo uno dei tanti gangli in comunicazione gli uni con gli altri, esprime una propensione a uno “stare fluido” – al contrario di uno “stare paranoico e agonistico” che ha nella guerra il suo esito naturale. Ecco allora la propensione a rifiutare la logica della differenza a favore di quella della pluralità nel quale far convivere generi, culture, umano e non umano, organico e non organico. Viene in mente il classico studio di Gilbert Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, e la sua distinzione tra Regime Diurno (tendente alla costruzione di un immaginario fondato sulla dialettica tra opposti e sulla chiara valorizzazione di uno rispetto all’altro: Bene/Male, Luce/Ombra, Ascesa/Caduta, etc.) e Regime Notturno che tende invece a sfumare i contrasti a cercare mescolanze, a ridefinire i valori. Regime Notturno è stata la cultura romantica, quella surrealista, la controcultura degli anni Sessanta e forse potremmo aggiungere anche i tempi che fanno capolino a fatica oggi.
Un periodo storico interessantissimo quello che viviamo – una volta che lo vediamo dall’alto a mo’ degli angeli de Il cielo sopra Berlino di Wenders – se non fosse per alcuni interrogativi di base. Il primo riguarda un’ansia inedita nei confronti del nostro futuro e del suo oggettivo e possibile accorciamento, cosa che rende i tempi di questa partita della Storia sospesi e la paura è di non poterla giocare ancor prima di poterla perdere. Il secondo riguarda la sproporzione tra il vecchio mondo e il nuovo: la logica del capitale non è solo ancora l’unica che si vede nelle decisioni di chi ci governa, ma è entrata così endemicamente dentro il nostro codice genetico comportamentale che sembra davvero impari la richiesta di rinunciare a esso, quasi un’assurdità a cui non si riesce nemmeno a pensare. Il terzo e ultimo, forse il meno inedito, è la natura ancora minoritaria e soprattutto elitaria di chi porta avanti il “discorso del nuovo” con rischi da una parte poco raccomandabili come la consolazione e assoluzione di sé o il compiacimento narcisistico, dall’altra molto comprensibili come la fatica a tradurre certi pensieri in azione politica e soprattutto a coinvolgere un immaginario che sia davvero di massa.
Rimane comune necessario vivere questa “faglia” storica cercando di capire cosa sta succedendo, cosa stiamo facendo succedere o cosa impediamo che succeda; al solito: cosa è necessario. Vedere come la produzione culturale e artistica anticipi e rifletta (nel senso di pensiero ma anche di specchio) i tempi che viviamo è operazione importante, per quanto non priva di quei rischi consolatori e narcisistici a cui accennavamo.
A occhi aperti, il festival che cura a Bologna Hamelin insieme a un gruppo di giovani artiste e artisti, si muove in questa direzione. Ha scelto un punto di vista specifico – quello del fumetto e del disegno contemporaneo – per interrogarsi su come questi linguaggi stiano rappresentando i tempi che viviamo. Ed è interessante perché anche dal punto di vista del fumetto si sta vivendo un momento di passaggio: la stagione del graphic novel, che era la novità di trenta-venti anni fa si è canonizzata, è certo capace di presentare ancora opere e personalità artistiche significative, ma non sembra più la forma privilegiata per esprimere una sintonia con la contemporaneità. A partire proprio dalla centralità dell’autore/autrice, che è stato il vero “gesto romanzesco” del graphic novel: l’atto di forza di esprimere una soggettività dichiarata (spesso anche autobiografica) che rendesse unica una data opera, usando un linguaggio che invece si era per lo più fondato sulla serialità e sulla produzione industriale. Quello che in parte scricchiola oggi è proprio l’approccio autoriale, inteso come affermazione dell’io che si pone come autore e narratore e in quanto tale capace e responsabile di condurre un racconto (non importa se autobiografico, reportage, di finzione) che abbia una sua linearità e una sua trama.
Diversi sono i sintomi di questo processo nelle opere contemporanee più interessanti: la perdita di una linearità narrativa, e forse anche di una volontà narrativa; la rinuncia a una soggettività dichiarata che a volte quasi porta a fingere l’assenza di un autore; la minore importanza dell’oggetto libro rispetto a formati più agili e meno legati alla filiera editoriale (fanzines e autoproduzioni); l’idea di un oggetto che si faccia più espressione di un contenitore di spazio, di un mondo in cui costruire, piuttosto che un contenitore di tempo, con una trama che si sviluppa.
La presenza di Dominique Goblet, in questa sezione della rivista e nel festival a Bologna, va interpretata anche in quest’ottica; maestra del fumetto più sperimentale dagli anni Novanta, con il suo lavoro rappresenta tanto del processo a cui abbiamo alluso: il suo primo lavoro importante si allinea felicemente alla tensione autobiografica del momento, ma via via il suo lavoro si “s-trama”, diventa occasione per una co-autorialità, sembra non sentire più la necessità di raccontare in senso tradizionale, la trama lascia lo spazio al paesaggio, al dialogo tra il fuori e il sé. Caratteristiche che si ritrovano anche nelle opere di Gwénola Carrère e Joe Kessler, anch’esse esposte al festival, che qui vengono lette da una parte del gruppo di lavoro che ha ideato A occhi Aperti – Ivalù Chantal Marcolin, Valeria Cavallone, Alberto Falco, Dario Sostegni, Marco Libardi – in relazione alla categoria del “selvaggio” e del saggio Creature selvagge di Jack Halberstam.
Il rapporto tra noi il paesaggio è al centro della seconda edizione di A occhi aperti (13 -17 novembre) dal titolo Corpo a Corpo. Per un fragile equilibrio tra il paesaggio e noi e ha dato spunto a questa sezione della rivista. Il paesaggio ci sembra infatti un tema cruciale per leggere le possibilità di trasformazione storica del nostro presente, sia inteso nella sua forma concreta di relazione vissuta come individui e come società sia nella sua forma immaginativa e di rappresentazione. E tale crucialità deriva dalla natura intrinsecamente contraddittoria del rapporto con il paesaggio: siamo noi, con il nostro sguardo, a crearlo? Oppure esiste a prescindere da noi? Già Georg Simmel, tra i primi a riflettere filosoficamente su questo tema (Saggi sul paesaggio, Armando Editore, 2006) si trovava costretto a porsi questi interrogativi che inevitabilmente mettono in gioco la relazione tra umano e non umano, tra centro e decentramento, tra attività e passività, tra sguardo da fuori o attraversamento, tra l’opera d’arte come esito e come processo. Al centro di queste fertili contraddizioni ci porta da subito Ilaria Bussoni, cofondatrice della casa editrice DeriveApprodi di cui cura la collana su ambiente, giardini e paesaggio “habitus” e co-responsabile di SPORE – Scuola di Campagna, progetto di formazione promosso dall’azienda La Distesa, pioniera nella produzione di vino naturale, con cui si vuole sottolineare il legame inevitabile tra produzione agricola, scienza e antropologia, cultura e politica.
Allo stesso modo sospeso su contraddizioni è l’articolo di Maria Nadotti, nostra compagna di viaggio da sempre che riporta in campo la storia e la memoria come ingrediente necessario quando si parla di paesaggio, che diventa geografia di passato e presente, rimozioni e persistenze, vivi e fantasmi. Livia Apa ci conduce invece in altri paesaggi, altri corpi, altri cosmi, rimettendo in questione confini e idee di natura e di selvaggio dentro le narrazioni forti della storia e delle liberazioni degli altri.