Gli Asini - Rivista

Educazione e intervento sociale

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Di selvaggi, cosmo e piante

Illustrazione di Andrea De Franco
12 Ottobre 2024
Livia Apa

Il cosmo è paesaggio? Come risponderebbe il selvaggio a questa domanda dal suo luogo di enunciazione, la foresta? Foresta è dunque ciò che è esterno alla città, alla polis al luogo dove la vita civile, intesa anche come vita viva della civiltà si svolge ed ha luogo? Su questa contrapposizione si è retto molto di quello che grossolanamente possiamo definire Occidente e la sua cultura che ha via via contrapposto al brusio della vita e dell’umanità il silenzio del cosmo. Per il selvaggio il silenzio del cosmo è però udibile e decifrabile perché sa attraversare le complesse cosmologie che per esempio nel continente africano costituiscono gli archivi delle comunità a cui ciascuno appartiene. Forse ripercorrendo questa idea di appartenenza che il filosofo senegalese Souleymane Bachir Diagne definisce cosmologia del legame, scopriremmo che l’umanità comune si costruisce nella tessitura dei luoghi. Come Diagne ha dichiarato tempo addietro si diventa umani nei luoghi (le devenir vivant dans les lieux). E allora chi come il selvaggio abita la foresta abita non un margine ma uno spazio che è anche di libertà e di ribellione come ci insegna il marronage degli schiavi che proprio entrando dentro la foresta nell’intricato gioco di vegetazione e di liane trovano il loro affrancarsi penetrando spazi in cui, come ci ricorda Dénètem Touam Bona nel suo Sagesse des Lianes (2021), ci si de-domestica; si libera innanzi tutto il corpo che è la prima posizione da liberare, corpo che vedendo ridotto sensibilmente il proprio spazio visivo attiva però al massimo tutta la sua capacità di percezione per sopravvivere. Il marronage è dunque una fuga vegetale, ci ricorda ancora Dénètem Bona, un fuori misura perché attraversa spazi difficili da cartografare attraversando saperi non solo nascosti ma in qualche misura anche clandestini affidandosi solo alla legge di ciò che è vivo e seguendo appena il suo ritmo. La foresta, va ricordato forse, è stato anche lo scenario dove la guerriglia anti-coloniale dal Vietnam alla Guinea Bissau è riuscita ad avere la meglio sugli eserciti che per anni e anni avevano abusivamente occupato territori altrui, attivando una specie di intra-azione capace di unire umani e altri esseri viventi, altri artefatti, altri ambienti di vita altre immagini che, per tornare a Bona, diventano tante imago agens, capaci di figurare non solo dei contenuti ma anche delle operazioni di pensiero, di memorizzazione dell’ immaginazione.

Ecco dunque una nuova tessitura possibile dei luoghi che attiva una cosmologia a sua volta possibile che connette ciò che è vivo al suo potenziale di relazione perché come ci insegna Éduard Glissant si è nella relazione e si è nella relazione anche oltre l’antropocene, oltre l’idea di una comunità fatta solo di persone. Parliamo dunque di un orizzonte fortemente segnato da un’idea di etica che rimanda ad una continua risonanza intesa come prassi che aiuta ad accogliere la differenza. In questa chiave persino il cannibalismo che è stato sempre associato alla figura del selvaggio è leggibile come un’iperbole del farsi altro fino all’estremo, annullando ogni distanza al punto di inghiottire la forma materiale di chi è altro da te. Achille Mbembe ci avvisa che esistono legami subiti e legami scelti e che solo in questa chiave la democrazia può essere una clinica non dei comportamenti che devono regolare il rapporto fra gli umani, ma della relazione stessa perché si possono curare i vivi solo aprendo la relazione al resto di ciò che è vivo. Sulla stessa linea Eve Tuck et K. Wayne Yang scrivono quanto sia importante ricordare che decolonizzazione non vuol dire altro che restituire agli autoctoni le loro vite e le loro terre nel senso più aperto possibile. La decolonizzazione per questi due autori non è la metafora di qualche altra cosa, anche se questa altra cosa potrebbe aiutare a migliorare le nostre società. Ed avvertono che metaforizzare la decolonizzazione significa dare accesso a un’intera gamma di evasioni, o “manovre di dis-colpa”, che spesso permettono di riconciliarsi con la situazione coloniale attraverso pratiche in cui si guarda e ci si rivolge al selvaggio quasi chiedendogli, di fronte alla fine evidente di un sistema mondo ormai allo stremo delle forze e che teme l’apocalissi, di indicarci una possibile via di uscita. Un nuovo estrattivismo, insomma, quello dell’energia vitale questa volta, travestito da attenzione a ciò che è diverso da noi. Per realizzare invece quella necessaria tessitura di luoghi di cui parlavamo all’inizio bisogna rimettere al suo posto ciò che vive e seguirlo secondo le sue cartografie non esplicite e spesso poco visibili, perché in questo mondo che abitiamo, bisogna chiedersi una volta per tutte, forse, se nelle relazioni sociali, politiche, personali, di ogni tipo insomma, sia mai stato lasciato davvero spazio ad altri soggetti di altri territori diversi da quelli della polis riconosciuta come tale, in un complesso gioco di specchi che ha sempre giocato invece all’occultamento dell’altro.
Il fuggitivo, il marrón, ci ricorda costantemente la piantagione che è dentro di noi e di quanto sia difficile liberarsi dal passato storico della conquista, sia stata essa di luoghi o di corpi in nome di una presunta civiltà. Si tratta oggi della disgregazione del mondo e della “montée en humanité” come ci ricorda Mbembe nel suo Sortir de la grande nuit (2010) perché c’è un pezzo significativo del mondo, quello dei selvaggi, per semplificare ed intenderci, che chiede di essere e di reggersi secondo le sue priorità, di essere visto, di fare parte. E questo, come ci insegna Amílcar Cabral, è un lungo lavoro di educazione integrale che deve partire dalla terra che calpestiamo per essere vera forza di trasformazione. Diceva lo scrittore congolese Sony Labu Tansi “io scrivo per forzare il mondo a venire al mondo”.

Un mio amico mi raccontava giorni fa che suo nonno quando si è trasferito dal nord del Mozambico nella poverissima periferia di Maputo portava con sé poche cose e fra queste una piantina dell’albero più comune della sua zona. Quando la piantina attecchì e diventò più grande chiamò i suoi nipoti e disse: “Siamo di nuovo a casa. Siate come questa pianta, capace di vivere anche in un altro paesaggio e non dimenticate che il vero futuro viene sempre dalle origini”.

Dénètem Touam Bona, Sagesse des lianes, post-editions, 2021

Dénètem Touam Bona Fugitif, Oú cours-tu?, Puf, 2016

Achille Mbembe, Sortir de la grande nuit, La Decouverte, 2010

Édouard Glissant, Poetica della relazione, Quodlibet, 2007

Eve Tuck et K. Wayne Yang Decolonization is not a metaphor, 2012

Amílcar Cabral, Per una rivoluzione africana, Ombre corte, 2019

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