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La storia palestinese nella voce dei poeti

Illustrazione di Lufo
27 Gennaio 2024
a cura di Simone Sibilio

Il lettore non esperto di letteratura araba probabilmente accosterà alla poesia palestinese il nome del suo massimo interprete Mahmud Darwish (1941-2008), capace di iscrivere il suo nome nell’albo dei più grandi poeti della storia, il cui primo luogo di residenza è “la lingua”, come amava affermare lui stesso per sublimare l’essenza della sua identità. L’affermazione dirompente di Darwish sulla scena araba ha persino oscurato la presenza di tante altre voci provenienti di quella terra che hanno scandito con i loro versi le tappe storiche e le istanze politiche e civili dei palestinesi, e ciò sin da prima della Nakba, la “catastrofe” avvenuta con l’espulsione del 1948, anno di fondazione dello Stato di Israele. Questo contributo intende offrire una breve rassegna delle più significative voci che hanno orchestrato la storia in versi della dolorosa vicenda palestinese. 

Nel panorama letterario arabo moderno la poesia palestinese ha rappresentato un caso paradigmatico, in virtù di un processo storico-politico che ha visto un popolo, espulso dalla terra e dal tempo – e quindi in assenza di una geografia e di una Storia – identificare nel racconto, nell’espressione artistica e nel canto uno spazio di rivalsa, di affermazione identitaria, di stabilità e perseveranza, dinanzi alla costante minaccia di negazione e di scomparsa. 

Già negli anni precedenti al 1948, autori come Ibrahim Tuqan (1905-1941) e Abu Salma (1909-1980), con versi patriottici in stile tradizionale, paventavano timori sulla minaccia costituita dall’acquisizione delle terre da parte del movimento sionista e sul nefasto ruolo della potenza mandataria britannica, a partire dalla dichiarazione Balfour (1917).

In seguito al trauma della Nakba e con la perdita di ogni riferimento, l’esilio diviene il fulcro della vita culturale palestinese. Lì si formano le migliori voci. L’esperienza della diaspora contribuirà in modo decisivo al processo di riconnessione del tessuto sociale, identitario e culturale dei palestinesi. La poesia diffusa in seguito agli eventi del 1948 si affida prevalentemente ai registri della nostalgia, dell’angoscia e dello sgomento per la terra perduta, nonché alla testimonianza della condizione dei profughi, ammassati in tendopoli nei paesi arabi limitrofi. Rifletterà sulle conseguenze materiali, psicologiche e morali dello sradicamento, ma saprà anche esprimere il sentimento di paziente attesa e la viscerale volontà di ritorno, come cantano i versi di  Abu Salma e Harun Hashim Rashid (1927-2020). Negli anni ’50 si assiste inoltre all’affermazione di Fadwa Tuqan (1917-2003), sorella del succitato Ibrahim, che passerà da forme più tradizionali e romantiche a un verso libero incisivo, forgiato dall’avvertita preoccupazione per le questioni sociali e nazionali. L’evento decisivo per il cambio di rotta della sua poetica è la Guerra dei Sei giorni del 1967, ritratta nella dolorosa immagine della sua città natale, Nablus, in Cisgiordania, caduta e annessa allo Stato di Israele. Leggiamo in La mia triste città:

Il giorno in cui vedemmo morte e tradimento
si ritirò l’alta marea
si chiusero le finestre del cielo
la mia città perse il fiato.
Il giorno in cui sparirono le onde
e le brutture dell’abisso mostrarono il loro vero volto
la speranza fu ridotta a cenere
e la mia triste città
soffocò nel disastro.
Sparirono bambini e canzoni
nessun’ombra né un’eco
nella mia città la tristezza strisciava nuda
a passi sanguinosi
nella mia città fu il silenzio
piegato come alte montagne
misterioso come la notte, tragico silenzio
aggravato da morte e sconfitta.
Mia triste città silente!
Così al tempo della mietitura
s’incendiano messe e frutti?
Ahimè che brutta fine del cammino!

[da S. Sibilio, Poesia araba moderna e contemporanea, Istituto per l’Oriente, Roma, 2022, p. 126]

Fadwa Tuqan si rivelerà una delle più incisive voci della cosiddetta “poesia della resistenza” (muqawama), definizione attribuita dal celebre scrittore Ghassan Kanafani ad un fervido movimento di poeti palestinesi attivi sin dai primi anni ’60 in territorio israeliano, che coniugavano militanza politica e produzione letteraria. I loro versi registravano esperienze e pratiche di lotta quotidiane di una comunità sotto occupazione, alternando i più vigorosi motivi di denuncia delle angherie e dei soprusi patiti all’impiego di tropi eroici, di simboli identitari e di appartenenza alla terra, nonché di repertori mitici, religiosi e folcloristici. La poesia diveniva così piattaforma politica per rivendicare il riconoscimento dei diritti e il sogno di liberazione di un popolo oppresso, che aveva intanto riposto le sue speranze di riscatto nell’azione dell’Organizzazione per liberazione della Palestina (OLP, fondata in esilio nel 1964), capace di affermarsi, grazie al carisma del suo leader Yasser Arafat, come unica rappresentante politica dei palestinesi. Tra i massimi esponenti di questo filone, oltre a Mahmud Darwish, figurano Samih al-Qasim (1939-2014), Tawfiq Zayyad (1929-1994) e Ahmad Dahbur (1946-2017). La poesia di al-Qasim varierà dai toni più declamatori delle prime opere – memorabili i versi di Discorso al mercato dell’eroismo in cui recita “Giuro che mai negozierò / fino all’ultimo pulsare delle vene / resisterò / resisterò / resisterò” – ad una maggiore ricerca estetica con cui esplorerà le potenzialità del verso, inglobando un ampio repertorio di immagini e simboli. Lo stile pungente dell’autore è ben racchiuso in questo breve ma potente poema, Labbra tagliate:

Avrei voluto narrarvi
la storia di un usignolo morto
avrei voluto narrarvi
una storia…
ma mi hanno tagliato le labbra.

[da  F. M. Corrao (a cura di), In un mondo senza cielo. Antologia della poesia palestinese, Giunti, Firenze, 2007, pp. 112-113]

Anche la poesia di Darwish attraverserà diverse fasi di sviluppo passando dai motivi della resistenza e da un’attitudine romantica ad un’elaborazione lirica di più ampio respiro che percorre traiettorie simboliste ed esistenzialiste, perseguendo una ricerca estetica diversificata nel tempo. Da testi come Carta d’identità, immortalata dall’incipit “Scrivi, sono arabo!”, manifesto identitario che riverbera l’affermazione dell’origine contadina e l’identificazione con la terra o come la struggente A mia madre, attraverso cui traspone il senso di isolamento patito dai detenuti nelle carceri israeliane, si passa ad una poesia forgiata nella condizione psico-fisica dell’esilio e attraversata da una stratificazione di sensi e motivi, così come dagli impulsi della migliore lirica mondiale novecentesca. 

A segnare la successiva produzione sarà il soggiorno in Libano negli anni ’70 e l’esperienza della guerra civile culminata con l’ennesimo esodo palestinese in seguito alle stragi compiute nel 1982 nei campi profughi di Sabra e Shatila dalle milizie falangiste protette dall’Esercito israeliano. Elogio dell’ombra alta (1983) è il migliore esempio di questa fase caratterizzata dalla ricerca di un poema lungo di impronta lirico-epica attraverso cui far risuonare gli echi del tormento collettivo:  

È un altro esodo,
non scrivere il testamento e l’addio.
È venuta giù la rovina, e tu vai in alto
come un’idea
come una mano
e come una meta!
Non c’è altra terraferma che le tue braccia
non c’è altro mare che il blu misterioso che è in te
mimetizzati dunque nelle cose cosicché le cose possano
mimetizzarsi nel tuo passo proibito
e ritira le tue ombre dalla corte dei governanti arabi
perché non le possano portare come medaglie
e spezza tutte le tue ombre perché non possano stenderle 
come tappeto o tenebra.

[da M. Darwish, Inni universali di pace dalla Palestina. Elogio dell’ombra alta, a cura di S. Zaghloul, Jouvence, Milano, 2020, p. 50]

L’approfondirsi dell’indagine poetica nel campo dei miti mediterranei, della cultura antica araba ed europea e nell’immaginario sacro comune alle tre religioni monoteistiche consentirà a Darwish di dotare il verso di una carica universale. Compone in esilio Più rare le rose, opera in cui sottopone a rinnovata indagine la dialettica spazio/tempo che insieme alle dicotomie vita/morte, sé/altro, presenza/assenza diventerà il cardine filosofico della successiva produzione. In un testo qui contenuto, ricolmo di immagini e domande tragicamente attuali, Darwish rompe la struttura ermetica con una chiusa in cui riafferma il destino dei palestinesi attraverso una simbologia convenzionale, ma penetrante:

La terra a noi si restringe
all’ultimo varco ci calca
e, al transito, ci spogliamo delle nostre membra
ci spreme la terra. Se solo fossimo il suo grano per morire e rivivere
se lei fosse nostra madre pietosa di noi
se solo noi fossimo immagini di rocce portate dal sogno come specchi.
Abbiamo visto i volti di chi verrà ucciso dall’ultimo tra noi nell’ultima difesa dell’anima. 
Abbiamo pianto alla festa dei loro figli. Abbiamo visto
i volti di chi getterà i nostri figli dalle finestre di questo
ultimo spazio. Specchi levigati dalla nostra stella.
Dove mai andremo oltre il confine estremo?
Dove voleranno gli uccelli oltre l’ultimo cielo?
Dove riposeranno le piante oltre l’ultimo soffio di vita?
Scriveremo i nostri nomi nel vapore purpureo
recideremo le mani al canto perché la nostra carne lo completi.
Moriremo qui. Qui all’ultimo varco. Qui e qui il nostro
sangue pianterà il suo ulivo.

Va detto che sia la poesia di Darwish che quella di suoi epigoni percorre nuovi sentieri a partire dai primi anni ’90. Sul piano storico-politico, l’accordo di Oslo (1993) determinerà una trasformazione epocale per la società palestinese accelerando il processo di frammentazione interna alla comunità. Alimentando l’illusione di una stabilizzazione dell’area e di una reale sovranità, con la concessione alla neonata Autorità Palestinese di poteri limitati sui territori occupati del 1967, quell’accordo porterà al confinamento dei palestinesi nella gabbia di un territorio frammentato e controllato di fatto dalla potenza israeliana, congelando punti chiave mai più rinegoziati, come il futuro status di Gerusalemme, il ritorno dei profughi, lo smantellamento delle colonie israeliane e le definizione dei confini. Sul piano culturale, il processo di autonomizzazione dell’intellettuale dai quadri di riferimento ideologici aprirà le porte a nuove idee e visioni, che si tradurranno in poesia in modelli e linguaggi inediti. Sono numerosi i poeti palestinesi a intraprendere una nuova relazione con il dire poetico, interrogando la condizione di sé, il proprio status e ambiente, muovendo da prospettive meno consuete. Alcuni cercheranno riparo nell’universo privato, sondando la dimensione intima, contemplativa. Si tratta di un nuovo sviluppo che testimonia l’emersione in superficie del protagonismo lirico, dell’irruzione del sé, piombato nell’impresa di dire insieme il proprio mondo e tempo, attingendo ad un nuovo potenziale espressivo per svelarne le contraddizioni. L’adozione sempre più convinta e diffusa della poesia in prosa privilegerà, poi, la narratività, l’attitudine al racconto di centro e periferia del sé, determinando in alcuni casi, un anti-lirismo che segnerà una frattura con la dimensione più tradizionale legata alla ritmicità. 

Tra i poeti più incisivi del post-Oslo va annoverato Ghassan Zaqtan (1954), rientrato in Palestina nel 1994, che riflette sull’esperienza del ritorno come un “nuovo esilio”, ad osservare le acute e incommensurabili trasformazioni avvenute su un fazzoletto di patria occupata e divisa. Zaqtan ricorre costantemente alle trame della memoria e del sogno, ponendo enfasi sulla ricerca del particolare e sulle piccole storie rivelatrici di esperienze universali, nel tentativo di stabilire una nuova relazione con il proprio spazio, con un’agognata “normalità”. Scrive in una recente poesia nel tentativo di illuminare un passato palestinese sepolto sotto la coltre del tempo e delle operazioni di trasformazione del luogo:

Sali, figlia mia, sul colle dei cipressi 
riportaci ciò che hai visto. 
Ricordati dei cari parenti – se sali – e la canzone del pozzo 
riportaci ciò che vedi non tralasciare l’erba lì sui bordi 
nessun giovane disperso sulle alture, 
non trascurare uccelli, fiori, 
pietre, paglia neppure i ciottoli 
non lasciar traccia alcuna che sia definibile né un segno visibile 
e dicci cosa vedi, quando scorgerai le vigne 
e la linea del lago 
perché noi, qui, non vediamo.

[da G. Zaqtan, In cammino invocano i fratelli. Versi scelti, a cura di S. Sibilio, Edizioni Q, Roma, 2019, p. 98]

Per Murid al-Barghuti (1944-2021) la resistenza culturale esige, invece, nuovi linguaggi ed estetiche e non può prevedere il sacrificio del poetico sull’altare del politico. Così spoglia della sua sacralità uno dei simboli più consolidati dell’identità contadina e dell’appartenenza alla terra, l’arancia:

Non sono un simbolo di nessuno
non sono un simbolo di un Paese,
bensì sono questo sapore
sono questo corpo,
tu, cantore della patria menzognera, mangiami
oppure rimettimi sul mio ramo
non sacralizzarmi
non sono altro che un’arancia.

[da S. Sibilio, Poesia araba moderna e contemporanea, Istituto per l’Oriente, Roma, 2022, p. 147-148]

Ibrahim Nasrallah (1954), nato da genitori palestinesi in un campo profughi di Amman, invece resta maggiormente ancorato alla visione di una poesia impegnata, da conciliarsi con un’estetica fotografica e sempre cangiante, votata ad assecondare le più diverse esigenze espressive per poter rendere conto dell’esperienza palestinese nella sua complessità ed eterogeneità. In questa struggente poesia, Assenza, che ritrae un’ordinaria operazione di demolizione di una casa ci restituisce il potere del racconto e della testimonianza, dinanzi alla perdita e al lutto:

Non trovò la porta della casa, la donna
non trovò la finestra
né la terrazza
né la corda del bucato.
Con mani sanguinanti scavava.
O Dio
la soglia
almeno la soglia!
Per sedermi e raccontare alla notte
la storia della casa.

[da I. Nasrallah, Versi, a cura di W. Dahmash, Edizioni Q, Roma, 2009, p. 192]

Se è vero, come più sopra illustrato, che negli ultimi decenni la scrittura poetica in Palestina ha palesato un progressivo allontanamento dai percorsi della resistenza o del modernismo, dominanti nel secondo Novecento, è altrettanto vero che alcuni poeti della nuova generazione si sono misurati con quel glorioso passato poetico impresso nella coscienza collettiva, rivisitandolo in forme proprie e originali, e talvolta persino “sfidandolo”. Il poeta Najwan Darwish (1978), ad esempio, riscrive la celebre Carta d’identità dell’illustre omonimo Mahmud, per superare il binarismo palestinese vs israeliano ed aprire la domanda sull’identità a più possibilità. Sui paradossi della nuova condizione palestinese e su una nuova possibile estetica dell’impegno politico sono in tanti a riflettere. Il poeta della Galilea Marwan Makhul (1979) con brevi versi fornisce una significativa risposta in tal senso:

Per scrivere poesia che non sia politica
dovrei ascoltare gli uccelli cantare
ma per ascoltare gli uccelli
dovrebbero cessare i bombardamenti.

Gerusalemme e Gaza restano i due centri di gravità dell’elaborazione poetica che non rinuncia ad espandere la sua visione sui dilemmi più recenti. Da quelli della generazione precedente come Mutawakkil Taha (1958) e Ali Khalil (1943-2013) ai poeti emersi nel Duemila come Tamim Barghouti (1977), figlio di Murid, allo stesso Najwan Darwish che scrive sia della sua città, Gerusalemme, che di Gaza, territorio sotto assedio dal 2006 e sconvolto da sei operazioni belliche dell’Esercito israeliano negli ultimi 17 anni, l’ultima delle quali ha raggiunto proporzioni ineguagliate nella storia recente. Così scriveva in Dormire a Gaza sull’operazione “Piombo Fuso” del 2009:

Dormirò come dormono tutti, o fado, mentre gli aerei bombardano
e l’aria si apre
come carne viva
sognerò il tradimento allora,
come sogna chi dorme mentre gli aerei bombardano
mi sveglierò a mezzogiorno per chiedere alla radio – come chiedono tutti:
Hanno smesso di bombardare? A quanto è salito il numero dei morti?
Ma la tragedia, o fado,
è che esistono due categorie di persone:
quelle che gettano per strada peccati e tormenti per poter dormire
e quelle che raccolgono i peccati e i tormenti degli altri, foggiandone
croci con cui marciare per le strade di Babilonia, Gaza e Beirut
e poi gridare:
Per quanto ancora?
Per quanto ancora?
Due anni fa mi trovavo a Dahie, a sud di Beirut, trascinando una croce
grande quanto quegli edifici, ma chi porterà oggi su spalle stremate una
croce a Gerusalemme?
Tre chiodi sono la Terra
e la pietà è un martello
colpisci, Signore
colpisci con i tuoi aerei.
Per quanto ancora?

[da N. Darwish, Più nulla da perdere, traduzione e cura di S. Sibilio, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2021, p. 29]

Concludiamo questa rassegna con un piccolo omaggio ad una poetessa di Gaza residente in Belgio, Fatena al-Ghurra (1977), rientrata nella Striscia in visita alla sua famiglia prima del 7 ottobre e lì ancora oggi rifugiata, mentre le criminali operazioni belliche israeliane, che hanno devastato un intero territorio causando al momento circa 20.000 morti, infuriano davanti agli occhi della comunità internazionale. Così scriveva tempo addietro da Gaza, ravvivando la poesia femminile ed erotica: 

La donna delle mandorle
tramuta in azzurro l’amaro delle cose
combatte il sopore con sempre ebbro biancore
intreccia il peccato con l’incantesimo della preghiera
ascende alla luce in silenzio
fiorisce, immerge il sole nel nettare di un piacere mattutino
sola, la donna delle mandorle amante del piacere mattutino
il suo sonno coglie un uomo al sapore di cactus
per un inverno radioso
lo prende tra le mani come un bambino
lo lavora come una pasta al punto di cottura
ne estrae ad una ad una le spine ammassate
ammalia con la sua innocenza
l’uomo del cactus alla sua soglia s’erge come una cascata
e quando s’incontrano i due istmi
nasce la quinta stagione.

[da F. Al-Ghurra, Tradire il Signore, traduzione e cura di S. Sibilio, Cascio Editore, Lugano, 2011, pp.52-53]

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