Gli Asini - Rivista

Educazione e intervento sociale

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Rosa veleno

Illustrazione di Rebecca Valente
25 Novembre 2023
Sara Honegger

Quando uscì la prima volta per Emme Edizioni, nel 1980, Dacci questo veleno. Fiabe, fumetti, feuilleton, bambine di Antonio Faeti aveva, sulla copertina chiara, un’illustrazione dove era raffigurata una bambina che, come un’Eva in erba, porge all’amichetto una bella mela rossa. Lo ritroviamo oggi vestito del colore che più gli si addice, il rosa. E non già un rosa pallido, da fiocco di nascita, ma un vero e proprio hot pink, la tinta che da vari anni sta come un marchio di fabbrica su tutto ciò che si presume attenga all’universo femminile. A riproporlo dopo quarant’anni è Babalibri che, nella nuova collana Educazioni diretta da Francesco Cappa e Martino Negri  ha deciso di ripubblicare alcuni dei testi che Rosellina Archinto scelse per la Emme Edizioni, forse la casa editrice più all’avanguardia in ambito pedagogico che abbiamo avuto in Italia fra ’70 e ’80. Interessante poi che ad aprirlo e a chiuderlo, con due saggi altrettanto significativi, siano Emilio Varrà e Barbara Grilli, che da allievi di Faeti sono nel contempo diventati punti di riferimento per tutti coloro che si occupano di infanzia, immaginari, letteratura, illustrazione.  

Il fatto, se così si può dire, è presto detto: durante l’anno scolastico 1971-72, Antonio Faeti, allora maestro, propone ai bambini e alle bambine di una quinta elementare della pubblica scuola della provincia bolognese di lavorare con il fumetto. Sa che si tratta di un linguaggio più abituale fra i maschi che fra le femmine. Ma con sorpresa sono proprio i fumetti delle bambine ad interrogarlo più profondamente: quello sguardo tre volte marginale – perché dell’infanzia, perché legato a un genere, cioè al fumetto, considerato minore, perché femminile – dà il via al bisogno di comprendere la cultura che innerva le storie di Bella, Yamala e Talia, le protagoniste dei fumetti che scelse poi di pubblicare. Origina da questa curiosità, da questo incontro con il mondo che le sue allieve rivelano attraverso i ballons, uno studio tanto capillare e approfondito quanto libero e sorprendente nel suo seguire tracce e indizi di quella che usualmente chiamiamo cultura “rosa”, ovvero quella “galassia letteraria” dove Faeti individua le fiabe ottocentesche, i fotoromanzi degli anni sessanta e settanta, gli epistolari sui giornali femminili e i cosiddetti romanzi d’amore. 

Chiunque abbia incontrato il lavoro di Faeti sa quanto sia difficile, se non impossibile, ridurlo a qualcosa di facilmente maneggiabile. Nella scrittura, nel modo di trattare i temi, nella stessa cultura enciclopedica, c’è qualcosa che richiama l’andamento di vortici il cui nucleo è comunque sempre precluso, vuoi per scelta, vuoi per impossibilità. Faeti conduce, ma la meta non è mai afferrabile del tutto, forse anche perché frutto di ricerca individuale. Quel che si può fare – e non vale forse anche in pedagogia? – è avvicinarsi, godere della possibilità di stare vicino, attorno, ancor più se, come è capitato a me leggendo questo saggio, ci si dovesse sentire immersi in un gioco di specchi quale a volte si avverte leggendo un saggio di psicoanalisi: Ma questo sta parlando di me!

In questa galassia rosa ricostruita con tanta dedizione – si ha notizia di altri che abbiano dedicato più di 300 pagine a una manciata scarna di fumetti fatti da bambine di dieci anni? –  nulla è piatto, riconducibile a una sola interpretazione. Se da una parte tutti i prodotti culturali rintracciati sembrano svolgere un ruolo nel complesso ordito educativo che la società tesse attorno alle bambine, dall’altra si rivelano essere un “deposito del desiderio”, un “baluardo libidinale eretto contro l’oppressione costante e coerente di un’educazione fondata su infiniti divieti, su censure, su silenzi onnicomprensivi” (221). Spetta infine al lettore, e forse ancor di più alla lettrice, cercare, grazie alle piste offerte, un proprio percorso interpretativo, a partire dalla rilettura o rielaborazione della propria vicenda culturale e transgenerazionale, anche attraverso la relazione diretta con i fumetti pubblicati. 

Delle tante domande che scaturiscono dall’analisi di Faeti, voglio quindi iniziare da quella che è risuonata in me più urgente e che ha a che fare con il basso continuo di questo importante testo, ovvero la “costruzione della bambina” (p. 247). Usando una terminologia presa a prestito dalla chimica, mi chiedo: come accade che una “sospensione” culturale, qualunque essa sia purché di massa, riesca giorno dopo giorno a penetrare nelle menti e nei corpi (in questo caso delle bambine di ieri e delle bambine di oggi) fino a formare un vero e proprio “precipitato”, acquattato nelle parti più profonde di noi? 

Nel 1971 avevo dieci anni. Appartengo quindi alla medesima generazione (anzi, ero come loro in quinta elementare) delle anonime autrici dei tre fumetti che Faeti ha deciso di pubblicare. E li ricordo, quei 10 anni, quell’età fragile, di soglia, di passo appena accennato in un mondo di cui si sa poco e si presume o fantastica tanto (io stessa, a quell’età, un tentativo di romanzetto su quaderno dal titolo decisamente originale, La bella e il mostro). Ma 10 anni nel 1971 – per inciso, l’anno del Tuca-Tuca di Raffaella Carrà – sono anche lo scontro frontale fra i vestiti-meringa della Cenerentola delle fiabe sonore di Disney (qualcosa si trova ancora in vendita alla voce vintage), i nuovi modelli proposti dai manifesti dei cinema a luci rosse – si veda a questo proposito il lavoro di Marialba Russo, che negli anni Settanta decise di fotografare le locandine dei cinema a luci rosse fra Aversa e Napoli, ora raccolte nel volume intitolato Publisex, Nero Editore (2021) – e l’ambiente familiare. Nel mio caso, drastico divieto a fotoromanzi e alla maggior parte dei fumetti, libero accesso ai libri e quindi – seppur credo almeno un paio di anni dopo – anche agli autori che Faeti cita come esempi di rosa “alto” e quindi accettato dai critici (genitori inclusi). Ecco allora Daphne du Maurier, Somerset Maugham ma anche Margaret Mitchell e perfino Georg Groddeck, l’autore di quel libro dell’Es che, nella sua adelphiana veste rosso scarlatto, immagino sia stato letto da altre giovinette come libro osé. 

Credo sia difficile, adesso, comprendere la portata di quello scontro: il senso di scissione, di crepatura, ma anche di sfida. Una delle cose che mi ha più colpito leggendo i tre fumetti è l’assenza delle madri. Ci sono nonne (malefiche, crudeli), ci sono vecchie (protettrici piuttosto maldestre), ci sono amiche (traditrici e ree confesse). Ma non ci sono le madri. E anche se so che narrativamente è solo con la loro morte (talvolta anche con quella dei padri, bontà loro) che le avventure possono iniziare davvero, non posso fare a meno di chiedermi quanto questa assenza rimandi a un vuoto generazionale, a un’impossibilità di parola condivisa, collettiva, diffusa – una nuova sospensione culturale femminile – fra il prima che si sta velocemente abbandonando e il dopo che non si sa. 

Si narra che a metà del tredicesimo secolo – ne parla Gerard Richter ne Il bambino estraneo (La Nuova Italia, 1992) – la dodicenne Fina decidesse, toccata dalla grazia, di stendersi su una panca e di non alzarsi più, morendo divorata da vermi e topi. Proclamata Santa, le si dedicò una cappella nella collegiata di Siena, dove tutt’oggi si può ammirare l’affresco a puntate della sua vita, ad opera del Ghirlandaio. Verrebbe da dire: ogni epoca ha i suoi miti, la sua cultura di riferimento, e da millenni non c’è cultura in cui le donne non occupino posti precisi. E quindi: che dire dei miti di oggi? Qual è il precipitato che sta dietro il soprannaturale di cui vengono circondate le bambine (e non solo loro)? Che cosa sta dietro la figura della bambina ribelle così in voga? Come leggere l’odierna sospensione rosa, come comprenderla, come renderla almeno più evidente? 

Pur non trattando di femminismo, credo possa essere interessante leggere Dacci questo veleno come un testo di pedagogia femminista, nel significato che bell hooks darebbe a questa coppia di parole, ovvero di una pedagogia critica capace di non dimenticare gli aspetti culturali della costruzione di genere, iniziando a restituire dignità a tutto ciò che tradizionalmente viene ascritto alle donne. Faeti lo fa. Lo fa davvero. Critico severo, non si allontana mai dal profondo rispetto delle sue allieve, il che lo porta a trattare una Liala con la medesima serietà con cui altri tratterebbero Pascoli. L’attualità della sua analisi illumina, interroga e a tratti perfino stordisce, vuoi per il rigore e la profondità, vuoi per il metterci di fronte al fatto che, ad onta di tutto ciò che crediamo di aver fatto per liberare le bambine, il rosa non sembra venir meno al suo essere un veleno, ovvero un impasto di modelli che si intrecciano l’uno all’altro, sì che la costruzione di sé sembra essere ancora oggi, almeno per le bambine, un percorso ad ostacoli. Ma proprio perché non giudicano e non interpretano (non nel senso freudiano del termine), proprio perché vorticano da quella periferia così tenacemente coltivata, le sue parole permettono di intravedere anche l’imbuto dove il rosa – la fiaba, il feuilleton – si tinge di nero e si fa cronaca. E non già perché tutte abbiamo fantasticato, o fantasticheremo, il tragico destino che le sue tre allieve hanno immaginato per Bella, Yamala e Talia, ma perché alcune – molte? moltissime? – lo hanno avuto e lo hanno ancora. 

Un altro spunto di riflessione e di lavoro riguarda il metodo ermeneutico di questo grande padre della letteratura infantile. Difficile trovare un testo dove si dedichi altrettanta cura e cultura a dei disegni di bambini (anzi: di bambine). L’evidente sproporzione, che Faeti per altro analizza nell’introduzione, fra le molte pagine di critica e le poche dedicate ai fumetti veri e propri, indica anche visivamente la mole di lavoro che sta dietro questo sforzo di comprensione. Nonostante ciò, Faeti spera di “essere riuscito a rimanere ampio, informe, contraddittorio e vago” (43). A parte ampio, difficile attribuire qualcosa di positivo a parole come informe, contraddittorio e vago. Ma qui, in un movimento di scarto per altro ben illustrato da Emilio Varrà nell’introduzione, viene loro data la caratura di vere e proprie barche indispensabili a coloro che desiderino avvicinarsi al “continente” dell’infanzia e dell’adolescenza, provando ad ascoltare là dove solitamente è “un mare di silenzi”. Scrive Faeti: “I fumetti non potevano tollerare di essere chiusi entro un perimetro soffocante e ultimativo, le tracce che offrivano indirizzavano verso mete varie e diverse. Fin dall’inizio, accanto al vago proposito di pubblicarne alcuni, mi era nata l’idea di avvicinare a essi, non vere e proprie interpretazioni, ma piuttosto altre tracce, altri indizi, altri materiali con cui si stabilissero contatti, confronti, correlazioni da usarsi per illuminare certe zone, per chiarire qualche allusione improvvisamente ritrovata. Non si è mai abbastanza cauti e attenti quando ci si riferisce ai bambini, quando si pretende di entrare nei meandri del loro immaginario. Nel compiere operazioni di questo tipo, quando l’oggetto del nostro impegno è rappresentato dai “segreti” dell’infanzia o dell’adolescenza, si commettono prepotenze, si perpetuano abusi, si indulge alla violenza quasi senza che si possa evitare di procedere secondo schemi così assurdi e inadeguati” (30-31). 

Al di là del processo critico, il saggio di Faeti è di grande sostegno a chi senta il bisogno di nutrirsi di una pedagogia ampia, capace di contenere le tante contraddizioni di chi vaga alla ricerca di una sua forma. Gli strati interpretativi di cui è composto combattono con rigore ogni tentativo di semplificazione. 10 anni nel 1971 è anche un modo di tracciare le figure nel quale mi sono subito riconosciuta: ieratiche, incastonate sulla pagina come fossero ritagliate da un altro canovaccio, da un altro quaderno, da un’altra storia. Disegnano ancora così le bambine di dieci anni? Oppure quel modo è definitivamente tramontato, seppellito da quella discutibilissima (quasi sempre inconsapevole e incolta) educazione scolastica all’immagine? Come e cosa disegnerebbero le bambine di questa contemporaneità addestrata fin dalla primissima infanzia (i Nidi) ai cuoricini, agli arcobaleni, alle farfalle e alle nuvolette? Se Faeti proponesse adesso un percorso sul fumetto, le bambine si racconterebbero ancora attraverso vicende di stupri e soprusi familiari dove alle donne che vogliono sottrarsi a un destino avverso sembra che resti solo la morte? Oppure altro abita le stanze oscure dentro di loro?

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