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Educazione e intervento sociale

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Un mondo popolare non subalterno

Illustrazione di Andrea De Franco
13 Ottobre 2024
Cesare Bermani

Cesare Bermani è uno storico dell’oralità e del canto sociale, membro fondatore dell’Istituto “E. de Martino”, autore di numerose pubblicazioni sul tema della produzione culturale popolare e della storia del movimento operaio. La più recente delle sue opere (curata con Marcello Ingrao) è L’alba intravista. Militanti politici del Biennio Rosso tra Piemonte e Lombardia per la Biblioteca di Prospettiva Marxista, che raccoglie decine di testimonianze di donne e uomini che, tra la provincia di Novara e la Lomellina, parteciparono attivamente alle vicende politiche comprese tra la fine della Prima Guerra mondiale e l’avvento del fascismo. La pubblicazione di questa documentazione è stata l’occasione per una chiacchierata con Cesare intorno alla storia e alla cultura dei mondi subalterni.

L’alba intravista raccoglie testimonianze di donne e uomini che hanno partecipato agli avvenimenti politici del Biennio Rosso nella zona di Novara e della Lomellina. Tu hai raccolto queste testimonianze nel periodo che va dal 1963 agli anni ‘70. Quali erano le spinte che ti hanno portato in quegli anni a fare questo tipo di lavoro su quel periodo e in quel territorio in particolare?

Innanzitutto volevo conoscere e approfondire le origini del Partito Comunista a Novara, cioè cercare di capire cos’era, chi erano i suoi militanti, come si muovevano, cosa pensavano. Si tratta di vicende che avevano coinvolto persone che conoscevo e quindi mi interessava conoscere questa storia. Inoltre c’era il fatto che stavo iniziando a scrivere il mio libro sul biennio rosso e sulla battaglia di Novara (La battaglia di Novara 9-24 luglio 1922. L’ultima occazione di una riscossa antifascista, Deriveapprodi, 2010) dunque raccoglievo questi documenti. 

Questi erano un po’ i motivi di fondo. Poi, mi interessava anche capire come utilizzare queste fonti. Una delle cose che mi ha colpito immediatamente è che tra la storia che io avevo conosciuto attraverso i libri e i racconti di questi militanti c’era di mezzo un mare. Spesso non c’era corrispondenza tra la storia scritta e queste fonti. Mi sono reso conto che, senza queste fonti, era in realtà impossibile fare la storia di quel periodo. 

 

Ma quali erano gli elementi di questo scarto tra la Storia ufficiale e le storie che incontravi?

Lo scarto consisteva nel fatto che, per esempio in riferimento al Partito Comunista, dai racconti che raccoglievo, affiorava la storia di un partito che nel Novarese alle sue origini era completamente o quasi completamente bordighiano. Quindi si trattava di una narrazione completamente diversa rispetto a quella ufficiale. Per cui, in realtà, ricostruire la storia di quel periodo era fare una nuova storia. E questa è stata l’idea iniziale. Poi, ho deciso oggi di pubblicare questo libro dal momento che noi, vecchi storici dell’oralità, siamo sostanzialmente stati attaccati da alcuni giovani studiosi secondo cui non saremmo stati in grado di fare ricerca e quindi hanno deciso di spiegarci come farla. L’ho trovato molto divertente.

 

Ti chiedo di descrivermi innanzitutto cos’era la provincia di Novara nell’epoca che hai preso in considerazione, soprattutto in riferimento alla composizione sociale delle classi popolari.

Innanzitutto era un territorio molto più vasto di quello che è oggi, dato che comprendeva le attuali province di Biella, Vercelli, Verbania, oltre che naturalmente il Novarese. Esisteva un forte associazionismo operaio e contadino, che si articolava attraverso leghe sindacali, camere del lavoro, sezioni socialiste, cooperative di produzione e di consumo, biblioteche proletarie, società di mutuo soccorso, case del popolo e circoli. Questi ultimi erano il fulcro della vita associata e dell’azione collettiva delle classi lavoratrici. Nei circoli ci si incontrava, si discuteva di politica, si beveva e si giocava a carte. E i circoli ospitavano le organizzazioni politiche e sindacali. Erano le organizzazioni sindacali il motore delle iniziative e delle mobilitazioni.

Si trattava di un movimento popolare forte ed esteso, che ha prodotto anche importanti e storiche amministrazioni comunali ed esperienze di socialismo municipale. In ambito industriale, c’erano diversi centri in cui la classe operaia si diversificava per livelli differenti di presenza e forza ma anche per settore produttivo (tessile, siderurgico, ecc.). In campagna, era prevalente la componente bracciantile: la piccola proprietà era limitata ad alcune zone rurali e di montagna. Questo spiega le ragioni della scarsa presenza di leghe bianche e organizzazioni cattoliche sociali e il forte anticlericalismo che caratterizzava il movimento socialista, il quale vedeva giustamente nei preti e nella Chiesa degli avversari, in quanto terribilmente schierati con il latifondo.

 

Rispetto alle testimonianze contenute nel libro, dalle storie di militanti di tutte le formazioni della sinistra di allora (socialisti riformisti, socialisti “terzini”, comunisti, repubblicani, anarchici…) emerge come il movimento operaio e contadino fosse una vera e propria civiltà in fieri, una società dotata di istituti e strumenti (circoli, biblioteche proletarie, camere del lavoro, case del popolo, cooperative, società di mutuo soccorso, ecc.) che rendevano possibile qui e ora forme di riscatto e l’inveramento degli ideali per cui ci si batteva. E le persone che hai interrogato erano parte di questa civiltà. Da almeno trent’anni si sente spesso dire che “la sinistra deve tornare a parlare con il popolo”. Questo non era un problema prima, le tue fonti per esempio non dovevano “tornare al popolo”, perché erano esse stesse parte del mondo popolare. Vuoi raccontarmi chi erano queste donne e questi uomini?

All’epoca c’erano molti vecchi militanti protagonisti degli eventi del biennio rosso ancora vivi, per cui io sono andato alla loro ricerca nei circoli operai attivi negli anni ‘60 e ho cercato quelli che all’epoca dei fatti erano giovani. Per esempio Fenisia Baldini, militante comunista novarese ed esecutrice di numerosi canti sociali, che era un personaggio straordinario, allora era giovanissima e ti descriveva in modo impagabile la battaglia di Lumellogno. È difficile riuscire a trovare una raccontatrice così brava. Infatti io a Fenisia ho poi dedicato un libro (Vieni o maggio. Canto sociale, racconti di magia e ricordi di lotta della prima metà del XX secolo nella bassa novarese, Interlinea, 2009). La cosa pazzesca è che Fenisia, nonostante sia stata una grande cantante popolare e che le sue canzoni che abbiamo registrato siano una testimonianza straordinaria della produzione culturale proletaria, non è stata presa in considerazione da nessuno come fonte, se non da noi.

Tornando al nostro ragionamento: Fenisia viveva in un casale inurbato, non molto lontano da casa mia, a Novara, quindi ci conoscevamo e ho conosciuto sua madre, che sapeva molti canti, e le sue cugine. Succedeva spesso che quando si incontravano cantassero insieme e io ho raccolto queste tracce che sono state fondamentali per ricostruire la storia del Novarese.
In generale andavo per blocchi. Se per esempio mi interessava approfondire la vicenda dell’occupazione delle fabbriche, cercavo nei circoli operai di Novara qualcuno che fosse all’epoca dei fatti giovane e che avesse partecipato a quel movimento. E registravo le loro storie. Ho raccolto tante testimonianze, di cui quelle raccolte nel libri sono solo una parte.

Una considerazione generale sulle fonti: io ho registrato almeno un migliaio di testimonianze e storie di vita, e ho ricevuto solo un paio di rifiuti. Le persone si facevano intervistare volentieri ed erano molto interessate a far conoscere la propria storia perché sapevano che essa aveva un valore, erano consapevoli di essere portatrici di valori culturali e politici, di una civiltà, come dicevamo prima. Una civiltà inoltre che, al di là delle differenze tra le diverse tendenze e forze, si fondava su principi condivisi. Lo testimonia il fatto per esempio che i militanti cantavano le stesse canzoni, in cui si inneggiava al grande ideale del comunismo, del socialismo o dell’anarchia, in funzione del posizionamento della persona che cantava, ma le canzoni erano le stesse. 

 

A proposito di Fenisia Baldini volevo approfondire con te il tema delle donne nella raccolta di storie orali. Ne L’alba intravista compaiono le testimonianze di Benvenuta Treves (esponente di punta del socialismo riformista novarese) e, appunto, di Fenisia Baldini. Si tratta di due figure femminili particolari, molto diverse tra loro ma entrambe hanno svolto un ruolo non secondario nella storia del Novarese. Nelle altre testimonianze, tutte maschili, talvolta le donne compaiono e prendono la parola. Si tratta di mogli e figlie che intervengono o per correggere o confermare oppure per raccontarsi. Si tratta di un tema con una sua specificità e un suo profilo autonomo, pensiamo a L’anello forte di Nuto Revelli. Tu hai ravvisato delle peculiarità nel lavoro che hai condotto interloquendo con donne provenienti dai mondi popolari? Hai colto una differenza di sguardo ascrivibile al genere delle fonti?

Le donne sono state in generale una fonte importantissima nel lavoro di ricostruzione di determinate biografie e episodi storici. Le donne sono state molto importanti nel mio lavoro e anche nella mia biografia e nella mia formazione: penso a mia nonna, Olimpia Mancini, maestra e suffragetta, o a mia madre partigiana.

 

Sullo sfondo delle diverse testimonianze novaresi si stagliano alcuni eventi che hanno caratterizzato il Biennio Rosso in quel territorio: lo sciopero bracciantile di 50 giorni del 1920, la battaglia ingaggiata dalle classi popolari contro i fascisti nel luglio 1922 e la successiva distruzione della Camera del Lavoro del capoluogo. Qui c’è un elemento che mi ha colpito: la devastazione della Camera del Lavoro sembra segnare per la classe operaia urbana il momento della sconfitta e della ritirata, anche se restano per tutto il Ventennio l’insofferenza e la refrattarietà operaia verso il regime, ma crollano le organizzazioni di classe. Nelle campagne il passaggio viene vissuto in modo diverso. Per esempio, nelle aree rurali, nonostante la natura agraria dello squadrismo che si presenta come guardia bianca del latifondo e che compie violenze feroci, resiste un tessuto organizzativo, in particolare comunista, che si esprime non solo nelle riunioni clandestine e nelle forme (rituali e simboliche ma non per questo meno rischiose) di celebrazione del Primo Maggio ma che nel 1927 arriva addirittura a organizzare alcune agitazioni sindacali nelle risaie.

Credo si debba tenere conto del fatto che l’industria era ancora fragile. Le fabbriche erano centri di iniziativa operaia, c’era stata l’occupazione degli stabilimenti, ma intorno alla fabbrica c’era davvero poco. Va detto anche che nelle nostre campagne, come anche nel Ferrarese, la violenza fascista fu davvero tremenda: gli squadristi uccidevano dirigenti e militanti delle leghe sindacali e distruggevano sistematicamente i luoghi di vita associata del movimento bracciantile e socialista. Tuttavia ci sono centri che reggono, nonostante le spedizioni punitive e la successiva repressione giudiziaria. Si tratta però di esili fili che vengono tenuti in vita da alcune persone, che diventano punti di riferimento e che pagano pesantemente in termini di condanne e persecuzioni. Anche i canali attraverso cui si esprimeva questa presenza erano appunto limitati, perché era una fase difficilissima. Si può parlare di un ritorno a un’iniziativa vera e propria solo con il 25 luglio e con la Resistenza.

 

Un’ultima riflessione, rispetto alla produzione culturale dei mondi subalterni. Affiora da questo tuo libro, come dagli altri, una ricchezza e anche una raffinatezza delle classi popolari nel darsi forme, oggetti e strumenti culturali capaci di esprimere una visione del mondo e un sistema di valori alternativo a quello dominante. Questi fenomeni oggi non esistono più. Ci possono essere tendenze e prodotti che paiono esprimere il punto di vista di alcune soggettività (per esempio, la musica trap per i giovani delle periferie) ma che si sviluppano all’interno del mercato e che rispondono alle sue logiche. Si tratta di qualcosa che ha modellato anche i comportamenti delle attiviste e degli attivisti delle ultime generazioni: nei cortei e nei momenti di convivialità militante si canta poco, cantiamo poco. A tuo avviso questo a cosa è dovuto?

Credo che innanzitutto le cause vadano ricercate in un doppio movimento che in questo ambito ha creato il deserto: la sconfitta politica, sociale e antropologica che ha subito il movimento operaio e la distruzione da parte del mercato di qualunque forma di produzione culturale del mondo popolare. Tra l’altro, noi dell’Istituto “E. de Martino” lo chiamavamo popolare e non subalterno, perché pensavamo che quel mondo sarebbe diventato egemone. Le cose sono andate diversamente, ma noi andiamo comunque avanti (ride).

Inoltre, da un certo momento in poi non c’è stato più il Pci che, con tutti i suoi limiti, sosteneva e favoriva determinate manifestazioni e determinati fenomeni attraverso il suo circuito culturale, di feste, di strutture, ecc. Esistono ancora realtà che si occupano di questi temi, prevalentemente nelle grandi città. Penso però che manchi soprattutto la ricerca. Oggi purtroppo mi sembra che non si faccia ricerca, che non ci si pongano domande sul presente e si sia rinunciato a comprenderlo. 

 

Sicuramente sono venute a mancare le basi materiali che sorreggevano quella civiltà in fieri di cui parlavamo all’inizio. Ma ciò che hai appena detto fa pensare. A me pare che manchino i luoghi, gli spazi dove fare una ricerca collettiva e condivisa, capace di mettere a confronto figure diverse tra loro (militanti, lavoratori e lavoratrici di un determinato settore, mondo accademico, ecc.) motivate a interrogare il reale e a comprenderlo per trasformarlo. Forse possiamo concludere qui la nostra chiacchierata, tenendo aperta la riflessione proprio su quest’ultimo aspetto, auspicando che di queste ricerche collettive torneremo come attivisti e militanti ad occuparci. 

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