Post-Liberazione

La Resistenza è un luogo di tensione permanente nel dibattito pubblico (Filippo Focardi ne ha ricostruito le fasi in La guerra della memoria, Laterza, 2005). Non stupisce che, con la destra al governo, i toni siano più aggressivi. D’altra parte, l’uso politico della storia è connaturato all’esercizio del potere. Proprio per questo è doveroso sottoporlo a una lettura critica, non solo per cercare indizi sui mutamenti culturali in atto, ma anche per mantenere viva la distinzione (una distinzione necessaria alla democrazia) tra il discorso politico e istituzionale e la conoscenza storica.
Giochi di prestigio
Il 25 aprile 2023 Giorgia Meloni scrisse una lettera al “Corriere della Sera” per illustrare il suo pensiero in merito all’anniversario della Liberazione, che si trovava a celebrare per la prima volta in qualità di Presidente del Consiglio. Si trattava di un passaggio delicato: in che modo la prima personalità post-fascista giunta ai vertici del Governo – la cui formazione politica si è svolta interamente nell’alveo delle organizzazioni neofasciste e di quelle che successivamente ne hanno raccolto l’eredità depurandola (su iniziativa di Gianfranco Fini) dai legami ideologici con il ventennio mussoliniano – si sarebbe rapportata con la commemorazione della sconfitta del nazifascismo? Nelle sue parole, i legami con il passato vengono liquidati sbrigativamente: “Da molti anni – afferma – i partiti che rappresentano la destra in Parlamento hanno dichiarato la loro incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo”. Questo non significa, naturalmente, avere fatto i conti con le responsabilità storiche del fascismo, e proprio per evitare questo terreno di confronto Meloni sposta l’asse del discorso su un piano (la “nostalgia”) che attiene più ai sentimenti che alla storia. Evoca con indulgenza il fascismo del popolo italiano (si era trattato – sostiene – di un’adesione “passiva”), e al contempo attribuisce un ruolo positivo nella costruzione della democrazia a “chi dal processo costituente era rimasto escluso per ovvie ragioni storiche” (si legga: il Movimento sociale italiano), in quanto “si impegnò a traghettare milioni di italiani nella nuova repubblica parlamentare, dando forma alla destra democratica”, tacendo sul ruolo eversivo che la “destra democratica” interpretò mentre indossava il doppiopetto in Parlamento, quando non esitava a impugnare i manganelli nella piazze e a rendersi complice della strategia della tensione che insanguinò il paese per una lunga stagione.
Nel suo testo, Meloni, rende omaggio alla Costituzione, ma la riduce ad atto fondativo di una democrazia liberale – ignorando quanto i costituenti si fossero spinti ben oltre la pura e semplice riproposizione della democrazia liberale prefascista – e al tempo stesso insinua il dubbio che questo esito non fosse “unanimemente auspicato da tutte le componenti della Resistenza” (una frase gettata lì con apparente noncuranza che ha però un obiettivo preciso: delegittimare l’immagine della “Costituzione nata dalla Resistenza”).
Queste premesse conducono verso il nucleo centrale del ragionamento di Meloni. Lo spostamento del discorso dall’antifascismo ai totalitarismi – e più precisamente all’equiparazione di tutti i totalitarismi – le consente di distaccarsi dall’oggetto della commemorazione, che viene quindi ridotto a pretesto per affermare la priorità di altri valori, primo tra tutti quello della Patria, da anteporre ad “ogni contrapposizione ideologica”. La Patria è il terreno privo di conflitti nel quale è possibile coltivare la “concordia nazionale” e celebrare – finalmente – non la festa della Liberazione, ma la “Festa della Libertà”.
Quest’ultima idea è ripresa esplicitamente da Silvio Berlusconi, che l’aveva lanciata nella sua prima celebrazione del 25 aprile. Pur avendo ricoperto la carica di Presidente del Consiglio per diversi anni, aveva sempre evitato di partecipare alle cerimonie per la Liberazione, fino a quando, nel 2009, decise di intervenire ad Onna, una frazione dell’Aquila devastata poche settimane prima dal terremoto e teatro – nel 1944 – di una strage nazista. Sbrigati frettolosamente i doveri del cerimoniere, Berlusconi si era lanciato sugli obiettivi che gli stavano realmente a cuore, primo fra tutti la delegittimazione della Resistenza:
La Resistenza è – con il Risorgimento – uno dei valori fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà. […] Una nazione libera tuttavia non ha bisogno di miti. Come per il Risorgimento, occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe.
Non ha importanza indicare quali siano le “colpe” e gli “errori”, è sufficiente alimentare la vulgata revisionista e apporvi un sigillo istituzionale. Il passo successivo è l’equiparazione tra fascisti e antifascisti:
E con rispetto dobbiamo ricordare oggi tutti i caduti, anche quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata sacrificando in buona fede la propria vita ai propri ideali e ad una causa già perduta.
Una volta equiparate le vittime e i carnefici, bisogna fare un passo ulteriore: sottrarre al 25 aprile il ruolo fondativo del nuovo Stato democratico e trasformarlo nella celebrazione di un valore universale e astratto. Ecco quindi la proposta di cambiare il nome alla ricorrenza. La parola liberazione, sostiene Berlusconi, contiene un carattere di contrapposizione e divisione, mentre ora i tempi sono maturi per unire. Festa della Libertà, quindi. Oggi Meloni ci riprova, e chissà che non sia la volta buona.
Italiani brava gente
Il terreno su cui i discorsi di Berlusconi e Meloni affondano le radici era già stato dissodato da personalità che nulla hanno a che fare con la cultura della destra. Il primo esponente della sinistra post-comunista a porre in una sede istituzionale il tema dell’equiparazione tra le ragioni dei fascisti e degli antifascisti fu Luciano Violante, nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera, il 9 maggio 1996:
Mi chiedo se l’Italia di oggi – e quindi noi tutti – non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà. Questo sforzo, a distanza di mezzo secolo, aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro paese, a costruire la liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il semplice e fondamentale fatto di vivere in questo paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo, di volerlo più prospero e più sereno. Dopo, poi, all’interno di quel sistema comunemente condiviso, potranno esservi tutte le legittime distinzioni e contrapposizioni.
In sostanza, Violante afferma che un popolo possa riconoscersi all’interno di un determinato sistema politico e istituzionale solo rimuovendo dal discorso pubblico il processo storico che ha dato origine a quel sistema, e che la “condivisione” dell’ordinamento democratico non può realizzarsi senza incorporare le motivazioni di chi la democrazia l’aveva avversata. Un ragionamento del genere non solo manipola la conoscenza storica piegandola ad un uso strumentale, ma compromette la solidità del sistema democratico rendendolo ostaggio di opposte interpretazioni considerate tutte ugualmente legittime.
Tra la fine degli anni ‘90 e i primi anni del nuovo secolo, i vertici delle istituzioni sembrano inconsapevoli di questi pericoli. A distanza di pochi anni dal discorso di Violante, il nucleo di quel ragionamento viene ripreso dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, la cui cultura – anche se non nutrita dalla partecipazione attiva alla vita politica nel dopoguerra – trova radici nel liberalsocialismo di Guido Calogero (di cui era stato allievo). Nell’intervento pronunciato nel corso di una cerimonia in onore del comandante partigiano Antonio Giuriolo nell’ottobre 2001, anche Ciampi rivendicò la “buona fede” di chi aveva aderito alla Repubblica di Salò:
Abbiamo sempre presente, nel nostro operare quotidiano, l’importanza del valore dell’unità dell’Italia. Questa unità che sentiamo essenziale per noi, quell’unità che, in fondo oggi, a mezzo secolo di distanza, dobbiamo pur dirlo, era il sentimento che animò molti dei giovani che allora fecero scelte diverse; che le fecero credendo di servire ugualmente l’onore della propria Patria.
Pochi anni più tardi fu un altro ex dirigente del Partito comunista italiano, Giorgio Napolitano, a introdurre il tema delle “colpe” della Resistenza nel discorso di insediamento alla carica di Presidente della Repubblica il 15 maggio 2006, dove l’omaggio formale alla Resistenza convive con la sua delegittimazione, che prende la forma dell’allusione, dell’insinuazione, del dubbio lasciato agire nel vuoto delle argomentazioni:
non si può dare memoria e identità condivisa se non si ripercorre e si ricompone, in spirito di verità, la storia della nostra Repubblica, nata sessant’anni fa come culmine della tormentata esperienza dello Stato unitario e, prima ancora, del processo risorgimentale. Ci si può – io credo – ormai ritrovare, superando vecchie, laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni.
In alcuni passaggi, le citazioni tratte dal discorso di Berlusconi (al quale Giorgia Meloni si è ispirata per la sua lettera al “Corriere della Sera”) sembrano ricalcate su quelle degli interventi pronunciati da Violante, Ciampi e Napolitano. Non si tratta di una coincidenza: è evidente che Berlusconi aveva attinto volontariamente a quei discorsi, forse per sottolineare che le sue idee non erano così distanti da quelle dei suoi avversari, forse per metterli in imbarazzo. Al di là di questa sovrapposizione testuale, è interessante notare che ci sono almeno tre aspetti in comune nei discorsi istituzionali che abbiamo ricordato. Il primo è il richiamo al Risorgimento. Inserire la Resistenza in un processo storico di più ampia durata e attraversato da correnti culturali di natura assai diversa significa ridimensionare e diluire la rottura politica e istituzionale provocata dalla guerra partigiana e ridurre la sua molteplicità alla sola dimensione patriottica.
Il secondo elemento ricorrente è la semplificazione. I discorsi istituzionali non sono lezioni di storia e non si può pretendere che ne riproducano la struttura, ma la semplificazione estrema – che in alcuni passaggi si presenta come vera e propria banalizzazione – è una consapevole strategia di “ristrutturazione” della coscienza storica che necessita della rimozione della complessità e delle contraddizioni per approdare ad una visione rassicurante, nella quale i conflitti appartengono esclusivamente al passato e non proiettano le proprie ragioni sul presente. L’operazione è facilitata dal fatto che il nostro paese non si è mai misurato fino in fondo con le cause del fascismo e con le sue eredità, e questa rimozione autoassolutoria ha preparato il terreno alla retorica della “memoria condivisa”, il terzo elemento che accomuna le narrazioni istituzionali che si sono susseguite a partire dalla metà degli anni ‘90. La “memoria condivisa” è la cornice entro cui diventa possibile disporre gli argomenti a favore dell’equiparazione delle parti che si erano fronteggiate durante la guerra civile. L’argomento chiave è la “buona fede”. Sui presupposti e le implicazioni di questa ambigua chiave di lettura si è soffermato Claudio Pavone in una intervista riproposta da “Gli asini” (disponibile a questo link: bit.ly/moralità):
Lo scegliere e il non lasciarsi scegliere rappresentano un valore. […] se la scelta è un valore, è perché le due cose tra cui si deve scegliere sono diverse. Allora il giudizio si deve trasferire anche sugli obiettivi della scelta. […] La natura di ciò per cui si sceglie deve rientrare sia nel giudizio morale che in quello storico. Tu puoi aver scelto benissimo in buona fede le brigate nere, però se il tuo obiettivo era rendere servi del fascismo tutti gli italiani, la buona fede non basta a salvare la bontà di questa scelta. Altrimenti non si potrebbe più decidere nulla moralmente né giudicare nulla storicamente. In questo senso viene fatto un uso dilatato e sbagliato della buona fede. Su un piano storiografico bisogna studiare le motivazioni di coloro che hanno scelto il fascismo. Ma c’è un problema morale troppo grande per cavarsela pensando che si possa dare un giudizio storico facendo appello alla buona fede. Hitler quando voleva sterminare gli ebrei era forse in mala fede?
In sostanza, il processo di revisione storica supportato dai discorsi istituzionali di personalità di diverso orientamento porta a inglobare nel discorso pubblico la separazione tra la scelta e la dimensione morale, tra la politica e l’etica. Non era questo, probabilmente, l’obiettivo, ma questo è, indubbiamente, uno dei risultati.
Governare la memoria
Se nei primi anni del 2000 Berlusconi aveva trovato una sponda nei discorsi di figure istituzionali provenienti dalla sinistra, ai giorni nostri la destra ne trova una nell’Unione Europea, che a partire dal 2006 ha prodotto una serie di atti finalizzati a modellare una definizione politica di alcuni nodi storici (uno sguardo complessivo è proposto da Luca Baldissara, Politiche della memoria e spazio del ricordo in Europa, “il mulino”, n. 1, 2016). Di particolare rilievo la “Risoluzione del Parlamento europeo sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa” (bit.ly/UEmemoria) adottata nel settembre 2019, che Giorgia Meloni richiama nella sua lettera esibendo con orgoglio il voto favorevole dell’intero schieramento della destra europea. In uno dei passaggi più importanti del documento si legge:
[il Parlamento europeo] chiede l’affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani […].
Tutto, di nuovo, ruota intorno al concetto di “memoria condivisa”, e su di esso si innesta l’equiparazione tra nazismo e comunismo (nel testo “comunismo” e “stalinismo” vengono utilizzati in modo indifferente). Non si tratta di un’equiparazione esplicita, non viene affermato che i due regimi siano stati la stessa cosa, abbiano avuto la stessa natura. Ma la forma è quella del documento politico, e gli accostamenti – in assenza di specificazioni – svolgono un ruolo ben preciso: indurre chi legge ad una identificazione meccanica, priva di sfumature, spogliata di qualsiasi articolazione.
Il concetto di totalitarismo enunciato nella risoluzione dell’Unione europea non ha nulla a che vedere con quello elaborato in sede storiografica, frutto di un processo di comparazione. La comparazione ricerca le analogie e le differenze, indaga la molteplicità delle cause e la stratificazione dei tempi storici. La risoluzione – al contrario – fa piazza pulita di ogni complessità e riduce un concetto-chiave per la comprensione del Novecento ad una formulazione ideologica, spogliata del suo significato reale. La sua funzione è piuttosto quella di presidiare l’uso pubblico della memoria, stabilire su di essa una sorta di monopolio. Le istituzioni europee, in definitiva, cercano di affermare attraverso atti di natura politica una versione univoca e ufficiale della storia, e pretendono che valga per tutti, che tutti si conformino ad essa, indifferenti alla contraddizione implicita nell’operazione che stanno realizzando metodicamente da una ventina d’anni a questa parte: la storia “ufficiale”, sancita dai governi e dai parlamenti, è – infatti – uno degli ingredienti del totalitarismo.