OBBEDIRE E COMBATTERE

La crisi della democrazia che stiamo vivendo, e la conseguente apertura del vaso di Pandora della guerra, si leggono chiaramente nei dispositivi che smontano, nelle scuole, un’educazione di pace. Viene sempre più rimosso o negato il fondamento pedagogico — per noi incontrovertibile — secondo cui tra i contenuti da rielaborare e le metodologie didattiche per apprenderli (la vecchia e mai risolta questione dei mezzi e dei fini) deve esserci piena congruenza.
Per creare nelle classi condizioni di accesso ai saperi che corrispondano a una visione pacifica e democratica dei rapporti sociali, servono tempo, lavoro e competenze. Serve sperimentare cooperativamente la costruzione e la verifica del senso e della relatività di una regola — che si tratti di un sapere o dell’ambiente di vita e lavoro comune. Il che richiede risorse materiali e culturali notevoli, ma oggi si investe altrove: sulle armi e dunque su una società militarizzata. Sono il conformismo, la paura e gli identitarismi a trovare sempre più spazio nelle politiche scolastiche.
È quello che Gianluca Gabrielli definisce “bellicismo pedagogico” nel suo articolo, dove ne ripercorre la storia in Italia in parallelo all’oggi, indicando — da maestro e intellettuale quale è — possibili resistenze. La curiosità, lo spirito di ricerca, la capacità di rimettere in questione gli assunti dati, il pensiero divergente, l’impertinenza e lo spirito critico non si possono misurare o quantificare, ma dovrebbero essere al centro dei processi di istruzione nelle scuole e di educazione in tutti gli ambienti sociali, riconoscendo in essi i veri antidoti al militarismo.
Sulla stessa scia, Aurora Caredda e Giovanni Pillonca hanno dato avvio, a partire dai manuali scolastici, ad una ricognizione sulla pedagogia della disumanizzazione che negli anni ha pervaso la società israeliana, fino a far prevalere il modello di una “mente militare” che non comprende e non intende l’assassinio di bambini e bambine come male.
Nelle nostre scuole è presente ancora una varietà di umanità, di idee, di possibilità di trasmissione e produzione dei saperi su cui bisogna continuare a investire con studio e ricerca, con l’obiettivo della pace. Elena Bergonzini, della Scuola di Pace di Montesole (BO) — che da decenni fa formazione in questo campo — racconta i cambiamenti che ha visto intervenire negli ultimi tempi. Aumentano la tecnicizzazione dell’insegnamento, l’ossessione valutativa, l’iper-burocratizzazione, che rendono più difficile quel lavoro sul pensiero critico, il senso delle regole, le ragioni dell’obbedienza.
A depotenziare lo spirito critico contribuisce poi il culto dell’evidenza scientifica e del dato provato, che rifiutano la presa in conto delle dimensioni soggettive e singolari dell’individualità, quanto la dimensione politica del collettivo — nella classe, nella scuola e nella società. Il testo di Sylvain Connac, docente universitario esperto in pedagogie cooperative, ci permette di dare conto del dibattito francese sulla pedagogia “esplicita” ed “evidence based”, smascherando le derive di ogni protocollo che voglia imporre una metodologia “universale”.
Torniamo poi alle politiche scolastiche italiane riflettendo, grazie a Samanta Picciaiola, sul conflitto dannoso che si vuole artatamente creare tra famiglia e scuola tramite la legge sul consenso informato, attentando alla reciproca collaborazione tra istituzione familiare e istituzione scolastica necessaria per evolversi verso maggiore libertà e uguaglianza. In conclusione Nicola De Cilia scrive su cultura umanistica e guerra attraverso la figura di Renato Serra: di fronte alle prossime riforme dell’istruzione pubblica bisogna saper pensare e dire cosa è per noi un nuovo umanesimo.