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La fantascienza come neorealismo

Illustrazione di David Marchetti
27 Luglio 2025
Goffredo Fofi

Non c’è previsione che non sia poi diventata realtà che la fantascienza letteraria non abbia affrontato (con poche memorabili ricadute cinematografiche). Negli anni del dopoguerra – della guerra fredda ma anche di un’economia in grande ascesa e dell’accesso a una qualche forma di benessere da parte di intere masse in certi paesi del mondo, soprattutto in quello detto occidentale, Usa ed Europa – la letteratura di fantascienza ebbe uno sviluppo clamoroso, e da letteratura secondaria e pop venne pian piano apprezzata e studiata, a partire dagli anni settanta e ottanta, e alcuni suoi autori – soprattutto quelli che seppero muoversi più agilmente tra il genere e la letteratura mainstream, Vonnegut e Dick negli Usa, Ballard in Inghilterra e Lem in Polonia – sono diventati oggetto di studio universitario (non sempre guadagnandoci, vista l’aridità dei risultati). Non a caso si è tratto degli autori che meglio degli altri avevano saputo mettere il dito nella piaga, e cioè vedere per primi cosa ci stava accadendo, la strada senza ritorno presa dalle Società e dalla Storia.

Alcune intuizioni venivano da lontano: l’umanità trasformata in morti viventi, zombies, e la sua vampirizzazione; le mutazioni genetiche e biologiche; il dominio delle macchine; la robotizzazione dei corpi e delle menti; la guerra e la violenza esaltate come spettacolo; i complotti per il controllo politico e le paranoie che ne conseguono; l’asservimento della scienza alle industrie e agli eserciti; le guerre commerciali; l’uso dei media e di nuove tecnologie per il controllo delle menti e dunque dei comportamenti; la durata della vita dell’uomo; l’uso della chirurgia plastica; le nuove libertà e le nuove schiavitù sessuali; le rivolte giovanili e le trasformazioni dell’infanzia; i distorti usi della religione (le sette), eccetera. Molti di questi temi erano già stati affrontati nella narrazione del loro presente da autori lungimiranti, che sapevano vedere dietro e oltre il presente, Tolstoj, quello più teorico e militante, e Dostoevskij, quello più angosciato; i “darwiniani” del tardo Ottocento, da Zola a Jack London (Il tallone di ferro) eccetera. I precorsori di una letteratura di pura immaginazione bensì a partire da ipotesi scientifiche plausibili ma non sempre rassicuranti (lo Wells del Paese dei ciechi, lo Shiel della Nube purpurea…), finché non vennero, dopo i massacri della prima guerra mondiale e il fascismo, il nazismo, lo stalinismo e di fronte a una seconda guerra mondiale, i tre capolavori di Aldous Huxley (Il mondo nuovo, quello che meglio si è accostato alle nuove realtà del capitalismo trionfante), George Orwell (1984, quello che ha meglio capito le somiglianze tra comunismo, fascismo e capitalismo ) e Evgenij Zamjatin (Noi), un russo fuggito per tempo in Occidente.

Sulla loro scia si sono mossi i piccoli maestri della fantascienza detta sociologica, i Matheson Bradbury Sturgeon Sheckley Simak Silverberg eccetera, che hanno visto le conseguenze delle tendenze in atto, dal loro primo proporsi.

Si trattava pur sempre di mutazioni sociali e politiche e tecnologiche e antropologiche prima che ecologiche, e non è da dire che le prime – con le conseguenti mutazioni fisiche e mentali – fossero più preoccupanti delle altre, quelle della natura. Se, dopo Hiroshima e a partire proprio dal Giappone dei film e fumetti con i Godzilla e gli Ataragon, si sono moltiplicati i mostri creati dalle radiazioni nel fumetto e nel cinema più popolari, negli Usa, c’è stato però un filone, soprattutto inglese, che ha esplorato le possibili catastrofi provocate dai folli interventi dell’uomo, dallo sviluppo, dal progresso. Così come Vonnegut ha insistito sui paradossi e le assurdità della società contemporanea, così come Dick ha insistito sui danni portati alla coscienza da un’epoca di manipolazioni – sulla schizofrenia come destino dei migliori, sulla morte del giudizio come destino di tutti –, è stato certamente Ballard l’autore che è tornato più spesso sulle catastrofi naturali prodotte dall’intervento umano: le apocalissi che vengono dalla rivolta degli elementi, l’acqua (il mare, le piogge), l’aria (il “vento dal nulla”), il fuoco, il clima (la desertificazione o la glaciazione, la vetrificazione di intere parti del pianeta), e insieme il delirio portato dall’automobile nelle città (Crash): tipi di apocalissi convergenti o parallele, concomitanti, comprese quelle più direttamente sociali, le rivoluzioni nate dal ceto medio aggredito dalle crisi, le adolescenze che si fanno volentieri criminali (Un gioco da bambini), la solitudine e la follia della convivenza obbligata nei grandi casamenti delle grandi città (Condominium) eccetera. Ancora due scrittori inglesi e il secondo un Nobel, Burgess e Golding, con Arancia meccanica e Il signore delle mosche pessimisticamente attribuivano alle origini ferine dell’uomo (in definitiva, al peccato originale) la causa di tutto, il trionfo dell’aggressività e dell’istinto di morte sulla solidarietà e l’istinto di vita. E Wyndham, con I figli dell’invasione (ovvero Il villaggio dei dannati) e con Il giorno dei triffidi eccetera raccontava con minuzioso realismo e credibilità invasioni da altri pianeti che erano mere metafore delle mutazioni del nostro e delle possibili mutazioni a venire (un mondo in cui i maschi hanno esaurito il loro ciclo e restano solo le donne a edificare una società con modelli non meno preoccupanti, in Considera le sue abitudini).

Il cinema ha saputo prendere molto poco da questa messe di invenzioni e di insegnamenti, anche se Kubrick ci ha provato, con grandi risultati – non quello sfrenatamente ottimista di 2001, da un racconto di Clarke, ma quello di Arancia meccanica, da Burgess, e di Shining, dal maestro dell’horror Stephen King, uno scrittore non meno significativo per quel che ha detto dell’America e dell’uomo dei suoi colleghi della s.f., e più sottilmente di Eyes Wide Shut tratto da Schnitzler il viennese, genialmente trasferito nella New York della fine del ’900 e degli inizi del nuovo secolo e millennio.

Ci sono piccoli film memorabili, apocalittici, sulle mutazioni umane e su quelle della natura, per esempio L’invasione degli ultracorpi di Siegel, da Finney, o Radiazioni BX: distruzione uomo di Arnold, da Matheson. I più realistici e credibili, come sempre, sono quelli inglesi (di Val Guest, di Roy Baker…). Ma forse i più attuali di tutti sono quelli derivati da due romanzi d’eccezione: 2000, la fine dell’uomo di Cornel Wilde, da Morte dell’erba di John Christopher, uno scrittore inglese, un romanzo recentemente ristampato e bellissimo, e 2022, i sopravvissuti di Richard Fleischer, da Largo! Largo! di Harry Harrison, un americano inglesizzato, che racconta un futuro metropolitano molto vicino, e denuncia una delle più probabili ragioni della barbarie presente e soprattutto di quella a venire, insieme alla crisi delle risorse e dell’energia: la sovrappopolazione, la megaurbanizzazione del pianeta, il ricorso alla carne dei cadaveri per nutrire i viventi, che sono troppi… Il modello lontano è quello del darwiniano-spengleriano-marxista Tallone di ferro, ma senza la prospettiva, lì dominante, di una rivoluzione dal basso che avrebbe anche potuto vincere, che potrebbe anche poter vincere.

Non parlo della fantascienza che ha raccontato il day after, il mondo dei sopravvissuti. Ci siamo vicini, ma cosa si fa per reagire (e cosa fanno gli scrittori, i registi che si limitano a immaginare il peggio o a illudere di un’ultima speranza che riguarderà quattro gatti)? E ci serviranno davvero questi ammonimenti o queste fantasticherie, quando si arriverà al punto? Si è scritto appena ieri che la fantascienza era il neorealismo del nostro tempo, pensando a questi romanzi e a questi film e non alle roboanti scemenze alla Spielberg, alle guerre stellari e ai serial tv, agli effetti speciali e ai merdosi super-eroi dell’imperialismo Usa. Una buona parte della fantascienza letteraria, certo non tutta, quella pensante, e perfino una piccola parte corrispondente della fantascienza cinematografica è stata una cosa molto seria, infinitamente più seria più di quella letteratura e di quel cinema che ostinatamente hanno continuato e continuano a parlare delle piccole pene sentimentali di un’umanità ostinatamente egocentrica e freneticamente stupida.

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