Educare nella favela

Jocimar Borges è un educatore di strada di Recife, che lavora nel Grupo Pé No Chão, un progetto di attivismo educativo nato nel 1994 che utilizza la strada come spazio centrale per l’apprendimento e l’attivismo politico. “ Pé No Chão” è l’espressione usata dai bambini di strada di Recife quando chiedono l’elemosina: “Ho i piedi per terra”, intendendo il fatto che non hanno nemmeno le scarpe. Ma “avere i piedi per terra” significa anche una pratica basata sulla vita di tutti i giorni, immersa nella realtà sociale e non nel mero idealismo. Pertanto, il nome cattura i due aspetti più importanti del Grupo, che lavora con i bambini in una comunità emarginata, dove regnano prostituzione e droga. L’espressione artistica, politica e linguistica è la base di tutto il lavoro del Grupo. L’obiettivo non è quello di “salvare” i bambini, ma di creare una coscienza critica di tutta la comunità verso la situazione che vive l’infanzia in un contesto di estremo razzismo ed esclusione, costruendo un’esperienza di occupazione degli spazi pubblici attraverso l’arte e la presa di parola, insieme ai bambini e ai ragazzi che vivono in strada.
Nel 2010 sono venuto in Italia per uno scambio di cooperazione internazionale a Milano, e sono passato davanti al Piccolo. Quella sera c’era Caetano Veloso che faceva un concerto. Ho visto quel bel teatro e ho detto: un giorno o l’altro i nostri ragazzi saranno lì. Una coppia che era in quel momento con me si è messa a ridere: “Ma va, sei fuori, questo è il Piccolo!”. Dopo non più di un anno i nostri ragazzi erano lì a fare uno spettacolo.
Fare educazione è una scelta politica: perché fare l’educatore è prendere la parte di qualcuno. Questa scelta implica l’andare contro determinate istituzioni, soprattutto quelle che fanno in modo che questi ragazzi si trovino in una situazione di difficoltà. A Recife, dentro la nostra piccola associazione, abbiamo la libertà di lavorare anche contro le istituzioni perché non dipendiamo da loro. Però anche quando si lavora dentro un’istituzione è importante sapere dalla parte di chi ci collochiamo: è questo il nostro punto di partenza. Ci sono tre cose molto importanti per un educatore: la prima è ascoltare quelli che abbiamo davanti. La seconda è ascoltare quelli che abbiamo davanti e la terza è la stessa cosa delle prime due, perché noi educatori pensiamo di avere la direzione, gli strumenti, abbiamo la convinzione di essere capaci e spesso non ascoltiamo neanche quelli che abbiamo davanti, e loro invece hanno tante cose da dire. Ascoltare per noi ha un significato molto importante. Non è solo ascoltare con le orecchie, è la mobilitazione di tutti i sensi. Si ascolta con la vista, con il tatto, con il gusto, mangiando quello che mangiano loro. In Brasile molti ragazzi vanno in giro per la strada a piedi nudi. Il primo giorno che sono arrivato in strada c’era uno che aveva un panino, infilato nei pantaloncini. Ha preso questo panino e ha detto: “Mangia”. Forse era una prova per vedere il mio atteggiamento nei suoi confronti. Ascoltare con il palato è importante. Sta lì il punto di partenza. Ascoltare sempre. Questa è una delle regole di base che abbiamo nel nostro gruppetto di educatori.
Quando “prendiamo parte”, dobbiamo sapere che la problematica che abbiamo davanti nasce da un problema sociale, politico, economico che mette le persone nella situazione che vediamo. Proporre una pedagogia, un modello educativo è quindi proporre un cambiamento sociale rispetto a quello che ha provocato questo disagio. Noi partiamo dal presupposto che i ragazzi devono essere protagonisti in questo processo di cambiamento. Nel nostro caso c’è un’oppressione storica. In Brasile la mancanza di una riforma agraria ha fatto in modo che la gente venisse a vivere ai margini della città, nelle favelas. Quando le persone si ritrovano in questa situazione abitativa molta parte delle istituzioni – siano esse espressione del potere sociale, economico o politico – attribuisce loro la colpa della loro condizione. I ragazzi con i quali lavoriamo sono per lo più neri. Questa è un’oppressione che viene da lontano, abbiamo in Brasile un razzismo tremendo e questa cosa è parte sostanziale della problematica della povertà e anche del fenomeno dei ragazzi di strada. Quindi se c’è un’oppressione, dobbiamo prima riconoscerla e poi lavorare ad un processo pedagogico di contestazione dell’oppressione: dobbiamo fare in modo che gli oppressi diventino persone libere.
E’ importante pensare chi sono gli oppressi nel nostro contesto attuale, perché all’epoca di Freire quando si parlava di oppressione si parlava di lotta di classe e dell’oppressione del capitale sul lavoro. Oggi c’è sicuramente l’oppressione di classe, però possiamo individuare anche altri tipi di oppressione e di alcuni non ci rendiamo conto. Ad esempio l’oppressione di genere, la questione del maschilismo, l’oppressione della xenofobia, dell’omofobia, l’oppressione etnica, l’oppressione del consumo. Poiché siamo dominati dalla classe media, non riusciamo più a collegare l’oppressione al fatto che siamo oppressi. Abbiamo così cominciato a usare una parola molto chic, molto elegante, che è “depressi”, perché è più facile. La mamma che ha un bambino che non gioca e sta su internet tutto il giorno pensa che deve portare il figlio dallo psicologo perché è depresso e non si rende conto che invece è oppresso da tutte quelle cose che sta usando. Nel nostro cammino pedagogico il primo passo della liberazione è la consapevolezza di essere oppresso. Nessuno ha la minima possibilità di libertà se non è consapevole di chi è.
La maggioranza dei ragazzi con cui lavoriamo è afrodiscendente. All’inizio del lavoro ci siamo stupiti del fatto che vivevano il razzismo che subivano quotidianamente come normale. Tutto quello che riguarda la cultura nera in Brasile è considerato brutto, i neri sono considerati quelli che hanno portato tutto quello che c’è di male nella nostra società. Questo concretamente si vede ad esempio nelle università. Dopo un lungo periodo di un governo più attento all’inclusione sociale sono state create delle quote che permettessero ai neri di accedere all’università. Prima di questo intervento, meno del 5% degli studenti delle università pubbliche era nero. In carcere questa proporzione si ribalta, ma questo è considerato normale. Anche i nostri ragazzi, neri afrodiscendenti, non vogliono riconoscersi come neri. Dicevano di sé stessi di essere bianchi. Abbiamo fatto diversi percorsi e inchieste con loro per capire la molteplicità etnica e culturale del Brasile e ragionare su come si potevano collocare, socialmente ed etnicamente, in questa mappa. Sono arrivati al massimo a definirsi indigeni, ma neri mai, perché è la parte brutta della società.
Abbiamo cominciato un percorso di liberazione a partire dalla bellezza, dal mostrare loro l’importanza dell’esperienza afro-brasiliana nella nostra cultura. Abbiamo iniziato a cercare cosa la cultura dominante dice di noi e a decostruirla. Questa ricerca ci ha portato a capire che la parte più importante della cultura brasiliana conosciuta nel mondo è nera. Nei diversi aspetti culturali della gastronomia, della musica, nella base culturale del Brasile la presenza nera è fortissima: abbiamo cominciato a lavorare per strada con i ragazzi sulla bellezza della musica e della danza afrobrasiliana valorizzando l’apporto culturale che hanno dato alla culture generale del paese. La bellezza per noi è uno strumento della liberazione etnica, ma serve anche a colmare questa mancanza di autostima molto forte nei ragazzi, perché se tutti i giorni ti dicono che sei brutto, finisci per sentirti brutto, ma quando cominci a fare delle cose belle, cambia la percezione che hai di te, soprattutto se gli altri te lo riconoscono. Ecco perché, con i ragazzi con cui lavoriamo, non ci possiamo permettere di non prepararli bene e non ci possiamo permettere di non occupare il teatro più importante della città, per questo siamo arrivati al Piccolo di Milano, perché abbiamo tentato una liberazione attraverso la bellezza per arrivare ad altre dimensioni della società.
Neanche noi certe volte crediamo nelle potenzialità dei ragazzi. Perché Caetano Veloso può andare al Piccolo e i ragazzi con cui lavoriamo no? Perché questi cantanti famosi vanno a suonare in questo bel teatro? Che differenza c’è? Come ci si confronta con questo? Facciamo allora un percorso pedagogico che lo permetta, non puntiamo al minimo ma sempre al massimo. Questo significa scegliere bravi maestri. Poiché lavoriamo sulla cultura afro-brasiliana, abbiamo chiamato i migliori maestri di musica e danza direttamente dall’Africa. Questi ragazzi che sono in questa condizione di vita in strada per la mancanza di una politica pubblica, hanno poche opportunità, hanno diritto a tutto quello che di meglio possiamo portare. Noi sottovalutiamo sempre questa cosa. Pensiamo che basti fargli fare qualcosa di divertente, farli giocare un pomeriggio. Va bene, ma i ragazzi vogliono essere protagonisti, vogliono essere soggetti dei cambiamenti sociali, non oggetti, e se noi non capiamo questo li vedremo sempre come oggetti di questo sistema. Quindi l’educazione è una sfida, è una scelta di cambiamento sociale, non serve a mantenere la situazione così com’è.
A Recife, in strada, lavoriamo con gli adolescenti attraverso laboratori sulla gestione del corpo, sulla questione del diritto riproduttivo, ma anche laboratori come quello di fotografia. Siamo in un contesto di violenza terribile – nel 2021 sono state uccise in Brasile più di 41.000 persone e la maggioranza di queste provenivano dalle zone periferiche delle grosse città, dove si finisce molto presto nel giro del traffico di droga, i ragazzi con cui lavoriamo hanno una aspettativa di vita brevissima, a 25 anni se entrano nel traffico sono già morti. Questo è il nostro pubblico, quindi lavoriamo anche con laboratori di dialogo, di pacificazione con le mamme, perchè contro i ragazzi di strada in Brasile viene fatta una guerra, sono visti come pericolosi criminali e le madri sono le uniche figure che possono legarli ad una vita diversa. Proponiamo attività a seconda delle necessità. Ai ragazzi che riescono a seguire un percorso con noi cerchiamo anche di far concludere l’iter scolastico, ma parlare con la scuola e farli accettare è una grossa sfida, perché la scuola non li desidera, li ha espulsi, mentre noi cerchiamo di lavorare sul ritorno del desiderio della scuola di averli con loro. Adesso abbiamo la possibilità di fare corsi professionali, perché l’arte con cui lavoriamo in strada è uno strumento di comunicazione, di liberazione, di protagonismo, di cambiamento però non si vive di quello, non creiamo questa illusione, perché l’arte può essere una strada di svolta solo per alcuni di loro.
Abbiamo avuto una grande possibilità con questo spettacolo che abbiamo portato al Piccolo e poi anche a Parigi, in un grosso complesso teatrale che si chiama La Cartoucherie, gestito da Ariane Mnouchkine, la fondatrice del Théâtre du Soleil e militante storica del ‘68. Uno spazio sacro per il teatro a Parigi, un complesso di 4 teatri. Siamo andati là per fare otto spettacoli. Il primo giorno c’erano 60 persone. Ma a Parigi ci sono 60 spettacoli di teatro a sera, la programmazione culturale comporta una competizione tremenda. Il secondo giorno c’erano 20 persone e fra questi dei giornalisti che dovevano fare una recensione. Gli esperti teatrali francesi sono molto duri nella critica, avevamo paura. E’ uscito un articolo su Le Monde Diplomatique dove, sotto la foto, c’era scritto “Magie noire, (che era il nome dello spettacolo) Recife brilla”. A partire dal giorno dopo è stato sempre tutto pieno.
Non è vero che ciò che è popolare non possa occuparegli spazi alti, ma la cultura popolare è sempre stata vista come qualcosa che non ha un senso estetico per poter occupare questi spazi diventando una produzione permanente. Noi abbiamo avuto la fortuna di trovare sulla nostra strada un percorso che riesce a portare la bellezza a questo livello. Però non è qualcosa che ci viene concesso dall’alto. Noi lo viviamo come l’occupazione di uno spazio che è di diritto di tutti, è un lavoro di resistenza e di occupazione, difficile proprio perché poi non vivi di questo. E’ un processo pedagogico, un’occasione attraverso la quale i ragazzi trovano la loro strada, accettando la loro storia, la loro identità, iniziando un percorso di liberazione. Abbiamo utilizzato l’arte per arrivare a questo obiettivo di lavoro sulla loro autocoscienza, non ci occupiamo di produzioni artistiche, altrimenti non riusciremmo a fare pedagogia.
Ho fatto dell’educazione la mia forma di militanza. Essere con questi ragazzi è una cosa bellissima, si impara tantissimo. La mia passione viene anche dal fatto che io vedo in loro quello che ero io. Da quando avevo 7 anni lavoravo con mio padre, che era falegname, e andavo a scuola il pomeriggio. I falegnami, nella costruzione di una casa, sono gli ultimi a entrare assieme agli elettricisti. Capitava che mentre stavo lavorando fosse già presente il padrone di casa. Una volta, era una casa grandissima, avevamo portato il nostro pranzo per la pausa. Eravamo io più due fratelli e mio papà, e c’era l’elettricista. Abbiamo chiesto a una signora che lavorava in questa casa di riscaldare il pranzo ed è arrivato l’elettricista che aveva un panino con la mortadella. Aveva un buon profumo, e questo profumo ha subito attirato il cane piccolo della padrona, che è venuto lì. L’elettricista ha preso la mortadella dal suo panino e l’ha data al cane, pensando di aver fatto una cosa bella. In quel momento è arrivata la padrona e ha detto: cosa sta mangiando? Lui, molto orgoglioso, le ha detto della mortadella. Allora lei gliene ha dette di tutti i colori. In Brasile diciamo di avere una parolaccia per ciascuna lettera, lei ne trovava anche due. Ha chiamato l’ambulanza veterinaria, ha portato il cagnolino per tre giorni in ospedale per fare dei controlli, e quando l’elettricista ha finito il lavoro ed è andato a chiedere i soldi, lei gli ha detto che doveva scappare di corsa perché altrimenti avrebbe chiamato la polizia, perché i soldi che gli doveva dare erano stati utilizzati per coprire parte del trattamento del suo cane.
Lì per me è cambiato tutto. Avevo 12 anni ma ho capito che dovevo scegliere da che lato stare in questo mondo. Io ho scelto la parte dell’elettricista, che era la nostra parte.