DIRE LA PALESTINA

Mai come nel caso della Palestina, la lingua è legata alla terra.
Le parole s’intrecciano alle radici e come radici resistono a un potere che intende cancellarle. La pace voluta da Donald Trump ha avuto l’effetto di silenziare alle nostre orecchie la guerra di Israele, che continua quotidianamente ad uccidere – da Gaza alla Cisgiordania – le persone, le parole, le case e le terre palestinesi al fine di eradicare la stessa possibilità di un futuro libero per la Palestina. Abbiamo quindi deciso di inseguire il filo delle parole, la loro urgenza che si scontra con i loro limite, come vediamo nel film La voce di Hind Rajab, raccontatoci da Paolo Mereghetti, dove alle parole sono legate sia la speranza e lo sforzo per la sopravvivenza, sia lo strazio nel prendere dolorosamente atto della loro inutilità di fronte al potere genocidario di Israele. Le immagini di questo film mostrano anche quanto l’ultima guerra israeliana contro Gaza abbia reso manifesto il collasso del diritto internazionale come limite al potere della forza: ce ne parla Emanuela Fronza spiegandoci la differenza di una giustizia internazionale che “deve camminare sulle gambe degli stati ma che è altro dagli stati”. Mentre dell’eredità vittimaria su cui Israele ha costruito la sua identità politica e guerrafondaia e dei nefasti effetti che ciò sta producendo, scrive Menachem Teitelbaum – un articolo attorno a cui la redazione ha espresso pareri divergenti. Lo accopagnamo qui, a mo’ di controcanto, con un verso del poeta palestinese Mahmoud Darwish: “voi erranti tra parole transitorie […] se lo desiderate, portate il passato al mercato dell’antiquariato”. Mentre i bombardamenti e le uccisioni continuano, diamo spazio anche alle storie di giovani autori e autrici palestinesi del progetto We Are Not Numbers (WANN), che raccontano l’esperienza di crescere, amare e sperare in terra di Palestina sotto l’occupazione israeliana.