Difendersi dall’odio

Questo articolo è stato realizzato a partire dal talk che Simone “Danno” Eleuteri ha realizzato all’interno del Festival “Il Mondo è Nostro” TreSeiZero Media Pop FEST 2025 a Roma. Il Festival, organizzato dall’associazione ÀP – Antimafia Pop Academy, ha avuto come filo conduttore i 30 anni dall’uscita del film L’odio (La Haine, 1995).
Buonasera a tutti quanti e grazie di avermi invitato a parlare de L’odio, uno dei film più importanti della mia vita e mi permetto di fare un po’ un discorso per la nostra generazione. Noi, che siamo stati i pischelli a Roma negli anni ‘90, che abbiamo colonizzato quel famoso piazzale Flaminio facendolo casa nostra perché eravamo 50 gatti innamorati di questa cosa chiamata hip hop, che capivamo e non capivamo, che conoscevamo e non conoscevamo. Eravamo pochi e venivamo dai quartieri più disparati di Roma: chi, come me, dal quartiere africano, quindi viale Libia; chi da Talenti; chi veniva da Spinaceto; chi dalle case popolari di Ostia. Ci riunivamo tutti lì e ogni giorno cercavamo informazioni, spunti, input, qualcosa che ci accendesse le lampadine in testa, che fossero dischi ma anche film, perché ci innamoravamo sempre di più di questa musica che in qualche modo percepivamo come lontana perché era la musica fatta dai neri d’america, dai portoricani, dai latinos del Bronx, era la musica dei ghetti. Qualcuno di noi veniva dai piccoli bronx che esistono a Roma, altri no, ma non era quello l’importante. Il punto è che sentivamo di fare qualche cosa che ci piaceva tantissimo, ma cercavamo anche un motivo che legasse questa cultura di più a noi.
Il primo film che ci ha acceso la lampadina è, per come la vedo io, Fa’ la cosa giusta di Spike Lee. Lì non ci sono le banlieue di Parigi ma ci sono i project di Brooklyn, c’è uno scontro fra gente che ha poco e altra gente che ha poco ma dalla sua c’ha i distintivi e le uniformi. Anche lì si parla di razzismo, come ne L’odio. In Fa’ la cosa giusta c’è una riflessione sul concetto di odio, tant’è che per tutto il film tu pensi che al centro ci sia uno scontro fra italoamericani e afroamericani, ma alla fine il nemico è un altro.
Chi ucciderà Radio Raheem, strozzandolo con un manganello al collo, è un poliziotto.
Il tema non è solo la polizia, ma è il potere, l’autorità, che in qualche modo esercita una azione repressiva da sempre in determinati quartieri o con determinate persone che possono appartenere più o meno a minoranze – le potremmo chiamare così – etniche e sociali. Quel film faceva veramente per noi perché non eravamo afroamericani di Brooklyn, ma la vedevamo come una realtà lontana, affascinante, cruda, a volte violenta, molto potente a livello comunicativo.
Un giorno, per caso, camminando vicino a Piazza Fiume dove c’è un cinema che si chiama Mignon, vedo questo manifesto, L’odio. Il manifesto è bello, il titolo è bello, entro a vedere.
Quella roba mi ha cambiato la vita, l’ha completamente ribaltata. Non sapevo che film stavo andando a vedere e quando comincia la prima scena, con il manifestante che urla alla polizia “siete bravi, voi avete gli scudi e i manganelli, noi abbiamo solo sassi e bastoni” e poi parte la musica di Bob Marley con le immagini di una rivolta e di un saccheggio in bianco e nero, è stato un primo shock per me. Ho detto “ma sto film è in bianco e nero, ma tutto il film è in bianco e nero, ma che film è? che c’è Bob Marley?”. Mettetevi sempre nei panni di uno che aveva 18 anni, non di più.
Poi comincia il film e quel film mi ha dato una scarica di adrenalina così forte dall’inizio alla fine, con i suoi tempi a volte molto lenti, con questo bianco e nero giocato con dei contrasti su un nero pienissimo, con questi movimenti dove la telecamera va indietro in una scena in cui i protagonisti camminano in avanti… insomma c’è anche una tecnica di cinema molto molto affascinante. Ma la potenza della storia, dei personaggi, della musica: è stato come prendere un treno dritto in faccia. Il giorno dopo ho chiamato tre amici miei e ho detto “Vi devo portare a vedere un film!” e sono tornato a vederlo anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora ne ho portati altri tre a vederlo. Credo che tra la mia generazione questo film si sia diffuso a macchia d’olio perché era la cosa più vicina in qualche modo a quello che eravamo e che sentivamo.
Noi non venivamo dalle banlieue e probabilmente non c’era un conflitto sociale così forte e così estremizzato come si vede nel film, ma eravamo reduci dagli anni della Pantera. E l’Italia è un paese che ha avuto una storia di violenza politica molto forte, di forte conflitto sociale che sentivamo molto. Quindi noi che seguivamo questa musica e che in qualche modo cercavamo un po’ di identificarci con qualcosa che ci assomigliasse, ci siamo ritrovati innamorati dei tre protagonisti, perché ognuno si rivedeva in uno dei tre.
C’era l’amico un po’ più testa calda che sicuramente era Vince, poi c’era l’amico un po’ più cazzone sempre pronto a fare le battute sceme, a fare lo scherzo all’altro e quello era Said. Poi c’era anche l’amico che invece ti faceva ragionare e che ti diceva “guarda stai attento, vedi che stai passando la linea, e quando passi la linea è poi difficile tornare indietro” e quello era Uber.
L’Odio ha generato sentimenti molto forti fra di noi. Io l’ho fatto vedere anche a mia madre e mi è servito perché ho capito un po’ la differenza fra l’amico mio fomentato da questo film che dice “che bomba!” e mia madre che, finito il film, con le lacrime agli occhi mi dice “Ma tutta questa violenza avete dentro e c’è nel mondo!”. Ogni volta che lo rivedo ci trovo qualcosa di diverso. Oggi credo che riesca a raccontare il cambiamento che c’è stato nel nostro genere musicale, che all’inizio era un genere un po’ più positivo e propositivo.
In quel periodo il gruppo più duro erano gli NWA (Niggaz Wit Attitudes) e sicuramente erano molto hardcore, ma noi venivamo dai Public Enemy che facevano una proposta politica, che dicevano Fight the Power, e noi avevamo imparato che non ci piaceva il potere, non ci piaceva il concetto di autorità grazie a queste canzoni che davano voce ai nostri pensieri e sentimenti. Ma c’erano anche i De La Soul che ci avevano insegnato a vedere il mondo in un’altra maniera, a non essere mai scontati, a non essere stupidi, a usare l’intelligenza.
Poi la nostra musica ha preso una piega più violenta, è cominciato ad andare di moda il gangsta rap e quindi la musica è diventata tutto un parlare di pistole, sparare a qualcuno, omicidi, furti, crimini. È stato un passaggio graduale e ci siamo ritrovati poi a un certo punto che la musica che ci piaceva ha preso delle connotazioni in cui non sempre, almeno noi, ci rispecchiavamo.
Nel film c’è una scena molto particolare. Ho avuto l’onore di presentare questo film insieme a Kassovitz quando è stato a Roma l’altro anno e ne ho parlato con lui e me ne ha confermato il senso. In questa scena tutti i ragazzi del film stanno in un posto a guardare i b-boys che ballano la breakdance.
Quella scena è una delle scene più positive del film: c’è musica, c’è gente vestita colorata, balla in una maniera incredibile come si faceva in quegli anni. Al centro c’è questo ragazzo che girava sulla testa ballando, a un certo punto arriva un bambino e dice: “si stanno menando sopra!” e tutti corrono per queste scale e vanno dove c’è la rissa.
La scena prosegue con il breaker che continua a girare sulla testa – che è la cosa più difficile di tutte in questo stile di danza – senza musica, senza più nessuno che lo guarda. L’ho vista come una metafora dell’hip hop. C’era un periodo in cui un ballerino così talentuoso, capace di girare sulla testa, attirava l’attenzione, poi l’attenzione è stata attirata da qualcosa di violento, da una pistola, da un omicidio, da due che fanno a botte, e tutto questo è diventato più affascinante di ballerini incredibili che fanno qualcosa di magico.
Kassovitz mi ha detto che quando il b-boy gira e rimane solo in un precedente montaggio la musica c’era, ma lui l’ha voluta togliere per portare un tributo a quelle generazioni di artisti che ha conosciuto, perché anche Kassovitz è stato un b-boy. Lo era stato anche Vincent Cassel. Mi ha detto “Ho voluto fare un omaggio a quella generazione di ballerini che avrebbero ballato anche senza musica e anche senza pubblico”. In quella scena ho capito dopo anni la fascinazione che il mio genere ha avuto verso una deriva più violenta, più estrema, più radicale e anche più problematica.
L’odio è un film per noi importante tant’è che ci abbiamo quasi intitolato un disco come Colle der Fomento, anche se Odio Pieno in realtà ha vari significati: l’abbiamo sempre spiegato dicendo che in realtà l’odio è l’altra faccia dell’amore. Io odio chi tenta di sporcare quello che amo, ne abbiamo fatto un discorso anche musicale, odiamo le canzoni commerciali perché rovinano la musica, ma odiamo anche i fascisti perché siamo cresciuti così e da ragazzini ci menavano per come eravamo, per quelli che eravamo.
Schierarsi è stata proprio una scelta dovuta, ma il nostro odio non è mai stato un odio che portava a una violenza e a un’aggressione gratuita.
Era invece il discorso famoso di Malcom X o delle Black Panther, cioè la pantera non ti attacca finché non la attacchi, ma se la metti in un angolo poi reagisce. Questo è un film crudo, spietato, che racconta una società che sembra non avere luce, ma è anche un film che mette insieme tre ragazzi di cui uno ebreo, uno di origini africane e uno di origini arabe e la gente delle banlieue diceva “ma quando mai un nero un ebreo e un arabo se ne vanno in giro insieme.
Nelle banlieue gli arabi stanno con gli arabi, i neri coi neri, i bianchi con i bianchi, gli ebrei con gli ebrei, è tutto così qua”. Insomma è un film che va oltre la realtà e vuole dare una scintilla di speranza. Il personaggio di Vince è quello più istintivo di tutti, i poliziotti hanno sparato ad un ragazzino e l’hanno ammazzato nella banlieue e lui trova una pistola e dice occhio per occhio. Said in tutto questo dice cose divertenti perché la sua figura è quella di un ragazzo che prende tutto alla leggera. Ma è Aubert la chiave del film perché forse sta peggio di tutti loro, è quello che ragiona di più, quello che prova ad aprirsi la palestra nel quartiere, quello che se delinque lo fa veramente per far campare la famiglia. Ed è lui che fa il discorso l’odio chiama l’odio.
L’Odio è un film particolare e fa pensare cose diverse a seconda di chi lo guarda: può accenderti facilmente perché è un film dove vedi la morte di un ragazzo a causa di un poliziotto e quindi la metafora di un potere che si accanisce contro chi di potere ne ha veramente zero. Nello stesso tempo va oltre questa roba, ha la capacità di farti capire che chiunque di loro poteva finire a fare il poliziotto in quel film, e che non è tanto chi usa la violenza, ma è la violenza in sé che è sbagliata. E nel film l’odio viene declinato in varie forme, si parla di odio razziale, ma si parla anche di odio sociale. Quando i tre ragazzi protagonisti vanno alla mostra, vengono presi in giro da queste ragazze un po’ snob che vengono dai quartieri alti di Parigi e loro lì si scatenano, diventano cattivi, diventano arroganti e lì vedi i sentimenti di chi viene dalle borgate e dalle banlieue rispetto a certi modi di essere rifiutati.
Questo film ci ha fatto crescere, ci ha preparato a un mondo abbastanza cattivo in cui devi saperti difendere e devi imparare anche come difenderti, perché a seconda di come ti difenderai poi pagherai determinate conseguenze.
Resta secondo me un film che tutti dovrebbero guardare e che parla ancora ai ragazzi perché ha ancora la stessa potenza. Uno dei messaggi di
questo film è in come inizia e come finisce, nella famosa storia dell’uomo che cade dal grattacielo.
Il messaggio è semplice: occhio, che una società così spinta verso l’odio e verso la violenza con questi conflitti non finirà bene né in un modo né in un altro, né per uno né per l’altro. Oggi c’è uno spaccio gratuito di odio, attraverso i social, la politica e la gente si è molto abituata a odiare, ma è un odio che diventa facilmente violenza fra le persone.
Bisogna sapersi un po’ difendere da questo, non cadere all’amo di chi ti tende la mano offrendoti dell’odio, dicendo: vedi? odio come te, unisciti a noi per odiare. Io non credo che questo sia il modo migliore per portare avanti una società. Quindi oggi da quest’odio dobbiamo difenderci.