Contestazione e rivolta nel Sudest asiatico

Nel Sudest asiatico il soggetto collettivo che si sta facendo protagonista delle proteste e della resistenza contro i governi autoritari che controllano la regione è composto da giovani netizen. I netizen (net.citizen) sono attivisti che usano intensivamente lo spazio digitale social per esprimere la loro partecipazione alla vita politica. I loro immaginari si nutrono di una cultura pop globale che ha trasformato Harry Potter, Hunger Games, le androgine star del k-pop coreano, i manga giapponesi in icone di un sentimento di rivolta generazionale contro la politica ma anche contro i modelli sociali machisti e paternalisti incarnati dalle dittature militari e dai governi autoritari attuali, in primis quello cinese. Il simbolo del tè al latte si riferisce al fatto che in molti paesi del sudest asiatico è diffuso consumare la bevanda con il latte, a differenza che in Cina. Attraverso una abitudine comune del quotidiano i netizen cercano di costruire un movimento trasversale di giovani che non si riconoscono nel nazionalismo dei propri governi e contestano l’autoritarismo e la mancanza di libertà digitale e di espressione incarnata dalla Cina, la potenza che aspira – in aperta competizione con gli Stati Uniti – a dominare l’area. (Gli Asini)
C’era una volta l’Alleanza del tè al latte. Nata nel 2020, la Milk Tea Alliance è stato non solo un fenomeno online per il rispetto della democrazia e dei diritti umani alimentato soprattutto dai millennial di Hong Kong, Taiwan, Thailandia e Myanmar. Creato sul web a partire dalla reazione all’invadenza nazionalista cinese sui social, il movimento è stato il riferimento di una vasta protesta internazionale diffusa contro l’autoritarismo e per la democrazia, che ha contagiato anche Filippine, India, Malaysia e Indonesia. Quel movimento si riversava così dal web nelle piazze raccogliendo le istanze di migliaia di giovani che alzavano le tre dita in segno di lotta (il contagio era arrivato persino in Iran e Bielorussia), un gesto reso popolare dalla serie di film The Hunger Games, e diventato virale soprattutto in Thailandia.
Purtroppo le vicende di Hong Kong e la svolta autoritaria decisa da Pechino hanno avuto ragione della piazza – non certo dello spirito – che agitava l’ex colonia mentre anche in Corea del Sud il movimento non ha fatto poi grandi passi avanti.
Più articolata la realtà indonesiana, con una presenza della società civile che è considerata la più estesa e organizzata di tutta la regione. Quanto alla Thailandia – uno dei fenomeni più interessanti – sebbene nel 2022 le cose si siano in parte calmate, il movimento giovanile-studentesco è stato capace di sfruttare le maglie più larghe dell’imperfetta democrazia tailandese e di attrarre sempre ampie fette di cittadinanza oltre agli studenti che ne erano stati il motore principale. Da allora ha continuato a mettere in difficoltà l’esecutivo di Prayut Cah O Cha, primo ministro con la divisa nell’armadio e affermatosi con un golpe militare nel 2014.
Il manifesto tailandese
Il movimento ha raggiunto il suo apice politico, se così si può dire, nell’estate 2020 quando nuove manifestazioni sono ricominciate, nonostante il divieto di raduno e lo stato di emergenza decretato contro il Covid19. La protesta, il 10 agosto, rende infatti noto un suo Manifesto in dieci punti. Il Manifesto, oltre a chiedere le dimissioni di Prayut e una nuova Costituzione, critica apertamente il ruolo della corona, un reato di lesa maestà impensabile nel regno siamese. Il Manifesto, letto da un’attivista dell’Università Thammasat di Bangkok – considerata la fucina della protesta –, ha sollevato un coro di critiche persino tra i progressisti e i partiti d’opposizione. Ma intanto quel nuovo passo, in un Paese retto da una monarchia blindata, era stato fatto.
Se in Thailandia il movimento, pur conoscendo stagioni di dura repressione (di cui sono ancora segno scioperi della fame e sit in per la liberazione degli arrestati), ha potuto esprimersi abbastanza liberamente, così non è stato altrove. E se di Hong Kong abbiamo detto, è il Myanmar il luogo dell’oscurità e della repressione di un movimento pacifico che oltre due anni fa ha riempito le strade contro il nuovo regime imposto dai militari fino a che gli autori del golpe del febbraio 2021 non hanno iniziato a sparare obbligando la protesta a una svolta radicale.
Il buio birmano
Oggi i morti accertati in Myanmar sono oltre 3mila e più di 20mila gli arrestati. Ma secondo il centro di ricerca americano Armed Conflict Location & Event Data Project, dall’inizio del golpe il bilancio delle vittime sarebbe di oltre 30mila morti. Una cifra dunque dieci volte più alta di quella fornita dall’Assistance Association for Political Prisoners che peraltro tiene il tragico conteggio basandosi solo sulle uccisioni di civili “certificate”, ossia di cui si conoscono tutti i dettagli come il nome, il luogo e la data della morte. Esclude quindi un ampio numero di dispersi e non comprende la morte dei soldati del Tatmadaw, l’esercito birmano. Quanto ai movimenti interni delle persone in fuga dai villaggi in preda alla guerra diffusa, secondo le agenzie delle Nazioni Unite, il conflitto ha già prodotto oltre un milione e mezzo di sfollati e 17,6 milioni di persone in stato di necessità umanitaria, ossia quasi un terzo della popolazione birmana.
Una guerra ad alta intensità
La giunta controlla le maggiori città ma ha serie difficoltà nelle campagne e persino nelle periferie dei centri maggiori, come Yangon e Mandalay, dove si svolgono rapidi flash mob ma anche veri e propri attentati o esecuzioni sommarie di soldati, poliziotti o collaborazionisti. Nel settembre 2022 il governo clandestino auto proclamatosi dopo il golpe – National Unity Government (Nug) – ha dichiarato che le sue forze di difesa popolare (Pdf) e le organizzazioni rivoluzionarie etniche alleate (Ethnic Armed Organization-Eao o Ethnic Revolutionary Organization-ErO) avrebbero il controllo effettivo di oltre la metà del Paese. La giunta stessa, peraltro, ha ammesso di avere un controllo stabile su solo 72 delle 330 township del Paese, un quarto più o meno del territorio del Myanmar. Sono numeri difficili da certificare perché i giornalisti possono accedere solo a certe aree del Paese e così i funzionari delle organizzazioni umanitarie. Il 16 marzo 2023, Noeleen Heyzer, Special Envoy per il Myanmar del segretario generale dell’Onu, ha detto che “nel suo terzo anno, l’impatto della conquista militare sul Paese e sulla sua popolazione è devastante. La violenza continua su una scala allarmante. Il 1° febbraio, i militari hanno esteso lo stato di emergenza e intensificato l’uso della forza, inclusi bombardamenti aerei, incendi di strutture civili e altre gravi violazioni dei diritti umani per mantenere il potere”.
Senza badar troppo all’etichetta, Heyzer ha tracciato un quadro che è purtroppo solo più aggiornato rispetto a quanto sempre descritto da chi l’ha preceduta: la legge marziale è stata estesa a 47 municipalità e il regime ha ripristinato una legge del 1977 che consente ai civili che ritiene “fedeli” di portare armi da fuoco. “Nella regione di Sagaing … ci sono recenti segnalazioni di ulteriori atrocità – ha aggiunto nel suo discorso al Palazzo di Vetro – tra cui decapitazioni e mutilazioni di combattenti delle Forze di difesa popolare. La violenza continua a intensificarsi in diverse aree etniche del paese. Abbiamo appena ricevuto segnalazioni secondo cui 28 civili sono stati uccisi dai militari in un monastero nello stato Shan meridionale questo fine settimana”. Si riferiva a un eccidio dove non sono stati risparmiati da un raid aereo né bambini né monaci.
Dalla protesta pacifica alla lotta armata
Contrariamente a quanto si pensi, dunque, la guerra birmana non è un conflitto a bassa intensità e i numeri che circolano non rendono l’idea di una realtà che inganna anche chi viaggia nel Paese nelle poche aree in cui è permesso muoversi e dove regna un’apparente tranquillità. Quanto al movimento per la democrazia nato immediatamente dopo il golpe, la sua stagione, inizialmente chiaramente pacifica, si è evoluta in una guerra di guerriglia cui aderiscono molti giovani anche per sfuggire alla coscrizione obbligatoria. Per quel che riguarda la trasformazione del movimento studentesco, un recente articolo di Frontier (un magazine ora vietato in Myanmar), basato su interviste a esponenti del movimento degli studenti, spiega quanto il segmento sia potente ma ormai anche molto spezzettato e come in parte si sia dedicato alla lotta armata. La feroce repressione del nuovo regime ha di fatto spinto tutto il movimento di non collaborazione, inizialmente di impronta chiaramente gandhiana, a una scelta obbligata: sopportare in silenzio o raggiungere la Forze di difesa popolare o gli eserciti regionali etnici e imbracciare il fucile.