ANTI-POST-DECO: E LA COLONIA?

I testi che seguono non sono esempi. Vogliono esser piuttosto un dialogo tra voci che, pur profondamente ancorate al tempo e alla geografia in cui sono nate, tentano di far dialogare il susseguirsi di prospettive che hanno affrontato il colonialismo da angolature diverse: dapprima come problema di liberazione politica (anticoloniale), poi come questione culturale e discorsiva (postcoloniale), infine come critica delle gerarchie di sapere, potere ed essere ereditate dalla modernità coloniale (decoloniale).
Torniamo così a far respirare diverse genealogie di pensiero con declinazioni e letture che non hanno l’Occidente e i valori cosiddetti universali come centro. In modo diverso, i testi che seguono riflettono e articolano ragionamenti intorno alla frattura coloniale – intesa anche come rottura epistemologica, è importante ricordarlo – che interroga ancora oggi la colonia come dispositivo che rimane attivo nelle pratiche di certa necropolitica e in certe ideologie che riemergono nel nostro complesso presente.
Un invito a continuare a pensare la colonia come centro del discorso, dunque, o forse come oggetto di osservazione ancora e ancora, attraverso pensatori diversi tra loro che ci accompagnano nell’attraversamento di un arco temporale che parte dall’inizio del ’900 e arriva fino a oggi mostrandoci come la questione sia ancora tutta lì, in quella liberazione feconda quanto incompiuta che non ha però mai perso il suo potenziale di rivoluzione totale, allargando anzi, nelle sue recenti formulazioni, lo sguardo a tutto ciò che vive come ulteriore forma di resistenza.
Se il discorso di tanta prassi politica oggi è ancora segnatamente coloniale, nel senso di limitarsi a delimitare, confinare, definire chi è barbaro e chi non lo è – nel senso letterale del termine cioè, di chi è cittadino e chi non ha il diritto di esserlo – una tradizione di pensiero capace di riportarci al diritto al desiderio – il desiderio di sé, diceva Fanon – appare quanto mai attuale proprio perché innanzitutto capace di immaginare e produrre futuro.
Apre la sezione Mariategui (1928), che dal Perù ragiona sulla questione indigena, spostandola dal piano culturale a quello economico-politico. Segue Viriato da Cruz (1959) dall’Angola, che riflette sul ruolo dell’intellettuale nero nella lotta anticoloniale e sostiene che la liberazione politica costituisce la condizione necessaria per una autonoma affermazione culturale. Édouard Glissant (1990) dalla sua esperienza di martinicano-francese rivendica il diritto all’opacità come rifiuto di ogni riduzione dell’altro a categorie universali. Dénètem Touam Bona (2021), franco-centrafricano, porta il discorso nel decoloniale contemporaneo e ripensa il marronage come pratica di fuga, resistenza e autopoiesi in un intreccio ecologico tra corpi, territori e forme di vita. Chiude la sezione Andrea Brazzoduro che, attraverso il caso algerino e la riflessione sul terzomondismo, rilegge la decolonizzazione come evento globale, capace di ridefinire le genealogie dell’anticoloniale, del postcoloniale e del decoloniale.