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Immagine di Soulemane Diallo
23 Maggio 2026
Mauro Boarelli

Qualche tempo fa, da queste pagine, Giancarlo Gaeta interrogava la rivista circa la possibilità di diventare espressione “di una realtà frammentata, incoerente, in balia di poteri soverchianti e che tuttavia resta inventiva e con ancora una qualche presa sulla realtà”. Si tratta cioè “di comprendere da dove questa società tecnicizzata e consumistica è ancora in grado di trarre una sostanza di intelligenza e di sogno, di essere malgrado tutto inventiva e capace di conservare la presa sulla realtà” (La svolta dei tempi, n. 106/2023). È una domanda – o meglio, un insieme di questioni, fondamentali e complesse – che nasce da una riflessione più ampia proposta a più riprese da Gaeta sullo stato della democrazia, in particolare sulla separazione della politica dalla morale, e sulla possibilità di ricollegarle (Cosa ne è della democrazia? n. 118/2025).

In alcune vicende italiane recenti, tra loro molto diverse, questa realtà frammentata si è provvisoriamente ricomposta smuovendo le acque stagnanti del discorso pubblico. Prima, nelle imponenti manifestazioni per la Palestina, poi intorno al referendum sulle modifiche costituzionali relative all’ordinamento della magistratura. 

L’azione della Global Sumud Flotilla ha innescato una rivolta morale contro il silenzio, l’inerzia, l’indifferenza del mondo di fronte allo sterminio di un popolo. Una mobilitazione tardiva, ma impressionante, la cui dimensione deve poco o nulla alle piccole organizzazioni sindacali che meritoriamente hanno promosso scioperi e manifestazioni, e che trova ragione solo in se stessa, nella spontaneità con cui si è imposta. I tentennamenti della principale organizzazione sindacale e i nauseabondi distinguo del più grande partito di opposizione hanno mostrato una volta di più la distanza di questi soggetti collettivi dalla realtà, una realtà che – per una volta – non hanno potuto nascondere, aggirare, manipolare. Un altro soggetto collettivo, senza leader né struttura organizzativa, li ha momentaneamente rimpiazzati, riempiendo – sia pure per poco – un vuoto.

Nel referendum, invece, la risposta al quesito specifico si è saldata con la reazione verso l’arroganza e l’inettitudine della destra al governo e con il timore che le modifiche alla carta costituzionale aprissero definitivamente le porte ad una torsione autoritaria degli assetti istituzionali. Ma tutto questo si è tradotto in mobilitazione perché l’interrogazione era diretta, senza mediazioni, e sollecitava le coscienze non solo su un tema contingente, ma su questioni primarie: la responsabilità dei singoli nella gestione dell’ordinamento pubblico, la conservazione della democrazia.

Cosa accomuna vicende così differenti? Il legame principale sta nel protagonismo diretto, nel prevalere di una spinta dal basso che travolge qualsiasi mediazione e permette a ciascuno di trovare nell’azione significati personali, molteplici, non necessariamente coerenti o consonanti con quelli degli altri, ma convergenti verso gli stessi poli di attrazione. Poli che si sono mostrati sotto forme estremamente diversificate: la Costituzione, sbiadita nei suoi riferimenti storici e politici, svuotata dalla prassi politica, trascurata nei programmi scolastici, eppure in grado di conservare un nucleo di valori non negoziabili che riaffiora nei momenti di crisi; una forma di democrazia diretta che restituisce valore alla soggettività politica, sfiancata da pratiche manipolatorie e linguaggi astratti; una flottiglia che mette insieme un’azione concreta e il suo valore simbolico, e mostra entrambi con determinazione e coraggio.

Il referendum lascia anche un’altra traccia. A decidere la partita è stata la partecipazione di chi non è andato a votare alle elezioni politiche, e con ogni probabilità non ci andrà alle prossime, a dimostrazione che anche in questo caso l’impatto delle organizzazioni politiche sul comportamento dei singoli è stato relativo. Solitamente l’astensionismo viene interpretato come il sintomo più vistoso della crisi della partecipazione politica. Forse è venuto il momento di rovesciare questa affermazione, troppo banale per afferrare una realtà più complessa. L’astensionismo non dissolve la dimensione politica: la sposta altrove, e torna a manifestarsi, appena può, in forme non prevedibili e non uniformi. Non è una posizione semplicemente attendista, anche se può facilmente cristallizzarsi in una passività disincantata e cinica. È piuttosto – in determinati settori della società – un luogo in cui vengono custoditi valori morali non negoziabili, sempre disponibili a trovare una nuova dimensione pubblica. 

In forme diverse, le mobilitazioni per la Palestina e il referendum costituzionale hanno creato un campo conflittuale nel quale la politica e la morale sono tornate ad avvicinarsi proprio perché una parte significativa della società ha saltato le mediazioni che le mettono in tensione, le separano. Probabilmente non mancheranno, in futuro, altre occasioni in cui si riproporrà questa riappropriazione temporanea, e altrettanto probabilmente mancheranno le condizioni perché queste insorgenze possano assumere una fisionomia politica più omogenea e stabile. Le possibilità di azione stanno, paradossalmente, in questo scarto, nella capacità di leggere le tracce depositate in questo spazio apparentemente vuoto.

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