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PALESTINA. Piangere non è arrendersi

Illustrazione di Quinto Ghermandi
26 Marzo 2026
Abdullah Hany Daher

Nel 2004, tre anni dopo l’abbattimento delle Twin Towers, la filosofa Judith Butler si chiedeva “quale uso politico si possa fare del dolore”, ovvero se l’esperienza della vulnerabilità e della perdita – quella che gli stessi statunitensi avevano provato l’11 settembre – avrebbe potuto diventare, attraverso un processo trasformativo di lutto collettivo, un’occasione per “ridefinirsi in quanto membri di una comunità globale” (Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza, Postmedia 2013). L’occasione, come è noto, non fu colta. Anzi. Le risposte esterne (guerra di Afghanistan, guerra in Iraq) e interne (risale a quel momento storico la creazione dell’United States Immigration and Customs Enforcement, noto come Ice) sono state violentissime e si è ancor più acuita quella “gerarchia del dolore” per cui solo alcune vite sembrano essere degne di lutto, di ricordo, perfino di nome. E la vulnerabilità, lungi da essere considerata di ognuno e quindi base di quello che ancora Butler chiama un possibile “incontro etico”, viene letteralmente scaricata sui soggetti e sui paesi più deboli, in una spirale di forza di cui non vediamo la fine. 

Anche il 7 ottobre del 2023 avrebbe potuto essere colto da Israele come occasione per ridefinirsi e ripensarsi rispetto alla terra così duramente colonizzata. Ma anche in questo caso le cose sono andate diversamente. E mentre una nuova pax americana sta stendendo il suo velo minaccioso su territori, donne, uomini e speranze della Palestina, siamo a più di 70.000 morti (“Il Manifesto”, 30/1/2026). Un numero agghiacciante, a quanto pare destinato ad aumentare, nell’indifferenza dei grandi della Terra. In questo quadro crediamo importante riportare al centro il dolore che si vuole negare. Ne ha parlato nel giugno scorso il giovane palestinese rifugiato in Irlanda Abdallah Aljazzard sulla rivista on line “972+” (una traduzione a cura di Paola Redaelli si può leggere sul sito della Casa delle Donne di Milano), ne parliamo noi oggi qui facendo nostre le parole di Abdullah Hany Daher, scrittore e giornalista palestinese di Gaza. (Gli asini)

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Jewish Currents con il titolo Crying Is Not Surrender.

Ero andato all’ospedale Al-Shifa per vedere il mio amico Imad, che era stato colpito a una gamba mentre cercava di raccogliere aiuti umanitari. Tuttavia, non è la sua ferita ad essermi rimasta impressa, ma un’immagine più tranquilla: in un corridoio caotico, una donna seduta per terra teneva in braccio la figlia. La bambina, di non più di 10 anni, piangeva sul corpo del padre. La madre non parlava, non piangeva, aveva il viso congelato. Continuavo a chiedermi se fosse forte o se qualcosa dentro di lei fosse morto.

La guerra modifica le emozioni. Il dolore viene soffocato. La tristezza viene soffocata. A Gaza, ai bambini viene detto che i loro genitori non sono vittime, sono martiri. Le donne vengono applaudite quando rimangono in silenzio durante i funerali e in silenzio siedono tra i corpi velati dei loro figli. I padri, in piedi nei luoghi di sepoltura, stringono mani e ricevono le condoglianze: i loro occhi sono vuoti, fissi sugli spazi dove un tempo si trovavano coloro che non vivono più.

Le persone dicono: “Sto bene”. Sorridono nelle fotografie e quando il ricordo li sopraffà, cambiano argomento.

Slogan di tenacia e fermezza – “Non piangere. Vogliono vederti distrutto” – vengono ripetuti come ordini, sovrastando i lamenti di chi piange i propri cari. La resistenza è un dovere pubblico. Le lacrime rischiano di ammettere il collasso, e il collasso potrebbe essere contagioso. Potrebbe indebolire la lotta. È una battaglia particolare: sopravvivere alla guerra all’esterno, nascondendo tutto dentro.

Quanti genitori hanno seppellito i propri figli senza piangere in pubblico? Quante persone trattengono le proprie urla per paura di essere percepite come deboli, ingrate o motivo di distrazione per la causa? Le persone diventano monumenti alla sofferenza: immobili, inespressi, incompiuti.

I bambini imparano da ciò che li circonda. Se un bambino non vede nessuno piangere, potrebbe arrivare a credere che le espressioni del dolore siano proibite, che la forza implichi la repressione, che la piena espressione dell’amore debba essere sepolta con il defunto. Un’angoscia inconfessata ne alimenta un’altra. 

Il dolore si annida sotto la terra, accumulandosi dolcemente. Nei momenti di silenzio che interrompono l’assalto, ritorna in nuove forme: insonnia che non appartiene alla notte presente; ogni momento di tranquillità, tormentato dal passato. Tutto il corpo esprime ciò che la bocca non può dire. Mani tremanti. Panico improvviso. Affanno.

Ti trovi di fronte alla perdita e non provi nulla – poi, il senso di colpa per non aver provato nulla. Più tardi, questo diventa una ferita.

Un giorno, sono andato a casa di mio nonno a Beit Lahia. Quando è giunta la chiamata per la preghiera di mezzogiorno, sono andato alla moschea che i suoi vicini avevano costruito. Dopo la preghiera, ho notato un gruppo di persone che si attardava, preparandosi a pregare di nuovo, questa volta intorno a un piccolo corpo. Mi sono unito a loro. Il bambino, ho scoperto, era stato colpito da un proiettile vagante mentre giocava fuori.

Sua madre si era accasciata accanto al corpo, piangendo silenziosamente e tremando. Si stringeva al sudario come se cercasse di tenerlo al caldo. Suo padre era in piedi vicino alla porta, ricevendo le condoglianze e ripetendo “Alhamdulillah per tutto”, come se quella frase potesse tenere unito il mondo.

Sono rimasto lì perplesso. Chi stava davvero resistendo e a chi semplicemente non era permesso crollare? A chi non era permesso crollare? Perché la disperazione è sgradita? Perché la forza deve essere udibile e incrollabile? Perché il crollo silenzioso non è considerato sacro?

A volte mi sento in colpa per aver voglia di piangere. Come se il mio dolore dovesse essere valutato, giustificato e confrontato. Altre persone hanno perso più di me, penso: ho davvero il diritto di provare tanta tristezza? Presto, le mie emozioni sembrano invadere la devastazione altrui. Ma il dolore non gareggia, non chiede permesso. Esige semplicemente di essere sentito. Questa è la verità: la guerra distrugge tutto: corpi, case, cuori. A volte, non resta che piangere.

E piangere non è resa. È una testimonianza. Significa che, anche in un luogo dove la morte arriva ogni giorno, il cuore è ancora vivo.


Abdullah Hany Daher documenta le storie umane della guerra, con l’obiettivo di preservare le voci che le macerie non possono mettere a tacere. Questo articolo è uscito su “Jewish Current” nel dicembre del 2025, che ringraziamo per averne permesso la ripubblicazione.

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