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Il mito preso in contropelo. Furio Jesi nella lettura di Salvatore Spina

Illustrazione di Federica Ferraro
20 Marzo 2026
Ludovico Cantisani

Furio Jesi, nato a Torino nel 1941 e scomparso prematuramente a Genova nel 1980 per un incidente domestico, è stata una delle figure più atipiche ed eterodosse nel panorama degli studi letterari e antropologici della cultura italiana del Novecento. Esordì diciassettenne con uno studio sulla ceramica egizia, per poi rivolgere la sua attenzione alla letteratura tedesca dando alle stampe nel 1967 il seminale Germania segreta. Miti nella cultura tedesca del Novecento; avviò un importante scambio intellettuale con il mitologo tedesco Károly Kerényi, da cui poi si distaccò, e coniò il concetto di “macchina mitologica” approfondito nel suo saggio del 1973 Il mito. Chiamato a insegnare all’università per chiara fama, senza laurea e senza neanche diploma, tenne la cattedra di Lingua e letteratura tedesca prima all’Università di Palermo e poi a Genova. Seguirono altri studi su autori quali Rilke, Mann, Brecht, Kierkeegard e Pascal, la raccolta La vera terra. Antologia di storici e prosatori sul mito e sulla storia, accompagnata da un saggio di Georges Dumézil, e il volume Il linguaggio delle pietre. Alla scoperta dell’Italia megalitica. Nel 1979 uscì per Garzanti Cultura di destra, forse il suo testo più noto e influente; ma non bisogna sottovalutare neanche la sua produzione poetica e narrativa. Fatto interessante nel percorso intellettuale di Jesi è la constatazione che una parte non piccola dei suoi scritti ha avuto una pubblicazione e una fortuna soltanto postume: il saggio Spartakus. Simbologia della rivolta, molto discusso e commentato, venne dato alle stampe solo nel 2000, senza perdere nulla dell’attualità delle sue analisi. 

È ai concetti fondamentali del pensiero jesiano che è dedicato il nuovo saggio di Salvatore Spina, Furio Jesi. Mito. Rivolta. Festa. Macchina mitologica. Cultura di destra, edito da DeriveApprodi nella collana essentials curata da Mariano Croce e Andrea Salvatore, dopo altre analoghe pubblicazioni su Toni Negri, Hermann Heller e Gayle Rubin. L’agile saggio di Spina enuclea cinque concetti fondamentali dell’opera di Jesi enunciati nel sottotitolo, “le note di un pentagramma teorico, la cui esecuzione ci pone di fronte alla multiforme opera jesiana e ce ne mostra la profonda coerenza e la sostanziale unitarietà”. Tenendo ben presenti i nessi che intercorrono, per affinità o divergenza, tra le riflessioni di Jesi e quelle di altre figure chiave del pensiero occidentale del Novecento come Heidegger, il già citato Kerényi, Foucault e Agamben, la piccola monografia di Spina rappresenta un’efficace introduzione alla sfaccettata opera di Jesi nei suoi elementi cruciali e anche di maggiore interesse per il dibattito contemporaneo.

Nella costellazione di concetti jesiani indagata da Spina, le pagine più rilevanti sono quelle sulla trattazione, da parte di Jesi, dell’idea di mito e delle sue distorsioni. Grandiosa esplorazione dei sintomi della caduta tedesca verso il nazismo a partire dal canone e dall’anticanone letterario nazionale, Germania segreta è innanzitutto un grande saggio sulla tecnicizzazione del mito, che “non appare più come il risultato di una combinazione di forze psichiche originarie capace di creare solidi rapporti comunitari e sociali”, ma viene utilizzato in maniera corrotta e strumentale, in maniera somma dal nazionalsocialismo. A questo stato delle cose Jesi oppone l’esempio dell’opera di Thomas Mann, che in libri come La morte a Venezia, La montagna incantata e il Doctor Faustus descrive la discesa dei suoi personaggi nell’orrido e negli inferi, denunciando la condizione decadente e demoniaca a cui è soggetta la borghesia tedesca. “Attraverso la forma del racconto Mann attua un vero e proprio processo di demitologizzazione; il suo processo narrativo funziona, nei confronti della malattia della decadenza, da vero e proprio pharmakon”, commenta Spina riprendendo la trattazione di Jesi. “Con Mann siamo in presenza di un processo di smascheramento che, attraverso gli strumenti della parodia e dell’ironia, mette in luce il carattere originario e umano del mito al di là, o meglio al di qua, della sua tecnicizzazione a scopi politici”.

Via via che approfondisce la sua analisi, Jesi si accorge, in dissenso con Kerény, che la tecnicizzazione è un carattere implicito e inevitabile del mito; e che gli stessi mitografi spesso cadono nella trappola di idealizzare l’oggetto delle loro indagini: “parlare del mito come di una sostanza eterea nella quale si proiettano immagini, vuol dire creare un mito del mito”. In Cultura di destra, l’ultimo libro pubblicato da Jesi in vita, la consapevolezza dei limiti che si deve dare l’indagine teorico-critica sul mito raggiunge il suo culmine: come scrive Spina, “accantonata definitivamente qualsiasi possibilità di accesso al mito genuino, Jesi ritiene che la scienza della mitologia, in quanto storia della storiografia, debba essere un confronto critico con la produzione dei miti tecnicizzati, ovvero di quei miti utilizzati dal potere al fine di imporre la propria egemonia simbolica e politica”. La cosiddetta cultura di destra, che allude a un passato immemoriale a cui non si può più accedere, e che probabilmente non c’è mai stato, è un ottimo terreno di applicazione di questa consapevolezza. Nella lettura di Jesi tuttavia la cultura di destra non è solo limitata al pensiero reazionario e conservatore, ma si estende facilmente all’immaginario della cultura medio-borghese e anche di certa politica rivoluzionaria: “una cultura che non voglia appiattirsi alle prerogative della destra, deve farla finita con la retorica monumentale dei grandi miti, abbandonare ogni lettera maiuscola, anche quando essa sta a indicare valori di ‘sinistra’ come la Resistenza, la Pace, l’Uguaglianza”, conclude Spina.

Da questo punto di vista particolare significato assume Spartakus. Simbologie della rivolta, scritto nel 1969, che ha come spunto la fallita insurrezione del gruppo rivoluzionario tedesco che vedeva nelle sue fila Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Nella lettura di Jesi, la rivolta spartachista fallì perché i ribelli fecero propri i valori e i simboli del potere contro cui insorsero, a cominciare dallo spirito di sacrificio e dalla demonizzazione dell’avversario. “Con Spartakus Jesi fa i conti con sé stesso e con il proprio presente. Le strade del quartiere dei giornali di Berlino, l’epicentro della rivolta spartachista, si confondono con le vie parigine accese dalla rivolta studentesca del Sessantotto, a cu Jesi in maniera marginale aveva preso parte; ma in filigrana si può intravedere anche l’atmosfera cupa e nebbiosa che, da lì a qualche mese, farà da sfondo del cosiddetto autunno caldo italiano, che avrà proprio in Torino, città d’origine di Jesi, uno dei suoi epicentri”. 

La monografia di Spina su Jesi è decisamente succinta, ma resta un ottimo viatico per avviare l’esplorazione dell’opera jesiana o per rileggere il suo pensiero sotto nuovi prismi. Una delle intuizioni più felici del saggio di Spina è l’approfondimento dell’influenza di Walter Benjamin su Furio Jesi, che aveva anche proposto all’editore Ubaldini una monografia sul filosofo tedesco poi mai realizzata: forte consonanza tra Benjamin e Jesi è l’idea della rivolta che irrompe nel carattere omogeneo del tempo, che, come sta scritto in Spartakus, “si trova paradossalmente all’intersezione del tempo mitico e del tempo storico, dell’eterno ritorno e dell’una volta e per sempre”. La pregnanza e la pertinenza delle riflessioni di Jesi sulla manipolazione del mito si fanno quanto mai pressanti in un momento storico in cui si rinviene nell’attualità politica internazionale il riaffacciarsi di antichi archetipi regressivi, in nome di un mantenimento dello status quo o di un ritorno a una leggendaria età dell’oro idealizzata. I sintomi di questa regressione non stanno più tanto nella letteratura, ormai destinata a una posizione periferica e raramente capace di leggere in contropelo il presente, bensì nella cultura di massa del tutto globalizzata: fino a che punto il messianismo politico dei nuovi leader populisti dal 2016 ad oggi era stato anticipato dall’exploit dei cinecomics sui supereroi dei primi anni duemila? Rileggere Furio Jesi oggi significa anche aggiornarlo alle complessità critiche del nostro presente: ma la forza del pensiero di Jesi non sta soltanto nei concetti, sta anche e soprattutto nel metodo, e nella sfida di una fusione tra analisi letteraria, mitografia, storia delle religioni e filosofia che ha avuto pochi pari nel Novecento italiano.

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