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Educazione e intervento sociale

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Gratosoglio Calling. La politica delle periferie

Illustrazione di Hurricane
11 Novembre 2025
Davide Caselli Veronica Pujia

Nel fermento che ha attraversato Milano, tra scandali politici e urbanistici e mobilitazioni di diverso tipo che ne sono scaturite, i quartieri popolari – in senso stretto quartieri di proprietà pubblica e in senso lato periferie sociali e urbanistiche della città – hanno una posizione contraddittoria. Per un verso sono al centro del discorso, principalmente come spazio prezioso e sottratto al mercato che deve essere difeso dalla gentrificazione; per un altro verso però rischiano di restare poco visibili nella loro concretezza di luoghi e di soggetti, individuali e collettivi, che li abitano e vi si organizzano.  

In questo articolo proviamo allora ad abbozzare un ragionamento politico sulle periferie, sulle politiche che su di loro si rovesciano e infine sulla politica che al loro interno i loro abitanti fanno e sul significato che questo ha per la città.


L’edilizia residenziale pubblica diventa una riserva di rendita

Per iniziare è necessario comprendere i tratti essenziali del nuovo paradigma che, all’interno della storia più che secolare dell’edilizia popolare, si è delineato a Milano dalla fine degli anni Duemila. È il momento in cui il piano casa Berlusconi (2009) prima, e la legge 16/2016 di Regione Lombardia poi, si propongono di rendere “sostenibile” il settore delle case popolari. Per questa via se ne snatura totalmente la funzione sociale: viene introdotto un limite alle assegnazioni per i nuclei famigliari più poveri; viene garantito l’ingresso a pieno titolo dell’attore finanziario (Società di gestione dei risparmi e fondi immobiliari) nella  programmazione e attuazione delle politiche pubbliche; viene permesso all’Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale (ALER, di controllo regionale) e ai Comuni di diversificare al rialzo gli affitti del proprio patrimonio, arrivando ad assegnare anche a nuclei famigliari con ISEE pari a 40000 euro o a prezzo di mercato gli immobili di pregio; viene reso possibile vendere o affidare a enti privati interi stabili, se vuoti e in condizioni manutentive non buone.

Il patrimonio immobiliare pubblico, che a Milano consiste in 58860 alloggi (il 30% in meno degli anni ’80), di cui il 44% comunale e il 56% di ALER, diventa così qualcosa da valorizzare e rigenerare. Detto in altre parole, i quartieri popolari non sono più solo il luogo in cui ghettizzare ed emarginare la popolazione più povera e subalterna, patrimonio da dismettere e di cui liberarsi, ma diventano luoghi da cui allontanare gli inquilini e le classi popolari, perché le case e le aree su cui sono state costruite hanno un nuovo valore, determinato dalla capacità di condizionare le dinamiche del mercato e i valori immobiliari delle aree circostanti. 

Le conseguenze sono drammatiche. La popolazione che vive nelle case popolari è in costante diminuzione, mentre cresce il numero degli alloggi lasciati sfitti: a Milano oggi ci sono almeno 12000 case pubbliche vuote, inutilizzate, e nonostante nel 2024 siano state presentate 24000 domande di assegnazione di un alloggio popolare, ne sono state assegnati poco più di 500. Molti dei quartieri popolari di Milano sono oggetto di piani di “rigenerazione urbana”, che, pur impiegando ingenti risorse pubbliche, spesso si riducono a interventi di  demolizione e ricostruzione di alcuni stabili, con grandi piani di spostamento degli inquilini residenti verso altri quartieri più periferici, senza alcun coinvolgimento degli abitanti nei processi decisionali. La dilatazione dei tempi di realizzazione è all’ordine del giorno, in molti casi a causa del fallimento della ditta appaltatrice o di controversie giudiziarie, così come i lavori compiuti malamente o realizzati solo in maniera parziale. Nelle case popolari sono più che frequenti i problemi di infiltrazioni e muffe, a causa della strutturale mancanza dei fondi necessari a garantire i programmi di manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici. Le condizioni igienico sanitarie sono in alcuni casi molto critiche, in particolare per la presenza dei topi, che nessuna istituzione si preoccupa di debellare.  E molti interventi sono solo di facciata per restituire un decoro solo verso l’esterno.

Vale la pena infine sottolineare come a Milano l’8% della popolazione detiene il 40% della ricchezza cittadina, ma povertà e disuguaglianza vengono nominate solo all’interno di discorsi edificanti che riguardano la “solidarietà ambrosiana”. Le nuove politiche abitative di Comune e Regione che prevedono la trasformazione di alloggi finora assegnati a canone sociale in alloggi di housing sociale affittati con contratti precari a prezzi più alti, vengano raccontate all’unisono come il ritorno delle case popolari ai lavoratori. Come se nei quartieri popolari, o nelle graduatorie per l’assegnazione di un alloggio pubblico, i lavoratori non ci siano, come se nei quartieri pubblici e nelle periferie vivessero solo pericolosi poveri da assistere o da controllare.


Difendere la casa pubblica come tema politico: il movimento del 3 luglio

Rispetto a questo panorama, e sull’onda degli scandali politici e urbanistici che hanno investito la città (vicenda ben ricostruita da Gianni Barbacetto sul suo blog), il 3 luglio scorso più di 40 realtà chiamate a una prima assemblea dalle organizzazioni sindacali degli inquilini Sicet Milano e Unione Inquilini, hanno promosso un partecipato corteo per il diritto alla casa e alla città. Un’iniziativa importante per almeno due ragioni: da un lato la varietà delle organizzazioni promotrici (dal centro d’ascolto della parrocchia ai collettivi studenteschi universitari,  dai gruppi politici e gli spazi sociali occupati ai comitati di cittadini, alle associazioni di volontariato impegnate e ad alcuni comitati di inquilini di case popolari); dall’altro il riconoscimento dell’importanza della difesa dell’edilizia pubblica come cardine della città pubblica contro le speculazioni, per rendere Milano più giusta, inclusiva e vivibile. Nei mesi successivi il percorso di mobilitazione non si è interrotto, ha intrecciato le diverse lotte di quartiere e cittadine, riconoscendo come trasversale e centrale anche il tema del disarmo e del rifiuto dell’economia di guerra, cercando di aprire il confronto nella città ed estendere il coinvolgimento oltre la militanza. Il 13 novembre ci sarà un’importante assemblea pubblica cittadina e il 22 novembre una nuova mobilitazione che partirà nel pomeriggio da piazzale Loreto, oggetto di un contrastatissimo progetto di riqualificazione. 

Siamo dunque in una fase di sensibilità diffusa e di iniziativa politica da sostenere con tutte le forze e ci sembra importante riproporre una vecchia questione: come pensare e organizzare questa azione politica in modo che il discorso sulle periferie e sui quartieri popolari sia costruito e portato avanti in primis dai loro abitanti? Senza idealizzare o inventare capacità di azione che in questa fase sono, come in molti altri settori della società, fragili e incerti, ma stando bene attenti a evitare che a guidare i processi sia una visione uniformata e uniformante della città che non nasce dall’incontro e dal confronto con chi vive e si impegna nei quartieri popolari. Alcune domande: come mettere d’accordo la critica alla gentrificazione con la richiesta di interventi e politiche che rendano più ospitali e vivibili piccole o grandi piazze di spaccio dei quartieri popolari? Come mettere d’accordo la bukowskiana critica al decoro con le richieste di un abitare degno e ragionevolmente sicuro degli abitanti di quartieri degradati? Non è impossibile, ma non è nemmeno automatico e ancora non ne siamo capaci. Non tutto il degrado è costruzione discorsiva e se ci limitiamo a criticare i discorsi reazionari, difficilmente costruiremo alleanze con chi vive condizioni di abbandono istituzionale che fanno dei quartieri popolari spazi degradati. “Basta degrado nei quartieri popolari” ha detto per tanti anni Franca Caffa, fondatrice e presidente del Comitato Inquilini Molise-Calvairate-Ponti, tre quartieri di edilizia pubblica del sudest milanese. E insieme, rivolta ai responsabili di Aler, Comune e Regione, ma anche alle correnti dominanti nell’università: “Il nostro degrado siete voi”. Ricominciamo da qui?


“Il lavoro grosso va fatto con le persone che vivono qua”. Un comitato a Gratosoglio 

Con queste domande in testa incontriamo, in un sabato mattina di sole autunnale, Cristina Lenoci, presidente del Comitato Inquilini Aler Torre Saponaro 36, ed Elisabetta Gigante, segretaria del Comitato Inquilini Aler Torre Saponaro 32, dei quartieri di edilizia pubblica ALER “Gratosoglio”, nella zona sud di Milano. Realizzato negli anni ’70 dallo studio di architettura BBPR sulla base di un progetto architettonico e urbanistico ambizioso, comprende tre torri di ottanta famiglie ciascuna, con alloggi di taglia piuttosto grande ancora di proprietà di Aler. Elisabetta c’è arrivata da bambina con la sua famiglia, Cristina addirittura ci è nata: sono stata il primo fiocco rosa del palazzo. Ci raccontano la storia della composizione di molti quartieri popolari: la generazione dei loro genitori muore, quelli che erano allora un po’ più giovani ora sono molto anziani e le famiglie che hanno figli piccoli sono oggi soprattutto migranti. Ci sediamo al bar al piano terra di uno dei palazzi e chiediamo loro di raccontarci la storia dei loro comitati, formatisi nel 2023.

Siamo nati come comitati informali perché alla fine del 2020 erano partiti i lavori di manutenzione straordinaria: c’erano perdite e umidità ovunque negli alloggi, gli ascensori erano da cambiare, sbucavano i ferri dalle facciate, insomma era un disastro. Però questi lavori non sono proseguiti: l’azienda ha lasciato il cantiere abbandonato, per cui i disagi aumentavano. Noi ci siamo uniti anche perché le problematiche non erano solo nei confronti dell’ALER, ma anche territoriali: qua si sono insediati una mensa e un dormitorio molto importante e dietro abbiamo un campo Rom, qua sotto è terra di nessuno e succedeva di tutto. Il cantiere abbandonato comportava anche che – avendo allora noi i portoni perennemente rotti (e in parte li abbiamo ancora) – avevamo la torre occupata da gente che dorme nei box, nelle scale. Il cantiere era diventato un parco-giochi dei ragazzi, dove salivano rischiando anche di farsi male e disturbavano continuamente. A quel punto c’è stato un tumulto e  così si è riusciti a unirci per iniziare a denunciare questa situazione di degrado.

I Comitati di ciascuna torre hanno raccolto moltissime adesioni e fatto una denuncia a tutte le istituzioni competenti. La Prefettura ha organizzato un tavolo con tutti i soggetti interessati. Nel gennaio 2024 però, proprio nel cantiere abbandonato scoppia un incendio che fa molti danni, per fortuna senza vittime.

Allora i Comitati si formalizzano per fare un esposto alla magistratura, e la Prefettura a questo punto obbliga ALER a intervenire: otteniamo che il cantiere sia smantellato e i lavori terminati. Scopriamo così che in realtà i lavori lasciati in sospeso sono da rifare completamente perché non sono a norma: ti rendi conto di quanti soldi pubblici buttati via? ALER allora trova le risorse per intervenire e ora i lavori sono in corso, anche se ci sono stati già problemi legati ad appalti e subappalti che nessuno controlla, e noi lo abbiamo già segnalato e denunciato. Poco più tardi, oltre al Tavolo guidato dalla Prefettura, se ne apre un altro coordinato dal Consiglio di Zona. Al Comune chiediamo di farsi carico delle questioni sociali: coordinare gli interventi, evitare che giusti interventi di politiche sociali siano gestiti male e diventino un problema aggiuntivo per il quartiere, dove tra l’altro ci sono anche alcune iniziative autogestite organizzate da ragazzi di zona che fanno un bellissimo lavoro. Ora il Consiglio di Zona ha approvato un progetto di educativa di strada che chiedevamo da tanto tempo. 

I comitati delle Torri lavorano 24 ore su 24 attraverso la chat, poi con le riunioni in cui il consiglio direttivo raccoglie le questioni e aggiorna tutti sulle interlocuzioni in corso con le istituzioni. Elisabetta e Cristina, come altri componenti delle Torri, sono punti di riferimento: durante il nostro incontro, ogni cinque minuti qualcuno si ferma per segnalare un problema, consegnare un mazzo di chiavi trovate a terra, invitare a una serata danzante o a chiedere aiuto per accompagnare una persona anziana fino al pianerottolo.

Noi abbiamo uno sguardo privilegiato sulla società in questi quartieri, perché  è qua che vedi il cambiamento, quello che c’è dietro tutta l’apparenza del centro città. Qua c’è la polvere che si mette sotto il tappeto no? Le istituzioni pensano: tanto questi sono silenziosi, non si lamentano, non dicono un cazzo, si lamentano al bar, ma poi vanno a giocare alle macchinette, al Gratta e Vinci, si scannano fra di loro: chi se ne frega. È questo che mi ha fatto sussultare, dire no. Il lavoro grosso va fatto con le persone.  

Si tratta spesso di un lavoro piccolo, minuto, lontano dall’immaginario del “lavoro politico” molto diffuso anche nei movimenti, per limitare i conflitti di vicinato che mangiano energie e mettono gli inquilini gli uni contro gli altri: come si fa la raccolta differenziata? Puoi non lasciare scatoloni e sacchetti sul pianerottolo? Com’è che alla notte c’è tutto questo casino che viene da casa tua? Così, ci raccontano, si smontano anche i pregiudizi, si combatte il razzismo strisciante o esplicito che percorre le città e i quartieri.

È un lavoro lento e faticoso – dice Cristina – a volte mi altero anche con i compagni perché sento che parlano come dall’alto, allora mi viene un po’ di carogna classista e dico: “forse vi siete imborghesiti tutti!”. Per esempio, rispetto ai problemi da cui sono nati i nostri comitati, il discorso di alcuni compagni, banalizzando un pò, è del tipo: “D’accordo, però la mia meta è la rivoluzione. E dopo che ho fatto il comunicato e ho ottenuto gli aggiustamenti dei palazzi… la rivoluzione quand’è che la facciamo?” Ma la rivoluzione è che è già tanto se riesci a mettere insieme 80 persone che creano solidarietà e relazione. Ci rendiamo conto di com’è il territorio? La rivoluzione è se queste persone prendono coscienza e arrivano a dire “basta”. Sarebbe già tanto, sono piccole cose che fanno la differenza nella qualità delle nostre relazioni, tanto più per noi che ci vediamo a vivere qua nei prossimi 20 anni!
Per me possiamo parlare di abbattere il sistema, per l’amor del cielo, ma bisogna essere nella realtà. 

Adesso si è creata la rete, una cosa molto positiva perché finalmente si parla del problema della casa, che io ho vissuto sulla mia pelle: sono stata occupante per quattordici anni. Vengono pensate tutta una serie di iniziative a livello cittadino sullo stadio, il verde, la cementificazione, temi obiettivamente importanti. Però come facciamo a coinvolgere le persone? Questo fermento politico che c’è in città qua in quartiere non è che si senta, non arriva, quindi la gente  difficilmente partecipa. Io come persona cosciente ci vengo, ma come singola. Si parla delle Olimpiadi: tanta gente è talmente presa dalla  sussistenza che non ha il tempo di andare a riunioni, incontri, Siamo capaci di creare ponti tra la vita quotidiana dei quartieri popolari e le analisi e le rivendicazioni di sistema? Come evitare di riprodurre anche dentro i movimenti le gerarchie di classe che vogliamo combattere nella società?  A volte penso che siamo noi che andiamo verso, ma mai nessuno che viene verso noi, ma poi queste cose si pagano. Se non abbiamo le persone dalla nostra parte anche il potere contrattuale di una rivendicazione è debole, come su un posto di lavoro, no? Venerdì 31 ottobre, insieme con il coordinamento “Milano Sud contro la guerra e il riarmo”, organizziamo un corteo che si concluderà proprio da noi in Gratosoglio e avrà come slogan “Soldi ai quartieri e non alle armi”.  Non succedeva da tantissimo tempo e per noi è un momento molto importante nella direzione di avvicinare davvero le lotte. 

Insomma il momento è fertile, la strada da fare è lunga, dentro e fuori di noi. Gratosoglio chiama!

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