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Leggere vedere ascoltare. Rubrica di Goffredo Fofi

Illustrazione di Marco Corona
11 Luglio 2025
Goffredo Fofi

Borghesia e (sotto)proletariato in Simenon

Il grande Bob è uno dei romanzi più pacati di Simenon, più di pensiero – senza crimini ma con la stessa comprensione nei confronti del genere umano che è di tutti i suoi romanzi (lo ripubblica Adelphi, pp.166, euro 18,00). Avendo perduto la vecchia copia mondadoriana e frequentando poco la Francia, ne avevo un ricordo forse diverso da come il romanzo invece è, meno laconico e più esplicito nel ragionare sulle motivazioni che spingono “il grande Bob”, figlio di una ricca famiglia, a lasciar tutto per mischiarsi a un giro di persone assolutamente comuni, frequentando un bistrò dalle parti di Pigalle, e tirando fuori dalla sua mediocrità una giovane prostituta, Lulù, che finisce per diventare la sua compagna. 

Gli amici, i conoscenti del piccolo mondo parigino si interrogano sulla sua morte: si è ucciso, affogandosi in qualche insenatura della Senna dove lui e i suoi amici passano le belle domeniche e la buona stagione. E perché lo avrebbe fatto? si chiedono gli amici, i conoscenti, Lulù e il narratore, un medico anche lui dello stesso giro di amici, che non si è troppo scandalizzato di fronte al legame di Bob con la prostituta Lulù. 

L’inchiesta, il bisogno di capire del personaggio che narra lo portano a contatto con la ricca famiglia di Bob, che Bob ha lasciato senza troppo soffrirne, per un bisogno di verità. Nei sentimenti e nelle idee, e soprattutto nella collocazione sociale. Bob sceglie un proletariato un po’ sottoproletario al posto della buona borghesia nella quale è cresciuto, un bisogno mai teorizzato di stare da un’altra parte, dalla parte della gente più comune invece che da quella di una borghesia peraltro non spregevole. 

Sì, il narratore arriva a scoprire che Bob era malato di cancro e che è probabilmente questa la ragione del suo suicidio, ma l’allegro Bob, il compagnone, non spiega mai le motivazioni della sua scelta iniziale, del suo radicale cambiamento di classe. E perché ha scelto di dividere la sua vita con quella di una prostituta, peraltro innamorata e simpatica. E se le ragioni della morte del suicidio sono spiegate, resta il piccolo mistero della scelta iniziale di Bob, del suo allontanamento dalla borghesia avvicinandosi a un proletariato e sottoproletariato metropolitano tuttavia solidale, tollerante e protettivo. Sì, il cancro spiega le cause del suicido di Bob, ma quel che rimane meno esplorato (Simenon lo farà in altri romanzi) è il fondo, diciamo così, filosofico e morale del suo salto di classe. In un altro romanzo di cui non riesco a ricordare il titolo, il giovane e ricco protagonista lascia ricchezza e famiglia per una profonda crisi religiosa, e vorrebbe contribuire a salvare l’umanità intera, ma come? Facendo parte di un gruppo amicale di proletari che si divertono insieme, di cui diventa un po’ l’anima, e visto che non può salvare il mondo, decide di salvare almeno una persona, una giovane prostituta. Forse faccio confusione anche con altri romanzi di Simenon, ma mi conforta l’idea di questa circolarità di rimandi, di scelte a modo loro radicali, “religiose”. E l’invito a considerare l’opera di Simenon, come quella dei più grandi e soprattutto di quel Dostoevskij che Simenon aveva ben letto, attuale oggi come ieri e forse più di ieri, quando narrava dubbi e dolori giovanili – oltre le apparenze di una accettazione del mondo così come è, la dichiarazione di inquietudini di fondo, sul “che fare?”, su come non sfuggire alla responsabilità di scelte che sono prima di tutto morali. Ma subito dopo, politiche.

 

“Bisogna morire bestemmiando”

Ho visto finalmente La stanza accanto, l’ultimo film (2024) di Pedro Almodovar. Girato a New York in un technicolor accuratissimo, il soggetto non è originale ma tratto da un romanzo di Sigrid Nunez, premiata scrittrice newyorkese di origini composite che conoscevamo per una bella biografia di Susan Sontag, grande scrittrice, grande intellettuale e oso dire grande compagna in senso propriamente politico, che ho avuto la fortuna di conoscere in uno dei suoi tanti soggiorni italiani. Ma non ho letto l’Attraverso la vita che è di base al film di Almodovar, un film pluripremiato e che non mi ha affatto entusiasmato (mentre ho amato e recensito con attenzione e simpatia pressoché tutti i suoi precedenti, soprattutto per la loro carica libertaria…) per il modo che oso dire dolciastro e conformista con il quale racconta la morte. 

La morte di una donna, Martha, che ha accanto a vegliarla un’amica, Ingrid, scrittrice. Rendere consolante perfino la morte è un’astuzia che molte chiese ben conoscono, in particolare le cristiane, che hanno inventato da tempo il paradiso, dove si finisce dopo poco o molto purgatorio, lasciando l’inferno ai reprobi morti senza pentimento. Strano film, La stanza accanto, venendo da un Almodovar che sembra rinunciare – spero non definitivamente – alle origini cattoliche della sua cultura e farsi, spero non definitivamente, laico o ateo d’influenza americana. 

Di fatto, il suo film tenta di rendere quasi glamour anche la morte, con le sue due splendide attrici probabilmente di origini protestanti ma che si sono perfettamente adeguate al suo yankee-laicismo, forse (e magari per consolante imitazione) perfettamente laiche come lui. Laiche e per niente “religiose”, laiche ma perfettamente borghesi in linea con la cultura oggi dominante, che mi sembra tendere a rendere accettabile la morte del mondo e del genere umano e della natura così come la morte dei singoli: una morte glamour, una morte perfettamente laica e borghese e del nostro tempo. È un film che mi scandalizza perché accettare la morte mi sembra andar di passo con l’accettazione del mondo così com’è, né più né meno. E con la sua fine. E trovarcisi bene, in questi ultimi tempi, tra borghesi colti disincantati saggi, perfettamente laici anzi atei e di nessuna visione se non quella dello star bene finché si può, da individui e da borghesi. Non si tratta di elogiare i riti funebri cristiani o altro, ma la morte è la morte, e renderla accettabile mi sembra un enorme peccato. Un nostro maestro, il poeta Franco Fortini, ci disse una volta che “bisogna morire bestemmiando”, ché la morte è la peggiore delle condanne che affliggono la condizione umana.

Non so come avrebbe reagito Fortini a questo film, lui che amò molto, ricordo, un bel film di Ingmar Bergman, di cultura protestante svedese, Sussurri e grida, del 1972. Anche lì due donne ne erano al centro, una ricca morente, l’altra una serva, ed era ispirato non alla lontana al bellissimo racconto di Tolstoj La morte di Ivan Illich. Bergman era un protestante emancipato, Almodovar un cattolico emancipato – che differenza, però, tra i due, tra la profondità dello svedese e la superficialità di uno spagnolo fattosi yankee, fattosi “accettante” il mondo così com’è! Il mondo e la condizione umana.

[pubblicato originariamente su Il Manifesto, 11 febbraio 2025]

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