Il diritto penale del nemico e le lotte operaie

Il decreto 1660 è l’ultimo dei provvedimenti sul tema della sicurezza che si sono susseguiti negli anni e che hanno ristretto sempre di più una serie di diritti in nome di emergenze proclamate per motivi politici o elettorali ma non realmente dettate da ragioni sociali. L’inasprimento delle pene e la limitazione dei diritti sono un modo semplice e a bassa intensità di risorse per soddisfare un determinato elettorato.
Il “decreto sicurezza” ora in discussione al Senato rimanda alla propaganda leghista e meloniana e evoca la teoria del “diritto penale del nemico” elaborata dal giuri sta Günther Jakobs. Questa teoria può essere riassunta a partire dalla distinzione che opera tra persone “giuridiche”, i cittadini che godono delle garanzie dello Stato di diritto, e i “nemici”, gli individui di volta in volta definiti come tali e che in virtù di tale definizione sono esclusi dal sistema di tutele previsto dallo Stato. Non si tratta di violare il diritto corrente, ma di creare un diritto parallelo contro il “nemico” che si configura come strumento di prevenzione contro pericoli – anzi, meglio, contro soggetti pericolosi – nei cui confronti si può procedere prima del fatto delittuoso anticipando la soglia dell’intervento penale. Il “nemico” può assumere i connotati del povero, della donna rom o sinta, del lavoratore in sciopero o di chiunque in un dato momento sia funzionale alla narrazione della destra o del sistema di potere.
Il decreto 1660, insieme al precedente decreto noto come DL Caivano, che hanno criminalizzato molti comportamenti giovanili, sono una effettiva risposta alla violenza che c’è all’interno della nostra società? Io mi sentirei di dire no. Non mi sembra, per esempio, che la società chieda di essere difesa da cortei di lavoratori e lavoratrici in sciopero!
Alla nostra società serve probabilmente altro: serve una seria lotta nei posti di lavoro, serve una lotta all’evasione fiscale capace di recuperare risorse per ampliare i servizi sociali e serve contrastare la circolazione dei capitali illegali. La vera emergenza secondo noi è che una fascia molto importante nel nostro settore economico è terreno assolutamente fertile per le associazioni criminali.
Al Nord è nel settore della logistica che vengono lavati i capitali criminali. Ho avuto la possibilità di guardare un contratto di appalto tra una società e alcuni dei consorzi che si occupano di logistica: stiamo parlando di accordi di gestione in cui si pattuiscono cifre intorno ai 42 milioni di euro. Si tratta di settori economici che muovono interessi molto consistenti, centinaia di migliaia di euro al giorno nell’ambito di società che possono scomparire da un giorno all’altro e che quindi sfuggono al controllo fiscale e legale. È nelle grandi organizzazioni criminali che fanno affari nelle economie legali che troviamo la maggior parte dell’illegalità, non nei reati di strada.
L’arma della discrezionalità
Nel nostro lavoro legale abbiamo difeso anche ragazzi, giovani attivisti, raggiunti da misure cautelari ex DL Caivano, come quella di non partecipare a manifestazioni, da parte del tribunale per i minorenni. Inoltre, per i maggiorenni assistiamo all’emissione di misure di prevenzione, con un incremento dell’utilizzo dell’avviso orale, uno strumento previsto all’interno del codice antimafia e che invece oggi è sempre più esteso e utilizzato come strumento generale di prevenzione. L’avviso orale è spesso emanato dal Questore e implica una diffida dalla frequenza di de terminati posti o un invito ad astenersi da condotte che potrebbero integrare reati. L’avviso può riguardare anche la diffida dal frequentare persone che hanno un semplice precedente di polizia per una manifestazione non autorizzata. Questo avviso orale precedentemente aveva un tempo limitato (tre anni), adesso invece viene ritirato quando il questore ritiene la misura non più necessaria. Sono misure di prevenzione che non hanno come presupposto un accertamento della responsabilità penale. Per capirci: prima di essere condannata in via definitiva ad una pena, una persona deve avere una sentenza passata in giudica to, dopo tre gradi di giudizio: quindi per arrivare ad una condanna e ad una pena la procedura può essere lunga. L’avviso orale invece è un provvedimento discrezionale del Questore, che può limitare in una moltitudine di modi le libertà di un individuo, anche in assenza di una sentenza che accerti la tua responsabilità penale.
Con il decreto 1660 questa parte del diritto amministrativo viene piegata a scopi punitivi e penali e ha un grande rilievo anche nel campo delle lotte sindacali. Ad esempio vengono aumentati gli anni di distanza da un episodio di reato per richiedere la cittadinanza: se hai compiuto un reato non puoi di fatto avere un riconoscimento della cittadinanza a meno che non siano passati dieci anni dal reato invece che tre anni. La cittadinanza diventa sempre di più un provvedimento di tipo discrezionale: di recente abbiamo depositato un ricorso al Consiglio di Stato per delle lavoratrici che partecipavano agli scioperi di Italpizza a Modena. In questo caso una lavoratrice che ha ricevuto una denuncia perché ha partecipato ad uno sciopero e a un picchetto nel 2019 e il cui procedimento è stato messo in stand by perché la Procura non ha ritenuto di proseguire, si è vista negare la cittadinanza nonostante il marito e le figlie abbiano la cittadinanza e lei sia una persona completamente inserita nel tessuto sociale (è ad esempio rappresentante dei genitori a scuola) e non abbia nessun elemento di pericolosità sociale.
Parliamo di una denuncia che non ha portato ad una condanna e che non porterà neanche ad un processo, che verrà archiviata se non cadrà prima in prescrizione. Queste azioni chiariscono che cos’è un provvedimento amministrativo punitivo. Questi provvedimenti fanno molto male perché incidono subito in maniera diretta e discrezionale sulla vita delle persone e perché sono misure che possono condizionare moltissimo la vita di un individuo. Non ci sono strumenti per appellarsi a una decisione del Questore di questo tipo.
Anche se non verrai condannato, e forse nemmeno processato, sei sottoposto ad una azione preventiva basata sui tuoi comportamenti sociali e politici e questo è gravissimo.
Picchetti e repressione
Tutti i lavoratori del SI Cobas che hanno partecipato a picchetti hanno avuto non soltanto dinieghi di cittadinanza ma pure la revoca delle carte di soggiorno a tempo indeterminato, anche nel caso di persone con mogli e figli italiani. Il DL 1660 prevede anche la revoca della cittadinanza, che così non è un diritto ma un beneficio che ti concede lo Stato, una sorta di cittadinanza diminuita e sempre in bilico perché la revoca può intervenire da ora ai prossimi 10 anni. Nella logistica la maggior parte dei lavoratori sono immigrati e un sindacato che fa molti scioperi come il SI Cobas si ritrova ad essere sottoposto a una misura che è implicitamente diretta ad un certo tipo di lavoratore. Dal momento in cui l’attività sindacale aveva preso slancio, si è attuata una forte repressione sul SI Cobas proprio tramite misure preventive tarate sulle caratteristiche tipiche del lavoratore iscritto a questa organizzazione.
Ciò è stato vissuto inizialmente come una sfida, con l’assunzione da parte del sindacato del rischio eventuale di arresti, detenzioni, ecc.
La storia del SI Cobas (e con essa i processi) a Bologna e a Modena inizia nel 2013. In questi dieci anni abbiamo affrontato centinaia di processi e alla fine siamo riusciti ad attestarci su una giurisprudenza che ha recepito la legge, che dice che un picchetto durante il quale non si esercita violenza non è un reato. I problemi ci sono stati e ci sono ancora, nei momenti di resistenza, però è anche vero che a parte alcuni episodi – come appunto le lotte di Italpizza dove la repressione è stata molto dura – la polizia e i carabinieri hanno scelto di non intervenire in modo pesante sui picchetti. Se ti scontri, infatti, con le forze di polizia perché queste caricano il picchetto, la tua posizione diventa immediatamente quella di chi commette un reato di resistenza a pubblico ufficiale.
Perché se ti difendi dall’esercizio di un’azione violenta, resti nell’ambito di un uso legittimo della forza da parte della polizia. Magari non prendi due anni ma quattro mesi, però non vai via senza una condanna e questo incide sulla vita dei lavoratori. Mentre il SI Cobas del 2013 si faceva carico di questo rischio, oggi la stessa organizzazione fatica a farlo o comunque usa anche strategie diverse. Ad esempio nell’ambito della logistica oggi il sindacato ha ottenuto un maggiore riconoscimento della rappresentanza e la lotta si è spostata dai cancelli ai tavoli di trattativa.
In altri settori la situazione è più complicata perché non c’è una rappresentanza sindacale forte, ad esempio nell’industria alimentare a Modena.
Razzializzazione, cooperative e sfruttamento
Abbiamo avviato una grossa causa contro una grossa azienda alimentare. Si tratta di 20 lavoratori ghanesi impiegati nelle società cooperative appaltatrici. Nonostante siano inquadrati con un contratto della logistica sono operai che si occupano dell’intera produzione e lavorazione delle carni, dall’abbattimento degli animali fino alla spedizione, passando per lo sgozzamento, la lavorazione delle diverse parti, la pesatura e il confezionamento. Questi lavoratori ghanesi sono remunerati con la paga base della logistica, nonostante lavorino fianco a fianco con i dipendenti diretti dell’azienda che hanno invece contratto garantito da un CCNL alimentaristi che riconosce loro una paga di base molto più alta e una serie di indennità relative alle mansioni specifiche che devono svolgere.
Nei macelli i lavoratori stranieri svolgono le mansioni più dure, ma sono inquadrati nelle cooperative con un contratto della logistica, quindi il loro trattamento economico è notevolmente inferiore rispetto a quello dei dipendenti diretti dell’azienda. È molto difficile dimostrare che svolgono la stessa funzione e che dovrebbero essere pagati nello stesso modo e assunti dall’azienda e che le cooperative non facciano intermediazione di manodopera. Le strategie messe in campo dalle aziende per difendersi sono molteplici e siamo in un territorio dove nessuno si prende la responsabilità politica di smontare il sistema delle cooperative che garantisce lo sfruttamento del lavoro dei migranti.
La causa che stiamo portando avanti con questi lavoratori ghanesi riguarda però anche un altro aspetto: questi lavoratori, che parlano pochissimo l’italiano, sono stati ingannati con una “conciliazione tombale” durante il cambio di ditta appaltatrice. Sono stati chiamati in una riunione alla presenza dei vertici della società e di alcune persone a loro totalmente sconosciute che erano i legali rappresentanti della cooperativa uscente, di quella subentrante e della committente. Nessuno ha spiegato loro nulla né gli sono stati tradotti i documenti, gli hanno fatto firmare un verbale in cui – a fronte del riconoscimento di una somma irrisoria – rinunciano ad ogni domanda nei confronti della ditta committente, del vecchio datore di lavoro e addirittura di quello futuro. A questi lavoratori è stata così tolta la possibilità di aprire vertenze. Il tutto in assenza di rappresentanti sindacali reali, mediatori o legali.
Un aspetto interessante è che a questa riunione erano presenti alcuni componenti della Camera di conciliazione della Fondazione Marco Biagi di Modena, un ente che dovrebbe certificare la correttezza della trattativa. Come prima istanza al tribunale stiamo chiedendo che venga accertata l’assoluta nullità di questi verbali di conciliazione per poter poi procedere nella vertenza che garantisca ai lavoratori ghanesi le differenze retributive che gli spettano. Questa procedura sarebbe stata legale se ci si fosse accertati che i lavoratori capissero il verbale che stavano firmando e se ci fosse stato un corrispettivo economico idoneo per il trattamento di fine rapporto con la cooperativa uscente.
Nella magistratura c’è in parte la consapevolezza che le lotte sindacali non possono essere criminalizzate e che esiste un sistema di sfruttamento molto strutturato in Emilia Romagna, che passa attraverso i subappalti delle società e delle cooperative in questi settori: un sistema che riesce a stare in piedi proprio a causa della razzializzazione della tipologia di lavoro. Da un punto di vista giuridico però, la situazione è differente nelle varie province e, in alcuni casi, le procure hanno criminalizzato queste lotte.
Le procure di Modena e Piacenza hanno costituito per noi due esperienze molto negative, hanno agito in subalternità agli interessi aziendali: le accuse contro USB e SI Cobas sono state così pesanti da ipotizzare l’associazione a delinquere per alcuni rappresentanti sindacali (con arresti cautelari e misure detentive preventive importanti).
Queste misure le abbiamo impugnate e a causa di tale azione la competenza si è spostata da Piacenza a Bologna (sede distrettuale del Tribunale della Libertà). L’impostazione della magistratura a Bologna appare diversa, meno influenzabile dai contesti aziendali e maggiormente avvezza a tematiche politiche e sociali, un ambito decisorio che ha capito il sistema di lavoro e sfruttamento che vige in
questi comparti e che si rifiuta di iniziare una miriade di processi per i picchetti dei SI Cobas, optando invece per l’archiviazione. Il Tribunale del Riesame di Bologna ha capito che questi sindacati non sono associazioni a delinquere e che nel territorio ci sono dei problemi molto gravi sul diritto del lavoro nell’ambito del settore della logistica.
C’è anche la consapevolezza dell’infiltrazione criminale nel settore della logistica e che ci sono sindacalisti che devono gestire rapporti con presunte società che sono di fatto espressioni di reti criminali importanti.
Un fronte legale
Con il SI Cobas abbiamo costituito un pool con alcuni legali difensori degli imputati No TAV valsusini perché avevamo ravvisato diverse analogie tra gli attacchi contro questi attivisti e quelli contro i lavoratori della logistica.
Abbiamo infatti trovato come nodo comune una forte criminalizzazione dei movimenti che stanno contrastando interessi molto grossi nelle aree della logistica, degli interporti e dei cantieri in Val di Susa, dove sono state aperte inchieste sull’infiltrazione mafiosa nelle ditte che hanno vinto gli appalti per i lavori di costruzione.
È stato un bel lavoro che ci ha portato ad avere delle sentenze importanti in Cassazione a noi favorevoli. Adesso ci giocheremo la partita in Tribunale perché questa era tutta una fase cautelare rispetto ai provvedimenti di libertà personale in difesa dei singoli attivisti.
È stato fatto un lavoro enorme in questi anni anche sulla magistratura, per evidenziare che c’è un ricorso sistematico a trattative tombali (come quella dei lavoratori dell’Inalca che abbiamo raccontato poco fa) che vengono certificate da enti, come la Fondazione Biagi di Modena,
che non garantiscono la regolarità di contratti e appalti.
Si tratta di soggetti che guardano solo a livello formale le documentazioni delle società senza alcuna verifica delle condizioni dei lavoratori e dell’organizzazione del lavoro nei capannoni. Questo lavoro giuridico nasce da alcuni studi legali con i quali ci siamo coordinati e abbiamo unito le forze, studi che avevano una serie di rapporti pregressi perché molti di noi avevano fatto parte del team legale sui fatti di Genova del 2001.
I figli e le figlie
Oggi a volte ai nostri sportelli i lavoratori SI Cobas arrivano con i figli, giovani di 20-25 anni. Arrivano vestiti con il catenone luccicante, magari qualcuno finisce a fare qualche piccola stupidaggine per strada. Sono ragazzi molto focalizzati sui consumi effimeri, che lavorano ma
che si tengono a distanza dalle questioni sindacali e di diritto anche per esprimere il loro rifiuto verso un lavoro di cui scorgono solo gli elementi di umiliazione e sfruttamento. Molti soffrono del fatto di non essere cittadini italiani, pur essendo nati e cresciuti qui.
Sono ragazzi che hanno molte capacità ma spesso sono allontanati dalla scuola che dovrebbe sostenerli. Nelle famiglie dei lavoratori SI
Cobas sono prevalentemente le ragazze che riescono a frequentare l’università, ne ho viste diverse in percorsi molto impegnativi, come medicina. Le ragazze sono seguite in modo diverso dalla famiglia e la scuola le esclude di meno: forse sono percepite come meno minacciose, forse l’approccio istituzionale nei loro confronti è più pietistico, ma resta il fatto che loro riescono ad inserirsi in questi percorsi e poi spiccano con le loro capacità.