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LEGGERE VEDERE ASCOLTARE: Strapaese

Illustrazione di Valeria Cavallone
11 Luglio 2025
Goffredo Fofi

Tra i romanzi più presenti nelle librerie italiane figurano quelli “terzo-mondiali” che narrano pene, fughe, viaggi, problemi di chi cerca in Europa il paese dei giusti; quelli che continuano a raccontare il mondo di ieri con uno “ieri” che riguarda anzitutto gli anni delle dittature; e, in Italia, quelli che confrontano ieri e oggi insistendo sullo ieri in modi genericamente nostalgici. L’oggi è esplorato superficialmente, più che in altri tempi, e senza spinte al cambiamento, al miglioramento. “Si stava meglio quando si stava peggio” era un motto molto diffuso nell’Italia del secondo dopoguerra, di fronte alle difficoltà di quel presente, alla confusione di una società che faticava a battere le nuove e disordinate strade della democrazia tuttavia fertili e di buone speranze. Ieri e oggi, con un pizzico di nostalgia per lo ieri. Aumentano tra loro quelli che confrontano invece città e campagna e Nord e Sud. Ieri Sud campagna comunità, oggi Città e alienazione, insoddisfazione. 

Si direbbe che non si siano ancora superati i traumi degli anni del boom, che videro lo spopolamento delle campagne e il dominio delle città, in definitiva il confronto tra culture, e in definitiva tra il Nord e il Sud. Quanti sono i romanzi di questi anni (ultimo quello di Catozzella, Il fiore delle illusioni, Feltrinelli 2024) in cui si racconta un ritorno al Sud, alla campagna, al paese, e si finisce per idealizzare quel mondo al confronto con quello metropolitano, soprattutto settentrionale? “Si stava meglio quando si stava peggio”, ancora! Di questa nostalgia si capiscono le ragioni. La prima, più grave, è che quel mondo è stato in vario modo aggredito e mutato da una modernità priva di nuovi valori. Che la modernità ha i suoi costi, soprattutto nell’intimo che fa emergere un disagio. Che la grande città non crea comunità anche se sappiamo bene che ci sono eccezioni: certi quartieri, certe borgate sono diventate comunità anche se con fatica e, ci sembra, piuttosto a Roma che a Milano.

Ne consegue, in molti, un nuovo compito, un piccolo ideale da nuovi pionieri: tornare al borgo e alla provincia, ripopolare un mondo che le migrazioni hanno svuotato. 

C’è del buono in tutto questo, per esempio nell’anelito di molti giovani al “ritorno alla terra”, nel piccolo (per ora) fenomeno dei “nuovi contadini”, e nel sogno di altri, giovani e meno, di riportare la vita in piccoli paesi abbandonati, in borghi e paesi, anche attirando nuove forme di turismo stagionale. Di tutto questo credo ci sia da compiacersi e, per il poco che si può, si debba contribuire a far conoscere, a dare un nostro contributo… Anche se con lucidità, senza eccessive idealizzazioni. 

Parlando dei mille borghi piuttosto che delle “cento città” della tradizione, che tuttavia vanno distinte tra quelle vere e quelle a mezza via (tra borgo e città) che sono assai più di cento. Se si fuggiva dai paesi correndo a Nord o all’estero, non era solo per trovar lavoro, era anche per viver meglio in generale, godere di più beni di consumo, avendo la pancia piena, e assisti da servizi sociali funzionanti. E, per i figli, dando loro la possibilità di un futuro migliore del nostro passato.

È per questo, credo, che troviamo qualcosa di insoddisfacente e a volte di irritante nei romanzi di scrittori urbani che non si trovano bene nel loro contesto e idealizzano un mondo di ieri che era fatto di rapporti sociali solidi e forti, e però tacendo gli aspetti negativi del controllo della comunità sui singoli, secondo valori a volte discutibili. L’idealizzazione del “borgo antico”, delle passate comunità contadine, tacciono del loro peso sulle scelte e i modi di voler vivere una propria vita non condizionati dal “vicinato” (quanti proverbi sulla sua ambiguità, fatta di aiuto nel bisogno ma anche di invasione dei singoli modi di voler vivere ed esprimersi). I proverbi dicono tutto e il contrario di tutto, ma non nascono nel vuoto. E “tanto combina la mala vicina, che è peggio della neve marzolina”…

Il fenomeno lontano di Strapaese, di una letteratura che tornasse esaltandoli a valori originari, serviva al fascismo imperante per tener fermi gli italiani ai loro luoghi di origine, non solo per magnificarne i costumi. Si trattava di una letteratura sostenuta e promossa dal fascismo. Non siamo certo a questo, ché in giro non c’è molto da idealizzare. C’è piuttosto da raccontare pene e ricerche, condizioni e fughe, difficoltà e speranze del singolo e dei gruppi e delle comunità, con uno sguardo insieme lucido e partecipe. Incontriamo quotidianamente sia insoddisfatti che soddisfatti che vivono la realtà in modi alienati e alienanti. Il sogno di un altrove migliore è comprensibile, e ritorni e confronti sono benvenuti, ma senza idealizzare il passato e, tanto meno, il presente, e cercando un futuro più giusto.  

info@gliasini.it

 

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