Il Silos di Trieste: riparo per i migranti e ferita per la città

Negli ultimi mesi il Silos, un enorme deposito asburgico accanto alla stazione ferroviaria di Trieste, oggi un accampamento informale per centinaia di persone ogni giorno in arrivo dalla Rotta Balcanica, è al centro della ribalta cittadina e nazionale.
A Trieste si moltiplicano gli appelli sulla necessità di dotarsi di strutture d’accoglienza adeguate all’imponente numero di presenze e sull’urgenza di togliere le persone da un posto indecoroso, pericolante, freddo, in cui piove all’interno, e oramai pieno di topi e spazzatura. Appelli che nonostante l’encomiabile lavoro di volontari e reti civiche cittadine, paiono destinati a cadere nel vuoto. A fronte di tutto questo, da qualche settimana, il Silos è sotto possibilità concreta di sgombero.
Il dibattito cittadino creatosi attorno al Silos – benché animato anche da scopi umanitari impossibili da non condividere – certamente risente dello statuto storico della città quale “frontiera”. Pare quindi inquadrare il Silos come una sorta di primo approdo, una tappa inevitabile nel viaggio dei migranti verso i loro contesti desiderati. Tuttavia Trieste non è Bihać, alla frontiera tra Bosnia e Croazia, tra Unione Europea e “Paesi Terzi”, dove migliaia di migranti vivono in attesa di tentare il “game”.
Fermarsi a Trieste è evidentemente una questione di scelta dettata dalle “infrastrutture” che la città offre, in primis la possibilità di ridirezionare il viaggio, grazie all’aiuto di reti etniche e strutture più o meno informali. L’infrastruttura fondamentale in questo senso è proprio il Silos: e non è un caso che sia un posto pericolante, abbandonato e infestato da topi. Nel regime delle migrazioni europee il transito di chi si trova oggi al Silos è costitutivamente “illegale”. Filo spinato, droni, pattugliamenti, azioni repressive lungo la “rotta Balcanica” sono parte di un’azione comunitaria “legale” volta a contrastare i transiti all’interno dell’Unione Europea. Tali azioni – che portano non di rado a ferimenti o alla morte come “effetto collaterale” – sono documentate oramai non solo da organizzazioni umanitarie e attivisti, ma fanno parte del discorso pubblico. Il Silos, dunque, altro non è che un prodotto delle politiche europee delle migrazioni: tuttavia si pone all’interno delle sue pieghe. All’interno del Silos è possibile riorganizzarsi, riprendere fiato, ricostruire un percorso, evitando di finire nelle maglie del regime delle migrazioni europee, ossia nel regolamento di Dublino che obbligherebbe i transitanti a richiedere asilo in Italia.
Da questo punto di vista il Silos – nella sua “indecorosità” – è l’unico spazio di autonomia possibile all’interno di un contesto “legale” strutturalmente disuguale: uno spazio di “rifugio” da un sistema legale che lo stato italiano contribuisce attivamente a perpetrare.
C’è un’ulteriore funzione che il Silos ricopre: nell’ultimo periodo, difatti, sta sempre più diventando un luogo “stanziale” per soggetti in attesa di asilo o altre forme di protezione. Questo è chiaramente contrario a ogni principio su cui si fonda l’adesione dell’Italia ai vari trattati internazionali che regolano i processi di accoglienza. Tuttavia anche qui il Silos altro non fa che coprire un buco non solo cittadino ma nazionale e non solo legislativo ma politico e culturale. Al Silos è possibile incontrare persone che hanno fatto richiesta d’asilo in varie regioni italiane ma che hanno scelto di aspettare l’esito della loro pratica a Trieste. Persone che non di rado lavorano e potrebbero pagare un affitto ma che sono impossibilitate dato che a Trieste, così come in tante altre città italiane, trovare un affitto per un migrante, soprattutto se con tratti somatici non bianchi, è impresa più che difficoltosa. Il Silos da questo punto di vista si inserisce all’interno di un’emergenza abitativa non solo cittadina ma nazionale. Un’emergenza figlia di razzismo istituzionale e politiche di produzione della marginalità che fanno dell’Italia un posto strutturalmente inospitale. In tutta Italia difatti proliferano ghetti e spazi abitativi informali. Il Silos non è un’eccezione. Da questo punto di vista, togliere le persone “stanziali” dal Silos senza pensare a prospettive abitative concrete non farebbe altro che moltiplicare in altre zone della città – che abbonda di luoghi più o meno abbandonati – situazioni simili.
Come si ripete spesso a Trieste, il Silos è una ferita nella città. Questa ferita, seppur brutta da guardare, obbliga però confrontarsi con la “malattia” su cui si basa la civiltà europea contemporanea. Chiuderlo nel nome del decoro e della “dignità” dei migranti – tra l’altro escludendoli dal dibattito e privandoli di alternative reali – è fare operazione di cosmesi, forse utile al rilancio turistico della città. L’effetto più certo sarebbe sicuramente quello di aumentare l’indifferenza che avvolge istituzioni e cittadini sul tema delle migrazioni in Europa, privare i migranti di uno spazio di autonomia e – paradossalmente – di un rifugio fondamentale.
Per questo motivo il Silos va difeso, va reso ospitale ma soprattutto va socializzato con la città, come stanno facendo tanti attivisti e attiviste, ma anche tante realtà associative e tanti privati cittadini, che attorno a questo spazio hanno messo in campo pratiche di solidarietà che coinvolgono la città e che vanno ben oltre i confini triestini e nazionali. All’interno del Silos ad esempio ci sono pratiche e saperi transnazionali che si sono sommati grazie all’infaticabile lavoro delle tante realtà che lo hanno attraversato. Ognuna di queste realtà, dalle provenienze e dai riferimenti politici e culturali più eterogenei – ha portato qualcosa: un expertise su come organizzare un camping distribuendo le aree, il montaggio di una cucina da campo, la costruzione di aree per soddisfare i bisogni legati alla quotidianità, modalità per socializzare il tempo libero, scuole di lingua informali ma soprattutto forme di coinvolgimento dei migranti nei processi decisionali riguardanti lo spazio per far emergere la visione di chi lo abita e lo attraversa.
Dal Silos si stanno organizzando associazioni e i comitati per opporsi al suo paventato sgombero. Potrebbe essere che proprio la “ferita” del Silos obblighi a prendere posizione sulle motivazioni che rendono possibile un luogo del genere nel cuore della “civiltà Europea”. E che Trieste sia – come già successo numerose volte in passato – una frontiera trasformativa.