Ripubblicizzare il welfare per ripensare il lavoro sociale

Questo articolo nasce da un’esperienza collettiva che stiamo portando avanti da circa un anno e mezzo per costruire uno spazio di riflessione e di azione tra persone che lavorano a diverso titolo nel welfare (chi nei servizi, chi in enti di ricerca, accademici e non). Preoccupatз dai processi di privatizzazione in corso e cercando un modo per contrastarli, lo abbiamo fatto a partire dallo specifico della nostra condizione e posizione: in che modo il mio essere operatorə in una cooperativa può ostacolare la privatizzazione? Il mio insegnamento e il mio modo di fare ricerca, fuori e dentro l’università, possono porre un freno a questi processi? Come sempre, e ancor di più in contesti di grande precarietà come quelli del lavoro sociale e della ricerca, la risposta a queste domande non può essere individuale e ha senso solo nell’associazione, nella cooperazione, nella costruzione di relazioni e di alleanze.
Con questo spirito nel mese di ottobre abbiamo organizzato a Padova una scuola-laboratorio dedicata al welfare pubblico, alla quale hanno partecipato circa 40 persone da tutta italia, soprattutto operatorз (e tra loro soprattutto educatorз), quasi interamente assuntз da associazioni e cooperative sociali, insieme ad alcunз ricercatorз. Circa la metà delle persone partecipanti facevano già parte di spazi collettivi: sindacati di base, riviste, collettivi politici e culturali, associazioni di quartiere, all’interno dei quali rielaborano l’esperienza e le contraddizioni vissute sul lavoro. Queste sono le riflessioni che abbiamo fatto insieme sul nostro lavoro attraverso discussioni di gruppo.
Chi è interessato/a al percorso, puoi scriverci alla mail: lab.welfarepubblico@gmail.com
Le questioni emerse con più forza sono quattro: la prima è l’inadeguatezza della formazione universitaria, schiacciata su aspetti tecnici e del tutto incapace di dare strumenti di lettura critica dei contesti in cui lavoriamo (centri educativi, scuole, centri di accoglienza per migranti, attività di sostegno per ragazzi disabili, etc.); la seconda è la necessità di costruire alleanze sociali più ampie, a partire da quella possibile con utentз e famiglie; la terza è la difficoltà di condividere con lз colleghз strategie di azione e di trasformazione; la quarta, l’internalizzazione dei servizi come orizzonte delle nostre rivendicazioni.
La formazione universitaria
Nell’affrontarne i nodi critici, il gruppo ha guardato alla formazione intesa in senso molto ampio, facendo riferimento tanto agli studi universitari, quanto alla formazione continua prevista da diversi inquadramenti professionali o, più in generale, a corsi/percorsi di formazione frequentati in maniera autonoma e volontaria.
Il nodo ritenuto più problematico riguarda la decontestualizzazione del lavoro sociale rispetto ai processi di trasformazione della società e del welfare. Lз operatorз (o futurз tali) hanno poche occasioni per riflettere sui processi di privatizzazione che investono i servizi, sugli interessi che li governano e sull’impatto che questi hanno sul loro lavoro e sulla qualità dei servizi. Tali processi, raramente ricostruiti nella loro dimensione storica, sono anzi spesso descritti nelle lezioni e nei libri di testo come naturali, inevitabili o addirittura desiderabili.
In particolare, la formazione universitaria è distante e scollegata dalla realtà e dalle condizioni organizzative e di mercato in cui si andrà a esercitare come professionistз: in essa molto tempo è dedicato alla trasmissione di tecniche volte alla costruzione di una relazione umana, educativa, accogliente, inclusiva, che è però nella pratica resa impossibile dall’organizzazione dei contesti lavorativi in cui operiamo: ne deriva una contraddizione che non è mai messa a tema.
Rileviamo inoltre una forte deriva professionalizzante della formazione, finalizzata all’acquisizione di strumenti e capacità tecniche di intervento a scapito di una formazione culturale più complessiva, volta anche a dotarsi degli strumenti per analizzare criticamente la società in cui viviamo.
Ciò che avviene dentro e fuori l’università è una settorializzazione delle conoscenze e dei saperi, che influisce anche sull’identità professionale, contribuendo alla frammentazione e alle derive corporative delle singole professioni in cui si annidano divari epistemologici tra settori e lavoratorз del welfare (settore socio-educativo, settore socio-sanitario, etc). Tale settorializzazione inoltre concorre ad etichettare l’utenza secondo categorie identificate dal servizio e secondo bisogni che sono definiti a monte dall’offerta di assistenza che è possibile attivare ed erogare, lasciando in secondo piano sia la voce di chi di questi servizi usufruisce, sia la possibilità di azione sui contesti che ne determinano le condizioni di marginalizzazione.
Una delle persone partecipanti ha definito gli spazi della formazione come spazi di “alleanze mancate e da ricostruire”. Vogliamo dunque pensare alla formazione come uno spazio di costruzione di una visione politica del lavoro sociale: politica perché attenta alle condizioni in cui questo concretamente si svolge e in quanto portatrice di un orizzonte ideale di cambiamento.
Alleanze, pratiche e spazi di azione
Nell’identificare possibili soggetti con cui costruire alleanze, ci è sembrato importante tenere conto dell’eterogeneità dei contesti territoriali e di lavoro, degli obiettivi e delle finalità dell’azione politica. Questo ci ha portato a immaginare le alleanze su un doppio livello: da un lato, a partire dai luoghi di lavoro; dall’altro, in uno spazio più largo per dare forma a un discorso critico, ampio e pubblico.
Per quanto riguarda la costruzione di alleanze nel campo delle vertenze (es: banca ore, supervisione, equipe, ore di spostamento da un servizio a un altro), abbiamo identificato una prima operazione necessaria: considerare e ricostruire la filiera lavorativa, ovvero l’insieme delle istituzioni, degli enti e dз operatorз che a vario titolo interagiscono in un certo servizio. Questo permetterebbe di avere maggiore consapevolezza dei vincoli e degli spazi di azione che abbiamo, oltreché di costruire processi di riconoscimento, alleanze e conflitto con questi soggetti.
Per quanto riguarda la costruzione degli spazi di azione, è emersa la necessità di (continuare ad) attraversare spazi già esistenti (come i movimenti transfemministi, i sindacati e le realtà operanti sui territori come centri sociali, reti di attivismo, associazioni, etc.) invece di crearne di nuovi. Sono diverse le realtà che già da tempo nei territori mettono in campo modalità di azione che possono entrare a far parte anche dei nostri repertori e avere un ruolo “ispiratore”, come ad esempio le pratiche alternative di sciopero promosse dalla rete di Non una di Meno in cui si organizzano forme di “collettivizzazione del lavoro di cura” in concomitanza con le giornate di mobilitazione, per sottrarsi al ricatto che vorrebbe impossibile lo sciopero per lз lavoratricз della cura. A questo proposito è necessario costruire e consolidare alleanze con utenti e caregivers, la cui presenza e il cui appoggio è fondamentale in ogni percorso di critica o mobilitazione.
Questa necessità di attraversare spazi e processi già esistenti viene dal timore di una moltiplicazione “infinita” di spazi e di una dispersione della capacità collettiva di costruire alleanze e discorsi incisivi. Inoltre, esprime la volontà di adottare un diverso modo di “stare nelle cose”, che implica un rifiuto attivo della competitività dentro e tra le realtà di movimento, dinamica che non ha altro effetto se non quello di indebolire le istanze collettive, lavorando invece per favorire contaminazioni e ispirazioni reciproche in un nuovo campo di alleanze trasversali.
Consapevolezza tra colleghз
La debolezza dei movimenti e dei sindacati nel mondo del lavoro sociale è un nodo antico. Fra le sue cause innanzitutto la tendenza diffusa a sovrapporre lavoro e impegno etico e talvolta politico. Le persone partecipanti hanno raccontato come per moltз deз loro colleghз il lavoro sociale venga vissuto come una missione, mentre le pratiche sindacali classiche sono percepite come estranee: la povertà delle condizioni lavorative è compensata dalla soddisfazione che il lavoro stesso – spesso nella dimensione relazionale con l’utenza anziché in quella della partecipazione all’organizzazione della cooperativa o del servizio – continua comunque a offrire. A questo si aggiungono i meccanismi di identificazione offerti dalle cooperative (“siamo come una famiglia”, “non ci sono padroni”, “siamo tuttз qua per la stessa ragione ideale”) che, per quanto logori, contribuiscono a mantenere un certo ordine. Più in generale, pesa anche un mercato del lavoro povero e precario anche nei settori contigui in cui si potrebbe transitare, che non lasciano intravedere impieghi molto più stabili e meglio pagati.
In questa situazione, l’organizzazione collettiva è possibile – come hanno testimoniato i diversi collettivi presenti a Padova (le Social Frogs piemontesi e le Educatrici Arrabbiate di Bologna) – ma molto difficile. Dai diversi interventi nel gruppo è emerso il prevalere di strategie individuali rispetto a proposte di partecipazione diverse e anche opposte: da un lato, sindacati di base e collettivi hanno raccontato la fatica di coinvolgere lз colleghз nelle mobilitazioni e nelle iniziative volte a contrastare le politiche istituzionali e i meccanismi di sfruttamento delle cooperative; dall’altro, alcunз operatorз che sono diventatз dirigenti della propria cooperativa hanno raccontato la diffidenza deз colleghз a diventare sociз – una condizione che, sappiamo da molte ricerche, è spesso usata dalle cooperative come strumento di cooptazione ed eventualmente di abbassamento dei salari anziché di reale partecipazione. In mezzo a queste due “mancate partecipazioni” (tanto alle mobilitazioni quanto alla gestione delle cooperative) si muove la ricerca di senso, o la rassegnazione alla sua mancanza, di moltissimз operatorз: uno spazio enorme e frammentario in cui è necessario costruire pratiche e linguaggi trasformativi. E proprio qua si è aperta la questione degli spazi e degli strumenti per costruire e rafforzare relazioni sui posti di lavoro. Se da un lato sembra necessario insistere su alcuni strumenti già a disposizione (l’assemblea sindacale per esempio, pochissimo usata), dall’altro a moltз sembra necessario liberare il potenziale di altri, che spesso vengono usati per costruire consenso e omologazione anziché soggettività tra gli operatorз: è il caso della supervisione, che potrebbe trasformarsi da luogo di discussione delle relazioni di cura individuali a spazio di messa in questione e trasformazione dei dispositivi istituzionali e delle politiche. A questo proposito, infine, è emersa anche la necessità di costruire spazi e linguaggi nuovi, attraverso la socializzazione delle proprie esperienze tra colleghз che – pur lavorando per la stessa cooperativa – non si incontrano quasi mai e faticano dunque a condividere pensieri e strategie rispetto al proprio lavoro fuori dall’urgenza o dai contesti controllati dalla cooperativa.
Internalizziamo, come?
Un tema di fondo, già presente nella call di invito alla scuola-laboratorio, è stato quello dell’agonia delle forme di collaborazione tra pubblico-privato (il cosiddetto “welfare mix”), cresciute a partire dagli anni ‘80 e oramai irrimediabilmente schiacciate sulle logiche del massimo ribasso (di cui la difficoltà a trovare operatorз per comunità e altri servizi, esplosa nel 2022, è l’ultimo sintomo). Rispetto a questa situazione, l’alternativa più netta è quella – sostenuta da molte organizzazioni sindacali di base e lanciata attraverso una campagna nazionale da Cobas e Rete intersindacale degli Operatori Sociali iOS nel 2019 – dell’internalizzazione dei servizi: devono essere gli enti locali ad assumere direttamente operatorз, ponendo fine tanto all’incertezza e alla temporaneità dei servizi quanto alle condizioni di lavoro iper-precarie deз lavoratorз sociali del terzo settore.
Questa proposta è stata discussa anche nei suoi aspetti più critici, a partire dal giudizio su come funziona oggi il settore pubblico: stretto controllo burocratico, perdita di rapporto con i territori con cui dovrebbe lavorare, standardizzazione e inadeguatezza dei servizi, mancanza di risorse. Se questo è il settore pubblico, alcune tra le persone partecipanti hanno evidenziato il rischio che l’internalizzazione possa rappresentare la perdita della spinta vitale alla trasformazione sociale che, con tutte le contraddizioni richiamate più sopra, ad alcunз sembra più viva all’interno del mondo cooperativo e associativo, soprattutto nelle realtà di medio-piccole dimensioni che restano relativamente radicate nei territori dove operano. In questo senso, diversi interventi hanno espresso questa preoccupazione: “non vogliamo diventare come moltз operatorз e funzionarз degli enti locali con cui abbiamo a che fare nel nostro lavoro”.
Che cosa significa allora internalizzazione e ri-pubblicizzazione? Significa soprattutto pensare a un settore pubblico diverso da quello attuale, che abbia senso e funzioni sia per chi ci lavora sia per chi lo frequenta come cittadinз cui sono rivolti i servizi. Si è insistito molto sulla necessità di immaginare un settore pubblico diverso mentre si rivendica un lavoro più stabile, meglio pagato, più certo. Un aspetto essenziale di questa immaginazione riguarda la capacità di garantire diritti universali e di costruire relazioni di tipo emancipativo con з cittadinз, attraverso un lavoro pubblico di qualità e dei servizi che favoriscano la partecipazione, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.
Proprio la disuguaglianza tra nord e sud del Paese è emersa in modo netto soprattutto dagli interventi di operatorз meridionali, che hanno condiviso situazioni in cui tanto il pubblico quanto il privato sociale si presentano in forme particolarmente destrutturate e opache. Le piste di lavoro individuate sono allora molteplici: come tenere assieme la lotta per le condizioni di lavoro giuste all’interno delle cooperative con quella per cambiare le politiche? Ci sono servizi per i quali l’internalizzazione può essere particolarmente urgente, o addirittura facilmente immaginabile? Possiamo costruire “progetti-pilota” che la rendano possibile, coinvolgendo tutti i soggetti e i saperi necessari? Come coltivare questo orizzonte di un settore pubblico diverso, che non affidi ogni speranza di cambiamento a un terzo settore che non è in grado o non è interessato a realizzarlo?
Prospettive
Come detto in apertura il Laboratorio Welfare Pubblico è nato intorno alla preoccupazione per i processi di privatizzazione del welfare e all’urgenza di trovare, ideare, agire delle strategie di ripensamento del welfare pubblico.
Le condizioni contrattuali e il senso del lavoro sociale; la lotta contro lo sfruttamento e le pratiche aziendaliste delle cooperative; quella contro le politiche che le foraggiano e incentivano; la critica del pubblico così com’è; uno sguardo complice ma anche critico e auto-critico sulle esperienze emergenti del mutualismo e dei beni comuni; la lotta per i diritti dei cittadini-utenti e il riconoscimento della loro necessaria soggettività politica; l’analisi attenta delle politiche e la mobilitazione per contrastarle o sostenerle; la coltivazione di alternative locali e di sistema: questi sono i temi con cui intendiamo misurarci, lavorando soprattutto sulle connessioni che li tengono assieme come il legame tra qualità dei servizi e qualità delle condizioni di lavoro di chi ci opera, quello tra le pratiche aziendaliste di sfruttamento del lavoro e i mandati professionali orientati al controllo sociale, per fare soltanto due esempi.
Non si tratta di creare un nuovo soggetto politico, ma di costruire un terreno di incontro tra diverse soggettività e realtà, con un’eterogeneità di posizionamenti e di contesti di provenienza.
La domanda principale con cui ci siamo lasciati è stata quindi: come coltivare questo orizzonte di un settore pubblico diverso?
Vediamo due strade.
Da un lato, vogliamo sviluppare in territori specifici pratiche di con-ricerca che contribuiscano a costruire e mettere a disposizione delle realtà politiche e sindacali strumenti di varia natura – teorici, pratici, comunicativi. Dall’altro, ci interessa entrare in relazione con nuovi soggetti, al fine di comprendere come le discussioni che stiamo portando avanti possano dialogare con altri processi in atto, sia a livello locale che a livello nazionale.