Le “cose brutte” di Napoli e dell’Italia

Dodici anni dopo aver raccontato quattro ragazzini e il loro ambiente – Napoli case e strade, assente per la sua irrilevanza la scuola – in un documentario di dodici anni fa, Intervista a mia madre, Ferrente e Piperno hanno avuto l’ottima idea, con Le cose belle, di verificare a distanza cosa è accaduto di quei protagonisti, due maschi e due femmine, figli di un proletariato marginale e metropolitano sempre a rischio di sottoccupazione o disoccupazione. Partono da ieri, ma quando affrontano l’oggi non esitano a fare confronti, a inserire con saggezza qualche immagine di ieri nel contesto di oggi. I quattro “minori” del documentario si sono fatti “maggiori”, hanno superato di molto la soglia dei 18 anni e si sono visti traditi dalla vita. Ora, c’è un tradimento delle speranze e delle aspirazioni che si hanno nell’infanzia e nella gioventù che può essere sia biologico (l’invecchiamento: le nostre cellule cominciano a morire assai presto) che metafisico (l’incontro-scontro con “la conoscenza”) e ce n’è uno con la società che sarebbe anche rimediabile se gli antichi sogni di costruire società rette da giustizia e solidarietà potessero avverarsi. Se quest’aspirazione non dovesse fare i conti con l’economia e con la politica – che, oggi in particolare, perché non c’è chi vi si oppone e propone altro, sono il regno dell’ingiustizia, dell’egoismo dei forti e dei furbi.
Tornando a Napoli, già dodici anni fa le illusioni nate dalle vittorie elettorali di Bassolino erano velocemente tramontate, come rileva uno dei bambini di allora, e sì che Bassolino aveva vinto mettendo al primo posto del suo programma la promessa di fare di Napoli una città vivibile per i suoi bambini. Silvana Adele Enzo Fabio hanno, nella parte di ieri (dodici anni fa, non dimentichiamolo, regnava il berlusconismo con le sue menzogne ma anche grazie un’economia ante-crisi, che permetteva la speranza e diffondeva desideri fasulli, modelli imbecilli) e ancor più in quella di oggi, famiglie fiacche o scombinate. Il problema, rilevato e non insistito dai due registi, è a Napoli, e altrove ma di più a Napoli, anche quello di una cultura, in senso antropologico, sfasciata, senza forti coesioni salvo che nelle “classi abbienti” e priva di quel senso della realtà che spinge all’azione. Un po’ i registi lo mostrano nell’insistenza sulle canzoni come cultura comune, su ideali languidamente evasivi, dove l’aspirante cantante e suo padre si esercitano nella riproposta della canzone classica e gli altri nel gusto della canzone detta neo-melodica recente, che ha in realtà scancellato l’altra, l’ha uccisa. Ferrente e Piperno vorrebbero registrare e non giudicare, solo mostrare, ma il documentario è sempre una interpretazione della realtà, e a volte, ma molto di rado, un intervento sulla realtà; essi vanno molto più a fondo di tanti registi napoletani, spesso viziati da uno sguardo troppo interno a quella cultura e dai suoi radicatissimi luoghi comuni sia nell’auto-esaltazione che nell’auto-denigrazione.
Quel che noi vediamo – e giudichiamo – è dunque la fiacchezza mortale di una cultura incapace di darsi riscatto e proposta, e seguace, non solo per sua colpa, delle mode dominanti e imposte, o dei residui di una cultura passata, sostanzialmente opportunistica e violenta, retta un tempo dalla comunanza di valori e dalla necessità del mutuo soccorso che erano della cultura del vicolo, e oggi solo dai legami famigliari, resistenti ma anche opprimenti, genitori vinti che hanno accettato per primi le bugie e i modelli della “pubblicità”, e nei confronti dei più giovani, come il film dimostra, si dimostrano più ricattatori e complici primi della corruzione, che formatori e sostenenti.
C’è una lettura superficiale della “scena napoletana” che Ferrente e Piperno ci mostrano basata sulla denuncia di una società che non assiste i suoi giovani e anzi oscenamente li tradisce, ma ce n’è un’altra meno ovvia che ha visto la povertà intima di una cultura, e la difficoltà di poter prevedere un riscatto quale che sia per la società napoletana, per i suoi giovani. I registi non dicono “di chi la colpa”, non è questo il loro compito, e neanche indicano un “che fare”, non è questo il loro compito. Ci accostano a un mondo con rispetto a attenzione, con quella cura per i nuovi, per i bambini e per i giovani, su cui tanti sproloquiano e che ben pochi praticano, e ancor meno sono quelli che la praticano con intelligenza. L’angoscia che il film ci comunica dipende in sostanza non dalla constatazione, infine ovvia, del tradimento dell’età adulta (della società in cui si è obbligati a crescere) ma dalla miseria delle proposte che questa società offriva e offre, dalla menzogna di queste proposte. I quattro ragazzini di dodici anni fa avevano dei sogni indotti e stupidi: fare, ovviamente con successo, il calciatore, il cantante, la modella, la ballerina. La loro sconfitta è totale, ed è da questa constatazione che dovrebbe nascere la rabbia, la furia dello spettatore contro coloro che quegli ignobili sogni e solo quelli hanno indotto in più generazioni di “nuovi nati” alla società. Ma questi sogni perdurano, non sono stati sconfitti. Il senso di realtà è sopraffatto, in tutti e ancora, nonostante la crisi, dalla pubblicità, dagli ideali diffusi da un preciso sistema di potere, dalle illusioni che esso crea e diffonde – e questo non riguarda ovviamente soltanto Napoli.
La constatazione di ciò che si faceva e si è fatto dei nostri bambini, di più generazioni, è semplicemente agghiacciante. Nel passato prossimo come nel presente, perché poco è cambiato e perché l’insorgenza della crisi non sempre ci ha reso più intelligenti né ha dato la spinta alla ricerca di modelli altri. Si facesse un documentario su dei bambini napoletani di oggi, non si scoprirebbero realtà diverse da quelle di ieri, solo più amare e più ciniche. Anche nei ragazzini che hanno oggi l’età che avevano ieri Silvana e Adele, Enzo e Fabio.
Il grande merito di Ferrente e Piperno è di non fare i moralisti, è di non giudicare. Mostrare il mondo com’è, è più che sufficiente, ed essi hanno saputo farlo con un’attenzione e una delicatezza encomiabili, e anche se a volte è il linguaggio può non convincere del tutto – così composito, ora ingenuo e ora astuto – convince invece l’affetto per i personaggi, ma rifiutando il ricatto affettivo, e il rifiuto della facile denuncia a cui il cinema italiano detto politico, il tremendo cinema “di denuncia” della passata sinistra, il più ipocrita di tutti, ci aveva abituato. Se i ragazzini napoletani del loro film non sembrano aver appreso dai dodici anni del loro crescere non molto di più che i sogni muoiono presto, soprattutto se si tratta di sogni indotti e stupidi, e che la vita tradisce, loro hanno appreso che raccontare con onestà ciò che si vede, ciò che è, è un doveroso esercizio di onestà che può dare buoni risultati egregi, sia sul èpiano dell’intelligenza sociale che su quello della pratica cinematografica.