Gli Asini - Rivista

Educazione e intervento sociale

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Scuola di rivoluzione o scuola di criminalità?

Illustrazione di Roberto Catani
11 Luglio 2025
Goffredo Fofi

Già in Sicilia, nei tardi anni cinquanta, ho vissuto a contatto stretto con persone che erano state o che finivano in carcere, in particolare gli adolescenti del Cortile Cascino, il quartiere di baracche in cui mi ero insediato su spinta di Danilo Dolci, che finivano spesso al Malaspina – il carcere minorile diventato più tardi famoso grazie a Mery per sempre, un libro di Grimaldi e a un film di Marco Risi. Di condizione carceraria dovevo occuparmi anche se non avessi voluto, era nelle cose che me ne occupassi. Più tardi, quando a Roma seguii dei corsi di assistente sociale, di nuovo il carcere minorile fu tra i miei interessi, diciamo così, obbligati, con altre istituzioni che pretendevano alla cura, al recupero, alla rieducazione. Di carcere e di rieducazione continuai a occuparmi in vario modo, per esempio lavorando per pochi mesi a Cava dei Tirreni in un “focolare di semilibertà”, un’istituzione fondata da De Rita e altri per la rieducazione in case-famiglia di piccoli gruppi di ragazzi difficili, e fu in quel tempo che scoprii in Francia nelle edizioni Maspéro dei primi anni sessanta (una ristampa) I vagabondi efficaci di Fernand Deligny, poi edito in Italia da Jaca Book: non si trattava, per Deligny, di “recuperare” alla società così com’era, con le sue regole borghesi e le sue istituzioni classiste, ma di trasformare i “vagabondi” (ma io traducevo anche in “delinquenti”) in “vagabondi efficaci”. Efficaci nel senso di portare nella società altri modelli e di non smettere di dar fastidio però in modo costruttivo, e insomma rivoluzionario.

Fui in corrispondenza con molti carcerati, soprattutto negli anni sessanta e settanta, prima da Milano e poi da Napoli, dove mi trasferii nel 1972 per occuparmi sin dall’inizio, con un bel gruppo di amici, della Mensa Bambini Proletari di Montesanto. Corrispondevo in particolare con qualche ergastolano – i più disperati e soli di tutti, specialmente gli anziani – aiutandoli come potevo, per esempio cercando di coinvolgere qualche avvocato disponibile nella difesa di alcuni di loro, o mandando libri, e quando possibile un po’ di denaro (poco, perché ero molto povero). Di uno, David William Bianchi, un italo-americano respinto in Italia come “indesiderabile”, che fu attivo tra guerra e dopoguerra nelle vicende della Banda Barbieri che terrorizzò la Milano della Liberazione, ho conservato le lettere sgrammaticate e dolenti. Barbieri ebbe la grazia, William, che di Barbieri era stato un luogotenente, no e morì in carcere.

Poi accadde che, dopo il ’68, vi fosse la stagione delle grandi ribellioni nelle carceri e che nascessero I dannati della terra, un’organizzazione politica che si occupava proprio dei carcerati, e il Soccorso rosso, il quale ultimo finì spesso per promuovere, volendo o no, il passaggio alla lotta politica (anche armata) di qualche carcerato, man mano che aveva scontato la sua pena. Alcuni dei miei corrispondenti, i più svegli, finirono in quella rete e quando dalle loro lettere capii che strada stavano prendendo, non condividendola, ruppi i rapporti. Uno dei più giovani, un romano, quando uscì mi venne a trovare e finì per inserirsi nel gruppo della Mensa, a Napoli, ma restandoci per poco: spirito inquieto, si perse in qualche strada dell’India o della droga, e non ci si vide più. Fu per suo tramite o di qualche altro corrispondente che un giorno mi arrivò in casa a Montesanto – i locali della Mensa, che era in realtà un vasto lavoro di quartiere tra educazione e agitazione sociale, erano lì accanto – un ragazzo non ancora ventenne, decisamente un sottoproletario, basso e tozzo e simpatico, che disse di chiamasi Sergio Romeo. Non chiedeva molto, solo un po’ di simpatia e qualche consiglio, e il collettivo della Mensa, che aveva all’inizio uno spettro “culturale” e sociale molto vasto, tra cattolici e lotta-continua e tra nobili e sottoproletari, fino a esuli e a studenti ricercati e con falso nome, ma in cui il gruppo più forte era piuttosto omogeneo, diciamo di piccola borghesia un tantino “eduardiana”, lo accolse senza problemi. Oltre che con me, fece amicizia in particolare con Paolo e Teresa, una coppia di giovani medici venuti dalla provincia (ma forse erano ancora studenti) e con Osvaldo, che era il “guardiano” della Mensa (nel senso che vi abitava, oltre a lavorarci), e che era come Sergio di origini salernitane, tra contadine e sottoproletarie. Fece amicizia rapidamente anche con i giovani della “sezione Montesanto” di Lotta Continua che a volte facevano le loro riunioni nei locali della Mensa quando i bambini se ne erano andati, e alcuni dei quali, impazienti e ideologici e in polemica per questo con Lotta Continua, furono tra i fondatori dei Nap.

Mi era impossibile non capire e non sapere cosa si stava consumando, e ho assistito con crescente angoscia all’evoluzione del gruppo, anche perché, non solo Sergio anche altri, non mi nascondevano le loro idee né i loro propositi. Come io non nascondevo loro i miei giudizi, meritandomi per questo sguardi di superiorità e sufficienza: ah, questi intellettuali! Di loro, l’unico di cui fossi davvero amico era Sergio, anche l’unico che mi fosse davvero amico, e con lui le discussioni furono franche e dure, anche violente.

Angoscia è la parola giusta per descrivere i miei sentimenti di quegli anni, e non solo per quanto accadeva a Napoli. Giravo molto l’Italia, come continuo a fare, e spesso venivo a sapere più di quanto non volessi sapere. A sapere o a capire. I lutti si susseguivano, ascoltare la radio del mattino era tremendo: capitava che fosse stato ucciso qualcuno che in qualche modo sapevo chi era e che magari stimavo, e si trattava a volte di ammazzati dalla polizia, a volte di ammazzati dai terroristi. Non ignoravo certamente a cosa il gruppo e Sergio con loro stessero andando incontro.

Negli “anni di piombo” ebbi molte perquisizioni, a Milano prima e soprattutto a Napoli, perché avevo conosciuto e conoscevo molti tipi di militanti in molte città diverse, per il lavoro fatto con le riviste, “Quaderni piacentini” e “Ombre rosse”, e tanti avevano il mio numero di telefono nel loro taccuino. Ero di lontana formazione nonviolenta e nel terrorismo proprio non ci credevo e lo aborrivo – e lo dicevo e scrivevo, insieme ad altri e soprattutto su “Ombre rosse” – al punto da aver avuto anche delle minacce di parte brigatista. Ma simpatizzavo decisamente (e simpatizzo a priori) con le lotte dei “dannati della terra” e di ogni altro oppresso, e ho sempre creduto che “ribellarsi è giusto”. Era sui modi che non potevo andar d’accordo con chi nel movimento esaltava la “lotta armata”, dimenticando totalmente – e anzi disprezzando, se non in modi strumentali – la “disobbedienza civile”.

Poi le cose precipitarono. E Sergio scomparve, come gli altri, nella clandestinità. Prima che questo avvenisse lo rividi due volte, una sera casa mia entusiasta della lettura di Il tallone di ferro di Jack London, con la mia prefazione. Quel romanzo avveniristico fu molto letto nel carcere, in quegli anni, come seppi più tardi, ed ebbe un’influenza certamente non positiva sulle scelte di alcuni. Ero stato io a farlo ripubblicare da Feltrinelli, e finii per pentirmene. La seconda andammo insieme a vedere un film di fantascienza nel cinemino ai piedi di Montesanto, alle spalle di piazza Dante (più tardi un cinema porno e oggi un mini-market), 2022: i sopravvissuti, di cui Sergio fu entusiasta, considerando la sua tremenda rappresentazione del futuro della società capitalistica come assolutamente probante. Seppi della sua morte una sera a Torino, in casa di amici, dal telegiornale. Mi rifiutai, qualche tempo dopo, di vedere le foto del cadavere che una rivista vicina alle Br pubblicò con macabra compiacenza.

Con gli occhi di adesso e sulla scorta delle considerazioni che altri più acuti di me hanno saputo fare sul carcere e la condizione carceraria, e grazie all’amicizia di operatori e insegnanti e volontari che lavorano nel carcere e che di carcere dibattono in rapporto alla situazione presente (a partire soprattutto dal nuovo e grave problema degli immigrati), credo sarebbe molto utile ragionare sulle esperienze di quegli anni, e in particolare sul dibattito tuttora pregnante del “carcere come scuola di rivoluzione” e del “carcere come scuola di criminalità”. Sul primo aspetto, molte illusioni si sono bruciate, ma il discorso di fondo resta a mio parere valido, anche dovendo sostituire alla parola rivoluzione la parola riforma, riforme.

Negli anni settanta uscì da Einaudi un libro a più voci che si chiamava Il carcere come scuola di rivoluzione. Lo aveva curato una giovane compagna pavese, Irene Invernizzi, insegnante, che ebbe i suoi guai per i rapporti che aveva saputo stabilire con le lotte dei carcerati, e di quel libro – cosa che può sorprendere oggi ma che non sorprese allora – scrisse l’introduzione, di cui ricordo ben poco, Norberto Bobbio. L’ambiguità era forte, tra “scuola di rivoluzione” e “scuola di criminalità”, anche dentro il carcere, e questo spiega non solo la fascinazione esercitata su tanti militanti dalle lotte dei carcerati e dei cosiddetti sottoproletari (per esempio sui giovani piccolo-borghesi napoletani che fondarono i Nap collegandosi con i carcerati o gli ex come Sergio Romeo), ma anche i legami che si stabilirono, in carcere, tra i camorristi di Cutolo e i terroristi.

Sconfitta la prima ipotesi dalla repressione statale e poliziesca e dai ricatti del brigatismo, oggi il recupero dei carcerati è spesso un’operazione umanitaria che ha tutti i limiti di altre consimili operazioni umanitarie… Il discorso resta comunque aperto, e merita sempre di venir di nuovo discusso e affrontato. Sulla seconda ipotesi, si pensi al bel film recente Il profeta: le constatazioni di quel film appaiono più valide che mai. Il carcere come scuola di criminalità è la formula vincente, consona alla visione del mondo di un’oligarchia borghese che dei cosiddetti sottoproletari ambisce a fare dei servi che difendano le sue proprietà dai loro fratelli che le insidiano, ma questo non vuol dire che non vi siano margini di intervento per l’altro discorso, e che nell’altra direzione non si siano ottenuti e si possano ancora ottenere molti buoni risultati. In ogni caso, quest’argomento rischia di diventare di nuovo, in futuro, uno di quelli focali, sul quale occorre sforzarsi di avere idee il più possibile chiare.

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