Gli Asini - Rivista

Educazione e intervento sociale

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UNA LINGUA OVUNQUE MUTA

Immagine di Ousman Darboe
23 Maggio 2026
Gli asini

Un insieme di scelte politiche ha reso l’apprendimento dell’italiano, per adulti e per minori stranieri, una scalata al tempo stesso necessaria (per adempimenti legali ed amministrativi legati alla permanenza), irraggiungibile e insufficiente da sola a garantire protezione e autonomia.
L’integrazione di bambine, ragazzi e adulti non italofoni nella scuola pubblica e nei centri per l’educazione degli adulti ha costituito una sfida e un limite costante per l’impianto didattico e formativo consolidato, a cui si è risposto soprattutto attraverso l’istituzione di percorsi paralleli e differenziali, continuando a vivere questa presenza strutturale come un’anomalia. La questione dell’italiano si è poi intrecciata con le dinamiche di espansione e contrazione delle strutture e dei percorsi di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo, nella veste di obbligo condizionante l’accoglimento della richiesta. In questo campo, come già prima nei programmi di alfabetizzazione nelle scuole pubbliche, una vasta teoria di imprese del Terzo settore, di cooperative sociali, di associazioni con un piede nel volontariato e l’altro nell’inseguimento di finanziamenti e bandi, ha trovato un ennesimo terreno di intervento, nell’ambiguità mai risolta tra processi di empowerment e dinamiche di messa a valore di vite rese forzatamente improduttive. 

Infine, l’apprendimento dell’italiano da parte dei migranti e degli stranieri è stato ed è campo di intervento per soggetti politici ed educativi che agiscono contro il razzismo istituzionale e la deriva xenofoba di parte del paese. Non si può non citare l’importanza che le scuole d’italiano con e per migranti hanno avuto nella vicenda di numerosi centri sociali autogestiti e occupati, con la conseguenza di far entrare in quegli spazi soggetti altrimenti non previsti. 

Nelle pagine che seguono ci soffermiamo soprattutto su come la costruzione di alcune scuole d’italiano fuori dalle istituzioni pubbliche abbia rappresentato una potente, e per certi versi sorprendente, forma di rinnovamento delle esperienze di educazione attiva e cooperativa in Italia.
La tradizione dell’attivismo e dell’educazione popolare, ha trovato una nuova casa nell’apprendimento dell’italiano per stranieri. Freinet, Freire e Montessori sono state le chiavi, tra le altre, per ripensare una possibilità di apprendimento della lingua volta al riconoscimento, all’emancipazione e alla reciproca cura, rispondendo alla necessità di praticare quella tensione al fare scuola con e non a qualcuno.

Di fronte allo sfacelo politico ed educativo che ci circonda è lecito domandarci perché dare ancora la parola ad esperienze che rappresentano un’eccellenza (sul piano delle pratiche) e un’eccezione (rispetto alla loro diffusione). Leggendo le pagine che seguono appare infatti immediatamente evidente che il grado di consapevolezza sul modo di fare scuola è inseparabile da un forte impegno di militanza e di studio, da un investimento esistenziale che ha a che fare con la necessità e la gioia dell’azione trasformativa collettiva, più che con la dimensione lavorativa. Eppure, è proprio tramite l’eccezione che vogliamo illuminare la regola, scommettendo profeticamente sulla capacità di esperienze ed esperimenti di minoranza di impattare su un contesto che va loro contro. La trasformazione pedagogica avviene sempre nella contingenza e nella prassi. Ogni nuova prassi si scontra con i limiti che la vincolano. Per i singoli insegnanti, per i singoli progetti o per le singole scuole non è possibile intervenire sulle indicazioni didattiche nazionali, sulla struttura di governo della scuola, sulla leggi che regolano l’accoglienza o sulle logiche di funzionamento del Terzo settore. Però, come ci ricorda Georges Lapassade, queste dimensioni costituiscono una cornice di vincoli, l’istituito, all’interno dei quali opera la trasformazione, ossia l’istituente: se l’istituito è sempre una cornice, l’istituente è sempre una pratica. Proprio laddove si costruiscono delle isole di libertà all’interno di un’istituzione che resta oppressiva, queste rendono finalmente visibili e dicibili i meccanismi di funzionamento dell’istituzione, rendendone possibile la contestazione e il superamento.

Fulvia Antonelli ricostruisce la storia attraverso la quale il movimento antirazzista italiano ha incontrato la tradizione dell’educazione popolare e in questo incontro collochiamo le storie di Asinitas, Asnada, Else e Frisoun, scuole di italiano che si raccontano in prima persona: ognuna con le sue traiettorie, con i suoi strumenti, la sua impostazione e i suoi riferimenti operativi e teorici; tutte accomunate da una costante ricerca di percorsi di riconoscimento e reciprocità fuori dalla retoriche dell’integrazione, a partire dalle narrazioni e dalle biografie, dalla possibilità di prendere parola su di sé e sul mondo, come strumento di cura, come anticipazione della lingua che sarà, che è e che muta.

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