Quell’oscuro oggetto che è la scuola
4 Aprile 2026
Tornare nel proprio liceo dopo sette anni significa vederlo con occhi diversi. E anche essere osservati in modo diverso. Non sembra passato poi tanto tempo, ma attraversare quegli stessi corridoi senza scambiarsi i tipici saluti con gli altri ragazzi mi ha subito lasciato con una strana sensazione addosso. Sono cambiate le facce, gli occhi. E questi nuovi occhi mi guardano con sospetto: troppo giovane per essere scambiato per un professore, troppo vecchio per confondermi tra gli studenti. Nelle ultime settimane, il mio ruolo in questo liceo scientifico di Latina è stato, formalmente, quello di “esperto esterno”. Posso assicurare che quando ci si ritrova davanti a venti o trenta ragazzi senza alcuna esperienza nell’insegnamento ci si sente solo molto esterni e davvero poco esperti. Insegnare storia del cinema e analisi del film in un liceo scientifico è però stimolante. Soprattutto in un liceo di provincia, credo. E questo perché i ragazzi hanno fame, sono curiosi, cercano degli stimoli diversi da quelli offerti dalla loro scuola e dalla loro città. Le mie lezioni si sono svolte una volta a settimana, nel primo pomeriggio. Questi studenti venivano da circa sei ore di lezioni. Eppure non mi sono mai sembrati particolarmente stanchi, anzi. All’inizio le mie lezioni si sono svolte in modo frontale. Mi preparavo una serie di materiali (film o spezzoni da proiettare, pagine da leggere, appunti personali da seguire) e li esponevo nel modo più chiaro possibile. Da subito ho cercato di esortare questi ragazzi (maschi e femmine, tra i quindici e i diciotto anni) a scrivere i loro pensieri sui film visti insieme, o su qualsiasi argomento toccato. Ma dopo quattro o cinque lezioni avevo ricevuto solo un paio di scritti. L’idea della scrittura sembrava intimorirli, qualcuno mi ha persino detto di non saper scrivere (idea che deve essergli stata inculcata da qualche professore imbecille). Però a lezione intervenivano tutti, avevano voglia di parlare. Così mi è venuta l’idea di una critica orale e collettiva, qualcosa a metà strada tra il dibattito di un cineforum e un’analisi di gruppo. La cosa migliore era lavorare su uno scritto che non nascesse come tale, qualcosa che tenesse traccia delle loro voci e che rendesse giustizia alle loro capacità di analisi, di riflessione, di dialogo. Volevo che qualcun altro potesse essere testimone della loro intelligenza, anche quella di chi è sempre stato etichettato come poco attento, magari sveglio ma poco studioso, o anche di chi, normalmente, a scuola non parla. Il cinema è qualcosa che ci anima, che scuote i nostri organi, soprattutto quando si tratta di viverlo insieme, nell’intimità di un buio che ci fa uguali. Però di preciso su cosa farli animare? Avevo bisogno di un film controverso, strano e stratificato, che rispondesse a una poetica forte, a una visione radicale del mondo. Ma anche di qualcosa di distante dai film di oggi, di totalmente diverso. Mi è allora tornata in mente una frase di Enrico Ghezzi su Buñuel: “Il cinema di Buñuel non è un cinema per cinefili. È un cinema talmente rarefatto da sembrare completamente diretto e diretto da nessuno. Da un nessuno.” Ecco, il film di un nessuno poteva andare bene. C’è in effetti molto poco cinema nel cinema di Buñuel e questo mi avrebbe aiutato ad avvicinare gli studenti a qualcosa di diverso dai film di consumo o dalle serie tv delle piattaforme. Tra tutti i suoi film ho scelto l’ultimo, Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977). Mi è sempre sembrato profetico (o strategico) che proprio questo film abbia chiuso la carriera di Buñuel, per diversi motivi. Intanto perché i punti di contatto con Un chien andalou sono diversi (anche in quel caso un uomo e una donna si rincorrevano senza mai consumare l’atto sessuale), e questo descrive una sorta di circolarità nell’arco di oltre trenta film e cinque decadi di storia. Ma anche perché l’alternarsi di due attrici per lo stesso ruolo (la francese Carole Bouquet e la spagnola Ángela Molina) esprime nel modo più sofisticato l’idea buñueliana che il cinema è una forma di ipnosi, di regressione, di sogno. In questo caso, quel che accettiamo come spettatori non lo accetteremmo mai nel nostro quotidiano. L’ultimo film di Buñuel è insomma un film sul cinema, su come funziona il cinema: seguendo la trama ci chiediamo perché un uomo e una donna continuino a rincorrersi inesausti, ma dovremmo invece chiederci perché noi, come spettatori, continuiamo a seguire questa storia e ad accettare le sue storture, i deragliamenti, le continue sostituzioni. Non proprio una riflessione esplicita sul dispositivo, sull’esperienza cinematografica, ma un film che ci insegna a guardare il mondo con occhi sbarrati, mutilati, e ad abbandonare la rigidità del senso per abbracciare la sensualità dell’ignoto.
Questo però è quello che penso io. Cosa ne penseranno gli studenti?
Il dialogo che segue è stato registrato il 28 aprile 2025 presso l’aula magna del Liceo Scientifico E. Majorana di Latina. Nei due incontri successivi mi sono occupato di rivedere insieme agli studenti la trascrizione di quanto ci eravamo detti. Quanto segue è quindi frutto di un lavoro totalmente collettivo.
Trama: Mathieu (Fernando Rey) sale su un treno alla stazione di Siviglia per tornare nella sua Parigi. Quando il treno sta per partire, una donna (Carole Bouquet/Angela Molina) lo segue dalla banchina e cerca di convincerlo a scendere. Lui risponde gettandole una secchiata d’acqua in testa. Quando si siede nel suo scompartimento, le persone intorno a lui cercano di nascondere la sorpresa della scena a cui hanno appena assistito. Una bambina però non si trattiene e chiede all’uomo il motivo del suo gesto. Mathieu inizia allora a raccontare la sua storia, quella di un amore assurdo e impossibile per una ballerina di flamenco, la giovane Conchita. In un gioco sadomasochistico durato mesi, l’uomo ha rincorso questa allumeuse senza mai riuscire a violare la sua verginità, tanto da ritrovarsi a un passo dall’impazzire. Sembra una storia ormai conclusa, ma in realtà Conchita è riuscita, all’ultimo momento, a salire sullo stesso treno.
Gabriele: Io non ho capito una cosa: perché Conchita continuava ad andargli sotto, a rompergli, addirittura fino al treno? Perché ha continuato a insistere?
Giorgia: Sì, tra l’altro per tutto il film sembra fregarsene di Mathieu.
Miriam: Forse si divertiva e basta. A torturarlo, intendo.
Giorgia: Eh però dopo essere stata picchiata ha continuato pure ad andargli appresso. Sinceramente a me non andrebbe tanto…
Jacopo: Ma secondo voi Conchita odia o ama Mathieu?
Gabriele: Nessuna delle due.
Giorgia: Sì, nessuna delle due.
Sara: Forse alla fine, quando Mathieu la picchia e poi ritorna, Conchita si rende conto di quello che stava perdendo. Il momento che dice Gabriele lo vedo in relazione alla scena in cui Conchita fa finta di stare con l’amante e ritorna poi a casa di Mathieu; lì è come se si rendesse conto di ciò che ha perso. [Sara fa riferimento alla scena in cui Conchita sembra avere un rapporto con il suo giovane amante, El Morenito, davanti agli occhi di Mathieu.]
Gabriele: Che poi bisogna vedere se è vero che faceva finta…
Sara: Lei dice così.
Gabriele: Eh lo dice però… [ride] Io la parte finale l’ho letta così: lei torna da lui con l’ennesima scusa. Non è vero che era una messa in scena, quella con l’amante. In fondo gliene ha dette tante di cavolate. Lo ha messo alla prova di nuovo.
Gaia: Non è che lo mette alla prova, è un qualcosa che lei fa e basta.
Riguardiamo la scena di Mathieu affacciato al cancello del patio.
Jacopo: In questo momento del film succede una cosa particolare. Praticamente per tutto il racconto siamo dalla parte di Mathieu, lo seguiamo, vediamo quel che lui vede. E questo perché il racconto è regolato da Mathieu stesso, che su un treno racconta la sua storia a un gruppo di passeggeri. Però qui, quando Conchita lo costringe a guardare il rapporto sessuale tra lei e il suo amante, Buñuel decide di inquadrare Mathieu. Non abbiamo dunque la certezza, diciamo la prova fotografica, che i due stiano avendo un rapporto.
Riguardiamo la scena in cui Conchita viene picchiata da Mathieu.
Jacopo: Anche questa scena è strana, perché lei viene picchiata ma continua a declamare il suo amore. La vediamo persino sorridere e dire, con la faccia piena di sangue: “Ora so finalmente che mi ami.”
Gabriele: Però non è che abbia molte altre possibilità.
Tiziano: Ma forse ciò che lei ama è avere in qualche modo potere su di lui. E lei ha potere su di lui mandandolo in confusione e quasi facendolo impazzire. È questo che le piace. E mi sembra un elemento femminista che il regista vuole trattare. Io ci vedo proprio una rivincita delle donne sugli uomini.
Gabriele: Rivincita però poi… fino a un certo punto.
Gaia: C’è comunque del maschilismo.
Tiziano: Però lei ottiene quello che vuole, ovvero farlo impazzire. Lui non sa in fondo lei chi è. È questo che lo manda in confusione.
Jacopo: Cosa ti ha suggerito questa idea?
Tiziano: Beh, il dualismo del personaggio femminile, cioè il fatto che il personaggio è interpretato da due attrici. Forse già in questo si può vedere che non è proprio “maturo” quel che vediamo in scena, è come se il protagonista immaginasse come lei sia. Forse questa ossessione che Mathieu prova è proprio dovuta al fatto che non riesce fino in fondo a comprendere chi sia Conchita realmente; forse ricerca una verità che però non gli si presenta mai davanti. Lei invece non lo ama, ma ama prendersi gioco di lui. Riesce a imporre un potere e a mandare quest’uomo in subbuglio.
Gaia: Invece, a parer mio, lei non sa proprio cosa vuole. E secondo me è stato azzeccatissimo mettere due attrici, così da confondere il suo comportamento: a volte sembra che sia gentile, altre sembra che lo prenda in giro. E vedendo due attrici è come se ci fosse un atteggiamento ogni volta diverso.
Elena: Però quando Conchita dice “Ora so finalmente che mi ami”, il suo non mi sembra un sorriso sincero, di felicità. Si notano gli occhi, sembrano quasi tristi. Forse perché ha gli occhi in lacrime.
Gabriele: Io ripeto che secondo me è tutta una messa in scena. Voglio dire, lo hanno fatto davanti a lui e poi non sarebbe vergine?!
Tutti ridono.
Gaia: Ma noi non sappiamo se l’ha fatto.
Sara: In quel momento era inquadrato il protagonista, non loro due.
Giorgia: Se avessimo delle prove si potrebbe sempre dire che il punto di vista è quello del personaggio, che magari lui esagera e immagina quello che vuole, proprio perché il suo obiettivo non si può raggiungere.
Gaia: Quando una persona parla ovviamente riporta la sua versione dei fatti. Però mi chiedo: nel momento in cui Mathieu finisce il suo racconto, noi vediamo una parte del film che non è più narrata, perché scende dal treno ma la storia continua. Quindi la parte finale non può essere vista come una narrazione.
Jacopo: Sì, è vero. Cioè, ogni film è una narrazione, solo che in questo caso abbiamo una narrazione nella narrazione. Nel momento che dici tu potremmo dire che si conclude la narrazione di Mathieu e continua quella di Buñuel. Diamo un’occhiata a queste scene finali, vediamo come cambia il punto di vista.
Rivediamo la fine del film, dal treno in poi.
Jacopo: Nel finale, i due protagonisti vengono sempre ripresi insieme, li seguiamo come una coppia. E vengono ripresi in modo abbastanza oggettivo, in alcuni momenti sembra addirittura che vengano colti in mezzo alla folla, come spiati.
Siamo alla scena della galleria commerciale, l’ultima del film. Notiamo che i personaggi entrano in un negozio da un lato della galleria, ma è poi dall’altro lato che si affacciano a una vetrina.
Gaia: Qui non abbiamo proprio seguito la coppia. Siamo rimasti, come spettatori, fuori il negozio.
Sara: Nel frattempo è anche cambiata l’attrice.
Jacopo: Qui un elemento importante e che dovremmo cercare di capire è rappresentato dal sacco.
Gaia: E anche il sangue.
Jacopo: Vero. Ma voi vedendo questo finale cosa avete pensato?
Sara: Io sinceramente da qui non ho capito più niente.
Tutti ridono.
Gaia: Due cose. O si riferisce al terrorismo o alla verginità di lei. Perché quello è il suo sacco, magari sono i suoi vestiti, e loro invece sono entrati nell’altro negozio.
Jacopo: Il sangue sarebbe per la verginità, quindi?
Gabriele: Ah…
Giorgia: Sì. Il vestito bianco poi… quello è per dormire.
Gabriele: Però scusate: il vestito è insanguinato e quella pensa a ricucirlo?
Gaia: Perché è anche strappato.
Jacopo: Però sì, è strano perché questa signora sembra del tutto ignorare le macchie di sangue.
Gabriele: Eh infatti.
Gabriele: Che poi loro parlano in questa scena ma non si sente quello che dicono.
Giorgia: Conchita sembra arrabbiata.
Stiamo guardando la scena e commentando in diretta.
Jacopo: E poi l’esplosione finale.
Gaia: Lo scoppio finale è un pretesto. Per far finire il film il regista ha dovuto mettere lo scoppio finale perché non sapeva come fare, visto che questo rapporto di suo non ha fine. L’ultima scena è anche la fine di loro due come coppia. È una coppia tossica, che probabilmente andrà a perdersi, ma per l’ossessione saranno sempre attaccati l’uno all’altra. Per chiuderla ci deve essere necessariamente un’esplosione.
Guardiamo ancora una volta il finale nella galleria.
Jacopo: Voglio farvi notare come qui ci sia un elemento in contraddizione: la vista del sangue ci fa pensare a una verginità perduta, però Conchita comunque si ribella e si sottrae di nuovo a Mathieu, lasciandoci intendere che nulla sia successo, né potrà succedere a breve.
Sara: Anche lo sguardo del protagonista non si capisce bene quando vede il vestito. Sembra sognante, non so…
Gaia: È incantato, fissato su quel punto. E lei sembra che di nuovo cambi comportamento, sembra infastidita dall’espressione di Mathieu.
Gabriele: A me il volto di lui sembra quasi che dica, quando scuote la testa: “Ma guarda questa, oh.”
Gaia: Secondo me invece c’è un senso di soddisfazione.
Jacopo: Del sacco cosa ne pensate?
Gaia: Il sacco che lui si porta dietro ricorda l’idea di un sacrificio, tutto ciò che ha fatto per lei.
Gabriele: Secondo me stiamo considerando poco che a lui comunque è morta la moglie. Quindi lui sulle spalle ha una storia anche abbastanza pesante, quella di una moglie morta.
Jacopo legge un’intervista a Buñuel: per il regista il sacco non è altro che un sacco.
Gabriele: A inizio mese sono stato a Barcellona con la scuola. Siamo stati a Figueres e c’era il museo di Dalì. C’era una guida che spiegava le opere, però si limitava a descrivere quello che vedevi. Tant’è che a un certo punto le ho chiesto: “Ma il significato qual è?” E lei mi ha fatto: “È Surrealismo, se vai a cercare il senso non ci trovi nulla.” Ora, non so quanto sia affidabile questa risposta, però guardando questo film mi chiedo quanto sia realistico che una persona continui a inseguirne un’altra in questo modo, fino a impazzire. Questo è un film surrealista, no?
Jacopo: Per semplificare potremmo definirlo così. È un film surrealista nella misura in cui il suo autore ha aderito a quel movimento, viene da quella tradizione, e ha quindi rielaborato un romanzo molto noto in modo bizzarro, assurdo. Però è anche un film al di fuori del Surrealismo, perché quando viene realizzato il movimento si è già concluso da diversi anni.
Notiamo che nel film ci sono degli animali che ricorrono. In due occasioni, quelle della mosca e del topo, c’è un uomo che dichiara di provare da giorni a catturare un certo animale.
Gaia: Si può collegare al discorso di prima, al fatto che lui insegue lei, così anche il cameriere cerca da giorni di catturare la mosca e il maggiordomo il topo.
Jacopo: Parliamo invece del terrorismo. In questo film ci sono molti attacchi terroristici, c’è molta violenza.
Riguardiamo la scena del primo attentato, quella in cui un’auto viene messa in moto ed esplode sulla stessa strada dove si trova Mathieu.
Tiziano: C’è molta indifferenza.
Giorgia: È come se fossero eventi talmente normali che anche vederlo accadere non suscita più delle emozioni nelle persone, come in questo caso il protagonista pensa più al fare tardi che alle vittime.
Gabriele: Comunque questa indifferenza mostra sicuramente un’abitudine. Non per forza perché i personaggi siano freddi e apatici, ma perché, anche solo nel corso del film, succede spesso.
Gaia: Invece, dal punto di vista narrativo, questi attacchi sono serviti o per concludere il film in quel modo, oppure per far capire la situazione politica in Spagna.
Tiziano: Forse quel che si vuole evidenziare è solo l’indifferenza di Mathieu e quella della classe borghese di fronte a certi temi. In questo il film mi sembra politico.
Gaia: Anche a me sembra così. E un’altra cosa importante è che vediamo Mathieu sperperare molto denaro per Conchita.
Jacopo: Sono d’accordo su tutto. Però vi chiedo: perché Buñuel ha inserito tutto questo in un film che tratta del desiderio sessuale? Cosa c’entra?
Gaia: Proprio perché i ricchi sono abituati ad avere tutto nella vita, pensano di poter avere qualcosa sempre e solo con i soldi. Mathieu cerca di comprare Conchita, la sua verginità.
Tiziano: Dal momento che il regista aveva delle posizioni critiche verso le classi più abbienti, può aver introdotto il personaggio di Conchita per un senso di rivincita nei confronti di un’intera classe. Lei si prende gioco, oltre che della figura maschile, anche della classe borghese.
Jacopo legge un commento del critico José de la Colina, per il quale il miglior film sul terrorismo dovrebbe essere un film in cui la violenza sia sempre marginale.
Jacopo: Non so voi che ne pensate, ma mi sembra che questo discorso del film sia ancora attuale. L’abitudine di ieri sul terrorismo è quella di oggi sulla Palestina, ad esempio…
Gaia: O l’Ucraina. E questo succede anche perché i telegiornali ne parlano sempre meno.
Torniamo a parlare del finale (del sacco e del sangue). Leggiamo un’intervista a Buñuel in cui il regista afferma che il sangue sul vestito, nell’ultima scena, sia stata una pessima idea, perché il suo intento non era quello di suggerire una verginità perduta.
Tiziano: Ma non è possibile che questo sangue sia in qualche modo legato alla moglie morta? Perché comunque il sacco è un oggetto che si porta dietro dall’inizio e potrebbe simboleggiare qualcosa che prima apparteneva alla moglie, che sta aspettando di dare a qualcun altro. Può simboleggiare il suo amore. Il vestito viene ricucito davanti a Conchita, ma il film si conclude con lei che se ne va e quindi questo scambio non si porta a compimento.
Sara: Però i vestiti tirati fuori dal sacco sembrano quelli di Conchita.
Gaia: La prima volta che vediamo il sacco mi pare sia quando Mathieu e Conchita si trovano alle panchine, la scena al parco.
Elena: Il sangue potrebbe rappresentare la morte della moglie, non la perdita della verginità.
Tiziano: Esatto.
Jacopo: Molto interessante. Io però l’ho sempre vista in un altro modo: se il sangue fosse quello del terrorismo, della violenza sulle strade che macchia anche il privato? È tra l’altro vissuto con la stessa indifferenza.
Sara: Potrebbe essere. Il film è costruito come un circolo e quindi l’esplosione finale sembra ricollegarsi a quella iniziale dell’automobile.
Gaia: Sicuramente non ha a che fare con la verginità, anche perché il regista lo ha negato.
Jacopo: Un’ultima cosa: in che modo questo film vi ha interessato? Voi siete giovani, fate il liceo, siete le persone più distanti dall’epoca di questo film, però comunque mi siete sembrati scossi da quello che avete visto.
Miriam: Il fatto che usa elementi non convenzionali mi ha affascinato. Soprattutto la scelta di mettere due attrici mi ha portato a continuare la visione. Poi certo, non essendo un film contemporaneo è più difficile da seguire.
Gaia: Credo che sia molto soggettivo; penso che anche all’epoca questo film potesse interessare solo un certo tipo di pubblico. Noi siamo dei ragazzi curiosi verso il mondo del cinema, però altri ragazzi non troverebbero interessante un film vecchio, che ha altri modi di parlare. Dipende, insomma.
Jacopo: Secondo te quindi non ci sono degli elementi universali, che potrebbero colpire chiunque?
Gaia: Ognuno è diverso.
Giorgia: A me non è piaciuto molto perché è troppo confusionario. Alla fine, dopo averlo visto, mi dico che tutto questo tempo che ho passato a vederlo non è stato proprio ben speso. Però è stato interessante per l’alternanza delle due attrici. Io e la mia amica per tutto il film cercavamo di capirne il perché e questa, devo dire, è stata l’unica cosa che mi ha spinta a vederlo fino alla fine. All’inizio pensavo di essere io che vedevo male, non sapevo cosa pensare. Però alla fine… troppi elementi confusionari che il regista voleva semplicemente inserire senza uno scopo preciso. Quindi dare una spiegazione a certi elementi mi sembra, non so, forzato.
Jacopo: Però noi dobbiamo pensare che un regista, un autore, può non sapere consapevolmente il motivo di una sua scelta, ma può sempre saperlo inconsciamente.
Gaia: Volevo aggiungere una cosa sul discorso del pubblico. Penso che oggi molti ragazzi hanno poca attenzione nel vedere i film e preferiscono vederne uno che ha un inizio e una fine coerenti, qualcosa di narrato in modo più chiaro, insomma. E invece io preferisco un film come questo, perché posso pensarci su, riesco a ragionarci e comunque, anche oggi, stiamo facendo questo lavoro di analisi, che ci appassiona. Quando abbiamo visto Il sorpasso anche è stato bello (e preferisco Il sorpasso, perché il film di Buñuel è molto complicato), però il lavoro che stiamo facendo oggi è più soddisfacente, il fatto di analizzarlo insieme. È molto stimolante.