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Educazione e intervento sociale

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Minori Stranieri Mal Accompagnati

Illustrazione di Lufo
27 Gennaio 2024
Libero Schiavo

Nel 2023 si è molto parlato di minori stranieri non accompagnati (MSNA), ovvero quei minorenni che, senza genitori o tutori legali, intraprendono il viaggio per venire in Europa, entrano in Italia irregolarmente, per poi venire inseriti nei percorsi di accoglienza, di assistenza sociale e legale a loro (in teoria) dedicati. 

Quest’anno si è innanzitutto registrato un aumento considerevole degli arrivi tramite la rotta del Mediterrano centrale, quantificato in un +60% nei mesi tra gennaio e febbraio rispetto allo stesso periodo del 2022 (dati UNICEF). A questo  dato è seguita  una reazione da parte del governo e, in generale, del sistema di accoglienza. A livello normativo già il “decreto Cutro”, ovvero il D.L. 20/2023 poi convertito nella legge 50/2023, ha messo mano in senso restrittivo alle tutele previste dalla precedente normativa, limitando a un anno la durata dei permessi per lavoro, studio o attesa occupazione ottenibili tramite conversione del permesso per minore età, conversione necessaria al compimento dei 18 anni. 

Con il D.L. 133/2023, approvato a ottobre dopo un’estate di generale aumento degli arrivi, viene meno una tutela fondamentale: in caso di rilevata insufficienza di posti nelle strutture di accoglienza dedicate alle/ai minorenni, si istituisce la possibilità di accoglierli, seppur per un massimo di 90 giorni, in strutture prefettizie per adulti. Tale misura è limitata ai maggiori di 16 anni, una limitazione però di poco conto, considerando che gli appartenenti a tale fascia di età rappresentano almeno i due terzi di coloro che arrivano, oltre a tutte le incognite e le poche tutele del procedimento di accertamento dell’età. Peraltro anche quest’ultima procedura è attaccata dal decreto. Sempre all’insegna della deroga alle tutele data dall’emergenza e dalla necessità di pronto intervento poliziesco, si prevede infatti che, in caso di arrivi consistenti, o di rintraccio alla frontiera o sul territorio nazionale, si possa provvedere “nell’immediatezza” all’accertamento dell’età tramite rilievi radiografici delle ossa, metodologia di cui è ampiamente dimostrato l’importante margine di errore. L’espulsione prevista dal territorio nazionale per coloro che vengono accusati di dichiarare il falso rispetto alla propria età rappresenta infine una misura dal carattere punitivo che, insieme a quelle riportate precedentemente, mostra l’intento repressivo e di compressione delle tutele delle recenti riforme. 

La performance dell’integrazione 

I minori stranieri non sono espellibili e hanno tutti diritto all’accoglienza. Molti provengono da paesi definiti sicuri come Albania, Tunisia, Egitto, Marocco, quindi non entrano nel sistema facendo una domanda di asilo politico perché quasi sicuramente riceverebbero un diniego. La stragrande maggioranza, al compimento dei 18 anni, procede convertendo  il permesso di soggiorno per minore età (MINET) con quello di attesa occupazione, o, più raramente, con quello per lavoro subordinato o per motivi di studio.
Per procedere alla stampa del permesso di soggiorno per attesa occupazione viene però richiesto il possesso del passaporto in corso di validità, che spesso i minori non hanno e che in molti casi è difficile  da ottenere presso le ambasciate e i consolati dei paesi d’origine. Oltre al passaporto, è richiesto il parere positivo della Direzione Generale dell’Immigrazione e delle politiche di integrazione, un ufficio del Ministero del lavoro che valuta i percorsi di studio e lavoro quantificando in generale il grado di “integrazione” raggiunto dai minori durante la permanenza in Italia. Viene dunque richiesto un livello di performatività, soprattutto sul piano lavorativo e di formazione, non sempre facilmente raggiungibile da chi è arrivato giovanissimo, dopo percorsi migratori spesso molto duri, e che raggiunge la maggiore età poco dopo essere stato preso in carico dai servizi. Come è facile immaginare, quindi, molti minori non riescono a raggiungere un livello sufficiente di autonomia e sicurezza tali per cui al compimento dei 18 anni (ed al massimo nei 6 mesi successivi) possano lasciare il SAI (Sistema accoglienza e integrazione) o le comunità andando a vivere in autonomia sul territorio nazionale. 

Per fare fronte alla necessità di alcuni minori di un periodo prolungato di assistenza sociale, esiste un’ulteriore forma di tutela sul piano legale/sociale presente nel nostro ordinamento ed è quella del prosieguo amministrativo. Entro il compimento della maggiore età può essere fatta richiesta al tribunale dei minorenni di estendere le tutele riconosciute ai minori oltre i 18 anni, fino massimo al compimento dei 21. Se autorizzato dal Tribunale dei Minori, il prosieguo amministrativo, oltre a prolungare nel tempo la presa in carico da parte dei servizi sociali e di accoglienza, permette di richiedere il permesso di soggiorno “per integrazione”. Il problema è che il Tribunale dei Minori è un mastodonte arrugginito e lentissimo e si procede spesso per inerzia: finchè non c’è un rifiuto, i ragazzi sono trattati come se avessero ottenuto il prosieguo.

Continuare ad essere in carico ai servizi vuol dire godere di un sistema importante di tutele, ma il sistema  dipende dall’esito delle regolari verifiche da parte dei servizi sociali sull’andamento dei percorsi di integrazione. Il mancato raggiungimento degli obiettivi preposti può infatti portare al decadimento del prosieguo amministrativo. Questi permessi sono tutti in mano al servizio sociale, che deve farne richiesta ma deve anche produrre una relazione sul percorso ogni sei mesi. 

Il prosieguo amministrativo è uno strumento che si adotta per diverse ragioni. Ci sono ragazzi molto svegli che si impegnano in un percorso di formazione professionale molto qualificante ma che hanno necessariamente bisogno di tempo perché magari sono stati sui libri o in laboratorio e hanno dedicato poco tempo a cercare una casa. Ma ci sono anche situazioni di particolare vulnerabilità. Faccio un esempio: un ragazzo per cui si è deciso di richiedere il prosieguo amministrativo, nell’anno e mezzo che è stato in accoglienza si è dedicato interamente alla ricostruzione di tutta l’arcata dentale, alla riabilitazione alla parola, all’uso della lingua e al decorso post-operatorio. Quindi quando è arrivato alla maggiore età il suo percorso di inserimento scolastico e formativo effettivamente  doveva ancora iniziare. Quindi non è l’assistenzialismo che detta il ricorso a questa misura, ma un ragionamento accorto sui casi.

Il gioco dell’oca di burocrazia e minori

Il comune di Bologna ha 350 posti nel SAI dedicati a minori stranieri non accompagnati. Questa estate in seguito a un aumento degli sbarchi e davanti all’incapacità dell’apparato statale di far fronte all’obbligo di accoglienza dei minori fuori quota (quelli cioè in esubero rispetto ai posti disponibili in accoglienza), il Comune ha iniziato a cercare posti nelle comunità educative extra-SAI nel sistema ordinario delle comunità per minori e, quando terminati anche questi posti, anche fuori dal territorio bolognese.

Se un ragazzo viene accolto in una comunità educativa del Molise tramite i servizi sociali del Comune – in questo caso Bologna – la competenza del servizio sociale rimane a Bologna. Anche se il progetto di integrazione insiste sul territorio del Molise, è il comune di Bologna che finanzia l’accoglienza del minore saldando la fattura della comunità. Ed è sempre il Comune di Bologna a chiedere ogni trimestre un rimborso al Fondo Ministeriale.
Questa organizzazione del sistema comporta un aumento del carico burocratico e amministrativo notevole. Nell’estate 2023, oltre ai 350 minori collocati a Bologna, erano in carico al Comune più o meno altri 150 minori collocati extraterritorio.
Altri addirittura dormivano in strada, perché rifiutavano il collocamento fuori territorio: il servizio sociale trovava una disponibilità fuori regione, ma il minore si allontanava, ripresentandosi due giorni dopo per vedere magari se si era liberato un posto a Bologna. 

Complice il clima, complice il fatto che ci sono molte reti informali che li supportano, i minori continuavano a orbitare su Bologna, rifiutavano collocazioni altre ed erano permanentemente in strada, esponendosi così ad enormi rischi. In estate, dietro sollecitazione dello stesso comune e della Polizia Locale, sono stati monitorati i minori stranieri che frequentavano il cortile Guido Fanti, uno spazio aperto attrezzato (wi-fi, panchine, fontana dell’acqua), nel cortile interno a Palazzo d’Accursio.  Da un’osservazione durata diverse settimane è emerso che sebbene il numero di ragazzi fosse più o meno stabile, le persone all’interno del gruppo cambiavano molto rapidamente. I ragazzi si spostano continuamente di città in città. Basta un passaparola, un consiglio o la possibilità di un lontano parente per partire. I minori (ma anche gli adulti) continuano a “migrare” sul territorio di regione in regione, di comune in comune, alla ricerca del colpo di fortuna, ovvero di una soluzione di accoglienza che dia concreti strumenti di integrazione. In alcuni casi ci si allontana anche a seguito di problemi con le forze dell’ordine o a fatti violenti o traumatici vissuti. Quello dei minori di più recente arrivo (dal 2021 in poi) è quindi un campione che diverge dalle osservazioni precedenti. Si tratta di una popolazione “fluida”, sradicata, che si muove all’interno di una rete informale di contatti, composta da migranti di più lungo corso, familiari residenti o conoscenti, che abitano il territorio nazionale (e a volte europeo) da più tempo, e sono in grado di orientare più efficacemente i bisogni e le aspettative dei ragazzi in viaggio, o di manipolarne le esigenze.

Davanti al quadro preoccupante di progetti SAI e comunità educative sature e minori fuori dal sistema di accoglienza che vivono in strada, senza risposte concrete da parte delle istituzioni statali nazionali, il sistema di accoglienza ha vacillato. Si è aperta una frattura che ha diviso la percezione degli addetti ai lavori. Da un lato si delineava la posizione di chi riteneva di dovere porre fine ai percorsi di accoglienza dei maggiorenni per favorire l’accoglienza dei minori. Questa valutazione tendeva a considerare la “lunga” permanenza nel progetto di accoglienza come una connotazione negativa del servizio di Bologna: il sistema sarebbe stato così avvezzo all’assistenzialismo da avere maggiorenni ad occupare i posti dei minorenni. Dall’altro lato si schierava chi riteneva che la permanenza di un diciottenne oltre la maggiore età fosse sintomo del corretto funzionamento del sistema, che solo dopo i 18 anni può concentrare e potenziare tutti gli sforzi di integrazione con l’inserimento lavorativo e la ricerca abitativa, non fosse altro perché prima non lo si può fare. Mantenere la qualità dell’accoglienza secondo questa posizione significa non rassegnarsi ad un modello di sistema di accoglienza come dormitorio per minori. 
Alla fine un’interpretazione larga del regolamento SAI, avallata dal Servizio Centrale dell’ANCI, ha permesso di rispondere ad entrambi i bisogni.

A queste visioni degli operatori e delle realtà dell’accoglienza si intrecciano discorsi che si interrogano a livello politico sullo stato di salute di questa istituzione fantasma (perché invisibile e sconosciuta ai più) che è il sistema dell’accoglienza italiano.

C’è una concezione del governo di destra che deve far vedere che accoglie e che risolve l’emergenza, e una concezione più attenta alla qualità del lavoro dell’accoglienza. Ovviamente ci sono interessi politici anche in questa seconda posizione perché l’accoglienza è un mercato che crea posti di lavoro.

Come si diventa devianti

Una lettura del sistema di accoglienza ipotizza che ci sia una rete di sfruttamento criminale che ha visto nel sistema di accoglienza italiano o europeo la possibilità di avere a mezza pensione della carne da cannone per le attività di spaccio e di microcriminalità: persone giovani alle quali non devi trovare casa, non devi dare da mangiare, inserite fin dai primi giorni di arrivo all’interno di reti di criminalità organizzata. È una lettura che trova molto spazio sulla stampa e anche a volte nel servizio sociale, a cui arrivano sempre i casi complessi.
Se a Bologna ci sono 350 posti per minori, va detto che non ci sono 350 microcriminali. Ancora a Bologna, da due mesi si parla dei tentativi di stupro e molestie fatte da alcuni minori stranieri non accompagnati. Senza voler sminuire la gravità dell’accaduto, stiamo parlando di tre episodi che hanno coinvolto complessivamente 6 minori su 350.

Una seconda lettura è invece fornita da chi ha approfondito e analizzato la situazione socio-economica dell’Egitto o del Marocco o della Tunisia, devastata dal post Covid, e visto quali sono le città di nascita di questi ragazzi. Questa lettura pone l’attenzione sul fatto che sono le condizioni in cui questi ragazzi vivono, piuttosto che le reti del traffico, a spingere verso la migrazione. 

Sfax, una delle città da cui parte un gran numero di minori tunisini, ha avuto nel tempo un enorme sviluppo nel turismo anglosassone e tedesco di massa, a cui ha fatto seguito un declino cominciato con gli attentati terroristici in spiaggia e proseguito con il Covid. Sfax è diventata così una città depressa in cui i ragazzi delle classi meno abbienti, che non hanno un diritto scolastico riconosciuto, emigrano in assenza di valide alternative.

Spesso, dietro le storie di questi minori c’è, oltre alla difficile situazione economica, un contesto familiare estremamente violento, che finisce con una espulsione dalla famiglia. Ma si parte anche perché si ascoltano le narrazioni messe in circolo da chi torna o è già qui: il sogno di una possibilità oltre frontiera per cui si è disposti ad affrontare le botte, gli accampamenti, il rischio della propria vita.
A Bologna, che è comunque una città dalle dimensioni provinciali, si legge e si sente  parlare dei 6, 10, 15 ragazzi che finiscono sui giornali, ma ce ne sono 300 che dopo i percorsi di accoglienza trovano lavoro ma non la casa, che è il problema grosso in città non solo per gli stranieri. 

Una lettura intermedia potrebbe essere quella che vede Bologna come un importante polo attrattivo, in grado di offrire numerosi posti di lavoro, e un ambiente generalmente accogliente, e quindi in grado di dare una incoraggiante risposta iniziale a una parte del sogno migratorio. Manca però poi una parte fondamentale, che è quella della casa, o spesso entrano in gioco  dinamiche di sfruttamento del lavoro tali per cui dopo un anno non si riesce più a rinnovare il permesso di soggiorno. 

In questi limiti subentrano le reti informali che non sono necessariamente criminali. Sono reti sociali che, al contrario delle reti istituzionali, forniscono delle risposte alle persone in difficoltà: danno alloggio, un lavoro, si sostituiscono ad enti di credito, a volte arrivano perfino ad affrontare attraverso metodi culturalmente orientati problematiche psichiche o sanitarie. Insieme, queste reti costituiscono una sorta di “interstizio”, ovvero quello spazio che si crea tra la legalità e l’illegalità: uno spazio estremamente povero, caratterizzato dalla carenza di risorse, dall’informalità, dalla violenza, dall’impossibilità dell’accesso ai servizi – perché senza documenti non ci si può intestare un contratto, aprire un conto in banca, inviare o ricevere soldi, iscrivere al sistema saniatario e a scuola, non ci si vaccina, non si curano malattie infettive o degenerative,  non si può acquistare una sim card o un motorino. 

È in questo spazio che si saldano le due differenti letture del fenomeno: quella che vede una rete criminale di sfruttamento e quella che intravede invece un tentativo di integrazione interrotto.
Nello scomodo e sempre più affollato spazio interstiziale, sia le reti informali che quelle criminali si coniugano con i progetti migratori interrotti ed i fallimenti sociali e legislativi delle istituzioni.
Nella città di Bologna cominciano ad emergere sempre più evidenti i fenomeni tipici dell’allargamento degli interstizi: persone che vivono in stabili occupati, in dormitori, rifugi, in strada o che vivono ospiti di altri e che si rassegnano a una vita al margine, magari non per sempre, ma per il tempo necessario al governo di turno di modificare le leggi sull’immigrazione o varare qualche sanatoria. È una popolazione sempre più numerosa, priva di strumenti di prevenzione e tutela sociosanitaria e spesso proprio per questo medicalizzata, farmacodipendente. A questa specifica condizione, in questo momento, con l’attuale assetto politico, legislativo e sociale rischiamo di condannare migliaia di migranti, minori e non, specialmente se provengono da paesi cosiddetti sicuri.

Varrebbe forse la pena aprire una riflessione sull’impatto di lungo termine che questa condizione avrà sulla salute mentale di decine di migliaia di persone, dal momento che le irrealizzabili fantasie di rimpatrio e deportazione della destra globale macineranno ancora a lungo vite e corpi prima che l’incantesimo si spezzi e la permanenza di queste persone martoriate ricada sullo stremato sistema sanitario e di welfare nazionale.

Economie politiche 

Le migrazioni innescano un enorme giro di denaro: c’è il traffico legato al debito del viaggio migratorio, il cui importo cambia anche parecchio da paese a paese, ma che può costare fino a ventimila euro, e ci sono le rimesse alla famiglia rimasta nel paese di origine.

Il debito contratto per il viaggio è la garanzia stessa dell’investimento, poiché ad esso seguono – in molti paesi – costanti pressioni e minacce sui familiari rimasti in patria. Non esiste quindi il bisogno di un meccanismo di controllo nel paese di approdo. In teoria potresti  ripagare il debito anche lavorando regolarmente, l’importante è che paghi, ma con un lavoro regolare non si guadagna abbastanza.

L’archetipo della tratta che abbiamo studiato, che si basa sullo sfruttamento sessuale delle donne, per cui allo sbarco si ha già un numero da chiamare e una rete immediatamente pronta, non è necessariamente valido per la migrazione maschile poiché il debito è per tutti una tale camicia di forza economica che non ha bisogno della coercizione fisica e del controllo.

Lo sfruttamento dei minori non è legato solo allo spaccio alla e alla microcriminalità: è anche lavorativo e, occasionalmente, riguarda la prostituzione maschile.
Ci siamo chiesti perché molti minori egiziani al compimento del diciottesimo anno di età si recano a Milano e dalle testimonianze di alcuni minori che si confrontavano con gli operatori si è capito dopo che a Milano c’era un giro di sfruttamento di lavoro in nero in occupazioni di bassa manovalanza e scarsamente retribuiti, in una rete informale che è in grado di dare oltre al lavoro – spesso in cantieri edili –  anche un posto dove stare.
I minori non hanno interesse ad essere inseriti in una rete criminale se vengono fornite alternative alla rete dell’autorganizzazione che li sfrutta sul lavoro o li mette in strada. 

Nell’emergenza si allentano i controlli, si allenta l’affidabilità e la qualità del servizio offerto: diventa prioritario dare un tetto e non più costruire un percorso di integrazione attraverso una serie di competenze accreditate e riconosciute.

Si è traslata l’accoglienza degli adulti ai minori, senza investire sulla competenza educativa e di accompagnamento di cui hanno bisogno i minori. Spesso anche i ragazzi che ce la fanno rimangono  informalmente legati all’equipe educativa della struttura, perché ogni volta che si trovano davanti a qualcosa che non sanno gestire non hanno punti di riferimento. Questo rapporto che rimane dopo è l’unica parte veramente gratificante del lavoro dell’operatore, perché senti che c’è una relazione e che forse hai fatto un buon lavoro.

La criticità strutturale del sistema dell’accoglienza dipende dalla sua incapacità di adattarsi rapidamente alle specifiche caratteristiche delle differenti stagioni migratorie. Questo avviene anche per la scelta politica di non superare un impianto ideologico radicato in logiche emergenziali. Questo  rifiuto della migrazione come fenomeno perenne ed inarrestabile confligge con gli sforzi e le iniziative, istituzionali e non, che dal basso, ovvero dal locale, cercano di costruire traiettorie plausibili di integrazione e convivenza. E così stagionalmente, mentre sul piano interno si riduce il budget dei progetti, si riducono “i posti” in accoglienza e vengono resi più restrittivi e quasi discriminatori i criteri di accesso, sul piano esterno si lasciano morire in mare, o nei lager libici, migliaia di persone. Sempre nella cinica speranza che questo interminabile flusso di sofferenza ritorni con la risacca verso i paesi di partenza, scoraggiando i futuri migranti.

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