Leila Shahid ci parla un’ultima volta

Sorride quasi sempre, nelle foto che circolano di lei. Ed è un sorriso aperto, incoraggiante, sicuro. Il sorriso di una donna consapevole della sua storia, delle sue capacità, del suo stare nel mondo, testimone di uno sfacciato e sempre più crudele sopruso coloniale, vecchio quanto lei.
Della sua improvvisa morte, il 18 febbraio di questo anno, si è parlato assai poco nel nostro italico paesello. Non così altrove e soprattutto in Francia, dove Leila Shahid viveva da molti anni. Dopo essere stata, su richiesta di Yasser Arafat, la prima ambasciatrice dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in Irlanda, Olanda, Danimarca e Belgio, aveva svolto il suo lavoro diplomatico come rappresentante dell’Autorità Nazionale Palestinese a Parigi. Ha abbandonato ogni incarico ufficiale nel 2015, scegliendo la libertà di parola – e di critica – che ha ogni cittadino.
Nata a Beirut un anno dopo la proclamazione dello Stato d’Israele e la conseguente Nakba, poliglotta e cosmopolita, Leila Shahid si è battuta con grande tenacia per “rendere reale” un popolo sottoposto da decine di anni alla brutale irrealtà della violenza costante. L’ha fatto attraverso il suo lavoro diplomatico e sostenendo in ogni modo possibile la cultura, non solo palestinese, da lei vista come strumento di dialogo e di comunicazione fra i popoli, in una dimensione di fiducia e di ascolto reciproco che non si trova quasi più nelle affaticate democrazie contemporanee.
Chiunque voglia di sapere di più di lei, non ha che da percorrere i tanti sentieri che si aprono in rete, a partire dall’Institute for Palestine Studies, a cui Shahid era legata. Qui vi consigliamo l’ascolto di una bellissima intervista che Maria Nadotti le ha fatto nel settembre dell’anno appena concluso.
Non spetta a noi indagare le ragioni della sua improvvisa scomparsa. Ma è difficile sottrarsi alla cocente vergogna che il suo suicidio infiamma dentro chiunque guardi alla questione palestinese con limpidezza. L’orrore dei fatti è ormai accompagnato senza freno dall’orrore delle ambizioni, dei toni, delle parole.
Completamente diversa la voce di questa anziana signora ancora capace di battaglia. La dignità, la compostezza e una pacata lucidità mentale sostengono la fermezza del suo discorso politico e storico, basato su dati di realtà e sul rispetto per tutti gli esseri umani, financo i nemici.
Il dialogo fra Leila Shahid e Maria Nadotti è parte del progetto Prove d’ascolto, ideato da Paolo Benzi e dalla stessa Nadotti: una serie di interviste in “uno spazio ospitale”, fondato “sull’ascolto, il silenzio, la parola e i corpi”, per entrare in relazione viva con la voce di chi “ha deciso di andare controcorrente rispetto al pervasivo discorso mediatico”. Nel corso del tempo, hanno trovato ospitalità nelle Prove d’ascolto le voci di Samah Jabr, Roberto Turigliatto, Sandi Hilal, Alessandro Petti, Silvia Federici, bell books, Bayo Akomolafe – tutte gratuitamente fruibili sul sito della casa di produzione Okta (https://www.oktafilm.it/prove-dascolto/).
Ora, da una casa francese che ci parla in ogni dettaglio di altri luoghi e altre luci, semplicemente vestita e con al petto la spilla dell’Association France Palestine Solidaretè (Gaza; Silence, on tue) Leila Shahid ci parla un’ultima volta.
Proviamo ad ascoltarla.