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La terapia e il dolore incontenibile della Palestina

Illustrazione di Daniel Gómez Vega
6 Agosto 2026
Samah Jabr

Giovedì 6 agosto 2026, ore 9:57 – Ora di Gerusalemme

Nelle ultime due settimane non sono riuscita a raggiungere il mio ambulatorio di Nablus a causa degli attacchi dei coloni e della chiusura delle strade. Pochi giorni dopo, non ho potuto raggiungere nemmeno il mio ambulatorio di Al-Ram a causa dell’operazione militare nel campo profughi di Qalandia.
Ho dovuto cancellare gli appuntamenti e contattare i miei pazienti per spiegare che la mia assenza non era una decisione professionale o personale, bensì la conseguenza di una realtà politica che interferisce con ogni aspetto della vita, compreso il trattamento psicologico.

Dopo aver terminato la telefonata con il mio ultimo paziente, mi sono ritrovata a riflettere su una domanda inquietante: cosa succede a uno psichiatra quando si trova ad affrontare le stesse circostanze che hanno causato il dolore dei suoi pazienti?
Nel corso dei miei anni di pratica psichiatrica, una parte fondamentale della mia missione è stata quella di offrire uno spazio in cui le persone possano esprimere il proprio dolore e trasformarlo da un’esperienza travolgente in qualcosa su cui riflettere.
La nostra missione non è mai stata quella di eliminare la sofferenza – non è sempre possibile – ma piuttosto di accompagnare le persone nel loro tentativo di ritrovare un senso nella vita e la capacità di andare avanti. Ma ciò che stiamo vivendo oggi pone nuove domande alla nostra professione. Cosa succede quando il trauma non è un evento passato, ma una realtà continua? Cosa succede quando un paziente arriva in clinica durante una tragedia, portando con sé le ferite sanguinanti invece dei ricordi di eventi passati?

Dal genocidio di Gaza, le nostre cliniche accolgono una comunità che vive un dolore immenso. I pazienti arrivano portando con sé il peso della perdita dei propri cari, la paura per le loro famiglie, le esperienze di sfollamento, la fame, le minacce e un senso di sicurezza infranto, pur sapendo che il pericolo è tutt’altro che finito.
Anche in Cisgiordania, raid, posti di blocco, violenze dei coloni, arresti e blocchi stradali sono diventati parte della nostra quotidianità.
In mezzo a tutto questo, lo psichiatra si sente smarrito. Non siamo formati per trattare questo tipo di dolore psicologico in condizioni che mancano persino delle più elementari norme di sicurezza.
Spesso descriviamo l’impatto del lavorare con una sofferenza così intensa con termini come “trauma secondario” o “stress compassionevole”. Questi concetti sono importanti per comprendere cosa accade ai terapeuti che sono costantemente esposti a narrazioni di dolore.
Ma non sono sufficienti a descrivere la nostra esperienza in Palestina.
Questo concetto implica che terapeuta e paziente condividano non solo l’empatia per il dolore, ma anche la stessa discriminazione e la stessa struttura che genera lo stesso dolore. Entrambi sperimentano le stesse limitazioni di movimento, la stessa incertezza, la stessa paura per i propri cari e la stessa esposizione a una realtà politica che si insinua nella vita quotidiana. Il medico non si limita a curare la ferita dall’esterno; al contrario, cerca di curarla mentre sanguina a sua volta, e si sforza di nascondere le proprie ferite durante il lavoro. Questo cambia la natura stessa della relazione terapeutica.

Il terapeuta, in questo contesto, non è semplicemente un testimone della sofferenza dell’altro, né un mero portatore dei sentimenti del paziente. È anche un essere umano che vive le conseguenze della stessa traumatica esperienza storica.
In queste circostanze, il concetto stesso di contenimento viene messo alla prova in modo senza precedenti. Abbiamo imparato che il ruolo del terapeuta è quello di accogliere il dolore che il paziente non riesce a sopportare e di aiutarlo a trasformare il terrore in parole e il caos in significato. Ma ciò che vediamo oggi a Gaza e in Cisgiordania a volte supera la capacità di contenimento del terapeuta.
Non è perché il terapeuta abbia perso la sua competenza, né perché l’umanità si sia indebolita, ma perché l’entità, la persistenza, l’ampiezza e la natura collettiva della sofferenza superano i limiti per cui sono stati progettati i nostri strumenti psicologici tradizionali.
Ci sono momenti in cui al terapeuta viene richiesto non solo di contenere il dolore altrui, ma anche di riconoscere i limiti della propria capacità umana di tale contenimento. Forse riconoscere questi limiti fa parte dell’integrità professionale, perché negarli può trasformare il terapeuta da essere umano presente in una macchina che funziona fino al collasso.

La domanda con cui dobbiamo confrontarci è: come ci proteggiamo quando il dolore e le minacce si nascondono dietro ogni angolo? Se ciò che stiamo affrontando trascende i concetti di trauma secondario e burnout, e se viviamo una realtà condivisa e opprimente con i nostri pazienti, allora la risposta non può essere meramente individuale. Non possiamo chiedere al terapeuta di farsi carico del peso di un’intera società e poi ridurre la soluzione a consigli sul comfort o sull’adattamento personale.
Innanzitutto, è necessario un riconoscimento collettivo del fatto che anche il terapeuta stesso ne risente. Questo riconoscimento non è una debolezza professionale, bensì un prerequisito per la sopravvivenza della professione.
Devono esistere spazi in cui i professionisti della salute mentale possano parlare delle proprie esperienze ed elaborare ciò che portano dentro, non come pazienti, ma come esseri umani che svolgono un lavoro straordinario in circostanze straordinarie. Dobbiamo inoltre passare dal modello del singolo terapeuta che sopporta la sofferenza da solo a un modello di sostegno collettivo.
In tempi di calamità, il sostegno non può essere fornito da una sola persona. Il terapeuta ha bisogno di una rete: colleghi, supervisione, solidarietà professionale e spazi di riflessione condivisa. Inoltre, dobbiamo sviluppare un linguaggio e approcci psicologici radicati nella realtà delle società che vivono una violenza continua.
Alcuni traumi non derivano da un singolo evento concluso, ma da una realtà persistente che riproduce paura e perdita.
Ciò richiede approcci che considerino l’individuo nel suo contesto storico, sociale e politico, non semplicemente come un elenco di sintomi. Nonostante tutto ciò, dobbiamo preservare il significato della terapia. In un contesto che mira a distruggere il senso di dignità e umanità, preservare il pensiero, la connessione umana e la capacità di ascolto diventa un atto di autoconservazione.

Questo è un invito a riconoscere una verità professionale e storica: un’intera generazione di professionisti della salute mentale ha vissuto un’esperienza senza precedenti, costretta a trattare gli effetti della violenza in corso e al contempo a vivere nel suo contesto.
Quanto accaduto a Gaza, e quanto sta accadendo in Cisgiordania e a Gerusalemme, non sta mettendo alla prova solo la resilienza degli individui, ma anche i concetti stessi della psichiatria: il significato di trauma, contenimento, neutralità e terapia in un contesto pervaso da minacce e dolore.
Dobbiamo documentare questa esperienza, anche se non possediamo tutte le risposte, perché siamo testimoni di un momento storico che sta rimodellando la nostra comprensione di cosa significhi essere un terapeuta in un’epoca di violenza collettiva.

La psichiatria non si scrive solo nei libri e nelle teorie. Si scrive anche nelle piccole stanze di terapia, nei corridoi chiusi, nelle telefonate in cui ci scusiamo con i pazienti per non essere riusciti a contattarli, e nella lotta quotidiana per preservare la nostra umanità quando viene spinta al limite. Potremmo non essere in grado di contenere tutto il dolore che ci circonda, ma possiamo rifiutarci di lasciarlo passare inosservato.
E insieme, possiamo costruire nuovi spazi di contenimento: collettivi, professionali e umani, che ci aiutino a continuare a proteggere ciò che la violenza cerca di distruggere sopra ogni altra cosa: la capacità umana di pensare, di sentire e di vedere gli altri come esseri umani.

(Traduzione a cura di Maria Nadotti)

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