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LA BIOSFERA DELLA GUERRA

Federica Ferraro
12 Febbraio 2026
di Pirous Fateh-Moghadam Intervista a cura di Enzo Ferrara

Pirous, tu lavori come medico di sanità pubblica presso il Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda sanitaria di Trento e ti interessi anche dello studio dell’impatto sulla salute dei conflitti armati. Come si collegano questi due ambiti?

Mi occupo di sanità pubblica e di epidemiologia, vale a dire studio la distribuzione delle cause di morte e delle malattie e dei relativi fattori di rischio nella popolazione al fine della prevenzione e della promozione della salute. Purtroppo a livello globale guerre e militarismo continuano a provocare ingenti danni alla salute delle persone, degli animali e all’ambiente: secondo la più recente analisi del Peace Research Institute di Oslo (PRIO), nel 2024 i conflitti armati tra Stati erano 61, il numero più alto registrato dal 1946, e per effetti diretti dei conflitti a livello globale centinaia di migliaia di persone perdono la vita e molte di più vengono ferite e mutilate. È quindi del tutto evidente che anche guerra e militarismo rappresentano cause di morte, di malattie e fattori di rischio per la salute e che la prevenzione della guerra e il contrasto al militarismo fanno di conseguenza parte dei compiti professionali degli operatori sanitari almeno al pari della prevenzione di altri fenomeni che incidono negativamente sulla salute.

Come si è visto, anche considerando solo gli effetti diretti il bilancio risulta pesante. Ma, come sottolinei nel tuo libro Guerra o salute (Il Pensiero Scientifico Editore, 2023), per completarlo è importante considerare anche gli effetti indiretti che provocano danni e problemi di salute e ambientali anche maggiori, non solo nell’immediato ma anche ben oltre la fine delle ostilità. Come si creano questi effetti indiretti? 

I meccanismi con cui si creano gli effetti indiretti sono molteplici e si possono ricondurre essenzialmente al fatto che le guerre condotte da eserciti e tecnologie moderne non riconoscono limiti: tutto viene preso di mira, non solo i militari, ma anche i civili (solitamente più colpiti) insieme a tutte le infrastrutture civili, di approvvigionamento elettrico, alimentare, idrico e di smaltimento dei liquami, le strutture sanitarie, scuole, università, le industrie, i campi ed aziende agricole, strade, ponti, la rete ferroviaria, etc. Tutto diventa bersaglio. Si tratta di caratteristiche che si trovano in tutti i maggiori conflitti degli ultimi decenni. Si pensi per esempio agli interventi di alleanze ONU contro l’Iraq nella prima guerra del Golfo o della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, della coalizione angloamericana in Afghanistan e in Iraq, della Russia in Cecenia, in Siria e in Ucraina o alla condotta militare israeliana in Libano, nella Cisgiordania e a Gaza (definita in quest’ultimo caso addirittura genocida dai maggiori esperti ed istituzioni che si occupano di questo tema). Il risultato di questa strategia militare è la creazione di una “biosfera della guerra” che impatta pesantemente sulla salute con effetti che poi perdurano molto oltre il cessate il fuoco.

La biosfera della guerra. Di che cosa si tratta? Puoi fare qualche esempio?

In questo concetto mi sono imbattuto leggendo Reflections, il libro di Mark Zeitoun (Oxford University Press, 2023), un ingegnere idraulico che attualmente lavora presso il Geneva Graduate Institute, molto attivo nell’ambito degli aiuti umanitari in zone affette da conflitti, dall’Africa al Medio Oriente. Zeitoun, citando a sua volta Ghassan Abu-Sitta e Omar Dewachi, chiama “biosfera della guerra” la situazione tipica nella quale l’aria e l’acqua sono contaminate con metalli pesanti e sostanze cancerogene derivanti dai residui bellici e dalle macerie; dove agenti infettivi si diffondono con maggiore facilità, dovuta alla malnutrizione, all’affollamento nei campi profughi e alla mancanza di servizi sanitari, distrutti anch’essi dalle operazioni militari; una situazione nella quale la salute mentale è gravemente a rischio in un contesto in cui tutti gli sforzi devono essere concentrati sulla sopravvivenza al prossimo bombardamento o alla possibilità di una riaccensione del conflitto.
La “biosfera della guerra” permea ogni aspetto della vita e viene ulteriormente aggravata da eventuali embarghi o blocchi degli aiuti umanitari. Si genera attraverso dei meccanismi a catena che collegano, per esempio, l’interruzione dell’energia elettrica (la carenza di carburante o di pezzi di ricambio) con l’aumento dei casi di epatite A. Come? In mancanza di energia le infrastrutture idriche e dello smaltimento dei liquami non funzionano più, l’acqua viene inquinata da materiale fecale, non ci sono altre fonti di approvvigionamento idrico, le persone sono quindi costrette a bere l’acqua contaminata e sono inoltre denutrite, di conseguenza le loro difese immunitarie sono ridotte e vivono spesso in condizioni di affollamento in campi improvvisati. Più esposti sono bambini e persone che hanno già qualche problema di salute. È questa biosfera alla base dell’aumento di 36 volte dei casi di diarrea acuta a Gaza, mentre l’itterizia (indice di epatite A) è aumentata di 384 volte.

Mi sembra che un elemento importante da considerare è rappresentato dal fatto che in molti casi, Gaza anche qui è emblematica, le operazioni militari e i bombardamenti si svolgono in aree urbane densamente popolate. In questi contesti mi pare impossibile che sia garantito il rispetto delle convenzioni di Ginevra, la protezione dei civili, la proporzionalità delle azioni belliche. 

Infatti, proprio per questo motivo a Dublino, nel 2022, è stata predisposta una dichiarazione a favore del rafforzamento della protezione della popolazione civile dalle conseguenze umanitarie dell’utilizzo di armi esplosive in aree popolate che risulta firmata attualmente da complessivamente 88 Stati, tra cui l’Italia. Tra gli Stati che non hanno aderito si trovano, facile da indovinare, Russia e Israele. Sta ai Paesi firmatari, ricordano i promotori dell’iniziativa a proposito della guerra in Medio Oriente, agire secondo l’impegno preso e “sostenere l’appello a fermare l’uso di armi esplosive pesanti nelle aree popolate”.
Nel caso di Gaza la particolare gravità degli effetti della guerra è dovuta non solo al bombardamento di un’area densamente popolata in sé, ma anche all’uso disinvolto di ordigni talmente potenti da lasciare interdetto persino un ex analista del Pentagono che dichiara al New York Times: “È una cosa che va al di là di tutto ciò che ho visto nella mia carriera”.

Qui si apre un altro capitolo, quello dei residuati bellici e delle macerie che a loro volta possono essere pericolose per la salute. Sto pensando per esempio all’amianto.

La guerra provoca un aumento drammatico della quantità di rifiuti. Questi includono veicoli e altri equipaggiamenti militari danneggiati o abbandonati, frammenti di granate, veicoli civili, detriti edilizi e rifiuti domestici e sanitari non raccolti. Per non parlare delle mine ed altri ordigni non esplosi. Alcuni di questi rifiuti sono tossici, come i frammenti di granate, i rifiuti sanitari e i detriti edilizi contenenti amianto, policlorobifenili e metalli pesanti, e richiedono una gestione, un trasporto e uno smaltimento speciali che non possono essere garantiti nel contesto del conflitto.
Il programma ambientale delle Nazioni Unite, UNEP, ha stimato in un documento del settembre del 2025 che il 78% dei 250.000 edifici a Gaza sono stati danneggiati o distrutti. Ciò ha generato 61 milioni di tonnellate di detriti, pari al volume di circa 15 Piramidi di Cheope o 25 Torri Eiffel e circa il 15% di queste macerie potrebbe essere a rischio di contaminazione da amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti.
Invece nel caso della guerra in Ucraina, lo United Nations office for disaster risk reduction (Undrr) sottolinea in particolare il rischio rappresentato dall’amianto, un materiale utilizzato in maniera estensiva in edilizia in Ucraina fino a tempi recenti, visto che in Ucraina l’uso dell’amianto è stato vietato solo nel 2017 (in Italia nel 1992). L’Undrr ritiene che fino al 60% dei tetti in Ucraina siano rinforzati con amianto. Non c’è dubbio che la massiccia distruzione degli edifici stia creando milioni di tonnellate di macerie altamente pericolose. Dalle macerie e durante i crolli e incendi in seguito ai bombardamenti, le fibre di amianto sono rilasciate in atmosfera dove vengono respirate dalle persone presenti. Come sappiamo, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) classifica l’amianto come agente cancerogeno, che può provocare malattie respiratorie croniche, mesoteliomi, tumori al polmone, allo stomaco, alle ovaie e ad altri organi. Un altro danno provocato dalla guerra che si manifesterà solo tra qualche decennio.

Un altro danno con effetti che possono perdurare nel tempo è quello alla salute mentale. Danni che peraltro vengono provocati non solo alla popolazione esposta alla guerra, ma anche ai soldati stessi. Da questo punto di vista abbiamo diverse esperienze, spesso anche rappresentate al cinema.

Le conseguenze sulla salute mentale dei militari e veterani risultano addirittura più studiate e indagate rispetto a quelle della popolazione civile. E non solo dal cinema. Se vai a vedere su PubMed risulta che il numero di articoli scientifici sulla salute mentale del personale militare è quattro volte superiore rispetto al numero di articoli sulla salute mentale dei civili esposti alla guerra. Credo che questo sia un aspetto che meriterebbe una riflessione a sé.
Le prime evidenze sugli effetti deleteri della guerra sulla salute mentale sono emerse durante la Prima guerra mondiale, quando fu coniata una nuova entità nosologica, lo “shock da granata”. Bello a questo proposito l’ultimo film di Gianni Amelio, Campi di battaglia.
Poi chiaramente la guerra del Vietnam. A 30 anni dalla fine della guerra, quasi il 75% dei veterani statunitensi ha riportato almeno un disturbo mentale, più frequentemente abuso e/o dipendenza da alcol (54%) e Post traumatic stress disorder, PTSD (10%). Complessivamente oltre 20.000 veterani si sono suicidati.

Dal punto di vista cinematografico qui abbiamo una vasta scelta, c’è un film che ti ha colpito in modo particolare?

“Stai dicendo a me? Eh? Stai dicendo a me…!?” Taxi Driver, decisamente, uno dei miei film preferiti. Credo anche che ci siano alcune analogie tra le esperienze dei veterani di quella guerra, come quella del Travis nel film di Scorsese, e quelle dei veterani delle guerre in Afghanistan e in Iraq. Mi riferisco per esempio alla mancanza di supporto sociale, all’esperienza negativa del ritorno a casa e all’esposizione a ulteriori fattori di stress della vita in assenza di risorse, interne ed esterne, per affrontarli che poi provocano dei cortocircuiti mentali. Quindi non sorprende che da una meta-analisi di studi su quasi 5 milioni di veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan sia risultato che il 23% soffre di PTSD (disturbo post-traumatico), soprattutto quelli con basso grado militare, basso status socioeconomico e con traumi o sintomi psichiatrici precedenti.
Risultano fortemente associati anche la gravità del trauma subìto e l’esposizione al combattimento, l’aver ucciso ed essere stato in pericolo di vita e le eventuali lesioni o mutilazioni legate al combattimento. Nel 2008 il tasso di suicidio tra i veterani della guerra in Iraq era del 19,6 per 100.000, salito ulteriormente al 29,2 per 100.000 nel 2012, tassi notevolmente più alti di quelli registrati nella popolazione civile degli Stati Uniti (12,1 per 100.000 nel 2010).
Barry Levy, nel suo libro From Horror to Hope (Oxford University Press, 2022) dal quale ti sto leggendo questi dati, riporta che tra i soldati che si sono suicidati nel periodo 2012-2015 il 19% aveva avuto tre o più periodi di servizio attivo; il 38% aveva una relazione di coppia fallita o in crisi e il 25% aveva un disturbo legato all’abuso di alcol o alla dipendenza da sostanze. Il rischio di suicidio è associato anche a ferite morali: perpetrare, non riuscire a prevenire, essere testimoni o venire a conoscenza di atti che trasgrediscono le convinzioni morali profondamente radicate. Tutto questo getta un’ulteriore ombra minacciosa sul futuro dei soldati della guerra in Ucraina, da entrambe le parti.

E per quanto riguarda la salute mentale delle popolazioni colpite cosa si può dire?

Qui i fattori associati sono in primo luogo il vissuto della violenza e traumi fisici, sessuali e psicologici, subiti in prima persona o ai quali si è assistito; la separazione dalla famiglia, la morte e ferimenti di parenti e amici; danneggiamenti e distruzione delle abitazioni e del proprio quartiere/città/comunità/scuola/università/lavoro/campo agricolo etc; la migrazione forzata. A questo si aggiunge l’accesso ridotto a servizi di salute mentale per la distruzione e il danneggiamento delle strutture, per il fatto che gli stessi operatori sanitari sono fuggiti o morti.
Per i profughi si aggiunge spesso la barriera linguistica, oltre allo stigma associato ai problemi di salute mentale. I problemi di salute mentale più frequenti tra i civili non si discostano da quelli dei militari: PTSD, depressione, disturbi d’ansia, consumo di sostanze ed alcol e il peggioramento di problemi mentali pre-esistenti. Più a rischio sono donne, bambini e adolescenti, i migranti forzati e gruppi marginalizzati e razzializzati.

Che conclusione trarre da tutto ciò?

Di fronte alla guerra e al militarismo sono possibili sostanzialmente due posture, quella del pacifismo di principio e quella che chiamo “possibilismo”, vale a dire ritenere che sia necessario procedere a una valutazione specifica prima di formulare un giudizio a favore o contro. In quest’ultimo caso si ha bisogno di criteri per decidere. Occorre fare un bilanciamento tra il male creato dalla guerra e quello che si spera di contrastare attraverso di essa. L’esame delle evidenze scientifiche, dei dati empirici, credo che debba portare necessariamente anche chi non parte da una posizione di rifiuto categorico alla violenza a convergere su una postura pacifista. Non solo in guerra vengono commessi invariabilmente dei crimini, la guerra stessa è un crimine. L’unico atteggiamento possibile rimane quindi l’opposizione e la prevenzione attraverso mezzi pacifici a cominciare dal contrasto al riarmo e al militarismo dilagante.

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