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Educazione e intervento sociale

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Genitori competenti e salute pubblica

Illustrazione di Quinto Ghermandi
26 Marzo 2026
Roberta Altrui

Famiglie impermeabili

Nel sistema terziario sfinito dall’esubero di istanze sociali emergenti, i professionisti che si occupano di fragilità infantile con un approccio olistico incontrano come primo ostacolo, ma anche come stimolo, un ingombrante retaggio: il supporto genitoriale concepito come beneficio facoltativo, come pratica di contorno alle necessarie terapie individuali sui bambini che richiedono cure. O persino come minaccia. 

Anche per questo motivo, gli sportelli di supporto alla genitorialità faticano ad attecchire sul territorio. Non emerge ancora la volontà, da parte di pubblico e privato, di spendere risorse per l’allestimento di uno spazio di consulenza psicopedagogica, e inevitabilmente questa pratica educativa è la prima ad essere esclusa dalla presa in carico delle famiglie. 

La nostra associazione, operando nel sociale e occupandosi di interventi clinici e psicoeducativi su minori fragili anche in sinergia con il sistema sanitario*, presto si è dovuta confrontare con importanti vuoti istituzionali, con proibitive resistenze economiche e barriere culturali tipiche del nostro Paese. Da un lato, nel servizio pubblico oberato di urgenze non si vogliono dedicare risorse per una pratica che è considerata un extra; dall’altro lato, le famiglie faticano a mettersi in primo piano come intero nucleo, anzi preferiscono concentrare i propri sforzi (logistici e finanziari) nell’affidare soltanto i figli a uno specialista, in privato. Ne consegue una parcellizzazione degli interventi che non giova alla pratica terapeutica e non consente una decisiva trasformazione ambientale del contesto in cui il minore fragile vive. 

Un altro aspetto incisivo riguarda l’impermeabilità, molto italiana, dei contesti familiari. La famiglia è ancora concepita come un santuario inviolabile, un luogo personale e privato che deve rimanere lontano dagli sguardi di specialisti e istituzioni; dunque un’entità sociale difficile da penetrare. Questa entità fa sempre più fatica a dialogare con le altre agenzie educative (scuola, sport, centri ricreativi): con esse mantiene un approccio quasi sindacalizzato, fatto di diritti e continue richieste. Basti pensare all’incremento esponenziale dei ricorsi legali delle famiglie contro le dirigenze scolastiche, quando si presenta un problema di condotta o apprendimento. 

Uno spazio libero

Per provare a superare le resistenze culturali ed economiche, la nostra associazione ha deciso di fornire gratuitamente per alcuni anni lo Sportello di sostegno alla genitorialità competente, lasciando accesso libero a tutti i nostri utenti. È iniziato così un lungo e complesso percorso di accoglienza delle famiglie, che ha permesso di raccogliere numerose testimonianze e ha spalancato la nostra visuale sui bisogni socio-educativi del territorio. Nella totalità dei casi, le mamme sono state le prime ad approdare al nostro servizio di ascolto, accompagnamento e supporto. In un secondo momento, dopo diverse manovre di avvicinamento, siamo riusciti a coinvolgere anche i padri. 

L’apertura del servizio gratuito ci ha permesso anche di approfondire la relazione tra fragilità e solitudine. La solitudine delle madri, sfinite da situazioni familiari richiestive, è una condizione che ha le caratteristiche tipiche dell’isolamento. Al senso di incomprensione ed esclusione tipico di chi viva una forma di disagio, si aggiungono stereotipi gravosi sulla capacità di accudimento femminile, sulla disponibilità al sacrificio e all’amore incondizionato. Ancor di più nelle condizioni di grave disagio, inteso come fatica a fronteggiare i compiti evolutivi all’interno di un sistema socio-relazionale complesso, questa solitudine può spingersi fino a una forma di segregazione assimilabile a quella dei soggetti patologici. 

Per questi motivi, è sempre difficile per le donne rivolgersi a un servizio di consulenza familiare privata. Specialmente se appartenenti a classi socio-economiche svantaggiate. Pagare, per quella che sentono come una segreta e indicibile incapacità, consiste in una ammissione di colpa mortificante. Rivolgersi a un servizio a pagamento richiede un livello di consapevolezza del problema che, generalmente, non appartiene a chi affoga in una situazione disfunzionale. La gratuità si è rivelata così una caratteristica portante del servizio: una risposta alla solitudine delle madri che la società dovrebbe essere in grado di fornire in maniera diffusa, strutturata e democratica. 

Dalla parte dei padri non c’è solo una comune resistenza al sostegno, ma spesso un’attitudine alla colpevolizzazione della partner, che si accompagna alla richiesta di continue rendicontazioni e prove sulla validità delle decisioni prese, inclusa la professionalità dello specialista che fornisce la consulenza, percepito come un intruso. Anche in questa cornice, la gratuità del servizio e la nostra disponibilità a condurre i colloqui online hanno lasciato poco spazio alle opposizioni di ordine pratico ed economico. 

Coinvolgere i padri

Nell’avviamento di questa pratica educativa, uno scoglio importante consiste nel coinvolgimento e nella completa adesione di entrambi i genitori al progetto psicopedagogico.  

I nuclei familiari disfunzionali tendono a ripetere copioni comportamentali che ostacolano la relazione e, di conseguenza, la cooperazione nella crescita dei propri figli. Frequentemente la coppia genitoriale replica script dolorosi appresi automaticamente dalle famiglie di origine, trascinando per anni condotte e consuetudini problematiche. Sono tendenze che incarnano meccanismi di difesa e creano dinamiche di alta conflittualità e incomunicabilità nella coppia. 

Gli uomini, all’esterno, si presentano impermeabili a giudizi e consigli. I più appaiono anche distanti da sé stessi e dalle proprie emozioni, indugiano nel chiedere aiuto nascondendosi dietro a numerose giustificazioni, riconducibili alla non accettazione della propria fragilità e vulnerabilità, o all’assenza di tempo, usato principalmente per il lavoro e lo sport (depositari di sedicenti funzioni terapeutiche). Queste forme di resistenza alla relazione di aiuto professionale diventano parafulmini per uno schiacciante senso di scarsa autoefficacia. Assume così primaria importanza coinvolgerli in uno spazio di ascolto empatico in cui riescano a prendere consapevolezza delle maschere che indossano. 

Per questi motivi, si è rivelato molto utile contattare i papà a percorso già avviato con le “consorti”, senza aspettare che si rechino spontaneamente allo sportello. Tendere loro la mano, presentandosi come professionisti e asserendo di avere bisogno del loro punto di vista personale sulle questioni che riguardano i figli e le interazioni con l’altra figura genitoriale, è un gesto di rottura con la dinamica giudicante, disgregante ed escludente che profondamente temono. Questa scelta di contatto crea uno spazio relazionale distensivo e inclusivo che bypassa le dinamiche conflittuali relative all’ingaggio di uno specialista, tipiche di una coppia genitoriale disorganizzata e malfunzionante. Inoltre, risparmia a questi uomini la dolorosa ammissione di avere bisogno di aiuto o, non da meno, di dare una soddisfazione alla propria partner genitoriale. 

La nostra esperienza ci ha insegnato che questi uomini vivono nell’estremo bisogno di un riconoscimento esterno: stavano aspettando una chiamata, aspettavano di essere nominati nel ruolo del padre. 

Voltare lo sguardo 

L’obiettivo principale dello sportello di genitorialità è accompagnare quei genitori che definiremmo analfabeti in termini emotivi (fenomeno trasversale rispetto al livello socio-economico e di istruzione) nella presa di coscienza delle fasi, dell’emotività e delle difficoltà dei propri figli, al fine di co-costruire soluzioni creative per fronteggiare le sfide evolutive. Per arrivare a questo elevato obiettivo, bisogna fare in modo prima di tutto che lo sguardo di questi adulti si sposti e si focalizzi sui propri figli. 

Frequentemente i genitori discordanti sono persi in un rispecchiamento frontale, ovvero si trovano faccia a faccia tra loro, troppo vicini, persi in una ricerca di reciproci torti e ragioni che perde di vista persino i figli. In questa dinamica, i bambini diventano come ologrammi intorno a loro, soggetti privi di bisogni e desideri, subordinati al volere della famiglia. 

Non è affatto raro, nei casi di fragilità genitoriali accolti allo sportello, che si ascoltino proclami sui sacrifici personali a favore dei figli, mentre questi ultimi sono di fatto relegati a un contorno della loro vita. Diventano effigi troppo vicine, quasi in perfetta simmetria, con le quali si interagisce con un pilota automatico (esattamente come accade con il partner discordante). Questa eccessiva vicinanza non consente che si instauri l’asimmetria necessaria tra genitori e figli: non un semplice distacco, ma un’altezza dalla quale si può mettere a fuoco il figlio e intercettarne i veri bisogni. Aiutare i genitori a produrre l’idonea altezza per volgere lo sguardo e dirigerlo verso i propri figli è di primaria importanza per instaurare una linea pedagogica adeguata. E prevede necessariamente quell’intervento esterno al nucleo familiare che il vigente sistema di credenza familista fatica a concepire. Il detto “i panni sporchi si lavano in famiglia” aleggia ancora nelle case italiane come principio organizzatore della prassi educativa quotidiana, rendendo il terreno ostile a progetti educativi che rimangono relegati alla scuola, e invece dovrebbero varcare le mura domestiche. 

Dovrebbe rientrare nella missione del settore pubblico mostrare alle famiglie che il discorso educativo è un discorso aperto, pubblico e democratico, non un imperativo chiuso governato esclusivamente da schemi rigidi, segreti, replicati all’infinito. Uno specialista formato, non influenzato dai mantra e dai mandati familiari dei soggetti che si prefigge di aiutare, può sciogliere paure e dubbi di genitori impreparati, può sostenerli nel centrare lo sguardo sui propri figli, nel disegnare nuovi orizzonti di senso possibili, attivando in loro processi decisionali e di presa di responsabilità. Trasferire queste competenze è compito di un professionista della cura. 

Nella nostra esperienza pluriennale, possiamo affermare che il nostro sportello ha scardinato centinaia di convinzioni limitanti sulla gestione emotiva e fisica dei figli. Ogni famiglia, del resto, ha la propria intima gabbia di suggestioni che, a volte, possono offuscare le possibilità dei figli, che si tratti di problemi della quotidianità, gestione delle vacanze o pensieri sul futuro.

Cambiare le parole

Trasformare le narrazioni è di cruciale importanza: il primo passo, spesso, è sottolineare le parole che gli utenti utilizzano abitualmente per descrivere le proprie situazioni di disagio – ed eventualmente modificarle. Frequentemente i genitori affaticati non riescono a variare i termini con cui rappresentano i propri vissuti; usano termini polivalenti, confusi e, di conseguenza, poco precisi. Questo atteggiamento condanna all’appiattimento degli eventi, a un’unica visione senza via d’uscita. È onere della psicoeducazione attribuire significati intimi e ben definiti alle espressioni, proporre nuovi codici che escano dal solito “lessico familiare”, al fine di costruire un vocabolario denso di sfumature che aiuti a mettere a fuoco un universo emotivo variegato, nuovo, ordinato e possibile da regolare. 

Un altro importante lavoro, è quello sul concetto di cambiamento. Infatti, educare significa sostenere i propri figli nel trasformarsi, adattandosi in maniera funzionale e soddisfacente a situazioni sempre più sfidanti. I genitori esausti hanno un disperato bisogno che i loro figli cambino, ma non sempre sono consapevoli di essere un modello per loro, in ogni momento. Se un adulto non cambia mai, non modula mai i propri toni e discorsi, e non modifica i propri comportamenti, perché mai dovrebbero farlo un bambino o un adolescente? Le persone accolte dal nostro sportello hanno dovuto fare i conti con la propria ritrosia al cambiamento e con i messaggi contrastanti che mandavano ai propri figli. Da un lato li esortavano a modificarsi, dall’altro mostravano un totale immobilismo nei confronti di molti aspetti della vita, primo fra tutti l’aspetto relazionale. 

Un momento molto significativo, a due anni dall’inizio del servizio di consulenza familiare, è stato il cambio di nome del nostro sportello. Da “Sportello di sostegno alle genitorialità fragile” a “Sportello di sostegno alla genitorialità competente”. Consideriamo che non solo gli utenti si trasformano, ma si trasformano anche i professionisti, gli approcci e, di conseguenza, i servizi alla persona, in una continua contaminazione reciproca. Una sfida dei prossimi anni, per il settore pubblico, è dotarsi di protocolli che consentano approcci più agili a queste dinamiche. 

Il riconoscimento della propria fragilità è sempre un passaggio importante per iniziare a modificare la propria situazione, ma l’espressione “genitore fragile”, seppure corretta, ha iniziato a sembrarci un’etichetta limitante per chi partecipa attivamente a un percorso di consulenza e confronto; inadatta quindi a esprimere il potenziale di cambiamento che comporta e il desiderio di crescita interiore che molti manifestano. Nel corso degli anni, i genitori più assidui al nostro sportello si percepiscono come soggetti sempre più attivi della consulenza, dotati di nuove competenze da mettere al servizio dei propri figli e della comunità di riferimento. Abbiamo quindi deciso collegialmente di mettere l’accento, al posto della fragilità, sul termine ‘competenza’. Abbiamo cambiato le parole, perché cambiamo noi stessi, e vogliamo definire il nuovo stadio in cui ci troviamo anche attraverso il linguaggio. 

 

*L’Associazione di promozione sociale Kòsmos opera in Lombardia e in Liguria, è formata da un gruppo di professionisti del campo socio-sanitario (psicologi, educatori, TNPEE, logopedisti, etc.) ed eroga servizi psico-educativi e riabilitativi gratis o a prezzi calmierati su base ISEE.  Tra le pratiche emancipative più radicali e trasformative di cui si occupa, vi è lo “Sportello di sostegno alla genitorialità competente”, un laboratorio di consulenza familiare tenuto gratuitamente dal 2022 al 2025 che ha accolto casistiche molto variegate di fatica genitoriale. 

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