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Favola politica

Illustrazione di Pastoraccia
11 Ottobre 2025
Giancarlo Gaeta

Come vivere nell’Occidente oramai schiavo della sua stessa illimitata potenza senza mentire a se stessi? Il genocidio palestinese è l’ultimo anello di una lunga catena che affonda nello spirito di superiorità religiosa innanzitutto e poi culturale economica politica militare; uno spirito che mette radici in ogni “uomo bianco”, lo voglia o no: siamo degli eletti. Come mutare questo paradigma culturale perverso a favore di una cultura effettivamente plurale?

Di certo viviamo una situazione di non ritorno. Non si torna indietro dall’arma nucleare, frutto sinistramente simbolico della scienza votata alla tecnologia; né sono più recuperabili i guasti inflitti all’ambiente per insindacabili ragioni politico-economiche in cui siamo tutti coinvolti; ed è oramai chiaro che non hanno funzionato gli anticorpi che avrebbero dovuto immunizzarci dall’idea blasfema che una parte variabile dell’umanità sia all’occorrenza assimilabile al non umano o al sotto umano. Ma ad essere terrificante è lo stato generalizzato di stupefazione, una sorta di paralisi della capacità di pensare e di sentire che seguita a produrre danni che incidono sugli strati profondi del tessuto sociale.

Per ritrovare un orizzonte comune di senso, entro il quale informare la vita sociale ad una ragione politica altra rispetto a quella dominante, occorrerebbe immettere le esigenze di mutamento in un movimento di pensiero completamente nuovo. Tanto e non di meno richiede il momento attuale. Ma ne manca la visione chiara e una forza di attivazione commisurata a un compito sentito come necessario.

La capacità di lettura complessiva dello stato reale delle cose è per lo più impedito dalla perdita stessa di significato delle parole. Manca il linguaggio per dire ciò di cui si è quotidianamente privati, ciò che si soffre e ciò che si desidera. Delle parole imprigionate nel reticolo fitto della comunicazione artefatta non restano che i suoni.

Prendere la parola oggi è riprendere coscienza di sé, è tornare all’ascolto di voci che nascono nell’intimo, è riaffermare il diritto di parlare in nome proprio. Non c’è altro modo di aprire varchi nell’ottundimento generale che genera perdita di sé e violenza. Poi non importa quale forma prenderà: poetica, politica, critica o artistica, sarà comunque l’espressione di una forza di carattere e di pensiero.  

Compito politico prioritario dovrebbe essere quello di circoscrivere lo spazio di un ricominciamento per separarsi dal disordine, e definire i metodi di una costruzione decisamente orientata a proteggere gli individui da tutto ciò che nella vita contemporanea li schiaccia sotto l’ingiustizia, la menzogna, la bruttezza. Ma perché il mutamento sia reale deve procedere dal basso, come effetto di una svolta interiore che muova da una nuova consapevolezza della vicenda umana quale si prospetta segnata di nuovo dalla subordinazione al principio della forza. Cosa che dovrebbe indurre a interrogarsi a fondo anche su una cultura dei diritti che ignora la nozione di obbligo.

Occorre ricreare luoghi (riviste, associazioni, gruppi d’opinione) in cui tornare a ordinare i frammenti dispersi del passato e del presente (per una vera coscienza storica); in cui ridare forma a un parlare comune, a un linguaggio della relazione opposto alla babele della comunicazione mediatica; in cui maturare un voler fare, un agire che manifesti una nuova maniera di procedere a partire da punti strategici definiti in rapporto alla congiuntura.

Apprendere a leggere le tracce di mutamenti possibili iscritti in una varietà di attività creative anonime (le micro-culture emergenti), comprese come strategie per sottrarsi, consapevolmente o meno, al dominio di un metalinguaggio che unifica tutto; pratiche di resistenza, espressioni di libertà realizzate nei passaggi critici della società.

Creare le condizioni perché siano ascoltate le voci dal basso che faticano a farsi udire, le voci che soffrono il contatto con l’ingiustizia e gridano anonimamente contro il male subìto. Vigilare che nessuno venga lasciato in balìa del capriccio degli eventi e della volontà degli uomini è il contrassegno della virtù politica impegnata a preservare la giustizia.

Misurarsi con ciò che ne è dell’umano esposto a un sapere da cui è estromessa la dimensione trascendente del pensiero, deciso a sostituire il paradigma umanistico con un altro indefinito (frammentato discontinuo probabilistico) esemplato dalla scienza contemporanea, che si limita ai fatti osservati ma non realmente pensati, manipolati a piacere in operazioni il cui unico criterio di verifica è l’utilità.

Essere occupati dal pensiero di come restituire rigore concettuale e spirito di verità alla ricerca dei fondamenti intellettuali e spirituali del vivere in comune.

Riconoscere con Simone Weil l’origine soprannaturale di ogni bene presente nel mondo, di ogni bellezza, ogni verità, ogni giustizia, ogni legittimità, ogni ordine, ogni subordinazione della condotta umana a degli obblighi verso gli esseri umani, senza eccezione; e questo a prescindere dalla formula di credenza o d’incredulità che ciascuno abbia voluto scegliere.

Quest’ordine di pensieri (a cui molti altri e meglio formulati mi auguro si aggiungeranno) sono la premessa indispensabile per segnare uno spartiacque tra la ragione della politica corrente, sfatta quanto violenta, decisa a permeare ogni forma del vivere, e l’annuncio di una forma di umanità che dovrebbe avere per modello la condizione di migrante. Un modello che ripugna a questo tempo, ma che gli è indispensabile come amaro farmaco salutare.

Concludo con il frammento di Dietrich Bonhoeffer che chiude Dieci anni dopo, tentativo di pensare in modo responsabile il proprio tempo nel buio del nazismo, in cui Goffredo non avrà faticato a riconoscersi, e che penso serva anche al nostro “che fare”. Lo si legge in Resistenza e resa, traduzione di Alberto Gallas, Queriniana 2002:

Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato infine a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi – in una parola: dei sofferenti. Se in questi tempi l’amarezza e l’astio non ci hanno corroso il cuore; se dunque vediamo con occhi nuovi le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità, la forza e la debolezza; e se la nostra capacità di vedere la grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera, più incorruttibile; se, anzi, la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la riflessione e l’azione: tutto questo è una fortuna personale. Tutto sta nel non far diventare questa prospettiva dal basso un prender partito per gli eterni insoddisfatti, ma nel rispondere alle esigenze della vita in tutte le sue dimensioni; e nell’accettarla nella prospettiva di una soddisfazione più elevata, il cui fondamento sta veramente al di là del punto di vista dal basso e dall’alto.

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