A FUOCO

In questo numero, riprendiamo un linguaggio che ci sta molto a cuore: la fotografia. Ma, ancor più della fotografia stessa, quel che ci interessa è tutto ciò che attorno alla fotografia si muove, con i suoi corpi. Troppo spesso si parla – e non a torto – della fotografia come qualcosa di morto, di fisso nel passato; ce lo ricordava Roland Barthes ne La camera chiara. Nel dossier che qui presentiamo, la fotografia diventa pretesto vivo per raccontare, per raccontarsi; ma soprattutto per comprendere il mondo.
Augusta Conchiglia, intervistata da Livia Apa, ci racconta del suo lavoro attraverso la fine della Guerra Coloniale in Angola e Mozambico, passando per la Rivoluzione dei Garofani. Sono scatti, quelli di Conchiglia, che fissano quei momenti in immagini indelebili che si imprimeranno fortemente nell’immaginario collettivo attraverso importanti testate. La fotografia, qui, si mischia all’impegno politico e al reportage giornalistico, rispetto al quale è – e deve essere – difficile tracciare una netta distinzione. Conchiglia ripercorre quegli anni, solcati da grandi sodalizi e amicizie, tra le quali quella con Mario Dondero, del quale quest’anno ricorrono i dieci anni dalla morte. Emanuele Giordana ne rievoca così il lavoro e la personalità, rischiarando l’umanità di uno dei più grandi fotoreporter italiani, attraverso esperienze e ricordi. In particolare, la rievoca attraverso due libri e la sua casa a Fermo nelle Marche, luogo di approdo tra i lunghi e interminabili viaggi di Dondero. Oggi, la casa è diventata bene comune e sito pubblico.
Non commuovere, né dimostrare è ciò che Jean-François Chevrier vede nella rivoluzione stilistica di Walker Evans, American Photographs, pubblicato ormai quasi novant’anni fa. Evans, ci dice Chevrier, ebbe il merito di fornirci un’altra visione degli Stati Uniti di quegli anni, con una fotografia che mostra invece di voler a tutti i costi dimostrare, ma che aveva allo stesso tempo un’altissima consapevolezza artistica e polemica. Mai come oggi il suo lavoro ci appare necessario. Ciò che Chevrier evidenzia sembra infine ritornare in Spina, l’ultimo lavoro di Mario Spada su Napoli. Attraverso immagini che pungono il nostro occhio e il nostro animo come fossero spine, il libro raccoglie venti anni di fotografia sulla città partenopea, un mondo nel quale Spada si è lungamente immerso cercando di offrirci uno sguardo e una prospettiva che permettano di scardinare Napoli dalla cartolina nella quale viene ormai sistematicamente e brutalmente incorniciata.