Gli Asini - Rivista

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I BUONI E I PERSUASI. LA TORINO DI RASTELLO

Illustrazione di Quinto Ghermandi
26 Marzo 2026
Gli asini

Raramente Torino s’è scoperta orfana come ora. Gli Agnelli-Elkann tra gli stracci delle cause per eredità cartolarizzano l’ex FIAT: dopo Stellantis e il gruppo editoriale Gedi nemmeno la Juventus rientra più nei loro piani. Immobili storici nati grazie alla visione assistenziale di santi sociali, come Giovanni Bosco e Giuseppe Benedetto Cottolengo, diventati simbolo di accoglienza, istruzione e cura per gli ultimi, si trasformano in residenze per studenti ricchi. La sanità e il sindacato, sviluppatisi nel dopoguerra con visioni partecipative come quelle del medico Ivar Oddone e del sindacalista Alberto Tridente, stentano a reggere il declino post-industriale.

Italo Calvino non pensava a Torino nelle Città Invisibili scrivendo di Sofronia che si compone di due mezze città: una fissa fatta di tirassegni e giostre, l’altra fatta “di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto” ma provvisoria. Oggi c’è similitudine. La mezza città fissa sembra quella che continua a farsi vanto dei giochi olimpici invernali del 2006. “Il grande ottovolante dalle ripide gobbe” descritto da Calvino sembra riferirsi al TAV che correrà forse a 400 km/h sotto le Alpi ma è in ritardo di vent’anni e ha un costo di 20 miliardi di euro. “La cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo” ricorda l’Inalpi Arena dove i più forti tennisti del mondo si ritrovano per le finali ATP garantendo in una sola settimana un indotto di mezzo miliardo di euro. 

L’altra mezza città mobile di pietra e marmo e cemento che la Sofronia fissa dei tirassegni e delle giostre sta aspettando affinché “la vita intera ricominci”, segue percorsi conflittuali. La sanità privata cresce, non come a Milano ma con profitti inarrestabili. La privatizzazione della scuola potrebbe stargli a ruota. La produzione agroalimentare guidata da Ferrero e Lavazza con miriadi di produttori enogastronomici di qualità viaggia su orizzonti multinazionali. Le fondazioni bancarie, il Politecnico e l’industria sono affascinati dal mercato delle tecnologie militari. I movimenti, la diocesi e il terzo settore sono invece preoccupati per la valorizzazione della violenza correlata alla produzione bellica, che si aggiunge alla violenza strutturale già pesante sul tessuto urbano.

Negli ultimi mesi Torino ha visto l’arresto di Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo, fautore del dialogo interreligioso, impegnato nella diffusione della Costituzione nella comunità musulmana e docente di arabo alla Scuola di Applicazione dell’esercito di Torino. Frettolosamente tradotto nel CPR di Caltanissetta “per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato” a causa di affermazioni pronunciate durante una manifestazione per la Palestina, è poi stato rilasciato dopo il pronunciamento in Corte d’Appello. Il 18 dicembre c’è stato lo sgombero del Centro Sociale Askatasuna (in seguito a una perquisizione per irruzioni nelle sedi del quotidiano La Stampa, delle Officine Grandi Riparazioni e di Leonardo durante manifestazioni pro-Palestina), sotto il mirino del pool antiterrorismo dal 2010 e accusato per associazione a delinquere, nonostante non vi sia traccia di terrorismo né di delinquenza in associazione secondo quanto emerso nei processi. In precedenza, c’era stato il tentativo di chiusura del Suk – un poverissimo mercato di libero scambio, emarginato accanto al cimitero monumentale – da parte della Regione Piemonte, sostenuto da un esposto firmato da politici di spicco nazionale. Nelle ultime settimane studenti minorenni sono stati messi agli arresti domiciliari per aver reagito al volantinaggio di gruppi di estrema destra scortati dalla polizia davanti alle loro scuole. La manifestazione nazionale contro la repressione di sabato 31 gennaio 2026  ha visto in piazza 50mila persone. Quello stesso pomeriggio vicino alla sede di Askatasuna ci sono stati scontri con la polizia.

Il conflitto è aperto. In un contesto internazionale segnato da tragedie umanitarie come le guerre in Ucraina e Centro Africa, il genocidio della Palestina, gli esodi per fame, guerra e clima, la solidarietà e la difesa dei diritti sono denunciate come eversive se non aderenti allo standard nemico-amico dell’occidente. È un rovesciamento dei principi costituzionali: l’attenzione ai bisogni e la denuncia delle responsabilità storiche e politiche di diseguaglianze e discriminazioni sono lette non come “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (Art.2) ma secondo la prospettiva della legalità o illegalità delle azioni di protesta e mutuo aiuto messe in campo, delegittimando di fatto le forme di impegno sociale non omologate.

Si tratta del terreno di analisi che Luca Rastello proponeva con lucidità dirigendo Narcomafie e Osservatoriobalcani e scrivendo libri antiretorici come La guerra in casa (1998), La Frontiera addosso (2010) e I buoni (2013). Torino gli ha reso omaggio nel decennale della scomparsa con un convegno, Alzare lo sguardo, organizzato dall’Istituto Gramsci al Polo del Novecento, uno dei pochi salotti pubblici rimasti in città. Da questo evento, per riflettere sulle trasformazioni che hanno ridisegnato Torino negli ultimi decenni e che Luca ha sovente raccontato, abbiamo ripreso gli interventi di Francesco Migliaccio, caustico sulla legalità dei buoni, e di Paola Arrigoni che svela il ruolo dominante in città delle fondazioni bancarie. L’introduzione di Giorgio Morbello ricostruisce la genesi e il senso del convegno sostenuto da familiari e amici di Luca. Agli interventi di questo incontro aggiungiamo un pezzo di Emanuele Maspoli che racconta il progetto, nel suo farsi, portato avanti da molte realtà torinesi per costruire in città un museo delle migrazioni. 

Nello Ieri & Domani che chiude questo numero della rivista riprendiamo il testo Il bene, il male e i loro campioni, raccolto durante la presentazione  del suo ultimo romanzo, I buoni (Chiarelettere 2014), che Rastello tenne nel giugno del 2014 al Circolo degli artisti di Roma, quando si sforzò di mettere in fila alcune delle contraddizioni più dolorose del “sociale”, le stesse con cui da tempo anche “Gli asini” cercano di misurarsi. La lucidità con cui Luca seppe raccontare alcune delle questioni più complesse dei suoi anni – la guerra jugoslava e le ambiguità degli interventi umanitari; le migrazioni forzate e la condizione dei profughi; il mercato della droga; i conflitti intorno all’alta velocità ferroviaria – nasceva probabilmente dal suo anomalo posizionamento. Non si limitò a osservare da vicino le vicende di cui scriveva. Tentò anche di intervenire per modificarle. La frizione, vissuta sulla propria pelle, tra la verità e il bene, tra la necessità di raccontare le cose come stanno e il desiderio di migliorarle, fu uno dei motivi ispiratori di quel suo ultimo romanzo. Non è solo in ricordo della sua figura che continuiamo a dedicare spazio al pensiero di Luca in relazione a quanto accade a Torino, dove le derive di un sistema in crisi generano scelte repressive e alimentano violenza nelle piazze, ma anche per discutere dei suoi temi, dei suoi libri e delle contraddizioni che sollevano. E di un “posizionamento” che, per quanto difficilmente imitabile, educatori e operatori sociali dovrebbero sforzarsi di sperimentare. 

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