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Torniamo a parlare di suicidio?

Foto di Michele Conti
Foto di Michele Conti
11 Ottobre 2025
Rosa Esposito

«Un giorno ho pensato davvero di farla finita! Volare giù dall’appartamento e per un momento… farmi contento!» Così cantano i Dalton, gruppo punk dell’underground romano, sul ritornello andante e allegro che la chitarra elettrica impasta in un punk-rock verace: L’appartamento. Solo che, dopo uno, due, tre, quattro godibili refrain, dopo quel «e per un momento…», la canzone finisce di colpo. Senza dissolvenza, senza lo strascico di un piatto della batteria, una sporcatura della chitarra o uno slide del basso. Niente. La canzone è finita e tu non te l’aspettavi, rimanendo con uno strano vuoto dentro.

Una mattina di qualche settimana fa, all’alba, una persona a me cara ha deciso di vestirsi, scrivere due righe a sua sorella che dormiva nella stanza a fianco, scavalcare il parapetto di ghisa di quel bel terrazzo al quarto piano e buttarsi giù. I suicidi, specialmente in agosto e in dicembre, sono tanti. E coloro che hanno avuto una persona cara che ha deciso di uccidersi senza preavviso conoscono il dolore, la rabbia, la confusione, la solitudine. Ma si conosce anche l’affetto dei propri cari, delle persone che ti stanno vicino. E si conosce la paura. E una persona che si toglie la vita può metterci paura. D’altronde, è un’azione che ci pone di fronte alla vita, alla morte, due cose a noi sostanzialmente sconosciute. Ci mette davanti, infine, al libero arbitrio, il tratto di unione (o di demarcazione) fra queste due cose. 

Quanto può destabilizzare noi vivi un suicidio totalmente inaspettato? Antonio era una persona tranquilla, apparentemente serena, che aveva condotto una vita molto lunga e, si potrebbe dire, invidiabile. O forse non del tutto… il gesto fa riflettere, fa guardare indietro e scorgere i misteri, le inquietudini che potevano aleggiare sopra quella persona. Ma non erano visibili da nessuno, proprio nessuno. Misteri, appunto; e ora Antonio non c’è più. Questo atto violento, almeno per noi vivi, premeditato e inaspettato, ma lucido e spinto dal libero arbitrio, ci terrorizza. Cerchiamo motivazioni, scaviamo incessantemente nel passato, cerchiamo rassicurazioni per noi, che siamo ancora qui a sucarci tutto quello che la vita ci dà di bello e di brutto. Non una malattia, una depressione visibile, un indizio. Siamo di fronte al libero arbitrio tra quella cosa chiamata vita e quell’altra cosa chiamata morte. E senza queste motivazioni, la paura porta a pensare proprio che chiunque intorno a noi possa compiere un atto del genere. Forse addirittura noi stessi. Come spesso accade anche in amore, siamo presi immensamente da noi stessi: una persona ci lascia e, molto più spesso di quanto possiamo pensare, soffriamo e piangiamo, sì, perché un nostro caro non è più vicino a noi, ma anche perché abbiamo paura di cosa ci accadrà, di cosa sarà di noi. E certo: siamo vivi, o almeno crediamo d’esserlo, e lui è lì, suicida. 

«Il suicidio è un atto politico», ho sentito dire da un’amica. Certo, ci sono tanti suicidi dovuti a ragioni esplicitamente politiche (il primo che mi viene in mente: quello di Carlo Pisacane, sparatosi a Sanza di fronte a una folla di contadini che, fomentati dalla polizia borbonica, volevano ammazzare lui e i suoi compagni, credendoli banditi venuti a depredare il paese. O anche quello di Alex Langer, la cui storia è indubbiamente più complessa). E però, al di là di questi suicidi più confortevoli, nei quali troviamo un motivo, ossia la ragione politica, ebbene al di là di questi suicidi esplicitamente politici io credo (come sostiene la mia amica) che anche in quei suicidi che non riusciamo a spiegarci ci sia una forte valenza politica. ‘Politica’ che intendo nella sua radice etimologica, di pòlis e che riguarda da vicino chi è spettatore di quel suicidio. Si tratta di un atto politico che mette brutalmente noi vivi di fronte alle grandi tematiche (vita e morte) o alla nuda accettazione di qualcosa di inspiegabile. Un atto sicuramente mortifero, ma che può generare in noi – stretti nell’angoscia e nel dolore, ma anche forti di questa unione – domande vive, sulla vita, sul senso della vita. Magari anche banali, ma radicali, viscerali.

Ha senso, dunque, nonostante la estrema delicatezza e difficoltà del tema, tornare a parlare di suicidio? Le persone decidono di togliersi la vita in continuazione. In casa, in carcere, a scuola, negli ospedali, per strada, a lavoro. Siano ricchi, poveri, disperati, sconfitti, persuasi, con famiglia o soli. Un tempo, pare, nel nostro antico Occidente, il suicidio era cosa quasi naturale. In effetti, era molto politico. Oggi, mi pare – ma potrei anche sbagliarmi – che il suicidio venga stigmatizzato, sicuramente più di un tempo. Si dice che oggi le persone non si ammazzino più per degli ideali, per una lotta. Per la politica, appunto. E allora per cosa decide di togliersi la vita una persona, oggi? Forse una delle cause principali va proprio ricercata in quella eterna (diremmo con Fisher) malattia che è il capitalismo. Malattia che non ci fa solo ammalare di depressione, ma che ci spinge anche lontano da quella politica sana che crea comunità, che crea famiglie allargate, che permette alle persone (persona in latino vuol dire ‘maschera’) di diventare esseri umani e che permette uno sguardo nuovo verso la vita, fosse anche attraverso il suicidio. 

Il suicidio è anche un atto egoista, penso. Dicevo che rimangono i vivi e, sembrerebbe, rimangono di fronte a un palco vuoto. Cosa lascia, alla fine, un suicida a chi vive? Sicuramente il fatto che si finisce a parlare di suicidio, di quale sia il suo senso e del perché quella persona abbia deciso di farlo; ma, soprattutto, che si finisce a parlare nuovamente, e sotto un punto di vista drasticamente diverso, della vita. Qualunque cosa questa cosa sia.

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