Gli Asini - Rivista

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Sullo sfondo di uno sconvolto cielo di confine

Illustrazione di Marco Corona
20 Aprile 2025
Nicola De Cilia

Gli anniversari legati alla guerra e in particolare alla Resistenza, a volte, rischiano di ridursi a una stanca cerimonia in cui officiare l’urlo e il furore della storia su una pagina o due e poi non parlarne più. Un’ulteriore palata di terra sopra una tomba. Faccende di reduci, o di guitti. Oppure, si dissotterrano i morti e si danno in pasto agli avvoltoi: le opposte memorie vengono usate strumentalmente, alla stregua di randelli con cui intimorire gli avversari. Come nel caso dell’eccidio della malga Porzûs, avvenuto nel Friuli orientale tra il 7 e 18 febbraio 1945, quando un gruppo di partigiani italiani, per lo più gappisti inseriti nella divisione Garibaldi-Natisone, agli ordini di Mario Toffanin (“Giacca”), catturano a tradimento i partigiani della brigata Osoppo, i cosiddetti “azzurri”, di orientamento democristiano, socialista e azionista.
Il comandante Francesco De Gregori (“Bolla”, zio del cantautore che in sua memoria porta lo stesso nome) insieme ad altri tre partigiani (tra cui una donna) vengono uccisi sul posto. Altri quattordici, vengono assassinati nei giorni seguenti.
La colpa degli osovani: non volersi sottomettere al controllo dei partigiani jugoslavi entrando nel IX Corpus sloveno, come invece le brigate “Garibaldi” avevano fatto. Secondo una dichiarazione del PCI udinese, chi non avesse appoggiato gli jugoslavi sarebbe stato da considerare “nemico del popolo italiano”.
Fu intimato dunque agli osovani di non procedere ad alcun tipo di mobilitazione o di reclutamento, mettendo in dubbio la legittimità del CLN. Non è difficile immaginare perché i colloqui con i partigiani azzurri prendessero un andamento burrascoso, conclusosi con una rottura completa. Di qui la decisione di “liquidare” quelli della Osoppo. Particolarmente crudeli risultano le circostanze della morte di un giovane partigiano di neppure vent’anni, dal nome di battaglia “Ermes”: rientrato il giorno prima dalla località Musi, si trova in una malga lontano dal comando, potrebbe fuggire all’imboscata ma invece si precipita con altri in aiuto; sono però circondati e fatti prigionieri.
Nei giorni seguenti, “Ermes”, insieme ad altri prigionieri, viene condotto a Bosco Romagno, una località vicina, e gli intimano di scavare una fossa. Riesce però a fuggire, corre, gli sparano, lo feriscono, raggiunge un centro abitato. Si fa medicare in una farmacia, poi riprende la fuga verso Udine. Stremato cerca riparo in una casa, dove un’anziana gli offre caffelatte e grappa. Entrano due partigiani estranei alla caccia all’uomo. Si offrono di aiutarlo, lo portano in un’altra casa dove viene fasciato. Il destino è davvero agro per lui: è la casa di uno dei capi della Garibaldi. Viene riconosciuto, caricato su una bicicletta, riportato a Bosco Romagno e fatto distendere sulla fossa precedentemente scavata.
Il 12 febbraio 1945, un colpo alla nuca pone fine all’esistenza del partigiano “Ermes”. Dietro il nome di battaglia, si cela Guidalberto Pasolini, fratello più giovane di Pier Paolo.

“Quel ragazzo è stato di una generosità, di un coraggio, di una innocenza, che non si possono credere – scrive Pier Paolo a Luciano Serra, nel maggio del 1945 – E quanto è stato migliore di tutti noi; io adesso vedo la sua immagine viva, coi suoi capelli, la sua giacca, e mi sento afferrare da un’angoscia così indicibile, così disumana”.

Cuore di tenebra

Non è questa la sede per dipanare tutti i fili del groviglio “Porzûs”, una vicenda che si è trascinata tra processi, rimozioni e strumentalizzazioni lungo gli anni Cinquanta e oltre, fino ai giorni nostri. Tra i molti testi scritti sull’argomento, Andrea Zannini, L’altro Pasolini (Marsilio, 2022); Paolo Strazzolini, Guidalberto Pasolini: da Porzûs a Bosco Romagno, (aviani e aviani, 2023). Inoltre, un libro molto circostanziato di Tommaso Piffer, Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs (Mondadori, 2025). Sui giornali nazionali, in occasione dell’ottantesimo anniversario, sono intervenuti Paolo Mieli sul «Corriere della sera» il 4 febbraio, Simonetta Fiori su «Repubblica» il 6 e Marcello Veneziani il 7 su «La verità». A parte il fatto, non privo di una sua ironia, che uno dei principali quotidiani di destra si intitoli come il famigerato organo del Partito comunista sovietico, leggiamo nell’articolo di Veneziani: «ci furono due Resistenze.

Una combatteva contro il fascismo e il nazismo di Salò, per liberare l’Italia e ripristinare la democrazia; l’altra combatteva una dittatura per fondarne un’altra, o meglio, per dar vita a una rivoluzione e poi instaurare un regime comunista, allineato a Mosca e a Belgrado. L’egemonia delle bandiere rosse sulla Resistenza portò a cancellare o a reputare minore, meno significativa, l’altra Resistenza». Come se Beppe Fenoglio, Luigi Meneghello, Claudio Pavone non avessero raccontato una storia molto meno manichea, più ricca di sfumature e contraddizioni e che nessuna “egemonia delle bandiere rosse” ha cancellato: è vero, la Resistenza non è “una”, monolitica, ma neppure “due”, piuttosto dieci, cento, mille Resistenze. Attribuire alla strage di Porzûs un valore paradigmatico per l’intera Resistenza italiana è frutto di un ragionamento capzioso, figlio, esso sì, del clima culturale di questa triste fase storica, in cui, per riprendere la chiusa di Veneziani, è calata una notte in cui tutte le vacche sono nere. Nere orbace, appunto. Porzûs è, per dirla con Gadda, «come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti».
Ricostruire le cause che hanno portato all’eccidio vuol dire fare i conti – prima ancora che con ideologie e calcoli politici – col cuore di tenebra degli uomini: come ha scritto lo storico Raul Pupo, la logica (se di “logica” si può parlare) che sta dietro i fatti di Porzûs è “altra”, va fatta risalire alla violenza della guerra in Jugoslavia, dove tedeschi e italiani applicarono con determinazione l’ideologia dello sterminio dei nemici mentre, a sua volta, l’esercito di Tito faceva tesoro del modello stalinista esercitando la violenza di Stato. Lo scontro tra comunismo e nazifascismo non prevedeva alcun distinguo, nessuna posizione intermedia, nessuna pietà e a farne le spese, nella Venezia Giulia e nel Friuli orientale, fu il movimento partigiano non comunista che ne rimase stritolato. I comunisti udinesi, prigionieri di una fedeltà ideologica cieca, si adeguarono, o non seppero ribellarsi, rendendosi complici di un crimine orrendo. Orrendo quanto inutile, visto che poi gli jugoslavi concentrarono le loro rivendicazioni su Trieste, trascurando la zona orientale del Friuli.

Ermes/Pasolini

Per quanto riguarda la sorte di Guido Pasolini, bisognò attendere il 2 maggio perché Pier Paolo e la madre Susanna, dopo un lungo periodo di incertezza, di voci contrastanti, di timori e speranze, ricevessero la conferma della morte di Guido.

Caro Guido,
ora che so che tu sei morto mi pare di conoscerti veramente; e so cosa vuol dire il nome fratello.

È l’incipit di un testo in forma di lettera con cui Pier Paolo si rivolge a Guido (contenuto nella nuova edizione dell’epistolario, P. P. Pasolini, Le lettere, Garzanti 2021). In quelle pagine scritte di getto, ricorda il giorno in cui il fratello si diede alla clandestinità, nel maggio dell’anno precedente: «Avevi in tasca un biglietto per Bologna. Chiunque ti credeva diretto là; e neanche io sapevo dove saresti veramente arrivato. Intanto il cielo era sereno, là in alto, tutt’intorno a noi; e sorgeva una mattina; fresca, pungente; avevamo le scarpe bagnate di rugiada. La valigia ti pesava. E avevi nel cuore lo strazio di abbandonarci. Ma si taceva. Ed io sentivo che quel sereno, quell’umido, quel chiarore dei monti erano tremendi». Non si sarebbero più rivisti.Guido, già all’indomani dell’8 settembre 1943, con un coraggio che sfiora l’incoscienza, ruba armi durante spericolate azione notturne, scrive proclami sui muri, boicotta i binari ferroviari. Nel maggio del ’44, appena diplomato, in una lettera al padre (prigioniero degli alleati), dice di non poter rimanere estraneo alla politica, di essere «terribilmente focoso» e aggiunge: «Pier Paolo fa il possibile per tenermi a freno ed in questa sua generosità (sono convinto che lo fa unicamente per evitare dispiaceri alla mamma) lo ammiro e sento di volergli molto bene, purtroppo molte volte mi lascio trascinare dalla passione». Prima che arrivi la cartolina precetto della RSI, sale in montagna e si unisce alla brigata Osoppo, nel pordenonese, «con la leggerezza inenarrabile dell’adolescente, che crede la vita tutta nuova perché è nuova la sua». Spedisce, quando può, lettere al fratello (firmandosi Amelia, avendo cura di mettere verbi e pronomi al femminile), a cui chiede di comporre qualche canzone in friulano, di inviargli poesie. Finalmente ne riceve una: «La poesia ha interpretato straordinariamente il mio stato d’animo di certe giornate ventose raddolcite dal sole: io ero lassù, e sotto di me la pianura […] Seguivo con gli occhi ansiosi il greto bianco del Tagliamento: ad un certo punto la campagna si intorbidiva in una tenue nebbiolina azzurrina… là eravate voi che forse mi pensate». Chiede vestiti pesanti perché ha deciso di «dedicarsi agli sport invernali»: in realtà, sta per trasferirsi nella zona operativa del Friuli orientale, nei pressi di Tarcento. Chiude con una nota di speranza: «Non pensate male di me, mi sento protetta da una forza misteriosa: ci rivedremo! Ed allora saremo felici».

Nel nome della Patria?

Pier Paolo Pasolini, alla fine della guerra, si era iscritto inizialmente al partito d’Azione, ma le lotte contadine e operaie lo avevano avvicinato al Partito Comunista, di cui era diventato segretario della sezione di San Giovanni, suscitando scandalo e accuse di tradimento della memoria del fratello. L’8 febbraio 1948, tre anni dopo l’eccidio, disgustato dalle strumentalizzazioni democristiane ma anche dalle rimozioni comuniste, su «Il Mattino del Popolo» scrive che “interpretare” Porzûs è ancora un’operazione delicata, quasi intempestiva: «due partiti, sullo sfondo di uno sconvolto cielo di confine, si contendono la competenza richiesta per estrarre dalle tremende cronache del ’44-45 quei fatti e assumerli su un accomodante piano di storia o di leggenda. […] So infatti, senza timore di ingannarmi – per l’amore pudico e confidente che mi legava a Guido – che mio fratello e i suoi compagni osovani si trovano con i loro assassini in un rapporto che è semplicemente l’antinomia Bene-Male; così essi […] non sono morti in nome della “Patria”, ma in nome di quello che il simbolo “Patria” rappresentava nel 1945 per chi combatteva contro i Tedeschi: sono morti cioè in nome di quella spiritualità che essendo una categoria dell’uomo esisteva potenzialmente anche nei loro carnefici. Se dunque vogliamo che essi, in nome di quella Spiritualità, continuino a vivere, è a Loro che dobbiamo pensare e non ai caduchi simboli umani per cui hanno dato la vita».

Pasolini si sottrae dunque al ricatto di ogni retorica, di ogni moralismo, rifiutando, in nome di un umanesimo radicale che non esclude la dimensione “sacra”, ogni visione manichea frutto di rigide contrapposizioni ideologiche: anche la “Patria” è un valore da reinventare, ma solo tramite la poesia. Ed è sempre attraverso “l’immaginazione poetica” che la memoria del fratello morto trascende la storia per iscriversi in un mito, prima ancora che familiare, universale:

Spesso penso al tratto di strada tra Musi e Porzûs percorso da mio fratello in quel giorno tremendo; e la mia immaginazione è fatta radiosa da non so che candore ardente di nevi, da che purezza di cielo. […] Vedendolo camminare da Musi a Porzûs verso una morte che egli avrebbe scelta per essere fedele a una vita così breve ma così creduta, mi sembra di non resistere all’angoscia, e mi sembra che per lui sua madre, i suoi libri, i suoi divertimenti debbano avere più valore di qualsiasi altra cosa al mondo; e allora lo chiamo perché torni indietro verso Musi: “Guido!” lo chiamo. Ma Ermes continua a camminare dritto, sicuro, senza pentimenti.

Negli anni a venire, difenderà in più occasioni la memoria del fratello, sottraendosi a ogni strumentalizzazione, da destra come da sinistra. Su «Vie Nuove», nel luglio 1961, risponde così a un lettore: «Io sono orgoglioso di [Guido], della sua generosità, della sua passione, che mi obbliga a seguire la strada che seguo. Che la sua morte sia avvenuta così, in una situazione complessa e apparentemente difficile da giudicare, non mi dà nessuna esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione che nulla è semplice, nulla avviene senza complicazione e sofferenze: e che quello che conta soprattutto è la lucidità critica che distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo alle cose, dentro la loro segreta e inalienabile verità».

Lucidità critica: ne sentiamo, oggi più che mai, una disperata necessità. Forse è proprio questa la lezione più importante che, a cinquant’anni dall’anniversario del suo assassinio, ci lascia Pasolini. L’altra eredità, altrettanto vitale, viene dal fratello. Guido ha scelto la libertà, che vuol dire lealtà, generosità, sacrificio. «L’idea per cui sei morto, martire, se ne andrà, sembrerà una parola di tempi inutili perché passati. Ma io non voglio far morire te». Né riesumazioni, né palate di terra, in questo anniversario, dunque, ma l’impegno, da parte di chi non si rassegna, a illuminare, per quanto possibile, questa notte: fosse anche, la luce, solo «una traccia madreperlacea di lumaca».

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