Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Giacomo Ulivi
21 Aprile 2025
La selezione di Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (Einaudi 1952) che abbiamo deciso di ripubblicare vuole onorare, a distanza di ottant’anni, il 25 aprile 1945, e anche ricordare, come scrisse Franco Antonicelli nella prefazione, che queste ultime scritture furono anche “l’ultima azione di 112 condannati a morte i quali conclusero la loro parte di lotta nei seicento giorni della Resistenza italiana comunicando ai famigliari o ai compagni un’estrema notizia di sé, un addio, un mandato, un sigillo ideale. Ed è un’azione che ne apre un’altra, che si trasferisce dai morenti ai superstiti, con la sua eccezionale elevatezza morale, con il suo complesso significato politico e storico, col peso stesso, grave, dolente, delle sue sofferenze umane”. In tempi di rinnovata fede nella guerra e nella legge del più forte, queste lettere ci raccontano la Resistenza come la somma di tante, coraggiose scelte di ragazzi e di ragazze, di uomini e di donne capaci di pensare, di scegliere e di agire nonostante vent’anni di dittatura fascista. La loro scelta, le loro voci, ci accompagneranno per l’intero mese di aprile.
Giacomo Ulivi
Di anni 19 – studente di terzo anno alla facoltà di legge dell’Università di
Parma – nato a Baccanelli San Pancrazio (Parma) il 29 ottobre 1925. Dal
febbraio 1944 è incaricato dei collegamenti fra il CLN di Parma ed il CLN di
Carrara nonché con ufficiali inglesi – collabora all’avvio ed all’organizzazione
di renitenti alla leva sull’Appennino tosco-emiliano – catturato una prima
volta l ’11 marzo 1944, riesce a fuggire rifugiandosi a Modena, mentre la madre
viene anch’essa arrestata e sottoposta ad interrogatori e minacce – riprende
il lavoro organizzativo – è catturato una seconda volta dai tedeschi
nei dintorni di Modena – riesce ancora a fuggire. Catturato una terza volta
il 30 ottobre 1944 in Via Farini a Modena, ad opera di militi delle Brigate
Nere – tradotto nelle carceri dell’Accademia Militare – torturato. Dapprima
amnistiato, poi fucilato per rappresaglia il mattino del 10 novembre
1944, sulla Piazza Grande di Modena, da plotone della GNR , con Alfonso Piazza
e Emilio Po Medaglia d ’Argento al Valor Militare.
(Lettera scritta agli amici fra il secondo e l ’ultimo arresto).
Cari amici,
vi vorrei confessare, innanzi tutto, che tre volte ho strappato
e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in
giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano,
ma, nel passare da questo all’argomento di cui desidero parlarvi,
temevo di apparire «falso», di inzuccherare con un preambolo
patetico una pillola propagandistica. E questa parola temo
come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di
un esame che vorrei fare con voi.
Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa?
Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità
che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte
nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Non voglio
sembrarvi un Savonarola che richiami al flagello. Vorrei che con
me conveniste quanto ci sentiamo impreparati, e gravati di recenti
errori, e pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare.
Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche,
dall’industria ai campi di grano.
Ma soprattutto, vedete, dobbiamo fare noi stessi: è la premessa
per tutto il resto. Mi chiederete, perché rifare noi stessi,
in che senso? Ecco, per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi,
per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia ed al lavoro ?
Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare
non basterà: nel desiderio invincibile di «quiete», anche se laboriosa,
è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete
è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione
politica. E il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato
di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione
o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni
lato, è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale
quello della «sporcizia» della politica che mi sembra
sia stato inspirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che
la politica è lavoro di «specialisti».
Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come
ogni giorno si vedeva, erano stranamente consimili a quelle che
stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e grassatore. Teoria
e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni
attività politica. Comodo, eh ? Lasciate fare a chi può e deve;
voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano
lo vediamo ora che nella vita politica – se vita politica vuol dire
soprattutto diretta partecipazione ai casi nostri – ci siamo
scaraventati dagli eventi. Qui sta la nostra colpa, io credo: come
mai, noi italiani, con tanti secoli di esperienza, usciti da un
meraviglioso processo di liberazione, in cui non altri che i nostri
nonni dettero prova di qualità uniche in Europa, di un attaccamento
alla cosa pubblica, il che vuol dire a se stessi, senza
esempio forse, abbiamo abdicato, lasciato ogni diritto, di
fronte a qualche vacua, rimbombante parola? che cosa abbiamo
creduto? creduto grazie al cielo niente ma in ogni modo ci
siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata,
moralmente e intellettualmente.
Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine;
e questo è il lato più «roseo» io credo. Il brutto è che le parole
e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale,
la mentalità di molti di noi. Credetemi, la «cosa pubblica» è noi stessi; ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune,
una parola grossa e vuota, come «patriottismo» o amore per la
madre che in lacrime e in catene ci chiama, visioni barocche,
anche se lievito meraviglioso di altre generazioni. Noi siamo falsi
con noi stessi, ma non dimentichiamo noi stessi, in una leggerezza tremenda. Al di là di ogni retorica, constatiamo come
la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro,
il nostro mondo, insomma, che ogni sua sciagura, è sciagura
nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro
paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come
sarebbe successo questo? L’egoismo – ci dispiace sentire
questa parola – è come una doccia fredda, vero?
Sempre, tutte le pillole ci sono state propinate col dolce intorno;
tutto è stato ammantato di retorica. Facciamoci forza,
impariamo a sentire l’amaro; non dobbiamo celarlo con un paravento
ideale, perché nell’ombra si dilati indisturbato.
E meglio metterlo alla luce del sole, confessarlo, nudo scoperto,
esposto agli sguardi: vedrete che sarà meno prepotente.
L’egoismo, dicevamo, l’interesse, ha tanta parte in quello che
facciamo: tante volte si confonde con l’ideale. Ma diventa dannoso,
condannabile, maledetto, proprio quando è cieco; inintelligente.
Soprattutto quando è celato. E, se ragioniamo, il nostro
interesse e quello della «cosa pubblica», insomma, finiscono
per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente,
personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante.
Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni
di tutti gli altri. Se non ci appassionassimo a questo, se
noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa
che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile.
Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete,
che con calma, cominciamo a guardare in noi e ad esprimere
desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite
di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto
è successo perché non ne avete più voluto sapere!
Ricordate, siete uomini, avete il dovere, se il vostro istinto
non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi,
di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete
mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro
Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà
se sapremo farla valere: che nostra sarà la responsabilità,
se andremo incontro a un pericolo negativo ? Bisognerà fare molto.
Provate a chiedervi un giorno, quale stato, per l’idea che
avete voi stessi della vera vita, vi pare ben ordinato: per questo
informatevi a giudizi obbiettivi. Se credete nella libertà democratica,
in cui nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica, oppure aspettate una nuova concezione,
più equalitaria della vita e della proprietà. E se accettate
la prima soluzione, desiderate che la facoltà di eleggere, per
esempio, sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione
diretta e genuina del nostro Paese, o restringerla ai più preparati
oggi, per giungere ad un progressivo allargamento ? Questo
ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a
convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare.
Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo
dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere quei
problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il
ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi.
Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea,
scusandomi ed augurandoci buon lavoro.
Modena, 10 novembre, ore 10
Carissima mamma,
ti chiedo scusa di averti fatto soffrire.
Io sto benissimo e sono molto tranquillo come ti diranno questi
cari Bassi. Sono molto buoni.
Non mi rincresce quanto succede: è quanto ho rischiato e mi
è andata male.
Io spero che tempi migliori giungeranno e spero…
Sono interrotto dai Bassi che piangono. Io non ne sento il
bisogno, riesco a non pensare al vostro dolore e sono molto tranquillo.
Ringrazia tutti quelli che hanno fatto qualche cosa per
me. Soprattutto tu sai chi. E penso al caro lontano: non riesco
a scrivere molte cose. Perdonatemi.
Ti abbraccio con tutta l’anima Giacomo