Le mani sulla magistratura (e sulla Costituzione)

Le radici della democrazia
Nel febbraio 1999, illustrando la sua convinzione sull’universalità del valore della democrazia, Amartya Sen non ebbe dubbi ad affermare che l’ascesa della democrazia aveva costituito l’evento decisivo del XX secolo e non esitò a prevedere che la democrazia si sarebbe “ulteriormente diffusa nel mondo, mettendo radici sempre più solide”, dal momento che essa era diventata una “convinzione dominante nel mondo contemporaneo” (La democrazia degli altri. Mondadori, 2005, pp. 43-45 e 48).
Le più accreditate agenzie internazionali confortavano quell’ottimistica previsione e anche i governanti ritenuti autocrati rivendicavano la democraticità del proprio regime, ovviamente evitando di precisare la propria idea di democrazia. La riduzione della democrazia a meccanismo elettorale consente infatti di definire democratiche anche le autocrazie elettive.
La democrazia non può essere, però, ridotta a procedura elettorale: innanzitutto perché questa è un misuratore autentico degli orientamenti sociali soltanto in presenza di una società civile vigile e impegnata, di una cittadinanza partecipe e informata, ciò che richiede un’opinione pubblica pluralista e una stampa libera, non ricattata o condizionata dai governanti. Inoltre, società civile viva, cittadinanza consapevole e attiva e stampa libera presuppongono pluralismo e separazione dei poteri e garanzia dei diritti dei cittadini. Esattamente ciò che fu scritto quasi 250 anni fa nell’art. 16 della Dichiarazione dei diritti del 1789: “Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri fissata, è priva di costituzione”.
Pur con tali avvertenze, utili a diffidare delle auto-dichiarazioni dei governanti, le valutazioni di Sen esprimevano la constatazione che il secolo XX, nella sua seconda metà, avesse rinnegato i nazionalismi e la violenza da loro scatenata nel primo ’900, segnato dalla guerra civile europea durata un trentennio (1915-1945), che aveva sconvolto il mondo e prodotto 80 milioni di morti.
Quell’orrore produsse il risveglio della ragione collettiva e determinò lo sforzo congiunto di fondare l’ONU, il cui Statuto, rivolto al mantenimento della pace, sancì un nuovo paradigma di diritto internazionale, come regola di condotta tra gli Stati, basato sulla messa al bando della guerra (salva la legittima difesa), sul riconoscimento del diritto come limite alla prepotenza e alla forza, sulla tutela dei diritti umani e dei diritti dei popoli.
Separare i poteri, diffondere il potere
In quel passaggio d’epoca fu scritta e approvata la Costituzione italiana. Come tutte le vere Costituzioni, nacque da uno sconvolgimento ed espresse il generale clima di speranza e di rinnovamento del secondo dopoguerra, pur con alcune connotazioni connesse al ventennio passato.
Sull’Italia fascista (come sulla Germania nazista e sul Giappone militarista) ricadeva infatti la maggiore responsabilità dell’incendio che aveva tragicamente sconvolto il mondo. Il riflesso di quella consapevolezza non mancò nell’Assemblea costituente, che – ripudiando il passato (fatto di potere personale del dittatore e di gerarchia, di soprusi e di oppressione, di razzismo e di discriminazione, di vocazione al dominio interno e internazionale) – progettò un futuro di pace, promosso dall’ordinamento democratico, dalla garanzia dei diritti fondamentali, dal riconoscimento della pari dignità sociale di ogni persona, dal compito di emancipazione e di promozione di effettiva uguaglianza tra tutti, da realizzare con la partecipazione di ciascuno alla determinazione della politica nazionale, nel fecondo confronto assicurato dal pluralismo culturale, politico e istituzionale.
La Repubblica fu il risultato della liberazione dall’occupazione nazista e della lotta al fascismo.
Nacque perciò da diffusa volontà collettiva la svolta radicale espressa nella Costituzione, legge fondamentale e insieme patto in cui si afferma la condivisione di un insieme di valori e si stipulano i principi e le regole essenziali che tutti devono osservare e impegnarsi a realizzare, quale che sia il programma delle forze che – assumendolo come cornice e riferimento della propria attività politica – si confrontano e si scontrano democraticamente per ottenere il consenso dei cittadini. Nell’attuazione della Costituzione, rimessa al futuro delle dinamiche politiche, i principi fondamentali furono convenuti come punti fermi indiscutibili e non più modificabili, neppure con il procedimento della revisione previsto dall’art. 138, come ha avuto modo di affermare la Corte costituzionale.
Tra tali punti fermi è compreso lo stato di diritto costituzionale: l’autonomia del Parlamento quale effettivo rappresentante del pluralismo politico, il pluralismo istituzionale (separazione, distribuzione e diffusione dei poteri), la garanzia dei diritti politici, civili e sociali delle persone e delle minoranze, presidiata da una magistratura indipendente. Tra questi diritti inviolabili e pienamente garantiti vanno ricordati, tanto più che oggi sono a rischio, “in primo luogo […] quello di dissentire dal governo, di criticare le autorità, di manifestare qualsiasi opinione pubblicamente, di riunirsi liberamente” (Lelio Basso, Il Principe senza scettro, Feltrinelli, 1998 [1a ed. 1958], p. 268).
È in questa incondizionata opzione per lo stato di diritto e dei diritti l’essenza dell’antifascismo della Costituzione italiana. L’antifascismo ne è il presupposto e la prospettiva, non soltanto perché essa è nata dalla Resistenza che riconquistò all’Italia quella dignità di Nazione che il fascismo aveva distrutto, né soltanto perché fu scritta e approvata da un’Assemblea costituente che nella unità antifascista trovò il suo baricentro, né solo perché la XII disposizione finale vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.
La Costituzione è antifascista perché tutti i principi e le scelte di valore accolti sono antitetici rispetto ai principi e ai valori teorizzati e praticati dal fascismo.
Nell’architettura istituzionale delineata dai Costituenti, al fine di garantire realmente l’indipendenza della magistratura, fu previsto il Consiglio superiore della magistratura, eletto da magistrati e dal Parlamento in seduta comune. Questo organo di garanzia, previsto nell’interesse dei cittadini, ha costituito (assieme al principio di uguaglianza sostanziale) il contributo più originale del nostro Costituente al costituzionalismo mondiale: un organo istituzionale ripreso dalle costituzioni di Spagna e Portogallo e da molte costituzioni dei paesi post-sovietici e latino-americani, proprio perché dimostratosi capace di garantire l’indipendenza della magistratura anche nei momenti di più forte conflittualità con il potere politico.
Ribaltamenti
Rispetto alle previsioni di Sen, oggi la situazione appare ribaltata. In molti paesi crescono le destre nazional-populiste, al seguito di leader che realizzano regimi autocratici (ribattezzati “democrazie illiberali”), usando meccanismi formalmente legali per erodere lo stato di diritto. Allarmanti processi sono in atto negli Usa, dove Trump, sostenuto dall’oligarchia economica dominante, esprime una vocazione imperiale (analoga a quella di Putin), con l’obiettivo di risolvere la crisi della globalizzazione e dell’egemonia americana, travolgendo dalle fondamenta l’assetto culturale e giuridico che era stato elaborato a metà del ‘900 come risposta al disastro mondiale causato dai nazionalismi. In sintonia con Trump, anche le destre europee sono impegnate a smantellare il diritto internazionale e lo stato costituzionale, come dimostra l’attacco alla Corte penale internazionale, al fine di realizzare una rottura epocale non solo politica, ma anche culturale e istituzionale, che travolge tutti i valori democratici e umanitari.
È in questo quadro che va letta l’attuale situazione italiana, con i suoi aspetti di drammaticità. Negli 80 anni di vita della Repubblica non sono mancate difficoltà, errori, autentiche tragedie (stragi e terrorismo), tentazioni di tornare indietro (l’autoritarismo di Scelba e il congelamento della Costituzione negli anni ‘50; più recentemente il progressivo indebolimento del servizio sanitario e la distruzione dell’istruzione pubblica).
Per reagire abbiamo spesso utilizzato le risorse culturali e civili provenienti dall’Europa e dall’occidente democratico. Oggi non possiamo far conto sull’aiuto esterno. In tutto l’occidente si addensano tensioni simili a quelle che funestarono l’Europa un secolo fa: regressioni democratiche, chiusure nazionaliste, culture suprematiste e razziste, tendenze al neo-colonialismo, conflitti commerciali, corsa al riarmo, guerre e terribili atrocità (Gaza!), di fronte a cui l’élite politica europea è colpevolmente passiva e silente.
L’attacco alla Costituzione – che le forze conservatrici misero in atto già all’indomani del 1° gennaio 1948, coltivandolo incessantemente – ha raggiunto il suo culmine con il tentativo del governo di destra di smantellarne la Repubblica parlamentare e pluralistica, con i suoi pesi e contrappesi, a garanzia dell’equilibrio democratico e dell’effettività dello Stato di diritto. È questo stravolgimento l’effetto del premierato, che mira a rendere evanescente la figura del Presidente della Repubblica e a neutralizzare del tutto il Parlamento, rendendolo succube del capo del governo.
L’obiettivo della destra al governo è analogo a quello di Orban e di Trump: liberarsi da limiti e da vincoli dello stato costituzionale di diritto, che la destra non sopporta perché ostacolano il suo potere. Sono sintomatiche le consonanze e le modalità d’attacco alla stampa che dissente, ai magistrati ritenuti politicizzati e persino alle Corti supreme per “mancanza di collaborazione” con l’indirizzo politico delle maggioranze elettorali.
La destra italiana tenta di organizzare le istituzioni dello Stato in coerenza con la propria cultura gerarchica, incentrata sul comando dell’esecutivo, puntando a un obiettivo storico: mutare la forma di governo e quella di Stato, concentrando e verticalizzando il potere in un “capo eletto dal popolo” per esercitare il controllo autoritario sulla società.
A tal fine, vuole rompere il legame di continuità con l’Assemblea costituente e con la Costituzione antifascista. Come Trump, il governo italiano tenta una radicale rottura istituzionale e culturale: senza separazione e autonomia dei poteri, senza la garanzia dei diritti fondamentali per tutti (compresi i migranti), presidiata da una giurisdizione indipendente, si cancella lo stato costituzionale di diritto, nel quale nessun potere è assoluto, neanche la sovranità che “appartiene al popolo”, che però “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione “.
Insieme alla modificazione della forma di governo si mira al mutamento della forma di Stato, attraverso l’autonomia differenziata (su cui la destra non demorde nonostante la sentenza della Corte costituzionale), rompendo l’unità giuridica della Repubblica, condizione di uguaglianza dei diritti civili e sociali.
A tutto questo si somma l’abuso del diritto penale a scopo di propaganda, con la moltiplicazione dei reati (ben oltre quaranta!) contro soggetti marginali, con il decreto-legge sulla cosiddetta “sicurezza” , la criminalizzazione del dissenso, il contrasto violento delle manifestazioni di protesta e la repressione della resistenza passiva!
Il controllo sulla legalità degli interventi repressivi che questa legislazione determina non può essere sottratta alla competenza della magistratura. Poiché il governo non può permettersi altri smacchi, come quello subito con la mancata convalida giudiziaria dei provvedimenti di deportazione dei migranti in Albania, si accelera la revisione costituzionale dell’assetto della magistratura, passaggio funzionale a facilitare la consonanza del sistema giudiziario agli indirizzi della maggioranza.
La strategia in atto è analoga a quella sperimentata in Ungheria. Il “modello Orban” costituisce per il governo italiano il punto di riferimento, per sintonia di vocazione nazionalista e sovranista.
Le vere ragioni della “separazione delle carriere”
In questo contesto si colloca la cosiddetta “separazione della carriere dei magistrati”, che il governo vuole imporre occultando un dato di realtà: la separazione delle funzioni è stata già realizzata, come risulta dall’attuale normativa che consente la possibilità di un solo cambio di carriera (nei primi 9 anni dall’ingresso in magistratura) e dalla obiettiva lettura di tutti i dati relativi alle fisiologiche differenze tra iniziative dei pubblici ministeri e provvedimenti dei giudici.
In effetti, ciò che interessa alla maggioranza non è eliminare questa unica possibilità di cambio di ruolo all’inizio del percorso professionale (della quale si avvale una irrilevante percentuale di magistrati, inferiore all’1%). Come per il premierato e per l’autonomia differenziata, ciò che si persegue è un risultato politico, che prescinde del tutto dal merito dei problemi che interessano i cittadini e di cui, per Costituzione, è responsabile il Ministro: tempi della giustizia e inefficienza della organizzazione giudiziaria.
La più radicale separazione delle carriere potrebbe realizzarsi mantenendo l’attuale composizione del Consiglio superiore della magistratura. La soluzione prospettata (doppio Csm, sorteggio asimmetrico per togati e laici, alta corte disciplinare per i magistrati ordinari), fondata sulla delegittimazione della magistratura nelle sue espressioni istituzionali e associative, rivela che si vuole realizzare un’operazione di potere: rompere l’unità della magistratura e dell’associazionismo dei magistrati; eliminare l’attuale Csm, creandone due più deboli; moltiplicare gli organismi di vertice, accrescendo l’influenza della politica. In sintesi, indebolire la magistratura e le sue garanzie come contrappeso di controllo delle esorbitanze illecite dei poteri.
La volontà di comprimere il potere giudiziario riguarda non solo i pubblici ministeri, ma anche i giudici, come risulta dalla reazione del governo per i provvedimenti di convalida per i migranti (in cui non è prevista nessuna attività dei pubblici ministeri).
L’attacco apparentemente rivolto soprattutto alle Procure deriva dalla struttura del processo penale: senza l’azione dei pubblici ministeri, i giudici non possono intervenire. È questa la ragione per cui il potere politico ed economico accetta (a volte solo a parole) l’indipendenza del giudice, ma cerca sempre di controllare il pubblico ministero.
Né può tranquillizzare che, per ora, non venga formalmente toccata l’indipendenza. Tra non molto tempo sarà posta la questione della responsabilità del pubblico ministero e si invocherà la sua dipendenza dal potere esecutivo, secondo il sistema vigente negli altri Paesi (contrastato dal Consiglio d’Europa). Non si tratta di un malizioso processo alle intenzioni, giacché la previsione emerge dalle dichiarazioni del sottosegretario del Ministero della giustizia. Non c’è, peraltro, alcun ragionevole motivo per ritenere che la destra italiana vorrà scegliere il modello portoghese (unico a prevedere l’indipendenza del pubblico ministero in un sistema di carriere separate) anziché quello del regime di Orban, da cui la strategia meloniana trae costante ispirazione.
L’attacco all’associazionismo giudiziario (in linea con l’ostilità dei neoliberisti e degli autocrati verso i corpi intermedi e verso le dimensioni associative che vitalizzano la società) mira a frantumare l’Associazione Nazionale Magistrati che, schierandosi fin dal 1965 (congresso di Gardone) per la piena attuazione della Costituzione, ha consentito di democratizzare la cultura complessiva dei magistrati e di potenziarne la effettiva indipendenza.
Senza mai smettere di criticare le ricorrenti derive corporative di alcuni gruppi di magistrati, rimane certo che una magistratura disgregata e atomizzata, senza il collante costituito dal confronto democratico di idee, culture e orientamenti, è più condizionabile dal potere politico ed economico. Magistrati privi di riferimenti ideali e del sostegno etico e culturale rappresentato dall’associazionismo, aperto alla società civile, più facilmente rifluiscono nella chiusura corporativa e più agevolmente sono influenzabili da potentati esterni e interni alla magistratura.
È questa la partita politica di cui bisogna essere consapevoli, al di là delle questioni tecniche e organizzative. È in atto il tentativo di concentrare maggiori poteri nel capo del governo e di costituzionalizzare il sistema elettorale maggioritario. Ciò imporrebbe il rafforzamento di tutti i contrappesi istituzionali, per mantenere un equilibrio complessivo. Se viene ridimensionato anche il controllo giudiziario per tutelare i cittadini, la svolta autoritaria si profila netta e la strategia della destra rivela tutta la sua dirompente carica di sovversione. Contro questa prospettiva bisogna resistere e reagire subito, prima che la maggioranza riesca ad appropriarsi delle istituzioni di garanzia.